lunedì 20 gennaio 2020

Omaggio a Fellini



Ricorre quest’anno il centenario della nascita di Federico Fellini e, in qualunque palinsesto televisivo, non mancano  le  celebrazioni nei confronti di un regista che  è doveroso considerare come uno dei più grandi della storia del cinema.
Mi unisco anche io, per quanto posso, a queste celebrazioni, ricordando  un film, che è però tra i meno conosciuti del regista. Mi riferisco a Prova d’orchestra, un film del 1978, che è l’unico nel quale Fellini espone chiaramente le sue idee politiche.
La trama è presto raccontata. Un’orchestra ipersindacalizzata, nel corso di alcune prove, tra contestazioni nei confronti del direttore e rivendicazioni dei propri diritti, finisce nella più completa anarchia. Il tutto mentre  cupi brontolii e scricchiolii preannunziano, come i lugubri rintocchi del destino, una catastrofe che sta per travolgere tutto e tutti. Quando la rovina sarà completa, si potrà risorgere solo ad una condizione: i ribelli si acquietano ed il direttore, in precedenza impotente nei confronti della contestazione, impone la sua autorità, come su un Titanic dove il naufragio è scongiurato. Nell’ultima scena del film le parole del direttore, che tra l’altro è Tedesco, diventano sempre più gridate e gutturali, come quelle di un altro Tedesco fin troppo conosciuto, con il quale egli sembra quasi confondersi. Viene in mente Platone. Così la democrazia muore: per abuso di se stessa. E, prima che nel sangue, nel ridicolo. (La Repubblica, cap.VIII).
Il film risente del tempo in cui fu girato, il 1978, quando, tra terrorismo delle Brigate Rosse e pansindacalismo, l’Italia fu scossa fin quasi a disperare del proprio futuro e Fellini, già allora famosissimo, non esitò a girare quel film controcorrente, che gli costò molte critiche nella compagnia di giro che contava.
Ma onore a lui. Qualche anno prima intellettuali un tanto al chilo firmavano appelli contro il commissario Calabresi, additandolo al mirino dei terroristi di Lotta Continua e condannandolo a morte; nello stesso anno 1978 Aldo Moro veniva barbaramente trucidato dalle Brigate Rosse; nello stesso anno Fellini non esitò a schierarsi implicitamente dall’altra parte.
Non fu un eroe per questo, fu soltanto coerente con se stesso e con le sue idee. Fellini, come Ennio Flaiano che fu il suo sodale più intimo, era un grande scettico e guardava alla vita con disincanto. E, come tutti i grandi scettici, non poteva che essere vagamente conservatore e sempre disposto a prendersi gioco di tutti gli –ismi che affliggevano il suo tempo.
Da allora le cose non è che siano migliorate, anzi si può tranquillamente dire che sono di molto peggiorate. E allora rivolgiamo pure un omaggio a Fellini, celebriamolo pure e ricordiamolo con rimpianto. Ma ricordiamolo, non con i suoi film più famosi, che, universalmente noti, non necessitano di alcuna commemorazione di circostanza, ma con questo suo film, considerato minore, ma non per questo meno valido, anche perché ci fa conoscere un aspetto forse poco conosciuto del grande maestro.
Ezio Scaramuzzino
Nel link che segue, il finale del film. 


venerdì 13 dicembre 2019

La vita è bella...


