giovedì 2 marzo 2017

Lo scambio (racconto inedito) di Ezio Scaramuzzino

Don Luigi Bommese poteva ritenersi soddisfatto. Ora che incominciava a sentirsi vecchio, amava ogni tanto riandare con il pensiero agli anni trascorsi e poteva concludere che la fortuna era stata benigna con lui. Viveva a Scandale da tanti anni, dopo essere nato a Savelli nel lontano 1892, da dove si era trasferito con il padre Francesco, rimasto vedovo, e i suoi fratelli Armando e Giovanni. Nel suo nuovo paese era diventato una persona importante, tanto che i paesani avevano istintivamente preso l’abitudine di rivolgersi a lui con il “don” e, quando lo incontravano, si toglievano il cappello e lo salutavano per primi. Grazie alle sue vaste proprietà ed al mulino che gestiva con l’aiuto di alcuni contadini del luogo, era diventato anche ricco e si era costruito una sontuosa villa, in una zona appartata del paese, dove viveva insieme con i suoi due fratelli, scapoli impenitenti e piuttosto restii ad intrecciare rapporti con la gente del luogo. Lui invece, grazie alle sue relazioni, era stato nominato podestà tanti anni prima, anche se questo lo aveva obbligato ad iscriversi al Partito Nazionale Fascista, dal quale lui, vecchio liberale e massone, si sentiva piuttosto lontano. Aveva poi sposato una brava donna del luogo, Angelina, che gli aveva sfornato tre figli già nei primi anni del matrimonio, seppure con un unico inconveniente: erano tutte femmine e questo lo aveva amareggiato non poco. Si era quasi rassegnato ormai, ma, poco prima che arrivasse a 50 anni, la moglie gli comunicò che forse era di nuovo incinta. Glielo disse una mattina, mentre lui stava prendendo il caffè.
- Luigi, ho un ritardo. Forse sono incinta.
- Speriamo e soprattutto speriamo che sia un maschio. Intanto domani ti porto a Crotone a farti visitare da uno specialista. E poi questa volta faremo anche un voto alla Madonna di Condoleo e non solo un voto.
Saranno state le visite dallo specialista di Crotone o il voto alla Madonna, fatto sta che dopo nove mesi venne alla luce un bel maschietto, un po’ gracile a dire il vero, al quale fu imposto il nome del nonno, Francesco.
Francesco frequentò le scuole elementari a Scandale, poi studiò a Catanzaro abitando presso alcuni lontani parenti e infine studiò all’Università di Napoli dove si laureò in Giurisprudenza. In tutta la sua carriera scolastica non aveva creato problemi ed i risultati, magari non particolarmente brillanti, erano però di piena soddisfazione.
Dopo la laurea Francesco tornò al paese ad aspettare di poter ereditare un giorno le ricchezze del padre e quasi certamente anche quelle degli zii scapoli. Di esercitare la professione di avvocato non avvertiva nessuna voglia e al massimo, se proprio doveva fare qualcosa di concreto, era disponibile a qualche impiego pubblico che potesse assicurargli uno stipendio vita natural durante, in cambio di un modesto impegno. Una cosa però preoccupava i genitori: Francesco non dimostrava nessun interesse al matrimonio. Fidanzate non ne aveva e non ne cercava e, quando un giorno un amico gli chiese cosa pensasse dell’amore, la sua risposta fu pronta:- L’amore è qualcosa di utile solo per le servette ed io non sono un servo. Un’altra volta qualcuno gli chiese se avesse mai avuto una fidanzata e anche questa volta rispose prontamente: - Io le donne sono abituato a pagarle, non a conquistarle, perché a conquistarle si perde troppo tempo e io  tempo da perdere non ne ho.
E non ne aveva davvero, perché era troppo impegnato ad andare a caccia, sua autentica passione, per cui portava eternamente degli stivali; per essere pronto a partire in qualunque momento con i suoi adorati cani, diceva, anche nei periodi in cui la caccia era chiusa, aggiungevano le malelingue. Quando poi gli restava del tempo, preferiva giocare a poker in alcuni circoli privati di Crotone, dove pare fosse diventato un generoso finanziatore delle tasche altrui.
In queste condizioni il padre prese a preoccuparsi sempre di più e un giorno decise di affrontare la questione direttamente con lui. Lo bloccò al mattino subito dopo che egli aveva fatto colazione e lo invitò a sedere un’altra volta, ripromettendosi di mantenersi calmo con quel figlio, con il quale non era mai riuscito a stabilire un vero rapporto confidenziale.
– Francesco, iniziò, hai ormai 25 anni ed è il caso che tu pensi seriamente a sposarti. Non vorrai fare la fine dei tuoi zii, che fanno tristezza a vederli sempre soli e senza la compagnia di una donna che li assista, anche se io faccio quello che posso per loro. Anche le tue sorelle da quest’orecchio non ci sentono, a parte Edvige, che è l’unica ad avere un fidanzato, mentre le altre due pensano solo ad andare in chiesa e a recitare Paternostri e Avemmarie.  Per chi ho lavorato io? Vuoi che i nostri beni, i nostri soldi vadano a finire a qualche lontano parente, che se li papperà alla faccia nostra?
