sabato 16 aprile 2022

Buona Pasqua

 


Buona Pasqua a quelli che si sentono o sono ricchi e a quelli che si sentono o sono poveri.

Buona Pasqua a quelli che cercano un lavoro e a quelli che invece un lavoro ce l’hanno.

Buona Pasqua a quelli che dormono nella sicurezza di una casa e a quelli che dormono sotto la volta delle stelle.

Buona Pasqua a quelli che sono o si sentono felici e a quelli che sono o si sentono infelici.

Buona Pasqua a quelli che sono o si sentono confortati dal calore di un’amicizia e a quelli che sono o si sentono soli ed abbandonati.

Buona Pasqua a quelli che hanno un amore e a quelli che un amore non ce l’hanno.

Buona Pasqua a quelli che tendono il cuore verso la  libera e prospera Ucraina e a quelli che sognano la grande madre Russia.

Buona Pasqua a quelli che sognano la pace ed ottengono la guerra e a quelli che sognano la guerra per ottenere la pace.

Buona Pasqua a quelli che votano a destra e a quelli che votano a sinistra.

Buona Pasqua ai vaccinati contro il Covid e a quelli che ritengono il vaccino inutile e pericoloso.

Buona Pasqua a quelli che si sentono prima di tutto Italiani e a quelli che si sentono prima di tutto uomini, Europei e cittadini del mondo.

Buona Pasqua a me, a voi, a voi tutti, amici miei.

Che il nostro animo sia aperto alla tolleranza, alla comprensione, all’affetto, all’amicizia, all’amore. La nostra esistenza su questa terra è solo un breve attimo dell’infinita esistenza dell’universo e la nostra vita è troppo breve per trascorrerla nell’intolleranza, nell’incomprensione, nel rancore, nell’odio.

Ezio Scaramuzzino

Pasqua  2022


venerdì 4 febbraio 2022

La gara degli asini (racconto inedito)

 



L’asino è stato per molti aspetti l’animale più comune e più in vista durante la mia infanzia e la sua apoteosi coincideva con la festa della Madonna del Condoleo, che a Scandale si celebrava annualmente, ad agosto.

L’ultimo giorno della festa c’era la gara degli asini, nella quale i primi arrivati vincevano di solito qualche provolone e qualche chilo di salsicce.

La modestia dei premi non escludeva però un certo accanimento, perché già allora nessuno si faceva scrupolo di avvalersi di accordi più o meno segreti e di sotterfugi. A lungo si parlò di un concorrente che, pur di danneggiare il favorito, si presentò con una giovane asina in calore, che sconvolse tutti i piani e finì col favorire la vittoria di un vecchio ronzino, molto avanti negli anni ed evidentemente insensibile al fascino della signorina asina.

Tra gli eterni favoriti, uno in particolare era considerato una sorta di idolo. In realtà gli idoli erano due: lui perché era bravo a cavalcare, l’asino perché era bravo a correre. Lui si chiamava Peppino Biafora ed abitava non molto lontano da casa mia. Chiamava il suo asino Ponente, forse per attribuirgli la velocità del vento, e lo custodiva in una stalla a fianco della sua abitazione.

Nei primi anni Cinquanta, Peppino e Ponente erano diventati dei miti nel mio quartiere, dove i due erano assurti quasi a simboli della nostra gloria sportiva.

I due avevano vinto una serie ininterrotta di primi premi, quando, nel 1956, il mito improvvisamente crollò, rovinando nel baratro dell’ignominia.

Si era a Luglio e dal balcone di casa mia era sempre possibile vedere Ponente  tenuto a pascolare liberamente nei campi. Di lì a poco ci sarebbe stata la festa e per Ponente quel pascolo tranquillo costituiva una sorta di preparazione psico-fisica alla gara. Verso sera il figlio di Peppino, Carletto, immancabilmente, andava a recuperarlo.

Una sera lo vidi rientrare con l’asino, mentre lui con una mano lo teneva dalla coda, in una posizione molto vicina alla giunzione col deretano, e con l’altra dava l’impressione di accarezzarlo amabilmente.

-Carletto, che dici? Ce la facciamo pure quest’anno a vincere?

-Certo che ce la facciamo. Come negli ultimi anni del resto.

-Ma Ponente incomincia ad invecchiare. A proposito quanti anni ha?

-Ha vent’anni, ma è come se ne avesse dieci di meno.

-Mah! So che quest’anno ci sono concorrenti nuovi e temibili. Speriamo bene.

-Tranquillo! Anzi, sai che ti dico? Considerati già invitato alla mangiata dopo la vittoria.

-Ah, grazie. Ciao.

-Ciao.

E venne il giorno della gara. Di fronte alla chiesa madre erano allineati quindici asini, senza bardatura e con in groppa i rispettivi padroni, che una volta all’anno si improvvisavano fantini. Gli asini sembravano aspettare placidamente, mentre tutt’intorno c’era fermento e confusione. Mi avvicinai a Ponente e mi capitò di ascoltare casualmente un fitto scambio di battute tra Peppino ed il figlio Carletto, del quale lì per lì non capii niente.

- Hai tutto pronto?

- Sì, tutto pronto.

- E dove ce l’hai?

- In tasca. In una bustina.

- Hai preso il migliore che c’era?

- Certo. Non sono scemo.

- A quella curva che t’ho detto. Dietro il cespuglio.

- Ho capito.

- Vai, corri, corri…

Le contestazioni sulla posizione di partenza si protrassero a lungo e quando, dopo più di mezz’ora,  il segnale fu finalmente dato, gli asini partirono. Lungo le strade polverose si stentò a vedere o a capire qualcosa di preciso. Ma una cosa fu chiara fin da subito: Ponente era in difficoltà e sembrava arrancare vistosamente, in ultima posizione.

Mancava ancora più di un chilometro alla conclusione della corsa, quando, in una curva defilata e seminascosta, da uno spettatore solitario Carletto fu visto avvicinarsi velocemente all’asino, accarezzarlo misteriosamente all’altezza della giuntura della coda e poi allontanarsi furtivamente, guardandosi attorno.

All’uscita da quella curva, Ponente incominciò a correre come un forsennato. Riguadagnò il terreno perduto, bevendosi gli altri concorrenti man mano che li raggiungeva, e batté l’ultimo rivale quasi sul filo di lana, riuscendo a vincere.

Anche in quel 1956 Ponente sbaragliava gli avversari e Peppino si portava a casa il premio che quell’anno era particolarmente generoso, prevedendo, oltre al solito provolone, anche un’intera porchetta, già pronta e da consumare con gli amici.