1-Ore 8.00. Mi sveglio con un cerchio alla testa.
2-Ore 8.10. Cerco un farmaco e mi accorgo che non ho niente in casa.
3-Ore 8.40. Vado dal medico di famiglia per la ricetta. C’è gente e debbo fare la fila.
4-Ore 9.40. Dopo circa un’ora esco con la ricetta e mi avvio verso la farmacia.
5-Ore 9.45. Entro in farmacia. Ci sono alcune persone prima di me.
6-Ore 10.00. Arriva il mio turno e consegno la ricetta. Mi chiedono se voglio l’originale o il farmaco equivalente.
7-Ore 10.02. Chiedo quali farmaci equivalenti ci sono ed opto per una ditta (sic!) che reputo rassicurante.
8-Ore 10.05. Il farmacista mi chiede il tesserino fiscale e la carta punti-fedeltà (alcune farmacie ce l’hanno).
9-Ore 10.10. Il farmacista rientra dal retrobottega e mi comunica che il farmaco equivalente da me scelto è esaurito. Scelgo un altro farmaco equivalente.
10- Ore 10.15. Il farmacista riappare col farmaco richiesto. Armeggia per un po’ al PC, poi mi indica la somma da pagare. Pago con la carta di credito.
11-Ore 10.18. Il farmacista prende la mia carta di credito e la infila nella macchinetta. Attesa. Dopo qualche ronzio appare fuori una ricevuta. C’è scritto: Transazione rifiutata.
12- Ore 10.21. Il farmacista si scusa per l’accaduto e lamenta il fatto che da un paio di giorni la connessione Internet non funziona granché. Mi chiede se voglio ritentare con la carta di credito o preferisco pagare in contanti.
13-Ore 10.25. Mi accorgo che non ho contanti e  chiedo di ripetere l’operazione. La carta di credito viene reinfilata nella macchinetta. Attesa. C’è un po’ di tensione.
14-Ore 10.29. La macchinetta sembra gorgogliare un po’. Poi emette la ricevuta. C’è scritto: Transazione eseguita.
15-Ore 10.31. Il farmacista mi consegna lo scontrino fiscale, la copia della ricevuta del pagamento con carta di credito ed una bustina con il farmaco. Mi restituisce inoltre, a parte, la carta di credito, il tesserino fiscale e la carta punti fedeltà.
16- Ore 10.34. Dopo aver controllato tutto il materiale ricevuto, rimetto a posto ogni cosa ed esco dalla farmacia. Faccio un po’ di calcoli e vedo che, dal momento in cui sono entrato, sono passati 49 minuti.
17-Ore 12.00. Sono a casa. Prendo l’antidolorifico  e mi siedo al PC. Debbo ricaricare la Carta di credito e, già che ci sono, ne approfitto per controllare se la spesa in farmacia è già stata registrata sul mio conto.
18-Ore 12.10. Accendo il PC e vado subito sul sito della banca. Userid e password, Accedi, poi un’altra volta Accedi nella sezione SmartWeb. Alt. Appare una notifica in evidenza: Da oggi novità nelle modalità di accesso, per un’esigenza di uniformità alle disposizioni della Comunità Europea.
19-Ore 12.15. Cerco di capire la nuova procedura e, quando credo di aver capito, ripeto l’operazione.
20-Ore 12.30. Ho già provato tre volte ad accedere con la nuova procedura, ma non ci sono riuscito. Sono già abbastanza nervoso, ma evito di dare in escandescenze, nel mio stesso interesse.
21-Ore 12.35. Mi chiedo chi può essere quel demente che ha elaborato un tale sistema di accesso, che, più che l’accesso ad un sito bancario, sembra una corsa ad ostacoli o una caccia al tesoro. Poi cerco di ritornare calmo e ripeto l’operazione per l’ennesima volta.
22-Ore 12.40. Vado alla Home Page della banca.
23-Ore 12.41. Accedi. Accedi Smart Web. Userid e Password.
24-Ore 12.42. Appare la scritta "Abbiamo inviato una notifica sul tuo cellulare associato tramite Smart Mobile Banking. Visualizzala e autorizza per procedere. Scade tra 30 secondi".
25-Ore 12.43. Cerco disperatamente di trovare questa notifica sul cellulare, ma non la trovo.
26-Ore 12.45. Non ti è arrivata la notifica? Apri Smart Mobile Banking sul tuo cellulare e genera OTP Login.
27-Ore 12.46. Passo sul cellulare e apro il programma Smart Mobile. Cerco l’indicazione “Genera OTP” e la trovo in alto a destra. Clicco. Appare “OTP login”. Clicco. Mi si chiede di inserire il PIN. Inserisco il PIN.
28-Ore 12.48. In sequenza il cellulare inizia a generare un codice OTP numerico, uno ogni 30 secondi, sempre diverso dal precedente.
29- Ore 12.49. Prendo il codice OTP generato e lo trascrivo sul PC, cercando  di farlo velocemente,  comunque entro i 30 secondi di scadenza. Confermo il codice.
30-12.51. E' fatta. Entro nel sito della banca, regolarmente. Sbrigo le mie operazioni.
31-12.55. Mi chiama mia moglie. E’ pronto da mangiare.
32-Ore 13. Mi siedo davanti ad un fumante piatto di Carbonara.
33-Ore 13.02. “Che hai?, mi chiede mia moglie, mangi ed insieme sorridi e muovi la testa come se parlassi da solo.
-Niente, faccio io. Stavo pensando che la vita è bella. Figurati che oggi, in mezza giornata, sono riuscito soltanto a procurarmi un antidolorifico per il mal di testa. Ma poteva pure andare peggio. E poi, davanti ad una Carbonara, passa tutto. Passa il mal di testa e passano pure le seccature della vita. Oh….Certo…Il nostro è il migliore dei mondi possibili…
Ezio Scaramuzzino


