Non sapevo della sua malattia ed ho saputo adesso della sua scomparsa. Il caro Peppe non c'è più ed avverto la necessità di dedicargli queste ultime parole, per fargli capire, se già non l'aveva capito, l'affetto che mi legava a lui e che è lo stesso affetto con cui adesso lo ricordo. Peppe è stato uno dei punti fermi della mia infanzia e dei legami di tenera amicizia che legava tutti quelli che abitavamo, a Scandale, nei dintorni di Viale Puccini e del quartiere San Leonardo. Lo ricordo quando, con un sorriso, cercava di dire il suo cognome, mettendosi le mani alle orecchie e restringendo le guance per creare simpaticamente l'immagine di un coniglio. Lo ricordo quando si sforzava di ripetere il mio difficile e lungo cognome e mi chiamava Hunt, come un famoso calciatore inglese dei mondiali del '66, finendo, lui per primo, col sorridere della confusione che si creava. Lo ricordo ancora quando mi vedeva ritornare al paese, di tanto in tanto, e ci teneva a dirmi che aveva stima di me e, chissà perché, accompagnava le sue parole con l'indicazione di una penna che scrive. Caro Peppe, ora che non ci sei più, avverto pienamente il senso della vita che scorre e ci lascia soltanto il ricordo struggente di ciò che maggiormente ci ha legati alle nostre abitudini più care, ai nostri legami più teneri e più dolci. Mi piace immaginarti mentre ancora ti aggiri, gesticolando, in un luogo destinato alle persone giuste, alle persone che se ne vanno e ci lasciano con un bilancio che è in credito con la vita. Ti invio un lungo, ultimo, affettuoso abbraccio. Riposa in pace.
Tre condizioni sono necessarie per la felicità: essere imbecilli, essere egoisti e godere di buona salute. Ma, se manca la prima, tutto il resto è inutile. (Gustave Flaubert)
venerdì 21 gennaio 2022
domenica 9 gennaio 2022
Un anno dopo
Tesoro mio, è passato un
anno da quando te ne sei andata e mi hai lasciato, ci hai lasciati. Temevo di
non farcela ed invece eccomi qui, a rivolgerti, anche se non sei più tra di
noi, quelle parole d'amore che hanno accompagnato la nostra vita e ne sono state
il simbolo e l'essenza. Io sono ancora una volta vicino a te per continuare in
maniera sommessa quel discorso ininterrotto, per ripetere i gesti della nostra
comune esistenza, da quando ti ho conosciuta
fino a quando ho stretto per l'ultima volta le tue mani ormai fredde ed
inerti tra le mie che cercavano di trasmetterti un po' del mio respiro.
E' passato un anno da allora, 365 giorni, tanti attimi, tanti
fuggevoli istanti, che ho smesso di contare, perché ho capito che la nostra
vita non è finita: essa continua, anche se in modo diverso. Perché la tua è
stata una vita unica, con il rilievo di ciò che non è caduco e che quindi è
destinato a durare per sempre. Perché tu sei eterna per me, tu sei ancora viva.
Procedevi nella vita come in un sogno ed avanzavi leggera, come in una danza,
mentre negli occhi e sulla fronte ti risplendeva la gioia di vivere. Poi sei
caduta. La malattia ha oltraggiato la tua bellezza, ma non è riuscita a
cancellare la tua immagine nitida dalla mia memoria.
Rivedo la nostra vicenda come nei fotogrammi di un film e mi
accorgo che questo film, irripetibile, è più grande della vita terrena, è un
capolavoro senza tempo, che conserva ancora intatto il fascino della poesia
eterna, il senso ed il mistero coinvolgente di ciò che ha significato la tua,
la mia, la nostra condizione. Ciao, tesoro mio, ciao.
martedì 28 dicembre 2021
Guerre di paese
In
ogni regione italiana esistono paesi e paesini in eterna e simpatica lotta tra
di loro e molti forse ignorano che una simile rivalità esiste, o almeno
esisteva, anche fra Scandale e San Mauro Marchesato, in provincia di Crotone. Io sono vissuto a Scandale
fino ai 30 anni e di questa simpatica, ma a volte sordida, rivalità ho avuto la
possibilità di essere testimone e talvolta partecipe diretto ed indiretto.
Le prime avvisaglie le percepii già da
ragazzino, quando incominciai a far caso in paese alla strana presenza di
persone sconosciute. A Scandale ci conoscevamo tutti e la presenza di uno
sconosciuto non passava inosservata. Succedeva che, soprattutto la domenica,
quando gli Scandalesi si riversavano a Crotone, per una semplice gita in auto o
per andare al cinema, a Scandale si vedevano passeggiare
lungo il corso principale molti giovanotti, talvolta in coppia, ma più spesso da
soli. Li vedevi a volte impacciati nell’abito della domenica e con le scarpe
nuove usate solo per le grandi occasioni.-Chi sono e da dove vengono queste
persone?, chiedevo ogni tanto.-Sono i giovanotti di San Mauro, che vengono qui
a cercare moglie, mi sentivo rispondere. Già, perché quei giovanotti
consideravano Scandale la loro Crotone ed il fatto di potersi sposare con una
delle nostre ragazze era da loro considerato una sorta di promozione sociale. E
difatti nascevano allora molti matrimoni tra i giovani dei due paesi, favoriti
anche dal fatto che, tutto sommato, le ragazze di Scandale non disdegnavano
quegli approcci con giovanotti considerati seri, lavoratori, risparmiatori e
pronti a sobbarcarsi per una vita intera le fatiche ed i sacrifici di una
famiglia.
Ogni tanto, ovviamente, nascevano degli
screzi, delle perplessità, e per lungo tempo si parlò del fidanzamento di
Giuseppina di Scandale e Franceschino di San Mauro. Franceschino era un bravo
ragazzo, un po’ tracagnotto a dire il vero, ma, quel che è peggio, povero e
privo di terre o di beni al sole. Giuseppina aveva qualche perplessità e si
premurò di chiedere il parere del padre che lavorava in Germania. Ed il padre,
ben consapevole della scarsa avvenenza della figlia probabilmente destinata a
rimanere zitella, si affrettò a rispondere in un Italiano approssimativo:-Cara
Giuseppina, ho capito. Non ci pensare troppo, picchì iggru ni tincia, ma nua
l’anniricamu (perché lui ci sporca, ma noi lo
facciamo nero).
