martedì 19 settembre 2017

Frate Antonio (racconto inedito) di Ezio Scaramuzzino


Ero poco più che sedicenne e un giorno, di ritorno col pullman da Crotone dove frequentavo il Liceo, vidi in un angolo della cucina di casa mia un signore anziano, piccolo di statura e piuttosto magro ed affusolato, che non avevo mai visto in precedenza.
Era solo, in silenzio, seduto di fianco ad un tavolo e con davanti un bicchiere ed una bottiglia di vino, in buona parte già svuotata. Se ne stava con gli occhi semichiusi, come se avesse bisogno di dormire, e di tanto in tanto oscillava il busto e la testa, quasi non fosse capace di stare dritto, nemmeno seduto.
Gli diedi uno sguardo superficiale, anche perché l’immagine che me ne venne mi fu istintivamente sgradita, e proseguii verso il soggiorno, dove Franca, la giovane donna che aiutava mia madre nelle faccende domestiche, aveva già apparecchiato il pranzo per me, che ero l’ultimo della giornata ad essere servito dal momento che arrivavo troppo tardi.
Pranzai in perfetto silenzio e, prima di uscire da casa, non potei fare a meno di chiedere chi fosse quello sconosciuto. Lo chiesi a Franca, prima di chiederlo agli altri:
        -Chi è quello lì?
      -Zinni’ (così mi chiamava Franca), è arrivato stamattina e ne so ancora poco. Ha detto che si chiama Antonio, viene da Cerenzia, è un ex monaco francescano ed è stato scelto da tuo padre come guardiano della campagna.
     -E proprio quello lì doveva trovare? A me sembra solo un ubriacone e mi sa tanto che deve essere guardato lui.
      -Non ti so dire. Stasera ne sapremo di più.
Quando ritornai dopo un paio d’ore, lo sconosciuto era ancora lì, ma era chiaramente addormentato, ed io continuai a chiedermi come avesse fatto mio padre a trovare quel poco di buono.
Erano tempi difficili allora. Le campagne erano spesso abbandonate a se stesse, i sistemi di sorveglianza erano rudimentali ed inefficaci e più che altro ci si affidava alla compassione dei ladri e dei delinquenti, dai quali si sperava che, quando decidevano di arraffare, avessero il buon cuore di lasciare qualcosa anche per noi.
Ricordo, come fosse ancora oggi, mio fratello che, di ritorno dalla campagna, non appena arrivato a casa, ci dava le ultime notizie.
-Stanotte hanno rubato buona parte dell’uva da vendemmiare;
-Stanotte hanno rubato quasi la metà delle olive della prossima campagna olearia.
Ricordo però che la peggiore notizia era quella che riguardava gli animali.
-Hanno svuotato i pollai;
-Hanno rubato i due maiali.
Capivo perciò mio padre che si era deciso a procurarsi un guardiano, anche se nutrivo dubbi sulla validità della scelta. Quando a sera gli chiesi qualcosa, mi rispose tranquillamente.
       -Guarda che quello lì non ci costa quasi niente. Dorme nella casetta di campagna, non pretende un salario e vuole solo qualche bottiglia di vino, di cui pare non possa fare a meno. Lo so, è un rischio, ma è meglio che niente, perché intanto i ladri sanno che lì qualcuno c’è. Vediamo come va. Per il resto, più che continuare a rubarci non possono fare.
Continuai a restare perplesso, ma qualche mia perplessità incominciò a diradarsi già la sera stessa, quando potei parlargli per la prima volta. Si presentò e disse:
-Sono Frate Antonio dell’ordine dei Frati Minori Francescani e sono stato monaco nel convento di Pietrafitta. Ne sono uscito due anni fa a causa di un Superiore invidioso che mi ha accusato di varie nefandezze e scelleratezze.
-Quindi non sei più frate, sei un ex-frate.
-Ah, no. Lei deve sapere che Semel frater, semper frater (Frate una volta, frate per sempre).
Mi accorsi che parlava con una certa ricercatezza e si esprimeva in un Italiano abbastanza corretto. Poi mi dava del lei, cosa molto insolita dalle nostre parti, e infine conosceva il Latino, o almeno ne conosceva qualche frase, dal che dedussi che non doveva essere stato un monaco questuante, come da noi venivano definiti con una punta di dileggio i francescani di infimo ordine, ma che doveva aver fatto qualche studio.