martedì 8 ottobre 2019

Dialogo di un venditore di quotidiani e di un passeggero



Nel 1832 Leopardi compone il famoso Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere. In esso il poeta mette a discutere un passeggero, lui stesso, voce fuori dal coro, e un venditore di almanacchi, di calendari si direbbe oggi, come voce di una persona che, oltre a vivere la sua sofferta condizione di uomo semplice e senza complicazioni esistenziali, rappresenta la voce del senso comune e del pensiero dominante.
        Mi piace pensare che, se fosse vissuto oggi, Leopardi, il suo dialogo l’avrebbe scritto così.
Venditore- Corriere della sera, Repubblica, Stampa, Fatto Quotidiano, Messaggero…! Le servono giornali, signore?
Passeggero- Come mai vende i quotidiani per strada? Non ci sono più le edicole?
Venditore- C’erano signore, ma oggi sono quasi tutte chiuse. Sono ritornati gli strilloni di una volta: oggi li compriamo prima noi i giornali, a nostro rischio, e guadagniamo solo se riusciamo a vendere. Perciò mi compra un giornale?
Passeggero- Ah, bene! Se è per aiutarti, dammi pure un giornale. Hai La Verità?
Venditore- Mi spiace, signore, ma quello non ce l’ho.
Passeggero- Hai il Giornale?
Venditore- Sono mortificato, signore, ma non ho neppure quello.
Passeggero- Hai allora Il Tempo o Libero?
Venditore- Ma lei mi chiede tutti i giornali che non vendo.
Passeggero- E perché non li vendi?
Venditore- Non so di preciso, signore, ma chi mi rifornisce mi dice che quelli non sono veri giornali. Sono solo fogli di propaganda al servizio dei padroni e, siccome quello è una brava persona, gli credo.
Passeggero- Ma anche questi che tu vendi hanno dei padroni. Anzi ce n’è uno che, pur pagando le tasse in Svizzera perché è cittadino svizzero, vende,  guadagna  e incassa in Italia.
Venditore- Non so che dirle, signore. Evidentemente non tutti i padroni sono uguali. Ci sono quelli che fanno soldi per se stessi e quelli che fanno soldi per distribuirli agli altri e soprattutto a chi ne ha bisogno.
Passeggero- Ah, certo, sarà così… Adesso lo prendo il giornale… Intanto che ne pensi del nuovo governo? Della nuova ondata di migranti?
Venditore- Che vuole che le dica, signore? Io do solo una sbirciatina ai giornali che vendo e guardo la televisione  la sera, soprattutto la RAI e La7.
Per i migranti non sono preoccupato. Alla TV quasi tutti dicono che di migranti più ne vengono meglio è e anzi tra qualche anno saranno loro a pagarci le pensioni.
Passeggero- E tu ci credi?
Venditore- Certo che ci credo. E poi lo dice pure il Papa. Se non crediamo al Papa, a chi dobbiamo credere? L’unico problema è se farli venire solo dall’Africa, oppure anche dall’Asia e da tutto il resto del mondo. Ma il Papa dice che dobbiamo accogliere tutti ed io sto con il Papa.
Passeggero- E fai bene. Così ti guadagni pure un posto in Paradiso… E quanto al governo che idea ti sei fatto? O almeno che cosa dicono i giornali che tu sbirci o le TV che guardi la sera?
Venditore- Anche lì nessun problema. E del resto viviamo o non viviamo nel migliore dei mondi possibili? Il governo ha già abolito per legge la povertà, prossimamente  con l’eutanasia abolirà la paura della morte, poi abolirà il caldo con la lotta alle variazioni climatiche e penso che saremo tutti felici di questi incredibili progressi.
Passeggero- Ti risulta che stia facendo qualcosa anche per la caduta dei capelli e per le emorroidi? Non per altro … ma solo perché ho qualche problema in merito.
Venditore- Bisogna dare tempo al tempo. Mica si può fare tutto in una volta…
Passeggero- Ed è vero anche questo… E della prossima manovra finanziaria che idea ti sei fatto?
Venditore- Non ci ho capito molto, a dire il vero, perché ogni giorno dicono cose nuove. Ma sono fiducioso… Nutro fiducia… Molta fiducia…
Passeggero- Ma ci saranno nuove tasse, imposte, aumenti dell’IVA … E non se ne può più…
Venditore- Pare che le tasse non saranno aumentate, ma solo rimodulate, come dicono.
Passeggero- E tu pensi che ci sia qualche differenza?
Venditore- Non lo so se ce ne sono di differenze, ma lo spero. A parte il fatto che chi ha qualche soldo in più è giusto che paghi qualche tassa in più. Io non dico che le tasse sono bellissime, come sosteneva un ministro (pace all’anima sua, perché so che non è più tra noi) qualche anno fa. Ma le tasse servono. Altrimenti chi ci pensa alle scuole, agli stipendi, alle pensioni, alle strade e a tutto il resto?
Passeggero- Pure alle strade?
Venditore- Certo, pure alle strade, a costruirle, a ripararle…
Passeggero- Ma se di fronte casa mia c’è una buca di mezzo metro da due anni e nessuno ci pensa…
Venditore- E che vuol dire? Bisogna dare tempo al tempo. E poi non tutti i cittadini sono uguali. Ci sono i buoni e i cattivi. Magari lei è un cittadino cattivello…Magari è un elettore di destra, della Meloni, o, peggio, di Salvini e non è la fine del mondo se aspetta un po’ per la riparazione della buca… Magari poi, sin da piccolo, è stato educato pure male…
Passeggero- In che senso?, scusa. Che c’entra la mia educazione da piccolo?
Venditore- E invece c’entra. Pensi un po’. Quando da piccolo riceveva dei soldi in regalo, lei che faceva?
Passeggero- Me li tenevo.
Venditore- Tutti?
Passeggero- Tutti, certo.
Venditore- E qui sta l’errore…. Perché l’hanno abituata a non pagarci le tasse… E questa è una pessima abitudine… Che certamente lei continua ad alimentare in quelli che vengono dopo di lei…
Passeggero– Riconosco le mie colpe e chiedo scusa al popolo italiano per aver contribuito ad aumentare, seppure involontariamente, il debito pubblico del nostro Paese. Ma mi correggerò… Oh se mi correggerò.
Venditore- Non è mai troppo tardi per incominciare e comunque…. Meglio tardi che mai…
Passeggero- So già cosa fare per cambiare le cose. Io in genere al mio nipotino regalo dieci euro per le spese più varie. D’ora in poi lo chiamo e gli dico: “Ecco per te venti euro”. Magari lui è contento per il regalo doppio, ma io lo richiamo subito dopo e mi riprendo i soldi. Poi gli faccio questo discorsetto: “Io ti ho dato venti euro, ma su questi venti euro quattro euro sono di IRPEF, tre di IVA e tre di contributi previdenziali ed assistenziali. Quindi me li tengo e restano dieci euro, che ti ridò”. Non sarà cambiato niente rispetto a prima e non so nemmeno se lui ci avrà capito qualcosa. Ma in compenso gli avrò dato almeno un’idea di come funziona il mondo ed avrò incominciato ad abituarlo a pagare le tasse.
Venditore- Perfetto. E’ così che si vive.
Passeggero- Come vedi, basta poco per andare d’accordo nella vita. Adesso dammi pure il giornale, quello che vuoi tu, uno qualunque. Tanto è solo per aiutarti.
Venditore- Allora le do il Manifesto. Va bene? In genere me ne restano alcune copie.
Passeggero- Ma certo che va bene. Quant’è?
Venditore- Un euro e cinquanta, signore, quanto in edicola. Grazie di tutto, signore.
Passeggero- Ma grazie a te, caro. Ciao.
Venditore- Corriere della sera, Repubblica, Stampa, Fatto Quotidiano, Messaggero…! Mi compra un quotidiano, signore?