-Evviva Peppino, evviva Ponente!, si sentiva gridare da più parti, mentre il comitato organizzatore della gara proclamava ufficialmente i vincitori.

Si formò un corteo: una corona di fiori fu posta al collo di Peppino, mentre al collo di Ponente fu posta una più opportuna corona di biada. Peppino procedeva lentamente in groppa al suo asino, immediatamente seguito da quattro portantini che su una rudimentale barella di legno esibivano in bella mostra il provolone e la porchetta. Chiudeva un codazzo di gente che, già pregustando l’abbuffata imminente, si lasciava andare a lazzi e sfottò nei confronti degli avversari sconfitti.

-Viva la Colla! [il nostro quartiere], gridava qualcuno

-Abbasso il Chiano e Genuzzo! [altri quartieri rivali]

-Viva Peppino! Viva Ponente!

-Per il Chiano e Genuzzo finita la pacchia!...Una bella pernacchia…, gridavano alcuni rimatori estemporanei, che poi concludevano con pernacchie terrificanti.

Ma tra gli avversari sconfitti c’era chi non si dava pace e, su imbeccata di quell’uno che aveva visto, presentò un ricorso al comitato organizzatore.

Il presidente del comitato si vide consegnare un reclamo scritto a mano e firmato da tutti gli altri concorrenti, nel quale si leggeva:

Al Presidente onorabile del Comitato della gara della Madonna.

Noi partecipanti facciamo ricorso contro il vincitore, perché c’è qualche cosa che non va. Perché qualcuno ha visto il figlio del vincitore avvicinarsi alla coda dell’asino e manovrare. E perciò chiediamo un controllo sull’asino, possibilmente di un veterinario o di un fabbro ferraio che fa lo stesso, e  se non si fa il controllo subito scoppia una rivoluzione.

Fu dato incarico di procedere ad una visita corporale dell’asino al fabbro ferraio del paese, mastro Armando Gentile. Costui, seguito da un codazzo di persone tumultuanti della fazione che aveva presentato il ricorso, si recò a casa del vincitore, dove fervevano i preparativi per la gozzoviglia, e, sventolando in aria l’incarico scritto, si fece consegnare l’asino; subito dopo, in uno strano silenzio immediatamente prodottosi, diede inizio alla visita.

Infilò prima di tutto un paio di guanti, un po’ sdruciti, ma che gli conferivano un aspetto professorale, poi si fece largo tra i presenti ed incominciò. Gli guardò prima di tutto la bocca, ma non notò nulla di particolare, a parte i denti ancora impastati di biada. Poi passò agli zoccoli ed anche qui vide che tutto era a posto. Quindi pose un orecchio su vari punti della pancia dell’animale e non auscultò nulla che potesse apparire anormale. Infine, su insistenza di alcuni astanti che protestavano, passò all’esame della coda e delle parti posteriori.

Si convinse che anche la coda era a posto, ma non poté fare a meno di notare che il sottocoda, in particolare nella parte che coincideva con la giuntura al deretano, era chiaramente arrossato. Poi notò che era ancora più arrossata la zona perianale e, per convincersi meglio, fece girare l’asino in modo che il suo didietro fosse esposto più direttamente ai raggi del sole. Alla vivida luce del giorno vide che qualcosa di non meglio precisato fuoriusciva leggermente dall’orifizio anale e si chiese che cosa potesse essere. Infilò leggermente due dita ed estrasse con precauzione.

Non c’erano più dubbi: quel qualcosa che egli aveva estratto e che ancora teneva stretto tra due dita era semplicemente il residuo, la buccia o la parte terminale di un grosso peperoncino, tra l’altro della specie più piccante in assoluto.

Lo consegnò al Presidente, che lo aveva seguito con attenzione nel corso dell’ispezione corporale e quest’ultimo, seduta stante e senza perdere tempo, prese le sue decisioni. Si rischiarò la gola con due colpetti di tosse e ad alta voce gridò:

-Considerato che è assolutamente proibito fornire agli animali droghe che possano in qualunque modo alterare il loro rendimento durante la gara, squalifico il vincitore, confisco i premi attribuiti e li assegno al secondo arrivato.

Lascio immaginare quel che successe.

Parolacce, grida, spintoni ed anche qualche scazzottata tra le opposte fazioni. Nella confusione generale molta gente cercò comunque di conquistare un po’ di cibarie e quel provolone e quella porchetta finirono smembrati, spezzettati ed in parte anche calpestati e dispersi.

Io stesso, sgattaiolando tra le gambe dei litiganti, ero riuscito a procurarmi un’intera coscia della porchetta. Avevo ancora un livido sulla fronte, soffrivo per qualche botta rimediata e, mentre ritornavo a casa, stavo rimuginando su quel dialogo concitato tra Peppino e Carletto prima della partenza, che improvvisamente mi si schiarì e mi indusse ad un amaro sorriso. Il livido, la sofferenza e l’amarezza non mi impedirono comunque di rivolgere la mia attenzione alla porchetta trafugata, che incominciai a piluccare prima con calma e poi a mangiare quasi con voluttà, continuando a sorridere tra un boccone e l’altro. Di quel pasto fuori ordinanza e di quella giornata memorabile ancora oggi, a distanza di tanti anni, conservo il gusto ed un piacevole ricordo.

Ezio Scaramuzzino

Gennaio 2022

venerdì 21 gennaio 2022

Un amico che se ne va



Non sapevo della sua malattia ed ho saputo adesso della sua scomparsa. Il caro Peppe non c'è più ed avverto la necessità di dedicargli queste ultime parole, per fargli capire, se già non l'aveva capito, l'affetto che mi legava a lui e che è lo stesso affetto con cui adesso lo ricordo. Peppe è stato uno dei punti fermi della mia infanzia e dei legami di tenera amicizia che legava tutti quelli che abitavamo, a Scandale, nei dintorni di Viale Puccini e del quartiere San Leonardo. Lo ricordo quando, con un sorriso, cercava di dire il suo cognome, mettendosi le mani alle orecchie e restringendo le guance per creare simpaticamente l'immagine di un coniglio. Lo ricordo quando si sforzava di ripetere il mio difficile e lungo cognome e mi chiamava Hunt, come un famoso calciatore inglese dei mondiali del '66, finendo, lui per primo, col sorridere della confusione che si creava. Lo ricordo ancora quando mi vedeva ritornare al paese, di tanto in tanto, e ci teneva a dirmi che aveva stima di me e, chissà perché, accompagnava le sue parole con l'indicazione di una penna che scrive. Caro Peppe, ora che non ci sei più, avverto pienamente il senso della vita che scorre e ci lascia soltanto il ricordo struggente di ciò che maggiormente ci ha legati alle nostre abitudini più care, ai nostri legami più teneri e più dolci. Mi piace immaginarti mentre ancora ti aggiri, gesticolando, in un luogo destinato alle persone giuste, alle persone  che se ne vanno e ci lasciano con un bilancio che è in credito con la vita. Ti invio un lungo, ultimo, affettuoso abbraccio. Riposa in pace.