Poi i due si fidanzarono e, quando subito
dopo anche Franceschino fu costretto ad andare in Germania, essi, che non erano
molto gagliardi nella scrittura, presero l’abitudine di mandarsi delle lettere
prendendole dal Segretario galante,
un libro allora molto diffuso, che entrambi avevano acquistato e che conteneva
lettere d’amore. Giuseppina scriveva:-Caro Franceschino, la mia lettera è
quella a pagina 105 del libro. E l’altro:-Cara Giuseppina, la lettera di
risposta è a pagina 106. “Bei tempi”, verrebbe da dire.
Ma i rapporti tra i due paesi non si esaurivano
nella creazione di famiglie. Un’altra importante occasione di rapporti era
costituita dalle partite di calcio. Non c’era occasione importante in cui a
Scandale non si organizzasse una partita con gli eterni rivali di San
Mauro. Allora non c’erano regolari campionati ed ogni scusa era buona per
organizzarne una. Su campi improvvisati, con attrezzature improvvisate e con
maglie di diversa foggia o a torso nudo i giocatori, tra i quali spesso ero
anche io, allora considerato una discreta schiappa, si giocavano partite alle
quali assisteva un incredibile numero di persone dei due paesi. Lo scopo
principale non era quello di vincere, ma quello di darsele di santa ragione. Si
giocava solo per azzoppare o per picchiare gli avversari e, in queste condizioni,
raramente le partite finivano regolarmente, al 90° minuto. Il più delle volte,
il capitano del San Mauro chiedeva all’arbitro la sospensione per qualche
minuto, poi radunava i suoi, parlottava con loro e, immancabilmente, concludeva
ad alta voce:-Ragazzi, sputazza(saliva) in bocca e tutti a casa. Lo ricordo
ancora oggi, nitidamente, come fosse ieri.
Poi c’erano anche incontri occasionali, non
meno esilaranti. Una volta mi trovavo verso mezzogiorno in piazza Oberdan a
Scandale, in attesa dell’arrivo di un pullman. Da poco in un angolo era stata
piazzata una colonnina di benzina, di quelle che calcolavano il rifornimento
con un quadrante ad orologio, novità assoluta per i paesi del circondario. Vidi
passare un giovanotto che, nel notare per la prima volta la colonnina, si
accostò, fissò il quadrante, poi alzò il braccio sinistro, tirò su la manica e armeggiò con il suo orologio. Dopo qualche minuto si trovò a ripassare,
ripeté le operazioni di prima, poi si accostò e mi chiese:-Cugì’ [a San
Mauro si chiamano tutti “cugini”], ma quell’orologio è fermo?.
Un’altra volta, quando a Scandale avevano da
poco inaugurato il monumento ai caduti, un soldato armato di fucile, mi si
avvicinò uno sconosciuto, che mi chiese:-Scusatemi, ma quello sul monumento
quale santo è? Gli risposi:
-
Quel monumento non è un santo, ma un soldato e rappresenta i caduti in guerra.
–Ah…, scusatemi. Ovviamente, sentitomi chiamare “cugino”, non avvertii la
necessità di chiedergli da dove venisse.
Un giorno mi ritrovai a San Mauro per non
ricordo più quale motivo. Vidi, accanto all’insegna di un barbiere,
un’indicazione più piccola, “GIORNALI”. Entrai, deciso a comprare il mio
giornale preferito in quel periodo, Il
tempo di Roma. –Avete il quotidiano Il
tempo? –Certo che ce l’abbiamo. Pagai, uscii e solo allora mi accorsi che
mi avevano dato Il corriere della sera. Rientro.-Scusate,
ma mi avete dato il Corriere, io
avevo chiesto Il tempo. – Ah, ma io Il tempo non ce l’ho. –Ah, mi dispiace,
ma io volevo Il tempo. – E che ci fa?
Non è sempre un quotidiano? Le notizie sono le stesse. Siete di Scandale, vero?
Solo a Scandale avete queste fisime. Sorrisi, tenni il Corriere ed uscii.
Mi capitò un giorno di avvertire un’eco
della vita di San Mauro anche a Milano. Erano gli anni ottanta del secolo
scorso e con la mia famiglia mi ritrovai a fare una visita al Duomo nel
pomeriggio di una calda domenica estiva. Vidi ed ascoltai due persone che,
pigramente sedute sulla scalinata, parlavano animatamente tra di loro.
Dall’accento capii che erano miei “cugini” ed ascoltai distintamente uno dei
due che diceva all’altro: - A crap’’i Catinazzu s’ha manciat’ i cuvategghri ‘i
da Benincasa” (la capra di Catinazzo s’è mangiata i cavatelli della Benincasa).
Per capire: i cavatelli erano un tipo di pasta fatta in casa che veniva messa
ad asciugare al sole ed evidentemente una capra del vicino non s’era fatta
scrupolo di papparseli crudi. Era questa la notizia del giorno per i due
simpatici Sanmauresi; molto più importante della guerra in Vietnam o della
crisi di governo.
Ci fu una volta però che un Sanmaurese mi
colpì e mi fece restare a bocca aperta con la sua stringente logica
aristotelica. Ero fermo con la mia auto nei pressi del Bivio Manile, a poca
distanza dal paese, in attesa che un meccanico venisse a farmela ripartire dopo
un guasto improvviso. Vidi ai bordi della strada un pastore che controllava a
distanza una piccola mandria di mucche pascolanti su una vicina collinetta.
Questo fu il dialogo che si instaurò, su mia iniziativa, tra noi due.
-Cugì’,
sono tue queste vacche?
-Sì,
sono mie.
-Ed
il terreno dove pascolano è pure tuo?
-No,
quello l’ho preso in affitto.
-E
quanto paghi d’affitto?
-Dipende…
-Dipende
da che cosa?
-Dipende
se le vacche hanno la coda o non ce l’hanno.
-Fammi
capire. Che c’entra la coda? Per caso mangiano con la coda le tue
vacche?, replicai con intento sfottitorio e
sorridente.
-C’entra
perché una vacca con la coda paga di più di una vacca senza coda.
-Ma
perché? Non capisco.