Ezio Scaramuzzino


lunedì 16 settembre 2019

Parole per un amico (racconto inedito) di Ezio Scaramuzzino


        
        Andar per funghi dalle nostre parti è una delle pratiche più diffuse dell’Autunno. Ci vado anche io, non più con l’assiduità di quando ero giovane ed il vigore non mi faceva avvertire più di tanto la fatica dell’inerpicarsi lungo le montagne della Sila, ma abbastanza spesso, a ciò indotto soprattutto dalle insistenze di Giovanni, carissimo amico e compagno insostituibile di queste escursioni.
        Preferiamo i giorni infrasettimanali, quando presumibilmente la concorrenza degli altri cercatori è meno accanita, e ci avviamo con qualsiasi tempo, impegnandoci sempre nello stesso tragitto: San Giovanni in fiore, Bivio Garga, Lorica. In genere facciamo anche provvista di acqua ad una delle tante fontane disseminate lungo la strada e non disdegniamo di raccogliere castagne, quando ci è possibile.
Poi ci impegniamo nella ricerca dei funghi per un paio d’ore e ci stanchiamo, inerpicandoci su versanti spesso impervi. La raccolta non sempre è soddisfacente, ma non importa, almeno per me. Rituffarsi nella natura, godere del silenzio religioso delle montagne e dimenticare gli affanni della vita sono delle dolci sensazioni, alle quali indulgo volentieri, sempre più volentieri, in questi ultimi tempi.
Quando si fa mezzogiorno, come ad un segnale convenuto, Giovanni mi dice:
-Andiamo a mangiare da qualche parte?
-Certo, ci mancherebbe. Andiamo da Amedeo?
Nessuno dei due, forse, è disposto ad ammettere che la puntatina da Amedeo è il momento più felice della giornata, quello al quale teniamo di più, al di là dei funghi, delle castagne, dell’acqua e di tutto il resto.
Per chi non conosce bene quei luoghi e quindi non sa chi sia, Amedeo è il gestore di una trattoria, non pretensiosa, ma molto accogliente, lungo la strada che a Lorica porta verso gli impianti di risalita. E poi Amedeo non è più, o non è soltanto, il gestore della trattoria, perché nel corso degli anni è diventato un amico, un amico che è sempre piacevole rivedere e con cui intrattenersi.
-Caro Amedeo, grido quasi, non appena lo vedo.
-Oh, carissimi, da quanto tempo non vi siete fatti vivi…
Per Amedeo sono sempre mesi che non ci vediamo, anche quando è passata appena una settimana.
-Dove vi volete mettere? Vicino al caminetto? E’ meglio, perché oggi fa freddo.
Decidiamo il posto, ci sediamo, beviamo qualche goccio di vino, tanto per incominciare. Do uno sguardo tutt’intorno. Ci sono sempre altre persone, che stanno già mangiando. Capita di tutto in quella trattoria. Coppie di persone anziane, talvolta giovani, qualche famiglia al completo, cacciatori e altri cercatori di funghi, operai, che si dilungano nel pranzo, in attesa della sera e del ritorno a casa.
L’atmosfera è tranquilla, nell’andirivieni di Amedeo, che in quel locale fa di tutto, solo in particolari occasioni aiutato da un inserviente: cucina, serve i clienti, sparecchia, fa il cassiere. L’ambiente è abbastanza riscaldato. Man mano che il tempo passa, qualcuno, favorito anche da un bicchiere di vino in più, si alza, si aggira tra i tavoli, abbozza qualche confidenza. Tutti tengono a precisare che si considerano amici di Amedeo, non suoi clienti.
Nelle mie frequenti visite in quel locale, ho visto persone che cambiano posto, che offrono dolci agli altri, che uniscono i tavoli per favorire la conoscenza reciproca tra amici occasionali, in un’atmosfera informale e confidenziale, che probabilmente era l'elemento distintivo delle trattorie di una volta.
Vedo che Giovanni si adegua facilmente, incominciando a conversare con perfetti sconosciuti, che, anche loro, hanno voglia di parlare. Io, in genere, tardo a carburare, ma godo di quell’ atmosfera e finisco con l’adeguarmi anche io.
Noto sulla nostra destra due persone, presumibilmente marito e moglie, abbastanza riservate e che, almeno apparentemente, non hanno molta voglia di unirsi alla conversazione generale. Lui dimostra più o meno la mia età. E’ abbastanza elegante, con il suo vestito, la giacca, la camicia, la cravatta, con un abbigliamento formale che sembra in contrasto con quello casual, quando non trascurato, degli altri. Mangia con lentezza, prendendo piccoli bocconi e dimostra di apprezzare molto il cibo portato da Amedeo. La moglie è vestita anche lei con una certa ricercatezza, sta eretta sul busto e sembra volersi dare un certo tono. I due parlano poco e sottovoce.
Mi giro ogni tanto verso di lui ed un paio di volte mi accorgo che mi sta guardando con attenzione, mi sta scrutando insomma, se non proprio esaminando.
Ad un certo punto decido di rompere il ghiaccio e gli chiedo:
-Da dove venite?, rivolto a tutti e due, per evitare di dovere scegliere tra il “tu” ed il “lei” rivolto ad una sola persona.
-Siamo di Cariati, fa lui. Veniamo spesso qui, quando abbiamo voglia e tempo di fare una corsetta in Sila, perché ci troviamo bene da Amedeo. Sono anni che veniamo. E voi due?
-Veniamo da Crotone, fa Giovanni, almeno lui. Io in realtà vengo da Isola Capo Rizzuto.
- Anche noi veniamo spesso da Amedeo, faccio io, ma non è da molto che lo conosciamo. Tu come ti chiami? Scusami se ti do del “tu”.
 L’atmosfera generale, una certa cordialità, che traspare dalle nostre parole e dai nostri gesti, gli forniscono forse una carica in più, ai limiti dell’euforia, che lo spinge a parlare quasi senza trattenersi.