domenica 9 gennaio 2022

Un anno dopo



Tesoro mio, è passato un anno da quando te ne sei andata e mi hai lasciato, ci hai lasciati. Temevo di non farcela ed invece eccomi qui, a rivolgerti, anche se non sei più tra di noi, quelle parole d'amore che hanno accompagnato la nostra vita e ne sono state il simbolo e l'essenza. Io sono ancora una volta vicino a te per continuare in maniera sommessa quel discorso ininterrotto, per ripetere i gesti della nostra comune esistenza, da quando ti ho conosciuta  fino a quando ho stretto per l'ultima volta le tue mani ormai fredde ed inerti tra le mie che cercavano di trasmetterti un po' del mio respiro.

        E' passato un anno da allora, 365 giorni, tanti attimi, tanti fuggevoli istanti, che ho smesso di contare, perché ho capito che la nostra vita non è finita: essa continua, anche se in modo diverso. Perché la tua è stata una vita unica, con il rilievo di ciò che non è caduco e che quindi è destinato a durare per sempre. Perché tu sei eterna per me, tu sei ancora viva. Procedevi nella vita come in un sogno ed avanzavi leggera, come in una danza, mentre negli occhi e sulla fronte ti risplendeva la gioia di vivere. Poi sei caduta. La malattia ha oltraggiato la tua bellezza, ma non è riuscita a cancellare la tua immagine nitida dalla mia memoria.

        Rivedo la nostra vicenda come nei fotogrammi di un film e mi accorgo che questo film, irripetibile, è più grande della vita terrena, è un capolavoro senza tempo, che conserva ancora intatto il fascino della poesia eterna, il senso ed il mistero coinvolgente di ciò che ha significato la tua, la mia, la nostra condizione. Ciao, tesoro mio, ciao.


martedì 28 dicembre 2021

Guerre di paese

 

Scandale, centro storico

In ogni regione italiana esistono paesi e paesini in eterna e simpatica lotta tra di loro e molti forse ignorano che una simile rivalità esiste, o almeno esisteva, anche fra Scandale e San Mauro Marchesato, in provincia di Crotone. Io sono vissuto a Scandale fino ai 30 anni e di questa simpatica, ma a volte sordida, rivalità ho avuto la possibilità di essere testimone e talvolta partecipe diretto ed indiretto.

Le prime avvisaglie le percepii già da ragazzino, quando incominciai a far caso in paese alla strana presenza di persone sconosciute. A Scandale ci conoscevamo tutti e la presenza di uno sconosciuto non passava inosservata. Succedeva che, soprattutto la domenica, quando gli Scandalesi si riversavano a Crotone, per una semplice gita in auto o per andare al cinema, a Scandale si vedevano passeggiare lungo il corso principale molti giovanotti, talvolta in coppia, ma più spesso da soli. Li vedevi a volte impacciati nell’abito della domenica e con le scarpe nuove usate solo per le grandi occasioni.-Chi sono e da dove vengono queste persone?, chiedevo ogni tanto.-Sono i giovanotti di San Mauro, che vengono qui a cercare moglie, mi sentivo rispondere. Già, perché quei giovanotti consideravano Scandale la loro Crotone ed il fatto di potersi sposare con una delle nostre ragazze era da loro considerato una sorta di promozione sociale. E difatti nascevano allora molti matrimoni tra i giovani dei due paesi, favoriti anche dal fatto che, tutto sommato, le ragazze di Scandale non disdegnavano quegli approcci con giovanotti considerati seri, lavoratori, risparmiatori e pronti a sobbarcarsi per una vita intera le fatiche ed i sacrifici di una famiglia.

        Ogni tanto, ovviamente, nascevano degli screzi, delle perplessità, e per lungo tempo si parlò del fidanzamento di Giuseppina di Scandale e Franceschino di San Mauro. Franceschino era un bravo ragazzo, un po’ tracagnotto a dire il vero, ma, quel che è peggio, povero e privo di terre o di beni al sole. Giuseppina aveva qualche perplessità e si premurò di chiedere il parere del padre che lavorava in Germania. Ed il padre, ben consapevole della scarsa avvenenza della figlia probabilmente destinata a rimanere zitella, si affrettò a rispondere in un Italiano approssimativo:-Cara Giuseppina, ho capito. Non ci pensare troppo, picchì iggru ni tincia, ma nua l’anniricamu (perché lui ci sporca, ma noi lo facciamo nero).

Poi i due si fidanzarono e, quando subito dopo anche Franceschino fu costretto ad andare in Germania, essi, che non erano molto gagliardi nella scrittura, presero l’abitudine di mandarsi delle lettere prendendole dal Segretario galante, un libro allora molto diffuso, che entrambi avevano acquistato e che conteneva lettere d’amore. Giuseppina scriveva:-Caro Franceschino, la mia lettera è quella a pagina 105 del libro. E l’altro:-Cara Giuseppina, la lettera di risposta è a pagina 106. “Bei tempi”, verrebbe da dire.

Ma i rapporti tra i due paesi non si esaurivano nella creazione di famiglie. Un’altra importante occasione di rapporti era costituita dalle partite di calcio. Non c’era occasione importante in cui a Scandale non si organizzasse una partita con gli eterni rivali di San Mauro. Allora non c’erano regolari campionati ed ogni scusa era buona per organizzarne una. Su campi improvvisati, con attrezzature improvvisate e con maglie di diversa foggia o a torso nudo i giocatori, tra i quali spesso ero anche io, allora considerato una discreta schiappa, si giocavano partite alle quali assisteva un incredibile numero di persone dei due paesi. Lo scopo principale non era quello di vincere, ma quello di darsele di santa ragione. Si giocava solo per azzoppare o per picchiare gli avversari e, in queste condizioni, raramente le partite finivano regolarmente, al 90° minuto. Il più delle volte, il capitano del San Mauro chiedeva all’arbitro la sospensione per qualche minuto, poi radunava i suoi, parlottava con loro e, immancabilmente, concludeva ad alta voce:-Ragazzi, sputazza(saliva) in bocca e tutti a casa. Lo ricordo ancora oggi, nitidamente, come fosse ieri.