-Cugì’,
ma allora sei tardivo. Una vacca senza coda spesso deve alzare la
testa per cacciare le mosche e quindi mangia
meno di quella con la coda,
che invece mangia continuamente perché fa con
la coda quello che l’altra fa
con la testa.
-Hai
ragione, cugì’. Scusami. Non ci avevo pensato.
Così allora trascorreva il tempo e tali
erano i rapporti instauratisi tra i due paesi, tra amabili sfottò e reciproci
dispetti; tranne che in un periodo, circoscritto ma non per questo meno spiacevole,
intorno agli anni sessanta. Si era sparsa la voce a Scandale che passare con
l’auto da San Mauro, per andare a Catanzaro, era diventato pericoloso. Alcune
tra le poche auto circolanti allora, nell’attraversare San Mauro, si erano
ritrovate con uno pneumatico forato ed erano state costrette a fermarsi, con
dispendio di tempo e di denaro. Fu breve il passaggio da questi pochi casi di
forature alla diceria che i Sanmauresi, ad un segnale convenuto, si divertivano
a spargere chiodi per strada quando riconoscevano l’auto di qualcuno di
Scandale.
La diceria ad un certo punto divenne
un’inoppugnabile verità e gli Scandalesi ritennero che fosse giunto il momento di vendicarsi.
Ben presto anche molte auto provenienti da San Mauro, nell’attraversare
l’abitato di Scandale, furono costrette a fermarsi per forature strane ed
inspiegabilmente numerose.
La conclusione fu che per molti mesi le auto
di Scandale, dirette a Catanzaro, furono costrette a passare da Crotone e le
auto di San Mauro, dirette a Crotone, furono costrette a passare da Cutro. Poi,
a poco a poco, il fenomeno si diradò, finì e tutto tornò come prima.
C’era un fatto però sul quale, già allora,
c’era poco da discutere e Scandale, cavallerescamente, riconosceva l’indiscussa
superiorità di San Mauro. E questo fatto consisteva nella capacità di
organizzare la propria festa patronale. San Mauro e Scandale avevano ed hanno
due Madonne come protettrici: rispettivamente la Madonna del Soccorso e la
Madonna di Condoleo, le cui feste si celebravano in estate a poca distanza di
tempo l’una dall’altra. Orbene quella della Madonna del Soccorso era una festa
infinitamente più bella e più ricca rispetto all’altra. Gli Scandalesi lo
riconoscevano, amaramente, ma lo riconoscevano. Diciamo pure che
nell’organizzare la festa i Sanmauresi si sublimavano, davano fondo alle loro
risorse e diventavano insuperabili. Ricordo che, quando c’era la festa del
Soccorso, molti Scandalesi si raccoglievano su una collina dalla quale potevano
comodamente vedere a distanza di pochi chilometri i fuochi d’artificio che
stupivano fino all’incanto. Ricordo pure che qualche volta le famiglie si
riunivano sulla terrazza di qualche casa più alta per assistere allo
spettacolo.
Ma anche gli spettacoli serali erano una
goduria. Già allora a San Mauro arrivavano cantanti famosi che si esibivano in
piazze affollatissime, con gente proveniente dai paesi vicini, quando ancora a
Scandale si assisteva a malinconici spettacoli di bande musicali, che si
esibivano in noiosi concerti di opere liriche raffazzonate, di cui non fregava
niente a nessuno.
Una volta venne Miranda Martino, bellissima
e mitica cantante, della quale si chiacchierava molto al paese, perché si
raccontava che fosse l’amante dell’argentino Grillo, un famoso giocatore del
Milan. Bisognava proprio andare a vederla, possibilmente da vicino. Ci
organizzammo tra amici e a piedi, in un gruppo di circa venti persone tra
ragazzi ed adulti, ci dirigemmo a San Mauro, accorciando i pochi chilometri di
percorso con l’imboccare sentieri e mulattiere di campagna.
Alle 8 di sera eravamo già tutti davanti al
palco, quando ancora mancava un’ora all’inizio. Nessuno si spostava dal posto
faticosamente conquistato, proprio davanti all’ingresso del palco, a furia di
spintoni e gomitate. Vicino a noi due giovanotti, con il vestito nuovo della
festa e la testa impomatata di brillantina, inneggiavano ad alta voce:-
Mi-ran-da! Mi-ran-da! Uno dei due sembrava irrefrenabile e continuava ad agitarsi,
fino a quando l’altro, Michele, gli disse:- Cicciarì’, u ti scurdari ca dumani
amu jir’ a métiri (Ciccillo, non dimenticare che domani dobbiamo andare a
mietere). Al che Ciccillo si diede una calmata, almeno fino all’arrivo di
Miranda, che subito mandò tutti in delirio con una famosa canzone di Battisti, Pensieri e parole. La sua voce potente e
luminosa si librò nell’aria come un arcobaleno: -Che ne sai tu di un campo di
grano…-Cicciarì’, ha sintutu? A nua ni dicia che ne sai tu di un campo di
grano, a nua ca dumani amu jir’a métiri.(Ciccillo, hai sentito? A noi dice che
ne sai tu di un campo di grano, a noi che domani dobbiamo andare a mietere). E
così tra lazzi, frizzi, urla ed applausi trascorse la serata almeno fino a
mezzanotte, quando i due amici di San Mauro si avviarono mogi verso casa. Io li
seguivo a ruota ed ebbi modo di sentire un’ultima perla.
-Ohi
Miché, l’ha saputa l’urtima?
-Picchì?
chi d’è successo?
-L’aiu
sintutu aru comunicatu i menzijùarnu (al giornale radio di mezzogiorno). Mo nua
dumani avissim’i jiri a métiri e propri’oi
(proprio oggi) l’Americani anu jittatu na bumba tomma (bomba atomica)
subba n’atollu (sopra un atollo, piccola isola).
-'Na chi? (che cosa)
-'Na
bumba tomma…
-E
chi d’è ‘na bumba tomma?
-Oi Miché, è 'na bumba ca, s’’a jettanu a San Mauro, ni vrusciano tutt’u siminatu(
ci bruciano tutto il raccolto). Atru ca métiri. (Altro che mietere).
Ci allontanammo dai due e tutti gli Scandalesi, ancora non rassegnati a considerare finita la festa e vogliosi di
prolungarla oltre ogni limite, ci fermammo ad un bar a prendere un gelato. Ed
avvenne qualcosa cui ancora oggi, solo a pensarci, stento a credere.