-Mi chiamo Antonio Russo e faccio il commercialista, o meglio lo facevo, perché ormai sono in pensione, esordisce.
Mi racconta quasi tutto della sua vita. Quando riesco ad inserirmi nel suo discorso, approfittando di una piccola pausa, gli dico:
-Io ho un amico di Cariati che si chiama pure lui Russo, Cataldo Russo. Lo conosci? Per caso siete parenti?
-I Russo sono molto diffusi a Cariati e tra me e Cataldo c’è una certa parentela, anche se piuttosto lontana. Ma tu come ti chiami? Come vi chiamate? Non me l’hai ancora detto.
Gli presento Giovanni e poi aggiungo:
-Io mi chiamo Ezio Scaramuzzino. Sono di Scandale, ma vivo a Crotone, da tanti anni. Ho fatto il professore ed ora sono anche io in pensione. Siamo tutti pensionati. Gli Italiani stanno diventando un popolo di pensionati, aggiungo con un sorriso.
Immaginare un fiume, che straripa improvvisamente per la troppa acqua trasportata, dà l’idea di quel che avviene al mio vicino di tavolo, sconosciuto per me fino a qualche minuto prima.
-Ezio Scaramuzzino?!?! Ezio Scaramuzzino ?!?!, ripete. Ah, dunque sei tu? Mi sembravi una faccia conosciuta. Non so se te ne sei accorto, ma io ti stavo osservando da un po’ per cercare di capire o di ricordare…
- Io non penso di conoscerti, anzi credo proprio che questa è la prima volta in vita mia che ti vedo…Scusami, forse ho dimenticato…
- Ma come? Non ti ricordi di me? Non hai fatto il Liceo a Crotone?... Al Pitagora?... Maturità anno 1961-62…
- Sì, certo, è come dici tu. Ma io non ricordo, dico con un certo imbarazzo. Ed il mio imbarazzo aumenta quando lui dimostra di ricordare tutto, proprio tutto di me, mentre io di lui non ricordo proprio nulla. Poi cerco di recuperare e di giustificarmi.
- Scusami, sono mortificato. Ma sono passati tanti anni, più di cinquanta da allora, ed un blackout può capitare, è nell’ordine delle possibilità umane.
- Certo, non è un problema. Ma ti ricordi? Col professore Maviglia, il prof di Scienze, quante volte lo sfottevamo, facendo le pernacchiette, e lui si incazzava e se la prendeva spesso con te. E la prof di Storia dell’arte te la ricordi? Silvia Maggiolini si chiamava. Bella ragazza, anzi bella donna, aveva una predilezione per te. Eh… Tempi felici….e forse non ci accorgevamo della nostra felicità.
Poi continua a parlare, a raccontarmi quello che ancora non mi ha raccontato della sua vita. Mi parla di una sua figlia, Elisabetta, che vive negli USA e fa la cantante lirica, la soprano. Me la fa vedere su YouTube, rapidamente, perché deve avere il link sempre pronto sul display. E’ una donna graziosa: la ammiro in un breve filmato, mentre si esibisce, non in teatro, ma in un salone, accompagnata al pianoforte dal grande Andrea Bocelli.
-Prenditi il link. Su YouTube trovi altri video.
Io e Giovanni lo accontentiamo. Ma Antonio è un fiume in piena, irrefrenabile.
-Quanto mi sento felice, oggi. Chi me lo doveva dire che dopo più di cinquanta anni avrei rivisto Ezio Scaramuzzino.
-Anche io sono contento, caro Antonio. Non capita tutti i giorni rivedere un vecchio e caro compagno di scuola, dopo quasi sessanta anni. Quando e se ciò accade, è perché evidentemente il caso, la fortuna, la nostra fortuna, ha voluto darci il gusto di un’ultima felicità cui abbiamo diritto noi che non ci siamo piegati alle tempeste della vita e siamo ancora qui.
Poi cerco di focalizzare meglio i ricordi, a poco a poco le tenebre incominciano a diradarsi e riesco a rivedere, seppure in modo sfumato e vago, quel ragazzo tranquillo e un po’ troppo serio, a volte pignolo, che sedeva al primo banco. Infine, come in un lampo, ricordo anche un nomignolo che gli avevamo affibbiato, “cinquista”, perché lui era l’unico studente di Cariati che prendeva il treno delle cinque, a differenza di tutti gli altri che prendevano quello delle sei, pur di arrivare presto a scuola e non trovare chiuso il cancello d’ingresso, come capitava ai ritardatari. Ma evito di rinnovare lo sfottò, anche perché intanto Antonio continua a parlare, senza mai fermarsi.
-Ma non è finita qui. Ora che ci siamo visti, dobbiamo rivederci.
-Certo, perché no? Siamo all’inizio dell’Autunno e ci ritroviamo prima o poi.
-Prima o poi? Ma che dici? Ci rivediamo domenica prossima, tra sette giorni. Giovedì ti do la conferma, tu aspetta la mia chiamata. Ti chiamo io, anzi scambiamoci i numeri di telefono, per ogni evenienza! Cacciamo Amedeo via dalla cucina, io porto i pesci e li cucino. Cucino io per tutti, continua Antonio, raggiante di felicità, mentre la moglie lo ascolta in silenzio, limitandosi ad annuire ogni tanto.
-E, sia ben chiaro, portate anche le vostre mogli, le voglio conoscere.
-Certo, Antonio, le porteremo, anche se non possiamo garantirti la loro partecipazione, almeno io. Ma penso che non ci saranno problemi. In ogni caso, se tu porti i pesci, noi porteremo qualche altra cosa. Mica possiamo portare solo “panza e prisenza”, come diciamo in Calabria.
-Fate quello che volete. L’importante è che ci vediamo.
Continuiamo così a lungo, mangiucchiando e bevicchiando qualcosa. Quando ci accorgiamo che si è fatto tardi, ci alziamo, ci salutiamo con un abbraccio e ci diamo appuntamento a presto.
Sulla strada del ritorno, mentre stanno calando le prime ombre della sera, io e Giovanni evitiamo di parlare di Antonio e della moglie, se non per un fugace accenno.
-Pensi che lo rivedremo?, mi fa Giovanni.