Francesco si limitò ad ascoltare, senza interrompere. Non aveva alcuna voglia di sposarsi, proprio ora che si sentiva libero, indipendente e quasi felice, almeno per quanto la vita consenta di essere felice. D’altra parte non voleva nemmeno mettersi contro il padre, per il quale nutriva un sacro rispetto, che a volte sconfinava in una sorta di timore, di vera e propria paura. Si limitò a fare qualche cenno con la testa e solo alla fine rispose:
- Hai ragione, papà, hai proprio ragione. Ma non mi dare fretta, ci debbo pensare un pochino.
Il padre si accontentò. Temeva di peggio e invece quella risposta gli sembrò un segno della disponibilità del figlio, una prima disponibilità ad arrivare ad una conclusione. Si sentì rinfrancato e la stessa sera volle renderne partecipe la moglie, a letto, prima che lei si addormentasse. La sfiorò sotto l’ombelico in una parte che lei, timorata di Dio, gli aveva sempre consentito di toccare ma mai di vedere, la svegliò completamente e le rivelò la sua soddisfazione.
Nei giorni seguenti don Luigi stette a spiare il figlio con la coda dell’occhio, in attesa di una risposta che però tardava ad arrivare. Il figlio anzi sembrava sfuggirlo e coglieva ogni pretesto per allontanarsi da lui il più lestamente possibile. E allora don Luigi capì che doveva prendere la questione di petto e si risolse a bloccare nuovamente il figlio, questa volta subito dopo cena e prima che Francesco prendesse l’auto per andare a Crotone.
- Fermati un attimo, gli disse. Per una sera i tuoi amici del poker possono pure aspettare di incassare i soldi che io ti passo. Ma non è questo il punto. Il punto è che io aspetto una risposta da te sulle tue intenzioni matrimoniali e tu questa risposta non ti decidi a darla. Io posso pure capirti: non ti manca niente e non vuoi complicarti la vita, ma tu devi sposarti.
- Papà, hai ragione, ma per sposarsi bisogna essere in due ed io ancora non ho trovato quella che cerco.
- Finché non trovi, diventi vecchio. Basta che ti guardi attorno, perché in  paese non mancano le ragazze che possono fare per te. C’è la figlia del sindaco, poi la figlia di don Carlo Roma…Certo, non sono alla nostra altezza, soprattutto quanto a ricchezze, ma tu hai bisogno di una moglie, non di un’ereditiera. Se posso darti un consiglio, io ti suggerisco Elisa, la figlia di don Carlo. E’ meno carina dell’altra, però è più ricca. Ma deciditi, devi scegliere tu e, se per caso la cosa ti crea problemi, basta che tu scegli e al resto provvediamo noi.
-Io non ho niente da scegliere. Decidete voi, per me una vale l’altra.
Era quello che don Luigi voleva sentirsi dire. Non perse tempo, ci mise in mezzo il parroco, don Renato, e in meno di un mese il matrimonio con Elisa Roma fu combinato. In un giorno d’Aprile del 1965 i due novelli sposi convolarono a giuste nozze con una cerimonia che fu celebrata nella chiesa madre del paese e che sarebbe rimasta famosa per numero di invitati, per sfarzo, perché il celebrante lesse un telegramma di auguri del Papa e perché fu testimone di nozze l’onorevole Ernesto Pucci, esponente di primo piano della Democrazia Cristiana del tempo.
I due andarono a vivere in un’ala della villa che don Luigi aveva provveduto a ristrutturare e i primi tempi del matrimonio furono abbastanza tranquilli, o almeno così sembravano. Francesco aveva diradato i suoi impegni con la caccia e con gli amici del poker per poter rimanere vicino alla moglie, la quale però non sembrava aver acquisito quella calma, quella placidità bovina che in genere caratterizza la vita delle novelle spose. Da subito anzi Elisa sembrava in preda ad un certo nervosismo, difficilmente spiegabile per chi la osservasse dal di fuori. C’erano delle ambasce segrete nel suo cuore, ambasce che lei non riusciva a sfogare con un’amica, perché lei non aveva una vera amica cui confidare le sue pene.
E queste pene riguardavano il rispetto dei doveri coniugali da parte del marito, il quale marito non si sottraeva certo a tali doveri, ma li espletava appunto come dei doveri, ai quali non poteva sottrarsi, di fretta e senza entusiasmo, e dei quali avrebbe fatto volentieri a meno, se solo avesse trovato una scusa plausibile.
Francesco era fondamentalmente un pigro ed era pigro anche nelle faccende d’amore e di sesso. Ma per lui, educato e svezzato in queste pratiche dalle prostitute di alto bordo di Napoli, anche il sesso doveva sfociare nella sublimazione del sesso e doveva comportare raffinati virtuosismi, che soli potevano svegliare il suo corpo indolente ed il suo carattere svogliato. Ogni tanto gli capitava di ricordare i suoi dialoghi con le cortigiane nei quartieri eleganti del Vomero o di Posillipo. – Che cosa preferisci stasera?, gli chiedeva una. E lui non aveva che da chiedere ed era sempre accontentato, perché disponeva di tanto denaro. Da loro aveva imparato che la pratica dell’amore e del sesso poteva diventare ridicola, se non era irrorata dalla fantasia e dalla curiosità. E lui, debole e facilmente suggestionabile, si era lasciato convincere facilmente, fino a farne una filosofia di vita. –Tu non sei solo la mia amica, sei anche la mia maestra di vita, era solito ripetere ad una delle sue amiche che maggiormente gli avevano svelato e insegnato i segreti del talamo.