Si era seduto vicino a me, allo stesso
tavolo, un signore di Scandale, certo Luigi Bomparola, che ad un certo punto mi
si accostò all’orecchio e mi disse:
-Posso
chiederti un favore?
-Certo…Che
ti serve?
-Vedi
il tipo con i baffi a quel tavolo a
circa 20 metri da qui? Girati lentamente…
-L’ho
visto.
-Beh…Quello
lì si chiama Mario Ammirati ed è un contadino di San Mauro. Mi deve dei soldi
da tanto tempo e non riesco a farmeli restituire. Anzi, mi aveva pure scritto
che era ancora in Germania e che sarebbe rientrato ad ottobre ed invece il
bastardo è proprio qui. Ora io lo avvicino. Tu non devi fare niente. Devi solo
controllare che qualcuno non mi aggredisca alle spalle. Vado.
Si diresse verso il suo debitore ed io gli
andai dietro a breve distanza. Ma l’Ammirati, avendo riconosciuto il suo
creditore, si era alzato pure lui, per dileguarsi e probabilmente far perdere
le sue tracce. Si era formato uno strano corteo. L’Ammirati avanti, svelto e
quasi di corsa, e dietro noi due, che pure stentavamo a tenere il passo, ma
cercavamo di raggiungerlo.
Ce l’avevamo quasi fatta, quando l’Ammirati,
sentendosi quasi perduto, vide alla sua destra come unica possibilità di
salvezza un gabinetto pubblico, nel quale si infilò, chiudendo la porta dietro
di sé. Il Bomparola, sopraggiunto col fiatone, non si rassegnò ed incominciò ad
assestare calci alla porta del gabinetto, gridando:
-Compà’,
chiri sordi…(Compare, quei soldi)
E
dall’interno:
-Compà’,
aviti ragiuni, ma mo tegnu ‘n’affari pi ri mani e, si mi va bonu ca mi va bonu,
u primu bucu chi tapp’è propri’’u vostu (Compare, avete ragione, ma adesso ho
un affare per le mani e, se mi va bene, il primo buco che tappo è proprio il
vostro).
-Compà,
ma chi mi cuntati? Mi vuliti pigghiari pi ru culu? (...prendere per il culo?)
E
dall’interno nessuna risposta. E, siccome il silenzio si protraeva, il
Bomparola prese la rincorsa ed assestò un tale calcio che sfondò la porta e la spalancò. Ma all’interno non c’era nessuno. Tutti e due guardammo in alto,
dove era posto un finestrino con il vetro in frantumi. Ma era mai possibile che
l’Ammirati, grosso com’era, si fosse volatilizzato attraverso quel finestrino?
Mogi mogi tornammo indietro a raggiungere
gli altri, mentre il Bomparola continuava ad inveire contro quel “bastardo”. Ma
noi l’Ammirati l’avevamo visto davvero in carne ed ossa o avevamo visto solo il
suo fantasma? E poi quello che credevamo di aver visto era veramente l’Ammirati
o uno che soltanto gli rassomigliava, mentre il vero Ammirati era probabilmente ancora
in Germania? Ed infine si poteva escludere che quella fosse soltanto l’ultima
presa per i fondelli che un Sanmaurese aveva orchestrato ai danni di uno Scandalese?
Non dimentichiamo che l’Ammirati era un contadino ed il contadino, si sa…,
scarpe grosse…e cervello fino.
Ezio Scaramuzzino
giovedì 9 dicembre 2021
Un termometro al Donegani
Negli
anni, purtroppo ormai lontani, del mio insegnamento al Donegani di Crotone, non
sono mancati, pur nelle pieghe di un lavoro a volte poco gratificante, momenti
di rilassamento e di abbandono al piacere quotidiano del vivere: momenti che
ancora oggi ricordo quasi con rimpianto, come trasgressioni tutto sommato
esilaranti del mio rapporto affettuoso con i tanti alunni che si sono imbattuti
in me nel corso del loro faticoso apprendimento.
Eravamo nell’anno di grazia 1995, in una
quarta A Chimici, nel corso del secondo quadrimestre. Ero allora alquanto indulgente nei confronti
degli alunni, avendo superato, già da parecchio tempo, quella mia ingenua
convinzione dei primi anni di insegnamento, quando ritenevo che, pur nel mio
piccolo, potevo validamente contribuire al miglioramento della scuola italiana,
mentre ormai la scuola era già orgogliosamente avviata lungo quella china che
di lì a pochi anni l’avrebbe condotta all’attuale sfacelo.
Il mio lento adeguamento alle nuove
condizioni della scuola non mi aveva però ancora portato alla completa
rassegnazione, sicché, pur di fronte all’evidente impreparazione degli alunni,
non mi rassegnavo del tutto e mi scervellavo a trovare uno stratagemma,
qualcosa, fosse pure uno shock, che li inducesse a cambiare rotta ed a
raggiungere una preparazione meno sconfortante.
Ogni tanto, anzi abbastanza spesso, mi
rivolgevo agli alunni con il pistolotto di rito
e mi trovavo a dire le eterne parole che tutti i professori rivolgono in
simili circostanze:
-Cari
ragazzi, mi raccomando, studiate di più… blablabla… trovarvi bene nella vita… lo
studio è indispensabile… blablabla… colloquio di lavoro… come farete?...
Inutile dire che queste parole in genere non
sortivano nessun effetto, anche perché, diciamolo pure chiaramente, a parte
poche eccezioni, la stragrande maggioranza degli alunni, non è che non avesse
voglia di studiare, magari studiava pure, ma era condizionata da tante e così
gravi lacune di base per cui spesso essi erano proprio incapaci di mettere
insieme e scrivere quattro parole di senso compiuto.
Altre volte, un po’ per giustificare psicologicamente
me stesso, un po’ per non indurli allo sconforto, mi rivolgevo a loro in questi
termini:
-Cari
ragazzi, avrete notato che da un po’ di tempo i vostri voti sono molto bassi.
Vi prego, non prendetevela con me o con una mia presunta severità. Il fatto è
che io non posso abbassare più di tanto l’asticella del rendimento, perché,
qualunque sia questo livello, voi subito vi adeguate e vi limitate a
vivacchiare rendendo la metà. Per cui debbo pretendere 10 per ottenere 5 e, se
pretendessi 6, voi vi adagereste e vi adeguereste al 3.
