Visualizzazione post con etichetta Giacomo Leopardi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giacomo Leopardi. Mostra tutti i post

lunedì 6 aprile 2015

Giacomo Leopardi visto da Marcello Veneziani

Marcello Veneziani è un filosofo, giornalista e scrittore italiano.

17 febbraio 1955 (età 60), Bisceglie







Il pensiero di Leopardi? Uno Zibaldone di verità.

Nessun autore ha saputo guardare in faccia la verità della vita e del mondo come Leopardi. Ci sono più grandi filosofi, grandi scienziati e forse poeti più grandi, ma nessuno ha svelato la condizione umana con la sua implacabile e acutissima lucidità, senza concedere ripari. La sua opera è la più alta rivelazione della condizione umana; oltre c'è solo la Rivelazione divina. Il pensiero che s'inoltrò sulla sua strada e affrontò i suoi temi - Schopenhauer, Nietzsche, l'esistenzialismo - non superò il suo punto d'arrivo, se non mediante il salto nella fede. La sua visione della vita e del mondo esclude che anche il dolore, come la gioia, possa essere un pregiudizio soggettivo che altera la sostanza pura della vita, il suo gioco cosmico al di là del bene e del male; a noi tocca solo scommettere che sia solo caso nel caos o destino che si collega a un ordine. Leopardi si ferma alla disperazione che precede la scommessa e degrada la scommessa a illusione. E tuttavia Leopardi è il poeta e il pensatore più religioso della modernità. Religioso non vuol dire credente né devoto. La sua è una visione radicale e universale sulla vita in rapporto alla morte e al dolore. Leopardi resta religioso anche nella disperazione: il desiderio ardente di morire che accompagnò sempre la sua breve vita non lo indusse al suicidio. Corteggiò la morte per anni, la invocò tante volte, ma non si lasciò mai conquistare dall'idea di togliersi la vita. Perché, spiegò nel Dialogo di Plotino e di Porfirio, suicidandosi «tutto l'ordine delle cose saria sovvertito». La certezza che tutto sia connesso in un ordito, è l'essenza propria della religio e l'idea che infrangere quell'ordine sia il supremo sacrilegio è quanto di più religioso si possa pensare. Che poi dietro la Trama del cosmo, dietro l'ordine di tutte le cose, ci sia un Autore o un'Intelligenza e che dopo la morte vi sia la resurrezione, questo riguarda la fede, non il pensiero di Leopardi. In lui lo scacco della Fede non segna il trionfo della Ragione, perché il naufragio riguarda ambedue: da qui il suo pensiero tragico, divergente dai Lumi e da ogni storicismo, progressismo o razionalismo. E da qui la sua ultrafilosofia, che al sistema filosofico preferisce il canto, la poesia, lo zibaldone di pensieri sparsi. Perché è rivolta alla vita e al mondo, non alla pura teoria.

Oltre che religioso, il pensiero di Leopardi ha una relazione intensa con l'amor patrio. Sono tante le pagine leopardiane contro il paese natio, contro l'Italia e gli italiani cinici e ridenti, privi di costumi; tutto il pensiero leopardiano e la linea che poi ne discese condannò la retorica patriottarda e le sue pompose finzioni. Ma è come se volesse rendere l'amor patrio più vero ed essenziale, antiretorico, privo di fanfare, raccolto nella gloria dei «nostri padri antichi» e nel rimpianto di tanta altezza caduta «in così basso loco». Risuona l'amore per l'Italia nei suoi versi e affiora una concezione eroica della vita, che si esprime nel culto dei vinti. Anche il Leopardi in fuga dalla casa paterna, dalla famiglia e dai suoi precetti, dedica poesie, lettere e pagine di un amore intenso e raro al suo Carissimo Signor Padre che poi diventa Mio Caro Papà, a sua sorella Paolina, a suo fratello Carlo.