Imbevuto di queste idee, era arrivato al matrimonio e non ci voleva molto a capire che, con questi presupposti, il matrimonio era destinato al fallimento. La moglie Elisa in vita sua non aveva avuto altre frequentazioni che quelle della parrocchia e delle Figlie di Maria, di cui per un certo periodo era stata anche Presidente, e non poteva nemmeno lontanamente immaginare quel che frullava nella testa del marito. Finì col diventare sempre più nervosa, poi divenne abulica, incominciò a trascurarsi, non aveva voglia di pulire la casa o di cucinare.
La cosa non poteva passare inosservata e la prima ad accorgersi del profondo cambiamento della nuora fu la suocera Angelina, donna semplice ed incapace di profonde intuizioni, che un giorno si fece coraggio.
- Che hai?, le chiese, c’è qualcosa che non va? Il matrimonio fila bene?
- Niente, niente, rispose lei. Sono solo un po’ stanca. E’ che un matrimonio ti impone tante cose, pulire, cucinare, lavare, stirare ed io mi accorgo che non sempre ce la faccio, anche se Francesco è poco esigente, è comprensivo e mi vuole bene.
- Ma perché non l’hai detto prima?, benedetta figliola. Ti ci vuole una donna di servizio, una che ti dia una mano.
E fu così che qualche giorno dopo Francesco si vide arrivare in casa una  ragazza, di circa 20 anni, un po’ grassottella, con neri capelli corvini, un po’ trasandata, ma che, tutto sommato, a Francesco sembrò piacente e gradevole.
-E’ Natalia, la nostra nuova domestica, la presentò Elisa. E’ figlia della fornaia e fornaia pure lei, ma da oggi farà solo la domestica e vivrà con noi. Le ho assegnato la stanzetta nel corridoio in fondo a destra, dopo le scale.
Francesco espresse il suo gradimento, anche se la cosa in fondo gli era piuttosto indifferente, e non aggiunse altro.
Ma l’arrivo di Natalia non cambiò di molto l’atmosfera che regnava nella famiglia, anzi per alcuni aspetti la peggiorò. La presenza della domestica sembrò a Francesco una buona scusa per diradare la sua presenza a casa e questo lo indusse a riprendere le vecchie abitudini, che comunque non aveva mai del tutto abbandonato. Riprese ad andare a caccia con più frequenza, riprese le partite di poker nei circoli di Crotone ed anzi aggiunse a queste ultime altre partite con giocatori occasionali del paese, ai quali non sembrò vero di poter attingere a quelle risorse pecuniarie finora riservate ai circoli di Crotone.
Francesco sembrava la smentita vivente di un famoso proverbio, perché egli era ed appariva ugualmente sfortunato sia al gioco, sia in amore, ma  non se ne crucciava più di tanto, perché sapeva di essere una natura perdente, cosa alla quale si era ormai rassegnato. A volte anzi, più perdeva, più si incaponiva a giocare, con un atteggiamento chiaramente masochistico. Per vedere, diceva, fino a che punto la jella potesse perseguitarlo; e spesso concludeva che, perdere per perdere, era meglio che i suoi soldi restassero a Scandale, invece di prendere la via di Crotone.
Una notte rientrò a casa più tardi del solito: era quasi mezzanotte. Era piena estate, faceva molto caldo e per le vie non c’era anima viva. Aprì dolcemente il portone, per non fare troppo rumore, salì una prima rampa di scale e si ritrovò nel corridoio. Sulla sinistra c’era la stanza della moglie, in fondo a destra quella della domestica. Si diresse verso la porta dell’unico bagno su quel piano, al centro, dove era solito sbrigare le ultime incombenze prima di andare a letto, ma la trovò chiusa. Dal rumore dei passi all’interno, capì trattarsi di Natalia, anche perché la moglie a quell’ora piombava di solito in un sonno profondo che ricordava quello della morte e da cui si ridestava solo alle prime luci dell’alba. Decise di aspettare con pazienza e in silenzio, appoggiandosi alla parete della stanza di Natalia, anche se a piano terra c'era un altro bagno di cui avrebbe potuto servirsi.
Quando la porta del bagno si aprì, nel buio si stagliò netta la sagoma di Natalia, che avanzò verso la porta della sua stanza e lo intravide nel buio.
-Voi qui?
-Zitta!, sussurrò Francesco, mettendogli una mano sulla bocca.
Poi nessuno dei due capì con chiarezza quello che stava accadendo.
Natalia si avviò lentamente verso la sua stanza e Francesco la seguì come inebetito. Ad un certo punto la donna accese la luce di un abat jour e Francesco ebbe come un brivido. Aveva davanti a sé le braccia candidissime e marmoree di Natalia, che sembravano fare da corona ad un petto prorompente, quale egli forse non aveva mai visto in vita sua. Avvicinò il naso all’ascella sinistra di Natalia e ne avvertì un odore che lo fece impallidire e che non smetteva di emettere richiami. Il lenzuolo bianco del letto si stendeva sotto di loro come un abisso marino pronto a riceverli. Dopo alcuni annaspamenti i due caddero sul letto.
        Qualche giorno dopo, approfittando di un’assenza della moglie che era andata in chiesa, Francesco affrontò con piglio deciso Natalia.