Ma anche queste parole, il più delle volte,
ottenevano scarsi risultati. Non sapevo proprio che fare ed ero veramente
sconfortato, anche perché il sacro furore dei miei primi anni di insegnamento
riusciva in parte a sopravvivere in me, impedendomi di diventare un automa che
si accontentava soltanto di guadagnarsi
onestamente uno stipendio.
Un giorno mi sentii più sconfortato del
solito. Ero entrato in classe e, dopo gli adempimenti preliminari dell’appello e delle trascrizioni sul registro, avevo
inutilmente cercato qualche volontario disponibile a farsi interrogare. Non si
sentiva una mosca volare in classe, come del resto riuscivo ad ottenere con
grande facilità. Poi avevo fatto qualche nome e mi ero limitato a segnare sul
registro una i (impreparato) a fianco dei
malcapitati di turno. Ero pienamente consapevole del fatto che questo
rito era del tutto inutile, come era inutile il registro, come forse erano
inutili anche le mie lezioni su Petrarca e Leopardi. D’altra parte non volevo
rassegnarmi ed ero pienamente convinto del fatto che la scuola non serve senza
le verifiche e che, come dice Dante, “ non fa scienza sanza lo ritenere avere
inteso”, cioè senza tenere a mente quello che si impara.
Ebbi un’idea.
Il giorno dopo arrivo a scuola con un certo
anticipo e passo dal laboratorio di Chimica Organica. Vi trovo Masino Mazza,
scomparso di recente e cui va il mio affettuoso ricordo. Mi fa, gentile come
sempre,:
-Che
fai da queste parti?
-Proprio
te cercavo…
-Azz…
ed in che cosa ti posso essere utile?
-Mi
dovresti fare un favore…
-Dimmi…
-Mi
è capitato di vedere in questo laboratorio alcuni termometri abbastanza grandi.
Penso servano a misurare la temperatura di alcune reazioni chimiche. Bene. Me
ne dovresti prestare uno. Te lo riporto alla fine della prossima ora di
lezione.
-Questo
è tutto? Ma levami una curiosità: a che ti serve?
-Te
lo dico dopo.
-Ah…
come vuoi.
-Mi
dovresti fare il favore di avvolgerlo bene in un involucro, in modo che non si
veda subito che cosa è.
-Certo…
lo metto nella sua custodia… ci va
perfettamente…
-Ti
ringrazio, Masi’,…a dopo.
Masino mi prende il termometro, un grande
termometro, pienamente adatto allo scopo e lo ripone nella sua custodia. Con
fatica riesco ad infilarlo nella mia borsa solo togliendo un paio di libri. Vado
nella sala docenti dove mi fermo a parlare con alcuni colleghi. Al suono della
campanella mi avvio verso l’aula della IVA Chimici, quasi al centro del
corridoio.
Entro nell’aula, chiacchiericcio sommesso,
scrivo sul registro di classe e sul registro personale, annoto quel che c’è da
annotare, poi mi rivolgo agli alunni:
-C’è
qualcuno che vuole essere interrogato?
Silenzio
di tomba, forse lo stesso silenzio che avvolgeva l’universo prima della
creazione. Attendo un pochino, un paio di minuti, nei quali il silenzio sembra
ancora più pesante ed impenetrabile. Una macchina da presa, che si trovasse a
riprendere la scena, scorrerebbe su volti stupiti, altri semiaddormentati,
altri rassegnati all’inevitabile.
Riprendo il discorso:
-Ah…
quindi non c’è nessuno disponibile. Vabbè…c’è di peggio nella vita.
Prendo
in mano la borsa appoggiata di lato sulla cattedra. Lentamente sfilo
l’involucro, poi lo apro, tolgo il grande termometro e lo depongo davanti a me,
con l’atteggiamento ieratico di un sacerdote che sta celebrando messa. Sempre
silenzio di tomba. Alcuni spostano la testa di lato o la sollevano e si
sistemano meglio nel banco per poter vedere e capire di che si tratta.
Incomincio:
-Cari
ragazzi, vedo che anche oggi, come ieri e come l’altro ieri, non siete
preparati e quindi nessuno è disposto a venire all’interrogazione. D’altra
parte capite bene che io ho assoluto bisogno di una valutazione numerica,
perché siamo già verso la fine del secondo quadrimestre e prossimamente ci
saranno gli scrutini finali. Ed io agli scrutini che faccio? Mi presento con
una sfilza di i e dico che siete
tutti impreparati? Sapete che significa quella i? Significa preparazione nulla,
inesistente, e quindi in queste condizioni dovrei rimandarvi tutti a settembre
e magari bocciarvi a seconda di come andate nelle altre materie. Ma non voglio
essere così cattivo e voglio salvare la maggior parte di voi. Lo so…Ve lo state
chiedendo… Come faccio a salvarvi? E questo è il punto, questo è il momento in
cui entra in gioco questo oggetto che io ho deposto sulla cattedra e che
certamente voi conoscete, perché viene usato nei laboratori. Magari vi state
chiedendo: “E che c’entra questo termometro con la nostra valutazione?” Ed io
vi rispondo: “C’entra, c’entra”. Voi sapete che questo termometro serve a
misurare la temperatura in alcune reazioni chimiche. Orbene, mi sono detto,
temperatura per temperatura, perché non utilizzarlo per misurare un’altra
temperatura non meno importante? Voi sapete che di un alunno che non studia e
non si impegna, spesso, nel linguaggio comune, si dice che si limita a
riscaldare il banco. E qui sta il punto. Io mi impegno a premiare quelli tra
voi che almeno il banco lo riscaldano bene.
Commenti sottovoce, incredulità, sorpresa
mista a meraviglia, speranza per qualcuno di potercela comunque fare, anche se
la faccenda è ancora nebulosa e poco chiara. Faccio una pausa. Mi accorgo che
la tensione e lo stupore aumentano. Poi riprendo:
-Qualcuno
si chiederà: “Ma come fa il prof a verificare questo?” E qui entra in gioco il
termometro. Il termometro serve, perché, oltre a misurare la temperatura delle
reazioni chimiche, può misurare anche la temperatura dei banchi, magari con
qualche approssimazione, ma pur sempre in modo significativo e tale comunque da
consentirmi di valutare il vostro comportamento a scuola.