Un amore tenerissimo verso la famiglia, non privo di asprezze e rigetti, ma autentico. La famiglia resta l'alveo affettivo leopardiano, la sua solitudine non può essere concepita se non in rapporto alla sua famiglia. Al di sopra dell'amore per la famiglia, per la patria e per la religio, non c'è che l'amore disperato per la verità. Se deve scegliere tra Dio e il Vero, tra la Famiglia e il Vero, tra l'Italia e il Vero, Leopardi sceglie senza indugi il Vero. Sul piano storico Leopardi colse l'importanza dei pregiudizi e delle illusioni, detestò la politica giacché gli individui «sono infelici sotto ogni forma di governo». Sul piano etico Leopardi lodò la nobiltà dell'inutile, la gloria delle imprese vane. Sul piano estetico riconobbe commosso il primato della bellezza ma sul piano umano contraddisse l'ideale classico del bello e buono, notando che la bellezza insuperbisce chi la possiede mentre la bruttezza incammina verso la virtù. Il pensiero negativo di Leopardi ha un approdo finale: è l'Oriente, inteso come il luogo simbolico in cui si dissipa ogni illusione legata all'individuo per rifluire e disciogliersi nel grembo assoluto della Natura. Oblio immoto del mondo «e già mi par che sciolte/ giaccian le membra mie, né spirto o senso/ più le commuova, e lor quiete antica/ co' silenzi del loco si confonda» (La vita solitaria).

La tragedia del vivere per Leopardi risiede nell'individualità che separa dal tutto; viceversa la salvezza, o almeno la pace, è rientrarvi sciogliendosi nel tutto, estinguere la vita individuale nell'oceano dell'essere. «E il naufragar m'è dolce in questo mare»... Prima di poetare sulla vita e sulla morte, Leopardi adolescente le affrontò sul piano della filosofia; prima d'illuminarsi di luna e d'infinito, studiò gli astri e il cosmo. Versi che sembrano sgorgati da stati d'animo provengono da lontano, da studi precoci e pensieri sofferti. Stringe il cuore leggere i tanti passi in cui Leopardi confessa il suo disagio di essere al mondo e di sentirsi rifiutato. Ma se non fosse stato gobbo, brutto, respinto da Silvia e irriso dalla gente, se avesse avuto una vita e un corpo come gli altri, avrebbe mai raggiunto quelle altezze e quelle profondità? Su quali sentieri lo avrebbe dirottato la vita? Non dobbiamo, con la morte nel cuore, benedire crudelmente l'amore negato, il corpo deforme, per i doni sublimi che provocarono? Del resto lui stesso era consapevole del nesso tra bruttezza e grandezza e si dispose a barattare la vita con la gloria: «Voglio essere infelice piuttosto che piccolo e soffrire piuttosto che annoiarmi». «Il ritratto è bruttissimo: nondimeno fatelo girare costì, acciocché i Recanatesi vedano cogli occhi del corpo (che sono i soli che hanno) che il gobbo de Leopardi è contato per qualche cosa nel mondo». Ma pure alla gioia Leopardi aspirò invano: «Ho bisogno d'amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, vita; il mondo non mi par fatto per me». Inadeguato al mondo, senza di consolanti vie di scampo, Leopardi mise a nudo la verità della vita. Benché solitario, resta il più fraterno tra i poeti e pensatori. Nei secoli fratello. E ora Brother James.
Marcello Veneziani

venerdì 27 marzo 2015

A Roma le donne non te la danno (Lettera) di Giacomo Leopardi

Una lettera da Roma di Giacomo Leopardi al fratello Carlo, poco conosciuta perché non si ritrova nei manuali scolastici e i docenti evitano di parlarne, ma interessante, non fosse altro che per capire quanto sono mutati i tempi e i costumi. Ne propongo una mia versione in lingua italiana moderna con testo originale.