Poi c’erano anche incontri occasionali, non meno esilaranti. Una volta mi trovavo verso mezzogiorno in piazza Oberdan a Scandale, in attesa dell’arrivo di un pullman. Da poco in un angolo era stata piazzata una colonnina di benzina, di quelle che calcolavano il rifornimento con un quadrante ad orologio, novità assoluta per i paesi del circondario. Vidi passare un giovanotto che, nel notare per la prima volta la colonnina, si accostò, fissò il quadrante, poi alzò il braccio sinistro, tirò su la manica e armeggiò con il suo orologio. Dopo qualche minuto si trovò a ripassare, ripeté le operazioni di prima, poi si accostò e mi chiese:-Cugì’ [a San Mauro si chiamano tutti “cugini”], ma quell’orologio è fermo?.

Un’altra volta, quando a Scandale avevano da poco inaugurato il monumento ai caduti, un soldato armato di fucile, mi si avvicinò uno sconosciuto, che mi chiese:-Scusatemi, ma quello sul monumento quale santo è? Gli risposi:

- Quel monumento non è un santo, ma un soldato e rappresenta i caduti in guerra. –Ah…, scusatemi. Ovviamente, sentitomi chiamare “cugino”, non avvertii la necessità di chiedergli da dove venisse.

Un giorno mi ritrovai a San Mauro per non ricordo più quale motivo. Vidi, accanto all’insegna di un barbiere, un’indicazione più piccola, “GIORNALI”. Entrai, deciso a comprare il mio giornale preferito in quel periodo, Il tempo di Roma. –Avete il quotidiano Il tempo? –Certo che ce l’abbiamo. Pagai, uscii e solo allora mi accorsi che mi avevano dato Il corriere della sera. Rientro.-Scusate, ma mi avete dato il Corriere, io avevo chiesto Il tempo. – Ah, ma io Il tempo non ce l’ho. –Ah, mi dispiace, ma io volevo Il tempo. – E che ci fa? Non è sempre un quotidiano? Le notizie sono le stesse. Siete di Scandale, vero? Solo a Scandale avete queste fisime. Sorrisi, tenni il Corriere ed uscii.

Mi capitò un giorno di avvertire un’eco della vita di San Mauro anche a Milano. Erano gli anni ottanta del secolo scorso e con la mia famiglia mi ritrovai a fare una visita al Duomo nel pomeriggio di una calda domenica estiva. Vidi ed ascoltai due persone che, pigramente sedute sulla scalinata, parlavano animatamente tra di loro. Dall’accento capii che erano miei “cugini” ed ascoltai distintamente uno dei due che diceva all’altro: - A crap’’i Catinazzu s’ha manciat’ i cuvategghri ‘i da Benincasa” (la capra di Catinazzo s’è mangiata i cavatelli della Benincasa). Per capire: i cavatelli erano un tipo di pasta fatta in casa che veniva messa ad asciugare al sole ed evidentemente una capra del vicino non s’era fatta scrupolo di papparseli crudi. Era questa la notizia del giorno per i due simpatici Sanmauresi; molto più importante della guerra in Vietnam o della crisi di governo.

Ci fu una volta però che un Sanmaurese mi colpì e mi fece restare a bocca aperta con la sua stringente logica aristotelica. Ero fermo con la mia auto nei pressi del Bivio Manile, a poca distanza dal paese, in attesa che un meccanico venisse a farmela ripartire dopo un guasto improvviso. Vidi ai bordi della strada un pastore che controllava a distanza una piccola mandria di mucche pascolanti su una vicina collinetta. Questo fu il dialogo che si instaurò, su mia iniziativa, tra noi due.

-Cugì’, sono tue queste vacche?

-Sì, sono mie.

-Ed il terreno dove pascolano è pure tuo?

-No, quello l’ho preso in affitto.

-E quanto paghi d’affitto?

-Dipende…

-Dipende da che cosa?

-Dipende se le vacche hanno la coda o non ce l’hanno.

-Fammi capire. Che c’entra la coda? Per caso mangiano con la coda le tue

 vacche?, replicai con intento sfottitorio e sorridente.

-C’entra perché una vacca con la coda paga di più di una vacca senza coda.

-Ma perché? Non capisco.

-Cugì’, ma allora sei tardivo. Una vacca senza coda spesso deve alzare la

 testa per cacciare le mosche e quindi mangia meno di quella con la coda,

 che invece mangia continuamente perché fa con la coda quello che l’altra fa

 con la testa.

-Hai ragione, cugì’. Scusami. Non ci avevo pensato.

        Così allora trascorreva il tempo e tali erano i rapporti instauratisi tra i due paesi, tra amabili sfottò e reciproci dispetti; tranne che in un periodo, circoscritto ma non per questo meno spiacevole, intorno agli anni sessanta. Si era sparsa la voce a Scandale che passare con l’auto da San Mauro, per andare a Catanzaro, era diventato pericoloso. Alcune tra le poche auto circolanti allora, nell’attraversare San Mauro, si erano ritrovate con uno pneumatico forato ed erano state costrette a fermarsi, con dispendio di tempo e di denaro. Fu breve il passaggio da questi pochi casi di forature alla diceria che i Sanmauresi, ad un segnale convenuto, si divertivano a spargere chiodi per strada quando riconoscevano l’auto di qualcuno di Scandale.

La diceria ad un certo punto divenne un’inoppugnabile verità e gli Scandalesi ritennero che fosse giunto il momento di vendicarsi. Ben presto anche molte auto provenienti da San Mauro, nell’attraversare l’abitato di Scandale, furono costrette a fermarsi per forature strane ed inspiegabilmente numerose.

La conclusione fu che per molti mesi le auto di Scandale, dirette a Catanzaro, furono costrette a passare da Crotone e le auto di San Mauro, dirette a Crotone, furono costrette a passare da Cutro. Poi, a poco a poco, il fenomeno si diradò, finì e tutto tornò come prima.

C’era un fatto però sul quale, già allora, c’era poco da discutere e Scandale, cavallerescamente, riconosceva l’indiscussa superiorità di San Mauro. E questo fatto consisteva nella capacità di organizzare la propria festa patronale. San Mauro e Scandale avevano ed hanno due Madonne come protettrici: rispettivamente la Madonna del Soccorso e la Madonna di Condoleo, le cui feste si celebravano in estate a poca distanza di tempo l’una dall’altra. Orbene quella della Madonna del Soccorso era una festa infinitamente più bella e più ricca rispetto all’altra. Gli Scandalesi lo riconoscevano, amaramente, ma lo riconoscevano. Diciamo pure che nell’organizzare la festa i Sanmauresi si sublimavano, davano fondo alle loro risorse e diventavano insuperabili. Ricordo che, quando c’era la festa del Soccorso, molti Scandalesi si raccoglievano su una collina dalla quale potevano comodamente vedere a distanza di pochi chilometri i fuochi d’artificio che stupivano fino all’incanto. Ricordo pure che qualche volta le famiglie si riunivano sulla terrazza di qualche casa più alta per assistere allo spettacolo.