Noto alcune perplessità , ben visibili
soprattutto sul volto delle alunne, che fanno fatica ad accettare il sistema di
misurazione di questa benedetta temperatura a metà strada tra il loro didietro
ed il banco sottostante.
Continuo:
-Ovviamente
ci si deve organizzare bene e procedere con diligenza. Io personalmente
provvederò alla misurazione di cui sopra, con l’ausilio di un segretario scelto
tra di voi, che avrà il compito di trascrivere con immediatezza il risultato
della misurazione su apposito registro da me controfirmato. Intanto vi obbligo,
onde evitare imbrogli e raggiri, al rispetto di alcuni comportamenti, come di
seguito indicati. (Ed intanto noto con piacere che il linguaggio paludato e
vagamente allusivo a criteri burocratici
ed amministrativi ha l’effetto di
dissipare le perplessità di alcuni che
appaiono un po’ esitanti ed incerti.)
1- Al
mio segnale tutti vi dovete sedere e rimanere seduti per quattro minuti.
2-
In questi quattro minuti è vietato muoversi
e/o sfregare con il didietro il banco sottostante. (Nessuno, come pensavo, ha
da ridire sul fatto che il legno è cattivo conduttore di calore e che pertanto
la variazione di calore in relazione al calore umano è del tutto trascurabile,
per non dire inutile ed insignificante).
3-
Quando mi avvicino, l’alunno si alza
prontamente e resta in piedi accanto al suo banco.
4-
Io procedo immediatamente alla misurazione
della temperatura del banco nell’arco di
dieci secondi, per evitarne il raffreddamento, e comunico il risultato.
5-
Con altrettanta celerità il segretario annota
il risultato sull’apposito registro.
6-
Una volta esaurita la misurazione di
temperatura dei banchi, si procede a stilare apposita classifica.
7- Considerato
che la temperatura media di noi umani si aggira intorno ai 36,5 gradi
centigradi, che i voti di valutazione scolastica sono espressi in decimi e che
la sufficienza corrisponde a 6/10, l’esame si intende superato, nel senso che
il banco può considerarsi ben riscaldato, se la temperatura risulta non
inferiore ai 37 gradi centigradi, con valutazioni progressivamente superiori
nel caso di risultati superiori.
Detto
questo, con fare solenne e ieratico, afferro il termometrone e do inizio alla
procedura di misurazione della temperatura dei banchi. Nessun alunno si sottrae
alla misurazione. Quando arriva il suo turno, ognuno si alza rispettosamente e
si sposta; io poggio il termometro sul banco e
leggo una finta temperatura;
infine ognuno si risiede al suo posto, sempre con rispetto e compunzione. Il
segretario trascrive il risultato ed io passo alla misurazione successiva.
Tutto si svolge nella massima serietà, mentre io, ovviamente, baro in maniera sfacciata,
anche se nessuno se ne accorge. I risultati, mentre faccio finta di leggere con
attenzione, sono di pura fantasia e sono da me idealmente collegati ai
rispettivi alunni, dei quali già conosco la preparazione ed il presumibile
risultato finale. Alla fine della sfilata io e l’alunno-segretario ritorniamo
verso la cattedra in maniera seria e paludata e teniamo stretti tra le mani i
nostri strumenti di lavoro. Chissà perché mi vengono in mente il parroco ed il
sagrestano che sfilano lungo le strade del paese, sotto il baldacchino, mentre
il primo solleva tra le mani il Santissimo nella festività del Corpus Domini.
Alla
fine della cerimonia, leggo i risultati e così concludo:
-Miei cari ragazzi, noto
con rammarico che, anche nel riscaldamento del banco, alcuni di voi lasciano a
desiderare, ma sento di poter dire che coloro che hanno una valutazione di
riscaldamento uguale o superiore a 37 gradi centigradi, possono legittimamente
aspirare alla promozione. Vi ringrazio per la collaborazione e vi saluto. A
domani.
Ovviamente la cosa non finì lì. Il fatto
divenne subito di pubblico dominio, almeno nella scuola, e se ne parlò per
molti giorni. Ci fu anche qualche collega che mi chiese delucidazioni ed
approfondimenti, perché ne aveva sentito parlare, ma non aveva un quadro
convincente dell’accaduto e manifestava delle perplessità. Mi limitai, come con
tutti, a rispondere in maniera vaga e talvolta volutamente ambigua.
Ma ricordo ancora più distintamente quanto
mi capitò con il collega Giovanni Pizzimenti. Mi venne incontro il giorno
successivo con una certa sollecitudine e mi disse:
-Ho saputo tutto. Ma cosa
hai fatto? Ma sei impazzito?
-Perché, Giova’, che ho
fatto di tanto grave? Che è successo?
-Ma ci pensi che, se viene
a saperlo qualche genitore, può venire qui a farti un casino?
Non nascondo che queste parole mi fecero
preoccupare un pochino, ma non più di tanto. La scuola, proprio in quegli anni,
stava cambiando, molto cambiando e, già allora, qua e là scoppiavano casi
clamorosi, seppure ancora isolati, di genitori che protestavano per molto meno.
Ma mi sentivo tranquillo. Quel che avevo
fatto in fondo lo avevo fatto a fin di bene e i primi a sorriderne sarebbero
stati proprio i miei alunni.
Come ne sorrido io adesso, a distanza di
tanti anni, ora che i ricordi della mia vita trascorsa sono molto più numerosi
delle mie speranze. Ho ancora un vivo ricordo di quei fatti e soprattutto di
quel fatto, come di un episodio in fondo tenero e affettuoso di anni
indimenticabili e come della parte irripetibile di un rapporto affascinante che
mi ha legato ai miei alunni nel corso della mia vita nel mondo della scuola.
Ezio Scaramuzzino
giovedì 2 dicembre 2021
NO SPID
Possibile che nel nostro
Paese, accanto ai tanti movimenti no, nati negli ultimi tempi e per lo più rivelatisi
inutili e dannosi, tipo NO TAV, NO TAX, NO VAX, NO PONTE, NO QUESTO e NO
QUELLO, nessuno abbia trovato il modo e il tempo per lanciare un sacrosanto
movimento NO SPID? Immagino che tutti sappiate che cosa è questo famigerato
SPID, acronimo di Sistema Pubblico di Identità Digitale, che ormai è diventato
il grimaldello ineliminabile per entrare in tutti i siti della Pubblica
Amministrazione.