-Non lo so, ma mi sembrava sincero. Ho visto tante di queste promesse sfumare, ma non per cattiva volontà. Spesso ci si fa prendere dall’entusiasmo, si parla, si promette, poi, a mente fredda, i proponimenti svaniscono. Senza dimenticare che le mogli spesso giocano un ruolo importante nella realizzazione di queste vicende. Sono loro che finiscono col decidere il corso degli eventi, specie in ambito familiare.
Passa il giorno successivo, il Lunedì, come passano anche gli altri giorni della settimana. Di Antonio nessuna notizia. Sabato mi chiama Giovanni:
-Ti ha chiamato Antonio?
-Niente Giova’, non so che dirti. Sono un po’ sorpreso, ma non si può essere mai sicuri in queste cose. Forse c’è stato un contrattempo. Aspettiamo un po’, prima di trarre conclusioni.
Passa anche la seconda settimana. Poi passa la terza. Passa quasi un mese da quel giorno. Ogni tanto penso ad Antonio, al suo entusiasmo, alla sua decisione di rivederci ad ogni costo. Non so che pensare, mi sembra tutto così strano.
Dopo circa un mese, un pomeriggio, sento squillare il cellulare. Sul display mi appare la scritta “Antonio Russo”. E’ proprio lui, finalmente.
- Pronto. Ciao, Ezio.
- Ciao, Anto’, come va?
- Come vuoi che vada? Va abbastanza bene, ma non benissimo. Sono a Cosenza, ma non in vacanza. Sono ricoverato in ospedale. Ero venuto per degli accertamenti che faccio di routine ed i medici mi hanno imposto il ricovero.
-Mi dispiace tanto, caro Antonio,…
Potrei chiedergli perché è ricoverato, di che cosa soffre, ma non lo faccio; per uno strano pudore ed uno strano senso di discrezione, che sempre mi prendono, quando qualcuno mi parla dei suoi problemi di salute, e che mi inducono a non fare troppe domande; per evitare magari risposte imbarazzate ed aspettare che sia l’altro a dirmi quello che ritiene opportuno e nei limiti che egli ritiene opportuni. Intanto Antonio continua:
-Forse potevo non farlo, ma ti ho voluto chiamare, perché tu non pensassi che io ho dimenticato la mia promessa. Anzi, sai che ti dico? Che, appena esco dall’ospedale, la prima cosa che faccio è quella di organizzare il nostro incontro a Lorica. Tieniti pronto.
-Anto’, ma quanti problemi ti crei! Sono cose che capitano e comunque pensa a guarire, che è la cosa più importante. Poi penseremo al resto. E intanto ti saluto con affetto, ti abbraccio forte. Salutami anche tua moglie. Ciao, a presto. E stai tranquillo.
- Ciao, ti abbraccio anche io. Forte.
Passano i giorni, le settimane, i mesi e di Antonio non so più nulla, né lui si fa più vivo. A distanza di quasi un anno mi ritrovo con Giovanni a Lorica. Come sempre, andiamo da Amedeo. Saluti di rito, calorosi come sempre, e subito Amedeo mi dice:
-Ricordi Antonio, il tuo amico e compagno di scuola di Cariati? E’ morto, per un male incurabile. Ma, quando l’hai visto tu, era già ammalato, e, evidentemente, era giunto alla fine. Mi dispiace per lui… Ho perso un amico... Mi ha chiamato la moglie qualche tempo fa, per dirmi che il marito era morto e che, almeno per il momento, è difficile per lei venire fino a Lorica.
La notizia mi lascia di stucco. Capisco tante cose, che ignoravo, ed avverto per lui, per la sua memoria, una dolce e struggente pietà.
Mentre pranzo nella trattoria di Amedeo, cerco di dimenticare quanto di doloroso è legato al ricordo del caro Antonio, ma non ci riesco facilmente.
A distanza di un anno ancora, mi ritrovo da Amedeo e lui, dimenticando di avermelo già detto, mi ripete la notizia. La cosa mi fa riflettere. Penso a quanto siano labili a volte i ricordi delle persone cui abbiamo voluto bene e che ci hanno voluto bene. Mi prende un senso di colpa, che cerco di riscattare con il racconto della sua vicenda, un racconto che dedico a lui e che racchiude  le parole che non gli ho dette e che gli avrei dette di persona, col cuore in mano, se fossi stato presente e al corrente della sua dipartita.
Caro Antonio, ti ricordo in quell’ultimo giorno che ti ho visto dal nostro Amedeo. Eri sereno quel giorno e a me apparivi sereno, anche perché io non conoscevo le tue pene. Tu stavi vivendo intensamente e fino allo spasimo quegli ultimi giorni che ti restavano da vivere, come chi non ha rimpianti o non ha nulla da rimproverarsi, perché, anche nel momento del dolore, si è grati alla vita e a quello che essa ci ha concesso. Si dice che chi è al corrente della sua prossima fine, vive attimo per attimo, giorno per giorno, come per gustare  gli ultimi sapori di una parabola che sta per concludersi. E tu l’hai fatto, nell’entusiasmo che ti prese quel giorno, nella gioia che traspariva dal tuo volto, nella voglia di continuare a vivere e di vivere fino all’ultimo giorno.
Quel tuo giorno a Lorica, a ripensarci adesso, a distanza di due anni, è stata una lezione di vita, per chi ha saputo e voluto leggere, nei lineamenti del tuo volto, la tua tranquilla e fiduciosa sicurezza.
Io non so come tu hai vissuto i tuoi ultimi giorni. Immagino, anzi ne sono sicuro, che, anche se eri disteso in un lettino d’ospedale, tu avrai atteso in piedi l’arrivo della vecchia signora e, quando lei ha bussato alla tua porta, tu lei avrai soltanto detto:
-Sono pronto. Un attimo. Debbo solo prendere il cappotto.
Poi le hai porto la mano e con lei ti sei avviato, con passo leggero, fino a scomparire, in fondo alla strada.
Ezio Scaramuzzino
Foto1 - La trattoria Antichi Sapori Silani a Lorica
Foto2 - Amedeo, il gestore del locale