Confesso che, a parte la storia del vino di cui non riusciva a fare a meno, l’impressione non fu del tutto sgradevole e suscitò in me una certa curiosità. Lo salutai sforzandomi di essere cordiale e mi riservai di conoscerlo meglio.
Circa un mese dopo andai in campagna per qualche motivo e mi accorsi che quei luoghi, che mi erano tanto cari e familiari, avevano subito una certa trasformazione e risentivano della presenza di Antonio. Sul tronco di molti alberi aveva attaccato con dei chiodini delle immaginette sacre; là dove i sentieri si incrociavano, aveva posto delle indicazioni con nomi chiaramente religiosi, come Sentiero dell’Immacolata o Sentiero di San Francesco; su un gigantesco cartello vicino alla casetta aveva scritto Ora et labora; anche sulle palette dei fichi d’india si potevano leggere frasi edificanti e su una lessi Ave Maria.
Nel pomeriggio volle per forza farmi da guida e mi condusse ad esplorare in giro tutte le sue innovazioni, che io finsi di apprezzare e di lodare, anche se in realtà mi sembravano solo povere elucubrazioni di una mente esaltata, se non proprio folle.
Poi mi condusse nella casetta, dove volle farmi vedere degli intrugli che a suo dire erano miracolosi. Aprì un vasetto e ne tirò fuori un mucchietto di ossa, che a me sembrarono comuni ossa di gallina o al più di tacchino per la loro grossezza.
-Vede queste ossa?, mi disse. Sono ossa di pipistrello e le ho rigorosamente raccolte nelle notti di plenilunio.  Non le dico come ho fatto a raccoglierle e dico soltanto che basta pestarne uno in un mortaio, poi si diluisce la polvere ottenuta con del latte d’asina e la bevanda è miracolosa per le donne che non possono avere figli.
-Vede questa polverina?, disse aprendo un altro vasetto. Questa polverina l’ho ottenuta triturando un cervello di cagna, ma solo dopo che ha partorito. Questa è utile per gli uomini che hanno certi problemi, quelli di una certa età soprattutto. Ma lei forse non può capire, perché è troppo giovane ancora e questi problemi certamente non ce li ha.
E poi mi mostrò altri intrugli, ossa e polverine, legati soprattutto alla soluzione di problemi della sfera sessuale-riproduttiva. Fingevo di essere interessato, chiedevo spiegazioni e lui sembrava un torrente in piena, incapace di fermarsi.
Alla fine rimasi quasi frastornato da tutte quelle parole e non nascondo che fui perfino sfiorato dal dubbio se i suoi fossero solo intrugli per i gonzi o se ci fosse qualche barlume di verità in quella che egli presentava come la sua personale clinica ostetrica-ginecologica in formato ridotto.
Dopo quel giorno non vidi più Antonio per parecchio tempo e a poco a poco finii col dimenticarlo.
Un giorno, mentre oziavo sulla veranda del Bar Centrale ed ero intento ad osservare svogliatamente l’andirivieni delle persone nell’antistante Piazza Oberdan, vidi arrivare Peppe Nuccà.
Di lui ho già raccontato ampiamente in altre storie. Dico solo che Peppe, alquanto più grande d’età, era stato il confidente della mia fanciullezza, era stato colui che una volta furtivamente mi aveva introdotto in una casa d’appuntamenti e per molti aspetti mi aveva iniziato a quelli che per me erano ancora i misteri del sesso.
Ci salutammo affettuosamente, ci abbracciammo, volle per forza offrirmi un caffè e ci sedemmo ad un tavolino. Mi sembrò un po’ giù di tono, almeno rispetto a come lo ricordavo io, sempre allegro, sempre pieno di vita e felice di vivere. Non ci vedevamo da un paio d’anni.
-Dove sei stato negli ultimi tempi? E poi, che hai? Ti vedo un po’ abbacchiato, gli chiesi.
-Andiamo con ordine. Sono stato fuori, a Milano, a guadagnarmi qualche soldo. E difatti ho guadagnato bene, lavorando con l’Alemagna a produrre dolci e panettoni. Ma negli ultimi tempi mi è successo un guaio. Tu sai che, se c’è una cosa alla quale non riesco a rinunziare, sono le prostitute, ma, a furia di frequentarle, mi sono buscato una bella malattia, che mi sta causando vari problemi. Tranquillo! Non è quella che, come si chiama?, sembra il sibilo di un serpente, ma quell’altra, la lue, più semplice e meno grave, ma che con me non si sta rivelando tanto semplice.
-E tu, con tutti i medici che ci stanno a Milano, sei venuto a guarire qui da noi?