-L’altra notte è stata la nostra prima volta. Ma non sarà l’ultima.
-Come volete, rispose Natalia. Siete voi il padrone.
-Brava. Però io ti ricompenso. Ti darò cinque mila lire ogni volta. E’ giusto, per te è come un lavoro straordinario.
- Come volete voi. Siete il padrone.
- Solo che i soldi non te li devi spendere. Anzi. Per essere sicuro che li conservi, ci metterò una sigla di sopra, FB, e ogni tanto me li dovrai far vedere, tutti, fino all’ultima banconota. Ti ci farai la dote con questi soldi, per quando ti sposerai. Come vedi, sono buono con te e mi preoccupo del tuo futuro.
- Come volete voi. Siete il padrone.
- Un’ultima cosa. Verrò a trovarti tre volte la settimana, almeno per i primi tempi. Facciamo Lunedì, Mercoledì e Venerdì. Se qualche volta non posso venire, ti avviso prima. Di mia moglie non c’è da preoccuparsi: a mezzanotte non la svegliano nemmeno le cannonate.
        E così tre volte la settimana Francesco, di ritorno dalle sue scorribande notturne, passava da Natalia, faceva con lei quello che non faceva con Elisa e poi andava a dormire, assicurandosi ogni volta che la moglie dormisse profondamente. Era una vera e propria pacchia che, come tutte le pacchie, era però destinata a finire.
Una notte Elisa non si sentì bene: a cena aveva mangiato dei peperoni che le erano rimasti sullo stomaco. Verso mezzanotte avvertì il bisogno di andare al bagno, si alzò e, avanzando nel corridoio, sentì nel silenzio dei rumori e dei respiri ansimanti e affannosi provenire dalla stanza di Natalia. Si avvicinò, si pose ad origliare, capì tutto, ma non intervenne e, dopo aver usato il bagno, ritornò a letto.
Il giorno dopo Elisa convocò Natalia.
- Non c’è bisogno che tu mi dia spiegazioni, perché ho già capito. Sarai subito licenziata, a meno che tu non collabori con me e non mi racconti veramente tutto.
- Dura da un mese circa, rispose Natalia. Viene tre volte la settimana, mi dà cinque mila lire ogni volta e sono soldi che io debbo conservare, perché lui ci mette una sigla di sopra e ogni tanto li vuole vedere.
- Interessante!, replicò Natalia. Ma per la prossima volta, per Venerdì prossimo, devi aiutarmi. Tu ti nasconderai nel ripostiglio ed io dormirò nel tuo letto. Il resto te lo farò sapere.
Al Venerdì, poco prima di sera, Elisa provvide a togliere una valvola dall’impianto elettrico e fece mancare la luce in tutta la casa. Al marito disse che per il giorno dopo dovevano far venire l’elettricista e che per quella sera si sarebbero arrangiati con qualche candela. Francesco uscì tranquillo, pregustando in cuor suo i piaceri da assaporare nel buio totale della notte. Rientrò alla solita ora, si diresse a tentoni verso la stanza di Natalia, si spogliò alla meglio, si infilò nel suo letto. Fece quel che doveva fare, ma gli rimase qualche perplessità. Natalia non aveva detto una parola, non aveva quasi fatto sentire il suo respiro e poi aveva uno strano ed insolito profumo, mai avvertito in precedenza. Le lasciò sul comodino le solite cinque mila lire siglate, poi passò dal bagno ed infine si infilò nel letto matrimoniale, dove sua moglie dormiva già profondamente.
Il giorno dopo, a pranzo, Francesco notò che sua moglie era stranamente euforica. Aveva mandato fuori la domestica con una scusa, serviva il pranzo al marito lanciandogli grandi e sorprendenti sorrisi e volle perfino chiudere il pranzo con un liquore ed una fetta di torta. Quando alla fine la moglie tolse via le stoviglie, Francesco si accorse con meraviglia che sotto il piattino della torta era rimasta una banconota di cinque mila lire e soprattutto, guardando meglio, si accorse con sgomento che quella banconota aveva in un angolino una sigla, la sua, FB.
- Ti restituisco i soldi che mi hai dato stanotte, le disse Elisa, perché io non sono una puttana, come quelle cui sei abituato tu. Inutile dirti che tra noi due è ormai tutto finito, che da stanotte tu dormirai solo in una stanza a pianterreno che ti ho già fatto preparare e che il mio corpo, che tu hai disprezzato, o almeno hai dimostrato di non volere o non sapere apprezzare, ti sarà negato per sempre, per tutto il resto dei tuoi giorni.
        Dal matrimonio di Francesco ed Elisa non nacquero figli. Ricordo che, negli ultimi tempi che sono vissuto al paese, mi capitava ogni tanto di vedere Francesco, don Ciccio come lo chiamavano, con gli immancabili stivali e al guinzaglio uno dei suoi cani. Al paese si diceva con meraviglia che lui e la moglie dormivano in letti separati, come nei film americani. Della antica famiglia dei Bommese al paese quasi non sono rimaste tracce. Qualche anno fa, in una delle periodiche visite al cimitero, mi è capitato di vedere una cappella con l’indicazione “Famiglia Bommese”. C’era il cancelletto aperto e sono entrato per curiosità. In alto sulla destra, su una lastra di marmo bianchissimo, era possibile leggere una targhetta: Elisa Roma coniugata Bommese 18/02/1935-31/08/2005 Il marito, addolorato, pose.
Ezio Scaramuzzino