Ma anche gli spettacoli serali erano una goduria. Già allora a San Mauro arrivavano cantanti famosi che si esibivano in piazze affollatissime, con gente proveniente dai paesi vicini, quando ancora a Scandale si assisteva a malinconici spettacoli di bande musicali, che si esibivano in noiosi concerti di opere liriche raffazzonate, di cui non fregava niente a nessuno.

Una volta venne Miranda Martino, bellissima e mitica cantante, della quale si chiacchierava molto al paese, perché si raccontava che fosse l’amante dell’argentino Grillo, un famoso giocatore del Milan. Bisognava proprio andare a vederla, possibilmente da vicino. Ci organizzammo tra amici e a piedi, in un gruppo di circa venti persone tra ragazzi ed adulti, ci dirigemmo a San Mauro, accorciando i pochi chilometri di percorso con l’imboccare sentieri e mulattiere di campagna.

Alle 8 di sera eravamo già tutti davanti al palco, quando ancora mancava un’ora all’inizio. Nessuno si spostava dal posto faticosamente conquistato, proprio davanti all’ingresso del palco, a furia di spintoni e gomitate. Vicino a noi due giovanotti, con il vestito nuovo della festa e la testa impomatata di brillantina, inneggiavano ad alta voce:- Miranda! Miranda! Uno dei due sembrava irrefrenabile e continuava ad agitarsi, fino a quando l’altro, Michele, gli disse:- Cicciarì’, u ti scurdari ca dumani amu jir’ a métiri (Ciccillo, non dimenticare che domani dobbiamo andare a mietere). Al che Ciccillo si diede una calmata, almeno fino all’arrivo di Miranda, che subito mandò tutti in delirio con una famosa canzone di Battisti, Pensieri e parole. La sua voce potente e luminosa si librò nell’aria come un arcobaleno: -Che ne sai tu di un campo di grano…-Cicciarì’, ha sintutu? A nua ni dicia che ne sai tu di un campo di grano, a nua ca dumani amu jir’a métiri.(Ciccillo, hai sentito? A noi dice che ne sai tu di un campo di grano, a noi che domani dobbiamo andare a mietere). E così tra lazzi, frizzi, urla ed applausi trascorse la serata almeno fino a mezzanotte, quando i due amici di San Mauro si avviarono mogi verso casa. Io li seguivo a ruota ed ebbi modo di sentire un’ultima perla.

-Ohi Miché, l’ha saputa l’urtima?

-Picchì? chi d’è successo?

-L’aiu sintutu aru comunicatu i menzijùarnu (al giornale radio di mezzogiorno). Mo nua dumani avissim’i jiri a métiri e propri’oi  (proprio oggi) l’Americani anu jittatu na bumba tomma (bomba atomica) subba n’atollu (sopra un atollo, piccola isola).

-'Na chi? (che cosa)

-'Na bumba tomma…

-E chi d’è ‘na bumba tomma?

-Oi Miché, è 'na bumba ca, s’’a jettanu a San Mauro, ni vrusciano tutt’u siminatu( ci bruciano tutto il raccolto). Atru ca métiri. (Altro che mietere).

Ci allontanammo dai due e tutti gli Scandalesi, ancora non rassegnati a considerare finita la festa e vogliosi di prolungarla oltre ogni limite, ci fermammo ad un bar a prendere un gelato. Ed avvenne qualcosa cui ancora oggi, solo a pensarci, stento a credere.

Si era seduto vicino a me, allo stesso tavolo, un signore di Scandale, certo Luigi Bomparola, che ad un certo punto mi si accostò all’orecchio e mi disse:

-Posso chiederti un favore?

-Certo…Che ti serve?

-Vedi il tipo con i baffi a  quel tavolo a circa 20 metri da qui? Girati lentamente…

-L’ho visto.

-Beh…Quello lì si chiama Mario Ammirati ed è un contadino di San Mauro. Mi deve dei soldi da tanto tempo e non riesco a farmeli restituire. Anzi, mi aveva pure scritto che era ancora in Germania e che sarebbe rientrato ad ottobre ed invece il bastardo è proprio qui. Ora io lo avvicino. Tu non devi fare niente. Devi solo controllare che qualcuno non mi aggredisca alle spalle. Vado.

Si diresse verso il suo debitore ed io gli andai dietro a breve distanza. Ma l’Ammirati, avendo riconosciuto il suo creditore, si era alzato pure lui, per dileguarsi e probabilmente far perdere le sue tracce. Si era formato uno strano corteo. L’Ammirati avanti, svelto e quasi di corsa, e dietro noi due, che pure stentavamo a tenere il passo, ma cercavamo di raggiungerlo.

Ce l’avevamo quasi fatta, quando l’Ammirati, sentendosi quasi perduto, vide alla sua destra come unica possibilità di salvezza un gabinetto pubblico, nel quale si infilò, chiudendo la porta dietro di sé. Il Bomparola, sopraggiunto col fiatone, non si rassegnò ed incominciò ad assestare calci alla porta del gabinetto, gridando:

-Compà’, chiri sordi…(Compare, quei soldi)

E dall’interno:

-Compà’, aviti ragiuni, ma mo tegnu ‘n’affari pi ri mani e, si mi va bonu ca mi va bonu, u primu bucu chi tapp’è propri’’u vostu (Compare, avete ragione, ma adesso ho un affare per le mani e, se mi va bene, il primo buco che tappo è proprio il vostro).

-Compà, ma chi mi cuntati? Mi vuliti pigghiari pi ru culu? (...prendere per il culo?)

E dall’interno nessuna risposta. E, siccome il silenzio si protraeva, il Bomparola prese la rincorsa ed assestò un tale calcio che sfondò la porta e la spalancò. Ma all’interno non c’era nessuno. Tutti e due guardammo in alto, dove era posto un finestrino con il vetro in frantumi. Ma era mai possibile che l’Ammirati, grosso com’era, si fosse volatilizzato attraverso quel finestrino?

Mogi mogi tornammo indietro a raggiungere gli altri, mentre il Bomparola continuava ad inveire contro quel “bastardo”. Ma noi l’Ammirati l’avevamo visto davvero in carne ed ossa o avevamo visto solo il suo fantasma? E poi quello che credevamo di aver visto era veramente l’Ammirati o uno che soltanto gli rassomigliava, mentre il vero Ammirati era probabilmente ancora in Germania? Ed infine si poteva escludere che quella fosse soltanto l’ultima presa per i fondelli che un Sanmaurese aveva orchestrato ai danni di uno Scandalese? Non dimentichiamo che l’Ammirati era un contadino ed il contadino, si sa…, scarpe grosse…e cervello fino.