Da
quando esso è diventato obbligatorio, lo scorso 1 settembre 2021, al posto dei
precedenti userid e password facilmente
gestibili, non ho difficoltà ad ammettere che la mia vita è diventata un po’
meno tranquilla. Capisco le esigenze di sicurezza e segretezza che
debbono caratterizzare gli accessi ai vari siti pubblici, ma non capisco perché
queste legittime esigenze debbano rendere l’uso dello SPID una sorta di caccia
al tesoro o una corsa ad ostacoli, che di fatto rendono lo stesso SPID
inutilizzabile a buona parte degli utenti.
Io
stesso, che pure ho una certa dimestichezza con gli strumenti informatici,
spesso ho delle difficoltà non facilmente superabili. Intanto, proprio a causa
di queste difficoltà, ormai decido di entrare raramente nei siti pubblici (era
questo che volevano?), tranne che per esigenze non eludibili e non rinviabili.
E, quando proprio non posso farne a meno, seguo un rito che, più che di tipo
psicologico, mi appare di tipo sciamanico o propiziatorio.
So che un certo giorno debbo entrare nel sito
dell’INPS o dell’Agenzia dell’Entrate per seguire o sbrigare una certa pratica?
Orbene, già dal mattino incomincio a prepararmi. Mi ripeto mentalmente i vari
passaggi dello SPID, per evitare errori che potrebbero farmi perdere tempo o,
peggio, farmi innervosire, ipotesi, quest’ultima, che pregiudicherebbe fatalmente
per quel giorno le mie possibilità. Per maggiore tranquillità, a volte, scrivo
i vari passaggi su un fogliettino da esporre in bella evidenza accanto al pc.
Una mezz’oretta prima mi preparo una bella camomilla; qualche minuto prima
accendo il pc; controllo che tutto funzioni alla perfezione; nelle occasioni
importanti non mi nego la recita di un’ Ave Maria; poi faccio quattro profondi
respiri e via.
Incomincia
la caccia al tesoro, tra codici da immettere, pulsanti da premere entro una
manciata di secondi, pena un annullamento dell’operazione, avvisi che giungono
con i sistemi più varî, dagli SMS o da qualche applicazione. Dopo varie
esperienze e varî allenamenti ho raggiunto uno standard più che dignitoso:
riesco a portare a termine l’operazione nel novanta per cento dei casi.
Personalmente
non mi lamento, ma non posso fare a meno di pensare con un sorriso ai tanti che
rischiano di grosso con queste esperienze.
Ho letto da qualche parte che nel nostro Paese è in pauroso aumento nelle cliniche neurologiche il numero di ricoverati afflitti da una nuova malattia
che gli specialisti chiamano “ Sindrome di
Hikikomori”, dal nome di un Giapponese che passava le sue giornate a
scervellarsi davanti ad un pc.
Ma
a tutto c’è rimedio: basta allenarsi ed io stesso mi sono spesso allenato e continuo ad allenarmi.
Come? E’ presto detto. Si sceglie un sito pubblico di cui non frega molto e si
prova continuamente ad entrare con lo SPID. Tanto, anche se si sbaglia a ripetizione, non succede niente.
Per
i miei allenamenti io ho scelto (e lo consiglio) il sito della LOTTERIA DEGLI
SCONTRINI. La conoscete, sì? La lotteria che promette premi milionari a coloro
che pagano con la carta di credito, sopravvissuta all’altra lotteria, quella
del cashback, prematuramente deceduta. Aggiungo, per onestà, che ho scelto il
cellulare, più facilmente disponibile ed accessibile in ogni momento, ma che
prevede qualche difficoltà in più rispetto al pc, dove le difficoltà sono già
tante, troppe.
Io
mi sono allenato lì e mi sono divertito anche a fare dei calcoli. Orbene. Ho
calcolato che, pure dopo essere diventato bravo ad entrare, impiego non
meno di due minuti e sono necessari 14 passaggi. Li elenco per chi avesse
voglia di imitarmi:
1-click su Lotteria degli scontrini
2-accetto
3-prosegui
4-menù in alto a destra
4-accedi all’area riservata
5-entra con spid
6- scelta del fornitore di spid
7-accedi più rapidamente
8-codice spid
9-chiudi
10-chiudi app fornitore
11-elimina app fornitore
12-richiama o attendi login
13-acconsento
14- area acquirente.
Finalmente ci sei, sei entrato. Scorri un pochino
i tuoi dati, verifichi che non hai vinto nessun premio e che non sei diventato
milionario. In compenso hai fatto un po’ di pratica con lo SPID. Bisogna
sapersi accontentare. Non si può avere tutto dalla vita.
Ezio Scaramuzzino
lunedì 17 maggio 2021
Orgoglio LGBT
Per i pochi che ancora non lo sapessero, oggi, in tutto il mondo si celebra la giornata dell'orgoglio LGBT.
Uno dei motivi ricorrenti degli officianti di tale rito è che la diversità sessuale, ben lungi dall'essere una menomazione, costituisce motivo di arricchimento della specie e tale da conferire alla vita di ogni individuo elementi di orgoglio e di soddisfazione.
Mi voglio unire anche io a tale
celebrazione, al di là delle mie modeste possibilità di contributo, essendo io
etero, anche se non avversario rispetto a chi dissente dalle mie preferenze.
Personalmente non mi sento ostile al
mondo LGBT, perché ho sempre ritenuto che ognuno è, e deve potere essere,
libero di fare quel che vuole in ambito sessuale, soprattutto in privato e
sotto le lenzuola.
Qualche volta, è vero, mi infastidiscono
certe esibizioni sguaiate e volgari, ma tutto ciò offende il mio senso
estetico, non certo il mio senso morale.
Detto questo, e puntualizzato il mio
atteggiamento in merito, mi permetto qualche ulteriore considerazione, spero
non superflua.
Prima di tutto dico che trovo riduttiva
e semplicistica la sigla LGBT. Se la diversità è un arricchimento, perché non
diversificare ed arricchire la stessa sigla? L'acronimo in questione sta per
Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender, di chiaro intendimento, tranne, forse, per
Transgender, con cui si intende la
percezione sessuale che uno ha di sé, al di là dei suoi attributi fisici.