N.B. Eventuali riferimenti a nomi, persone o fatti reali sono da ritenersi del tutto casuali.



6 commenti:

  1. Sei proprio bravo! un racconto avvincente: pensavo che si riferisse a qualche famiglia da te conosciuta

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  2. Sempre un bellissimo racconto ma ho avuto sin dall'inizio la certezza di non conoscere queste persone. Se frutto della fantasia è meraviglioso.

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  3. Ogni volta che pubblico un nuovo racconto, la domanda che mi si fa più spesso, oggi come una volta, è: Ma sono fatti veramente accaduti? E’ segno che il racconto ha colto nel segno. Comunque, non dico nulla di nuovo se dico che ogni racconto non è mai del tutto inventato e non è mai del tutto reale. L’importante è intendersi sul significato di invenzione e di realtà. Discorso vecchio, quando si parla di queste cose, anzi eterno.

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  4. Comunque un grazie di cuore a tutti coloro che mi dedicano un po' del loro tempo.

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  5. Sono d'accordo con Lei; non c'è limite tra la realtà e l'invenzione. Come lo scrittore, quando scrive un romanzo pur irreale che sia c'è sempre qualcosa del proprio vissuto. Comunque, ai tempi di messaggini, WhatsApp ecc. i suoi racconti sono una giusta dose di sana medicina per lo spirito/anima.
    Cordialmente

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  6. Bravo Ezio,
    un racconto veramente piacevole e ben fatto.
    Giovanni Pizzimenti

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