Ezio Scaramuzzino


 

 

 

 

giovedì 9 dicembre 2021

Un termometro al Donegani

 






Negli anni, purtroppo ormai lontani, del mio insegnamento al Donegani di Crotone, non sono mancati, pur nelle pieghe di un lavoro a volte poco gratificante, momenti di rilassamento e di abbandono al piacere quotidiano del vivere: momenti che ancora oggi ricordo quasi con rimpianto, come trasgressioni tutto sommato esilaranti del mio rapporto affettuoso con i tanti alunni che si sono imbattuti in me nel corso del loro faticoso apprendimento.

Eravamo nell’anno di grazia 1995, in una quarta A Chimici, nel corso del secondo quadrimestre.  Ero allora alquanto indulgente nei confronti degli alunni, avendo superato, già da parecchio tempo, quella mia ingenua convinzione dei primi anni di insegnamento, quando ritenevo che, pur nel mio piccolo, potevo validamente contribuire al miglioramento della scuola italiana, mentre ormai la scuola era già orgogliosamente avviata lungo quella china che di lì a pochi anni l’avrebbe condotta all’attuale sfacelo.

Il mio lento adeguamento alle nuove condizioni della scuola non mi aveva però ancora portato alla completa rassegnazione, sicché, pur di fronte all’evidente impreparazione degli alunni, non mi rassegnavo del tutto e mi scervellavo a trovare uno stratagemma, qualcosa, fosse pure uno shock, che li inducesse a cambiare rotta ed a raggiungere una preparazione meno sconfortante.

Ogni tanto, anzi abbastanza spesso, mi rivolgevo agli alunni con il pistolotto di rito  e mi trovavo a dire le eterne parole che tutti i professori rivolgono in simili circostanze:

-Cari ragazzi, mi raccomando, studiate di più… blablabla… trovarvi bene nella vita… lo studio è indispensabile… blablabla… colloquio di lavoro… come farete?...

Inutile dire che queste parole in genere non sortivano nessun effetto, anche perché, diciamolo pure chiaramente, a parte poche eccezioni, la stragrande maggioranza degli alunni, non è che non avesse voglia di studiare, magari studiava pure, ma era condizionata da tante e così gravi lacune di base per cui spesso essi erano proprio incapaci di mettere insieme e scrivere quattro parole di senso compiuto.

Altre volte, un po’ per giustificare psicologicamente me stesso, un po’ per non indurli allo sconforto, mi rivolgevo a loro in questi termini:

-Cari ragazzi, avrete notato che da un po’ di tempo i vostri voti sono molto bassi. Vi prego, non prendetevela con me o con una mia presunta severità. Il fatto è che io non posso abbassare più di tanto l’asticella del rendimento, perché, qualunque sia questo livello, voi subito vi adeguate e vi limitate a vivacchiare rendendo la metà. Per cui debbo pretendere 10 per ottenere 5 e, se pretendessi 6, voi vi adagereste e vi adeguereste al 3.

Ma anche queste parole, il più delle volte, ottenevano scarsi risultati. Non sapevo proprio che fare ed ero veramente sconfortato, anche perché il sacro furore dei miei primi anni di insegnamento riusciva in parte a sopravvivere in me, impedendomi di diventare un automa che si accontentava  soltanto di guadagnarsi onestamente uno stipendio.

Un giorno mi sentii più sconfortato del solito. Ero entrato in classe e, dopo  gli adempimenti preliminari dell’appello e delle trascrizioni sul registro, avevo inutilmente cercato qualche volontario disponibile a farsi interrogare. Non si sentiva una mosca volare in classe, come del resto riuscivo ad ottenere con grande facilità. Poi avevo fatto qualche nome e mi ero limitato a segnare sul registro una i (impreparato) a fianco dei  malcapitati di turno. Ero pienamente consapevole del fatto che questo rito era del tutto inutile, come era inutile il registro, come forse erano inutili anche le mie lezioni su Petrarca e Leopardi. D’altra parte non volevo rassegnarmi ed ero pienamente convinto del fatto che la scuola non serve senza le verifiche e che, come dice Dante, “ non fa scienza sanza lo ritenere avere inteso”, cioè senza tenere a mente quello che si impara.

Ebbi un’idea.

Il giorno dopo arrivo a scuola con un certo anticipo e passo dal laboratorio di Chimica Organica. Vi trovo Masino Mazza, scomparso di recente e cui va il mio affettuoso ricordo. Mi fa, gentile come sempre,:

-Che fai da queste parti?

-Proprio te cercavo…

-Azz… ed in che cosa ti posso essere utile?

-Mi dovresti fare un favore…

-Dimmi…

-Mi è capitato di vedere in questo laboratorio alcuni termometri abbastanza grandi. Penso servano a misurare la temperatura di alcune reazioni chimiche. Bene. Me ne dovresti prestare uno. Te lo riporto alla fine della prossima ora di lezione.

-Questo è tutto? Ma levami una curiosità: a che ti serve?

-Te lo dico dopo.

-Ah… come vuoi.

-Mi dovresti fare il favore di avvolgerlo bene in un involucro, in modo che non si veda subito che cosa è.

-Certo… lo metto nella sua custodia…  ci va perfettamente…

-Ti ringrazio, Masi’,…a dopo.

Masino mi prende il termometro, un grande termometro, pienamente adatto allo scopo e lo ripone nella sua custodia. Con fatica riesco ad infilarlo nella mia borsa solo togliendo un paio di libri. Vado nella sala docenti dove mi fermo a parlare con alcuni colleghi. Al suono della campanella mi avvio verso l’aula della IVA Chimici, quasi al centro del corridoio.

Entro nell’aula, chiacchiericcio sommesso, scrivo sul registro di classe e sul registro personale, annoto quel che c’è da annotare, poi mi rivolgo agli alunni:

-C’è qualcuno che vuole essere interrogato?

Silenzio di tomba, forse lo stesso silenzio che avvolgeva l’universo prima della creazione. Attendo un pochino, un paio di minuti, nei quali il silenzio sembra ancora più pesante ed impenetrabile. Una macchina da presa, che si trovasse a riprendere la scena, scorrerebbe su volti stupiti, altri semiaddormentati, altri rassegnati all’inevitabile.

Riprendo il discorso:

-Ah… quindi non c’è nessuno disponibile. Vabbè…c’è di peggio nella vita.