Lesbian
sta per Lesbica, ma perché non
distinguere tra Lesbica attiva e Lesbica passiva? Poi si sa quel che vuole
dire Gay, ma perché non distinguere tra Gay
attivo e Gay passivo? Bisexual potrebbe non aver bisogno di
precisazioni, ma, volendo, si potrebbe distinguere tra preferenze attive o
passive. E anche nel caso di Transgender si potrebbe fare quest’ultima
distinzione.
E poi, vogliamo dimenticare quelli che
rivendicano il diritto all’incesto o alla pedofilia, da molti considerati forme
legittime di rapporto amoroso?
Quanto all’incesto, sulla base di quanto
stabilito in altre circostanze similari, perché negare la liceità di un
rapporto tra consanguinei adulti e consenzienti? Non dimentichiamo che il
consenso e la maggiore età per molte persone costituiscono da qualche tempo l’unico
discrimine per stabilire la legittimità di una relazione sessuale.
E quanto alla pedofilia, possiamo
dimenticare che essa era largamente praticata nel mondo greco-romano, fino ad
essere considerata degna soltanto degli spiriti nobili? L’imperatore Adriano
non si faceva scrupolo di esibire in pubblico il suo amante, il giovinetto
Antinoo, addirittura divinizzato dopo la sua morte prematura. E nell’Iliade, Achille
e Patroclo sono chiaramente rappresentati da Omero per quello che
effettivamente sono, cioè due giovani amanti.
Perciò, ricapitolando, la sigla LGBT
dovrebbe essere cambiata in L(a)L(p)G(a)G(p)G(a)G(p)B(pa)B(pp)T(pa)T(pp)I(c)I(nc)P(pm)P(pf),
dove a=attivo, p=passivo, pa= preferibilmente attivo, pp=preferibilmente
passivo, c=consenziente, nc=non consenziente, pm=preferibilmente maschio,
pf=preferibilmente femmina, I= incestuous, P=pedophile.
Trovo che la sigla corretta, pur un po’
troppo lunga, sarebbe più adeguata ai tempi che viviamo e al diffuso bisogno di
varietà e differenziazione. Trovo altresì che, nella sua nuova veste, essa
potrebbe costituire un più severo monito per gli omofobi di ogni specie.
Ed
anche quel vecchio omofobo di Ugo Foscolo, che negli ultimi versi dei Sepolcri celebra Ettore come simbolo dell’eroismo sconfitto e della
gloria eterna che ne deriva (E tu onor di
pianti, Ettore, avrai…), avrebbe avuto di che vergognarsi.
Fosse vissuto oggi, nella scelta tra la
coppia Achille-Patroclo, giovani amanti, e la coppia Ettore-Andromaca, vecchi
bacucchi e sposati, Ugo Foscolo, il grande maschilista omofobo, non avrebbe
avuto esitazioni.
sabato 9 gennaio 2021
Addio, tesoro mio.
Stanotte è morto il mio tesoro,
Vittoria Celsi. I funerali si svolgeranno domani, domenica 10 gennaio 2021, alle ore 15,30, alla Parrocchia del Carmine di Crotone, con il rispetto delle norme anti covid. Il corteo muoverà dall'abitazione in Viale Gramsci, 154, dove la salma è esposta.
Addio,
tesoro. Mi hai lasciato, ci hai lasciati, di notte, mentre tutto intorno era
silenzio. Mi avevi chiamato, per chiedere aiuto, poi eri stata meglio, ma alla
fine il tuo cuore ha incominciato a non reggere più. Eravamo soli io e te ed
avevamo come muti testimoni del nostro destino i contorni delle ombre, mentre
la città dormiva e noi eravamo l'uno accanto all'altro.
Mi sono alzato, per un attimo ti ho lasciata sola e mi sono
avvicinato alla finestra, aprendola un po'. Proprio in quel momento, pur tra
una foschia che ne attenuava la luce, la luna stava sorgendo, come a
simboleggiare il corso eterno della vita che continua. Ho avvertito che improvvisamente
le cime degli alberi erano mosse da un fremito leggero del vento e le onde del
mare di fronte, da calme che erano, altrettanto improvvisamente avevano preso a
muoversi ed a infrangersi leggermente sugli scogli. Mi è parso che la natura avesse incominciato a piangere,
rattristata dal tuo imminente addio.
Mi
sono riavvicinato a te. Respiravi affannosamente ed il tuo cuore sobbalzava.
Poi, a poco a poco, il respiro si è fatto leggero e tu hai cercato la mia mano,
stringendola per quanto le tue povere forze te lo consentivano.
Hai
sorriso, mentre le lacrime rigavano il mio volto, ed in quel tuo sorriso c'era
il compendio, l’esito finale di una vita vissuta insieme, dei dolori,
delle gioie che avevano accompagnato il
nostro cammino, del tuo grazie per quanto la vita ti aveva comunque concesso,
nel bene e nel male. Nelle mie lacrime c'era invece il mio dolore immenso, non
attenuato dalla consapevolezza di un destino ineluttabile e crudele: una lunga
malattia ti aveva straziato nel corpo e nell'anima ed aveva offeso la tua
bellezza e la tua dignità.
Ho
chiuso i tuoi occhi, poi mi sono chinato su di te ed anche io ho sorriso. Ho
sorriso perché, come qualcuno ha detto, la morte non è niente e in realtà tu
non eri morta.
Tesoro
mio,
sei
soltanto passata dall’altra parte.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu.
Quello che eravamo prima l’uno per l’altro, lo siamo ancora.
Io continuerò a chiamarti con il nome che ti ho sempre dato e che mi è
familiare; continuerò a parlarti nello stesso modo affettuoso che ho sempre
usato.
Non cambierò tono di voce, non assumerò un’aria solenne o triste.
Continuerò a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che
tanto ci piacevano.
Continuerò a pensare a te.
Il tuo
nome sarà sempre per me la parola familiare di prima ed io lo pronuncerò senza
la minima traccia di ombra o di rimpianto.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa
di prima, perché tra me e te c’è una continuità che non si spezza.
Tu non sei lontana, sei solo dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Rassicurati, va tutto bene.
Ecco, io asciugo le mie lacrime e non piango, perché continuo ad amarti ed il
tuo sorriso è la mia pace.