-E’ che a Milano ho già fatto tutto quello che era possibile fare. Sono stato dai migliori specialisti. Alla fine ho fatto instillazioni intrauretrali di Protargolo, che è considerato il miglior preparato per questa malattia. Ma con me non è servito a niente. A me è costato solo tante sofferenze ad ogni instillazione ed una montagna di soldi, perché a Milano gli specialisti costano, altro che. Sono disperato e sono disposto a tutto, pur di guarire.
-Mi dispiace per te. E ora che hai intenzione di fare?
-Non lo so nemmeno io. Hai qualche consiglio da darmi?
-Ma quale consiglio vuoi che ti dia? Io non ho mai avuto di questi problemi. Oddio, non so se può considerarsi un consiglio, ma una cosa da dirti ce l’avrei, poi decidi tu quello che vuoi fare. Io conosco una specie di guaritore, che ha tutta una serie di rimedi pratici per questo genere di problemi. Ovviamente non ti garantisco nulla e non so nemmeno se ha un rimedio per questo problema specifico. Ma tentar non nuoce. I medici e i grandi luminari li hai provati tutti, ti restano solo i guaritori e i ciarlatani. Di soldi ne spendi pochi e nella peggiore delle ipotesi resti come prima.
-Va bene. Fammelo conoscere subito. Ti ripeto che sono disposto a tutto, pur di guarire.
E fu così che gli organizzai un incontro con Fratello Antonio, ex monaco francescano, guardiano dei campi e presunto guaritore di problemi sessuali. Partimmo insieme una mattina di fine Agosto,  a piedi, attraversando strade interpoderali e qualche mulattiera e in meno di un’ora giungemmo a destinazione.
Lo intravidi da lontano e prendemmo ad osservarlo, senza chiamarlo e senza essere visti. Antonio ci era apparso dietro un albero e procedeva nei campi, saltellando come se danzasse, ed aveva a fianco un corvo che, saltellando per terra, sembrava voler tenere il passo. Mi ricordava San Francesco che predica agli uccelli in un dipinto di Giotto e di uccelli ce n’erano veramente tanti in quella splendida mattinata, tra passeri cinguettanti e gazze che in coppia volavano tra gli alberi, mentre un astore in alto sembrava scrutare la terra in cerca di prede. Un leggero vento moveva appena le cime degli alberi e, a guardare per terra, si poteva spesso avvertire il fruscio delle lucertole che si ponevano in salvo dietro i cespugli o nascondendosi tra l’erba folta.
Ma Peppe aveva ben altre preoccupazioni che non quella di ammirare le bellezze della campagna quella mattina e, insistendo, mi pregò di chiamarlo. Quando arrivò, glielo presentai e tutti e tre, insieme, ci dirigemmo verso la casetta e sedemmo su una panca all’ombra di un vasto fico.
Antonio andò a prendere una bottiglia di vino e tre bicchieri, ma finì col bere solo lui, dal momento che io e Peppe declinammo gentilmente l’invito. Poi volle conoscere l’intera vicenda e, quando credette di avere un quadro chiaro e completo della situazione, concluse:
-Si può fare, anche se ci sono alcuni problemi. Prima di tutto non è detto che si guarisca al primo colpo, nel qual caso bisogna ripetere la cura un mese dopo. Poi c’è da dire che la cura stessa è una delle più complicate, ma, tutto sommato, non è difficile portarla a compimento. Ascoltatemi bene.
Voi dovete essere qui di mattina, facciamo le nove, e lei, Peppe, deve aver bevuto non più di un caffè. Appena arrivato, deve bere una pozione che io le do e poi, completamente nudo, deve restare immerso fino al collo per circa un’ora in un calderone di acqua calda che noi avremo preparato nel frattempo e in cui avremo prima sciolto non meno di 5 kilogrammi di ortica e di malva. Intanto stabiliamo il giorno, facciamo il prossimo 20 Settembre. Dunque, per quel giorno voi dovrete portare un calderone, di cui io sono sprovvisto, legna abbondante per il fuoco, un grande treppiede e una scala con cui salire e scendere dal calderone. Procurate pure le erbe, anche se io non mancherò di trovarne e di fare la mia parte. Il pagamento è anticipato e sono cinquecento Lire.
Quando Peppe sentì che doveva stare per un’ora nel calderone, lo vidi impallidire un pochino.
-Ma se poi l’acqua dovesse essere troppo calda o troppo fredda, io come faccio a dirvelo?, disse.