Prendo in mano la borsa appoggiata di lato sulla cattedra. Lentamente sfilo l’involucro, poi lo apro, tolgo il grande termometro e lo depongo davanti a me, con l’atteggiamento ieratico di un sacerdote che sta celebrando messa. Sempre silenzio di tomba. Alcuni spostano la testa di lato o la sollevano e si sistemano meglio nel banco per poter vedere e capire di che si tratta.

        Incomincio:

-Cari ragazzi, vedo che anche oggi, come ieri e come l’altro ieri, non siete preparati e quindi nessuno è disposto a venire all’interrogazione. D’altra parte capite bene che io ho assoluto bisogno di una valutazione numerica, perché siamo già verso la fine del secondo quadrimestre e prossimamente ci saranno gli scrutini finali. Ed io agli scrutini che faccio? Mi presento con una sfilza di i e dico che siete tutti impreparati? Sapete che significa quella i? Significa preparazione nulla, inesistente, e quindi in queste condizioni dovrei rimandarvi tutti a settembre e magari bocciarvi a seconda di come andate nelle altre materie. Ma non voglio essere così cattivo e voglio salvare la maggior parte di voi. Lo so…Ve lo state chiedendo… Come faccio a salvarvi? E questo è il punto, questo è il momento in cui entra in gioco questo oggetto che io ho deposto sulla cattedra e che certamente voi conoscete, perché viene usato nei laboratori. Magari vi state chiedendo: “E che c’entra questo termometro con la nostra valutazione?” Ed io vi rispondo: “C’entra, c’entra”. Voi sapete che questo termometro serve a misurare la temperatura in alcune  reazioni chimiche. Orbene, mi sono detto, temperatura per temperatura, perché non utilizzarlo per misurare un’altra temperatura non meno importante? Voi sapete che di un alunno che non studia e non si impegna, spesso, nel linguaggio comune, si dice che si limita a riscaldare il banco. E qui sta il punto. Io mi impegno a premiare quelli tra voi che almeno il banco lo riscaldano bene.

Commenti sottovoce, incredulità, sorpresa mista a meraviglia, speranza per qualcuno di potercela comunque fare, anche se la faccenda è ancora nebulosa e poco chiara. Faccio una pausa. Mi accorgo che la tensione e lo stupore aumentano. Poi riprendo:

-Qualcuno si chiederà: “Ma come fa il prof a verificare questo?” E qui entra in gioco il termometro. Il termometro serve, perché, oltre a misurare la temperatura delle reazioni chimiche, può misurare anche la temperatura dei banchi, magari con qualche approssimazione, ma pur sempre in modo significativo e tale comunque da consentirmi di valutare il vostro comportamento a scuola.

Noto alcune perplessità , ben visibili soprattutto sul volto delle alunne, che fanno fatica ad accettare il sistema di misurazione di questa benedetta temperatura a metà strada tra il loro didietro ed il banco sottostante.

Continuo:

-Ovviamente ci si deve organizzare bene e procedere con diligenza. Io personalmente provvederò alla misurazione di cui sopra, con l’ausilio di un segretario scelto tra di voi, che avrà il compito di trascrivere con immediatezza il risultato della misurazione su apposito registro da me controfirmato. Intanto vi obbligo, onde evitare imbrogli e raggiri, al rispetto di alcuni comportamenti, come di seguito indicati. (Ed intanto noto con piacere che il linguaggio paludato e vagamente  allusivo a criteri burocratici ed amministrativi ha l’effetto  di dissipare le perplessità di alcuni  che appaiono un po’ esitanti ed incerti.)

1-   Al mio segnale tutti vi dovete sedere e rimanere seduti per quattro minuti.

2-   In questi quattro minuti è vietato muoversi e/o sfregare con il didietro il banco sottostante. (Nessuno, come pensavo, ha da ridire sul fatto che il legno è cattivo conduttore di calore e che pertanto la variazione di calore in relazione al calore umano è del tutto trascurabile, per non dire inutile ed insignificante).

3-   Quando mi avvicino, l’alunno si alza prontamente e resta in piedi accanto al suo banco.

4-   Io procedo immediatamente alla misurazione della temperatura del banco nell’arco di  dieci secondi, per evitarne il raffreddamento, e comunico il risultato.

5-   Con altrettanta celerità il segretario annota il risultato sull’apposito registro.

6-   Una volta esaurita la misurazione di temperatura dei banchi, si procede a stilare apposita classifica.

7-   Considerato che la temperatura media di noi umani si aggira intorno ai 36,5 gradi centigradi, che i voti di valutazione scolastica sono espressi in decimi e che la sufficienza corrisponde a 6/10, l’esame si intende superato, nel senso che il banco può considerarsi ben riscaldato, se la temperatura risulta non inferiore ai 37 gradi centigradi, con valutazioni progressivamente superiori nel caso di risultati superiori.

Detto questo, con fare solenne e ieratico, afferro il termometrone e do inizio alla procedura di misurazione della temperatura dei banchi. Nessun alunno si sottrae alla misurazione. Quando arriva il suo turno, ognuno si alza rispettosamente e si sposta; io poggio il termometro sul banco e  leggo una finta  temperatura; infine ognuno si risiede al suo posto, sempre con rispetto e compunzione. Il segretario trascrive il risultato ed io passo alla misurazione successiva. Tutto si svolge nella massima serietà, mentre io, ovviamente, baro in maniera sfacciata, anche se nessuno se ne accorge. I risultati, mentre faccio finta di leggere con attenzione, sono di pura fantasia e sono da me idealmente collegati ai rispettivi alunni, dei quali già conosco la preparazione ed il presumibile risultato finale. Alla fine della sfilata io e l’alunno-segretario ritorniamo verso la cattedra in maniera seria e paludata e teniamo stretti tra le mani i nostri strumenti di lavoro. Chissà perché mi vengono in mente il parroco ed il sagrestano che sfilano lungo le strade del paese, sotto il baldacchino, mentre il primo solleva tra le mani il Santissimo nella festività del Corpus Domini.

Alla fine della cerimonia, leggo i risultati e così concludo:

-Miei cari ragazzi, noto con rammarico che, anche nel riscaldamento del banco, alcuni di voi lasciano a desiderare, ma sento di poter dire che coloro che hanno una valutazione di riscaldamento uguale o superiore a 37 gradi centigradi, possono legittimamente aspirare alla promozione. Vi ringrazio per la collaborazione e vi saluto. A domani.

Ovviamente la cosa non finì lì. Il fatto divenne subito di pubblico dominio, almeno nella scuola, e se ne parlò per molti giorni. Ci fu anche qualche collega che mi chiese delucidazioni ed approfondimenti, perché ne aveva sentito parlare, ma non aveva un quadro convincente dell’accaduto e manifestava delle perplessità. Mi limitai, come con tutti, a rispondere in maniera vaga e talvolta volutamente ambigua.