Giacomo Leopardi (Recanati 1798 - Napoli 1837)

Lettera al fratello Carlo
Roma, 6 dicembre 1822

Lascio da parte la filosofia e la letteratura, di cui ti parlerò un'altra volta avendo già conosciuto non pochi letterati qui a Roma, e mi limito a parlare delle donne, che tu forse ritieni più avvicinabili in una grande città.
Ebbene, ti sbagli completamente.
In Chiesa, o a passeggio per le strade, non trovi una befana che ti degni di uno sguardo.
Io ho fatto e continuo a fare molti giri per la città in compagnia di giovani belli ed eleganti. Insieme con loro sono passato tante volte accanto a donne, le quali non hanno mai alzato gli occhi per osservarli. E si capiva chiaramente che questo atteggiamento non dipendeva da modestia o pudore, ma da una totale e naturale indifferenza e noncuranza, tipica di tutte le donne di questa città.
Credimi, conoscere donne a Roma è difficile come a Recanati, anzi lo è molto di più, a causa della loro eccessiva frivolezza e dissolutezza che le accomuna alle bestie più che agli esseri umani. Esse non ispirano alcun interesse, sono ipocrite, amano solo andare in giro a divertirsi e non te la danno (credimi), se non con quelle infinite difficoltà che si incontrano in qualunque altro Paese.
Alla fine, se proprio ci tieni, devi andare a prostitute, che oltretutto sono molto più diffidenti di una volta e risultano anche pericolose, come ben sai.
(Versione in lingua italiana moderna di Ezio Scaramuzzino)

Testo originale
...Lasciando da parte lo spirito e la letteratura, di cui vi parlerò altra volta (avendo già conosciuto non pochi letterati di Roma), mi ristringerò solamente alle donne, e alla fortuna che voi forse credete che sia facile di far con esse nelle città grandi.
V'assicuro che è propriamente tutto il contrario.
Al passeggio, in Chiesa andando per le strade, non trovate una befana che vi guardi.
Io ho fatto e fo molti giri per Roma in compagnia di giovani molto belli e ben vestiti.
Sono passato spesse volte, con loro, vicinissimo a donne giovani: le quali non hanno mai alzato gli occhi; e si vedeva manifestamente che ciò non era per modestia, ma per pienissima e abituale indifferenza e noncuranza: e tutte le donne che qui s'incontrano sono così.
Trattando, è così difficile il fermare una donna in Roma come a Recanati, anzi molto più, a cagione dell'eccessiva frivolezza e dissipatezza di queste bestie femminine, che oltre di ciò non ispirano un interesse al mondo, sono piene d'ipocrisia, non amano altro che il girare e divertirsi non si sa come, non la danno (credetemi) se non con quelle infinite difficoltà che si provano negli altri paesi.
Il tutto si riduce alle donne pubbliche, le quali trovo ora che sono molto più circospette d'una volta, e in ogni modo sono così pericolose come sapete."

lunedì 9 marzo 2015

Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani di Giacomo Leopardi

Mi è capitato di recente di rileggere il famoso saggio di  Giacomo Leopardi. Ne ripropongo l'incipit, in una versione in Italiano moderno, per favorirne la lettura. Il saggio è sorprendentemente attuale e questa presentazione vuole essere uno stimolo a leggerlo nella sua interezza. Leopardi, come è risaputo, era un genio immenso e la sua genialità traspare anche in quelle che, a torto, sono considerate opere minori. Buona lettura.

Giacomo Leopardi(Recanati 1798-Napoli 1837)