giovedì 5 settembre 2019

Il Vis-Conte raddoppiato - 1



Finalmente il nuovo governo è nato; è nato settimino, quindi un po’ gracile, ma è nato. C’era qualche preoccupazione di possibili aborti all’ultimo momento, ma per fortuna tutto è filato liscio, grazie anche alla sapiente e non disinteressata regia della mammana Mattarella, e finalmente possiamo dare sfogo al nostro entusiasmo e gridare Gloria in excelsis Deo.
Ho appena letto la lista dei ministri. Per qualcuno mi son dovuto documentare, ma l’impressione generale è positiva e beneaugurante per il futuro del nostro Paese. Di seguito qualche prima impressione.
Presidente del Consiglio – Giuseppe Conte
Uno che, illustre sconosciuto fino ad un anno fa, riesce a sopravvivere ai marosi della politica e  salva sinecura e posizione, è una garanzia anche per l’Italia. Sono sicuro che il famoso stellone, che finora ci ha protetti, d’ora in poi si identificherà sempre di più con la sua immagine. E poi il nostro è devotissimo di padre Pio. E padre Pio è o non è il Santo dei miracoli?
Ministro degli esteri – Luigi Di Maio – M5S
Se si pensa che fino a qualche anno fa vendeva bibite al San Paolo, bisogna ammettere che la sua carriera è stata fulminea. Unico neo: non conosce l’Inglese, indispensabile all’estero. Ma questa è anche la sua fortuna: l’Inglese non ha il Congiuntivo, nel quale notoriamente il nostro è deboluccio. Altro piccolo neo: non conosce bene la Storia e la Geografia. Ma qualunque usciere del Ministero potrà spiegargli che Pinochet non è mai stato Presidente del Venezuela e che la Russia non è bagnata dal Mar Mediterraneo.
Ministro degli Interni - Luciana Lamorgese, tecnico
Ex prefetto di Milano, al di là delle sue eventuali capacità, è stata scelta con l’unico intento di  catalizzare le critiche che qualunque politico avrebbe attirato su di sé, nel posto che fu di Salvini. Dal che si deduce che nella politica italiana si invera una famosa massima calabrese: u fùjiri è brigogna, ma è sarvazion ’i vita (scappare è vergogna, ma è l’unica salvezza di vita).
Ministro della Giustizia – Alfonso Bonafede – M5S
E’ uno dei pochissimi riconfermati del precedente governo, dal che si deduce che la sua azione è stata giudicata positivamente dal suo partito di riferimento. Gli si riconosce il merito di aver abolito di fatto, dal primo Gennaio 2020, la prescrizione dei reati, per cui chiunque dovesse incappare nelle maglie della giustizia italiana, potrà e dovrà tranquillamente considerarsi imputato a vita. Ci si attende da lui qualche altra buona idea, sulla falsariga di quanto sostiene il suo profeta Piercamillo Davigo: Non esistono innocenti, ma solo colpevoli non ancora scoperti. Ad esempio: perché non regalare a tutti i bambini italiani, quei pochi che ancora nascono, un certificato di colpevolezza preventiva con conseguente iscrizione al casellario giudiziario?
Ministro Infrastrutture e Trasporti – Paola De Micheli – PD
Deve solo riuscire a non far rimpiangere Danilo Toninelli ed in questo è fortunata, perché non ci vuole molto. Intanto lei ha già fatto di tutto per adeguarsi al suo predecessore. In qualità di Presidente e Amministratore delegato, è riuscita a far fallire Agridoro, l’Unica società da lei gestita in vita sua. E’ stata anche per quasi due anni Commissario straordinario alla ricostruzione delle aree colpite dal terremoto del Centro Italia del 2016. E grazie alla sua opera tutta la zona terremotata è ora “più bella e più superba che pria”, come diceva Petrolini della Roma di Nerone.
Ministro affari regionali ed autonomie – Francesco Boccia – PD
E’ stato nominato  perché notoriamente avverso ad ogni forma di autonomia, specie delle regioni del Nord. A questa avversione ha probabilmente contribuito anche la moglie Nunzia De Girolamo, ex deputata di Forza Italia, poi ministro nel governo Letta, poi scissionista di Forza Italia, poi rientrata in Forza Italia, infine candidata per Forza Italia alle ultime politiche nel collegio “nordista” Bologna-Imola e regolarmente trombata, attualmente soubrette televisiva.
Ministro lavoro e Politiche sociali – Nunzia Catalfo – M5S
Siciliana, è stata nominata in qualità di massima esperta per il suo partito del Reddito di Cittadinanza, che, come è noto, ha procurato lavoro a milioni di Italiani. Se il buon giorno si vede dal mattino…
Ministro pari opportunità e famiglia – Elena Bonetti – PD
Fedelissima di Matteo Renzi e trombata alle ultime elezioni, deve la  nomina alle sue idee aperte in materia di famiglia e di etica sessuale, talmente aperte che non è da escludere una rivalutazione positiva delle incresciose (per il PD) vicende di Bibbiano.
Non rinfacciatemi il tono semiserio del mio discorsetto. Meglio riderci di sopra, o almeno sorridere. Che altro si può fare?
Mi riservo di ultimare la rassegna in un post successivo, in attesa che alcuni illustri sconosciuti forniscano adeguata materia di riflessione.
Coraggio! E a presto…
Ezio Scaramuzzino