Ma ricordo ancora più distintamente quanto mi capitò con il collega Giovanni Pizzimenti. Mi venne incontro il giorno successivo con una certa sollecitudine e mi disse:

-Ho saputo tutto. Ma cosa hai fatto? Ma sei impazzito?

-Perché, Giova’, che ho fatto di tanto grave? Che è successo?

-Ma ci pensi che, se viene a saperlo qualche genitore, può venire qui a farti un casino?

Non nascondo che queste parole mi fecero preoccupare un pochino, ma non più di tanto. La scuola, proprio in quegli anni, stava cambiando, molto cambiando e, già allora, qua e là scoppiavano casi clamorosi, seppure ancora isolati, di genitori che protestavano per molto meno.

Ma mi sentivo tranquillo. Quel che avevo fatto in fondo lo avevo fatto a fin di bene e i primi a sorriderne sarebbero stati proprio i miei alunni.

Come ne sorrido io adesso, a distanza di tanti anni, ora che i ricordi della mia vita trascorsa sono molto più numerosi delle mie speranze. Ho ancora un vivo ricordo di quei fatti e soprattutto di quel fatto, come di un episodio in fondo tenero e affettuoso di anni indimenticabili e come della parte irripetibile di un rapporto affascinante che mi ha legato ai miei alunni nel corso della mia vita nel mondo della scuola.

Ezio Scaramuzzino

giovedì 2 dicembre 2021

NO SPID

 


Possibile che nel nostro Paese, accanto ai tanti movimenti no, nati  negli ultimi tempi e per lo più rivelatisi inutili e dannosi, tipo NO TAV, NO TAX, NO VAX, NO PONTE, NO QUESTO e NO QUELLO, nessuno abbia trovato il modo e il tempo per lanciare un sacrosanto movimento NO SPID? Immagino che tutti sappiate che cosa è questo famigerato SPID, acronimo di Sistema Pubblico di Identità Digitale, che ormai è diventato il grimaldello ineliminabile per entrare in tutti i siti della Pubblica Amministrazione.

Da quando esso è diventato obbligatorio, lo scorso 1 settembre 2021, al posto dei precedenti userid e password  facilmente gestibili, non ho difficoltà ad ammettere che la mia vita è diventata un po’ meno tranquilla. Capisco le esigenze di sicurezza e segretezza che debbono caratterizzare gli accessi ai vari siti pubblici, ma non capisco perché queste legittime esigenze debbano rendere l’uso dello SPID una sorta di caccia al tesoro o una corsa ad ostacoli, che di fatto rendono lo stesso SPID inutilizzabile a buona parte degli utenti.

Io stesso, che pure ho una certa dimestichezza con gli strumenti informatici, spesso ho delle difficoltà non facilmente superabili. Intanto, proprio a causa di queste difficoltà, ormai decido di entrare raramente nei siti pubblici (era questo che volevano?), tranne che per esigenze non eludibili e non rinviabili. E, quando proprio non posso farne a meno, seguo un rito che, più che di tipo psicologico, mi appare di tipo sciamanico o propiziatorio.

 So che un certo giorno debbo entrare nel sito dell’INPS o dell’Agenzia dell’Entrate per seguire o sbrigare una certa pratica? Orbene, già dal mattino incomincio a prepararmi. Mi ripeto mentalmente i vari passaggi dello SPID, per evitare errori che potrebbero farmi perdere tempo o, peggio, farmi innervosire, ipotesi, quest’ultima, che pregiudicherebbe fatalmente per quel giorno le mie possibilità. Per maggiore tranquillità, a volte, scrivo i vari passaggi su un fogliettino da esporre in bella evidenza accanto al pc. Una mezz’oretta prima mi preparo una bella camomilla; qualche minuto prima accendo il pc; controllo che tutto funzioni alla perfezione; nelle occasioni importanti non mi nego la recita di un’ Ave Maria; poi faccio quattro profondi respiri e via.

Incomincia la caccia al tesoro, tra codici da immettere, pulsanti da premere entro una manciata di secondi, pena un annullamento dell’operazione, avvisi che giungono con i sistemi più varî, dagli SMS o da qualche applicazione. Dopo varie esperienze e varî allenamenti ho raggiunto uno standard più che dignitoso: riesco a portare a termine l’operazione nel novanta per cento dei casi.

Personalmente non mi lamento, ma non posso fare a meno di pensare con un sorriso ai tanti che rischiano di grosso con queste esperienze.  Ho letto da qualche parte che nel nostro Paese è in pauroso aumento nelle cliniche neurologiche il numero di ricoverati afflitti da una nuova malattia che gli specialisti chiamano “ Sindrome di  Hikikomori”, dal nome di un Giapponese che passava le sue giornate a scervellarsi davanti ad un pc.

Ma a tutto c’è rimedio: basta allenarsi ed io stesso mi sono  spesso allenato e continuo ad allenarmi. Come? E’ presto detto. Si sceglie un sito pubblico di cui non frega molto e si prova continuamente ad entrare con lo SPID. Tanto, anche se si sbaglia  a ripetizione, non succede niente.

Per i miei allenamenti io ho scelto (e lo consiglio) il sito della LOTTERIA DEGLI SCONTRINI. La conoscete, sì? La lotteria che promette premi milionari a coloro che pagano con la carta di credito, sopravvissuta all’altra lotteria, quella del cashback, prematuramente deceduta. Aggiungo, per onestà, che ho scelto il cellulare, più facilmente disponibile ed accessibile in ogni momento, ma che prevede qualche difficoltà in più rispetto al pc, dove le difficoltà sono già tante, troppe.

Io mi sono allenato lì e mi sono divertito anche a fare dei calcoli. Orbene. Ho calcolato che, pure dopo essere diventato bravo ad entrare, impiego non meno di due minuti e sono necessari 14 passaggi. Li elenco per chi avesse voglia di imitarmi:

1-click su Lotteria degli scontrini

2-accetto

3-prosegui

4-menù in alto a destra

4-accedi all’area riservata

5-entra con spid

6- scelta del fornitore di spid

7-accedi più rapidamente

8-codice spid

9-chiudi

10-chiudi app fornitore

11-elimina app fornitore

12-richiama o attendi login

13-acconsento

14- area acquirente.

Finalmente ci sei, sei entrato. Scorri un pochino i tuoi dati, verifichi che non hai vinto nessun premio e che non sei diventato milionario. In compenso hai fatto un po’ di pratica con lo SPID. Bisogna sapersi accontentare. Non si può avere tutto dalla vita.

Ezio Scaramuzzino