-Nessuna preoccupazione, rispose Antonio. Io ti do un martelletto. Se l’acqua è calda, tu dai un colpetto e noi sottraiamo calore togliendo legna. Se invece l’acqua è fredda, tu dai due colpetti e noi aggiungiamo legna. Ricorda: acqua calda, un colpetto; acqua fredda, due colpetti.
Alla fine Peppe si lasciò convincere.
Nei giorni seguenti trovammo tutto l’occorrente, lo trasportammo in loco a dorso di mulo e per il grande giorno tutto fu pronto, compresa l’impalcatura col treppiede che doveva reggere il calderone.
Alle nove in punto eravamo in campagna da Frate Antonio. Peppe bevve la pozione, poi si spogliò completamente e, salito sulla scala, si calò nel calderone con l’acqua già intiepidita. Dopo un po’ sentimmo due colpetti: l’acqua era fredda e ci demmo da fare per aggiungere legna. Dopo circa dieci minuti un colpetto: l’acqua era troppo calda e ci affrettammo a sottrarre legna. Poi non sentimmo più nulla. Era passata circa mezz’ora dall’ultimo colpetto e tutt’intorno si sentiva solo il canto degli uccelli.
Forse Peppe era svenuto, o forse era morto perché, semplicemente, era rimasto bollito. Salii sulla scala per accertarmi e vidi che Peppe annaspava nell’acqua con un filo di voce, ma era vivo, vivo grazie a Dio. Di corsa scesi a togliere tutta la legna sotto il calderone, mentre Antonio mi gridava di non preoccuparmi più di tanto perché aveva visto casi peggiori. Poi risalii sulla scala e aiutai Peppe a scendere.
Ci fece impressione e restammo entrambi allibiti. Mai in precedenza, nel corso della mia vita, avevo visto un essere umano ridotto in quelle condizioni. Peppe, che già di per sé era piuttosto magro, sembrava un pollo lesso e ora che il calore dell’acqua aveva sciolto quel po’ di grasso che aveva in corpo, sembrava che la carne, ripiegata in sacche flaccide e cascanti, stesse per abbandonarlo e stesse per staccarsi dalle sue ossa.
Lo ricoprimmo con un lenzuolo, piano piano lo portammo in casa e lo adagiammo su un letto, dove, con qualche difficoltà, riuscimmo a rivestirlo. La sera, sul tardi, ritornammo lentamente a casa.
Dopo qualche giorno lo rividi di nuovo al Bar Centrale.
-Ma poi la cura del pentolone ha avuto effetto?, fu la prima cosa che gli chiesi.
Non rispose subito, ma, mentre prendevamo insieme una birra, fece un sorrisetto e disse:
-Certo che ha avuto effetto. Sono completamente guarito, guarito per sempre.
Sorrisi pure io nel sentirgli dire quelle parole, ma ora, a distanza di tanti anni, quando ripenso a quel fatto e a quelle sue parole finali, non sono poi tanto sicuro che le cose stessero effettivamente come lui voleva far intendere. Forse era guarito veramente, ma non è da escludere che la sua presunta guarigione fosse solo una conseguenza della sua paura: la paura di dover ripetere l’esperimento e finire veramente lesso come un pollo ruspante. Una cosa è certa: dopo d’allora egli non mi parlò più del suo malanno, né mai ne parlò ad altri, né mai, a quel che ne so, si rivolse a qualche medico. E da questo deduco che non è nemmeno da escludere che sia guarito veramente e che nel fondo del suo animo abbia sempre conservato un po’ di gratitudine a me, che lo avevo aiutato nell’impresa, e soprattutto a Fratello Antonio che di quella impresa era stato l’artefice e un indimenticabile protagonista.
Quanto a Fratello Antonio aggiungo solo che rimase a fare il guardiano nella nostra campagna per un paio d’anni ancora, poi, come improvvisamente era apparso, altrettanto improvvisamente un giorno scomparve. Dopo qualche mese che non lo vedevo, un giorno ne chiesi a mio padre.
-Come va con Antonio? E’ tanto che non lo vedo e non ne so niente.
-Non ne so niente neppure io. Qualche giorno fa siamo arrivati e non c’era. Lo abbiamo cercato e non c’era. E’ sparito ed ha fatto perdere le sue tracce, senza un avviso, senza lasciare un rigo. Così, semplicemente. Mi dispiace però. Aveva dei difetti, ma in fondo era una brava persona. E almeno per un paio d’anni siamo stati tranquilli.
Ezio Scaramuzzino

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