mercoledì 28 agosto 2019

L'ora del coglione



A proposito dell’attuale situazione politica, Vittorio Feltri ama ripetere spesso che almeno una volta nella vita l’ora del coglione può colpire chiunque, comprese le persone intelligenti. Pare che l’espressione sia di origine toscana, ma qualunque ne sia l’origine, la condivido in pieno.
Per rimanere alla storia recente, Matteo Renzi, dopo una serie di toccatine lievi, ne fu colpito in pieno al momento del referendum e della sua improvvida e non richiesta promessa di ritirarsi in caso di sconfitta.
L’altro Matteo invece, il nostro Matteo Salvini, ne è stato colpito in pieno nel corso della recente crisi di governo e ne sta pagando le conseguenze. Gli ultimi sondaggi (Ipsos sul Corriere della sera) danno la Lega in calo di 4-5 punti rispetto ai sondaggi precrisi e lo stesso Salvini in calo dal 51 al 36% nell’indice di gradimento personale.
Sono convinto che questo generale arretramento non è stato determinato dalla mozione di sfiducia, del resto largamente condivisa dall’elettorato di centrodestra, ma dalla gestione fattane da Salvini, con ripensamenti, titubanze  e retromarce che hanno dato il fianco a lazzi e sberleffi vari, oltre che a vere e proprie pernacchie sparategli in faccia da parte dei suoi nemici, compresi i Grillini. E dico volutamente “nemici”, non “avversari”, perché nel caso di Salvini il legittimo contrasto politico si è trasformato spesso in odio, come forse non era mai successo in precedenza.
Non ci vuol molto a capire che lo sberleffo, al quale si risponde con voce flebile, prima o poi ti aliena le simpatie degli elettori. Perché gli elettori, quelli che ti seguono, quelli che ti danno il voto, possono anche mettere in conto di perdere una battaglia, ma non sono disposti a perdere la faccia e comunque a perdere la loro dignità insieme con la tua. Ed in questa vicenda Salvini è apparso a tratti patetico, fino a rimetterci una buona parte del credito accumulato nel corso degli ultimi due anni.
Salvini è certamente una persona intelligente, ma forse non ha capito che non si può scherzare con la dignità degli elettori, i quali, se si sentono umiliati, mettono in conto di abbandonarti, pur continuando ad avere fiducia in te. Anche perché, bisogna pur dirlo, Salvini avrà mille difetti, ma resta pur sempre il meglio o il meno peggio di quanto offre la piazza.
E vedere i minorati grillini che lo insultano; vedere Di Maio che storce la bocca a culo di gallina, quando sente il suo nome, in perfetto stile clerico- democristiano, da finto-abatino quale è; sentire Morra, il senatore Morra, il calabrese Morra, che volutamente e coscientemente confonde il Rosario di Salvini  con i pizzini degli ‘ndranghetisti, di cui forse ha sentito parlare nella sua qualità di presidente della commissione parlamentare anti-mafia; sentire Conte che nella solennità del Senato gli dà del violento e dell’inaffidabile; sentire e vedere i PDioti che quasi gli impediscono di replicare al Senato, i Pdioti, che finalmente gongolano perché sentono di poter rimettere le chiappe su quelle sedie da cui erano stati cacciati a pedate dagli Italiani.
Ecco, vedere e sentire certe cose fa male al cuore e fa ancora più male se la tua replica è debole e confusa. Perché, io almeno la penso così, a brigante brigante  e mezzo e, se uno ti dà un cazzotto, in politica devi replicare con una gragnuola di calci in culo. Non cercare giustificazioni, non chiedere e, soprattutto, non pietire.
Al momento in cui scrivo sta per nascere il nuovo governo M5S-PD, a meno di improbabili rotture dell’ultima ora. Ma ci voleva molto a capire che sarebbe andata così e che la Lega sarebbe finita all’opposizione? Forse in Italia solo Salvini non l’aveva capito o perlomeno non l’aveva messo in conto, tanto si sentiva sicuro delle elezioni anticipate.
Ma Salvini lo sa che al Quirinale c’è un certo Mattarella che, pur di non  andare ad elezioni anticipate, sarebbe stato disposto a fare a piedi dieci volte il tragitto dal Quirinale alla basilica di San Francesco d’Assisi? E lo sa Salvini che a quel posto ce l’ha messo Matteo Renzi in persona, cioè il PD?
Ma, tutto sommato, è meglio che sia finita così. Sono curioso di vedere cosa faranno insieme Grillini e PDioti. L’unico elemento che li collega è  la comune convinzione che lo Stato è un qualcosa da spolpare a fini personali e che nella vita è sempre meglio campare a spese dello Stato piuttosto che a spese proprie. Non che simili idee ogni tanto non circolino pure a destra, ma, in questo versante, è più facile imbattersi in qualche ingenuo, talmente ingenuo da ritenere che la ricchezza, prima di distribuirla, è pur necessario che qualcuno la produca. Per noi si tratta solo di avere pazienza, forse più di quanta ne abbiamo avuta sempre. E, oltre tutto, ad aspettare siamo pure abituati. Dovremo solo “attraversare la nostra penombra” o  “fare il nostro  lungo viaggio”, come dicevano alcuni (Lalla Romano, Ruggero Zangrandi) per altre epoche.
Coraggio!
Ezio Scaramuzzino