       Ai tempi  nostri, a causa dell’ l’incremento del commercio tra gli stati, dei viaggi, delle pubblicazioni enciclopediche, per cui ogni nazione cerca di conoscere più a fondo che può la lingua, la cultura e i costumi degli altri popoli; a causa dei comuni problemi che hanno coinvolto le nazioni civili; a causa di una sorta di uguaglianza culturale, civile e militare stabilitasi tra le nazioni europee dopo il recente decadimento della Francia e l’innalzamento di altre con le vittorie militari ed il prestigio culturale, mentre in passato tutte erano disposte a cedere il primo posto alla Francia, che del resto le disprezzava cordialmente; a causa di tutto ciò, ripeto, le nazioni civili d’Europa, e soprattutto la Germania, l’Inghilterra e la Francia stessa, hanno deposto gran parte degli antichi pregiudizi verso gli stranieri, forse anche perché il progresso dei lumi e lo spirito filosofico hanno calmato le passioni ed hanno introdotto uno spirito di tolleranza, idoneo ad affievolire l’amore per la propria nazione ed in generale tutte le passioni degli uomini.
        Quindi pressoché infiniti sono i libri che forniscono informazioni sulle nazioni straniere e moltissimi tra questi informano sulle cose d’Italia, oggetto di universale curiosità e meta di tanti viaggi, più di quanto non lo sia stata in passato. Questi libri però creano qualche inconveniente, perché è pressoché impossibile per uno straniero conoscere perfettamente un’altra nazione dopo un breve soggiorno e perché, quando si dicono cose sgradite, anche senza animosità, si finisce inevitabilmente con il suscitare reazioni sdegnate. E questo secondo problema è ancora più rilevante nel caso degli Italiani, molto suscettibili quando sono criticati. Cosa ancor più strana e sorprendente, se si considera il poco o nessun amor patrio, comunque inferiore a quello esistente in altre nazioni, che c’è tra di noi. L’origine di tale atteggiamento è da ricercarsi nel fatto che gli Italiani, incapaci di giudicarsi da soli, attribuiscono sempre soverchia importanza ai giudizi altrui ed attribuiscono sempre ad odio, malevolenza ed invidia ogni critica rivolta loro dagli stranieri. E’ anche vero che negli ultimi anni, da Corinne in poi, sono state pubblicate  molte opere favorevoli all’Italia, più di quante ne siano state pubblicate in tutti i secoli precedenti, ed in esse si dice dell’Italia tutto il bene possibile, forse al di là di quanto noi stessi oseremmo dire. Alcune di queste opere trasudano entusiasmo, affetto ed ammirazione per tutto ciò che ci riguarda e in generale si nota nei nostri confronti una simpatia non riscontrata in precedenza o per altri Paesi. Oso dire che tale simpatia supera di gran lunga i nostri meriti e in molte circostanze appare anche sorprendente, per cui si può ben dire che, quando gli stranieri sbagliano, essi sbagliano per eccesso piuttosto che per difetto. Ciononostante, Corinne e tutte le altre opere simili sono guardate dagli Italiani con diffidenza, per cui le considerazioni ed i consigli rivoltici dagli altri popoli il più delle volte non ci sono di nessuna utilità. D’altra parte gli Italiani non son soliti scrivere o riflettere sui loro costumi, tranne forse il Baretti, scrittore originale ma falso, oltre che propenso all’esagerazione nel dir male, e nel complesso poco utile, sia per la singolarità del suo spirito, comunque non incline all’affettazione, sia per la sua tendenza a sparlare di tutto e tutti, sia infine per il suo carattere aspro e iracondo.
        C’è da aggiungere poi che i costumi degli Italiani sono molto cambiati dai tempi del Baretti. Allora l’Italia, e soprattutto l’Italia meridionale, si trovava in una condizione molto simile a quella in cui oggi si trova la Spagna. Negli ultimi tempi, però, grazie alla dominazione francese, culturalmente l’Italia si è messa quasi alla pari con le altre nazioni, a parte una certa confusione di idee ed una certa arretratezza delle classi popolari. Ma questa diffusione della cultura influisce sulla vita degli Italiani in maniera diversa che presso gli altri popoli, a causa della complessità e varietà del carattere nostro, con risultati anche diversi rispetto a quanto avviene altrove. Comunque, se io dirò qualcosa su tali nostri costumi con la stessa sincerità con cui potrebbe scriverne uno straniero, non dovrò essere rimproverato, perché la cosa non potrà essere imputata a odio  e si penserà finalmente che le cose nostre siano più note ad un Italiano che ad uno straniero. Inoltre, se a quest’ultimo è consentito parlare liberamente, perché la stessa cosa non dovrebbe essere consentita a me che mi rivolgo alla mia nazione, cioè quasi alla mia famiglia e ai miei fratelli?
(versione in Italiano moderno di Ezio Scaramuzzino)