venerdì 11 gennaio 2013

Lo strano mondo della grammatica di Achille Campanile


Achille Campanile (Roma, 28 settembre 1899 – Lariano, 4 gennaio 1977) è stato uno scrittore, drammaturgo, sceneggiatore e giornalista italiano, celebre per il suo umorismo surreale e i giochi di parole.***********


Le grammatiche su cui si studiano le lingue saranno utilissime per impararle, ma non altrettanto per la logica e il buon senso. Il che, tuttavia, non rappresenta un danno in ogni senso. Anzi potrebbe contribuire a dare ai rapporti fra le persone un carattere quanto mai spensierato e fantasioso che conferirebbe alla vita un aspetto dei più piacevoli.
Dalla grammatica inglese:
"Portaste il binocolo?"
"No, ma portai il vostro ventaglio."
Col che si imparano parecchi vocaboli, non c'è dubbio. Ma non è chi non veda un ventaglio esser tutt'altra cosa che un binocolo. Non c'è niente in comune fra i due oggetti. Come è possibile parlare di ventaglio a chi vi chiede notizie del binocolo?
Vediamo: dove e quando e perché si può domandare a qualcuno se ha portato il binocolo? In teatro, o in occasione di una gita in luoghi panoramici, o per esigenze belliche. 
Ora, ammetto che in un teatro possa essere utile anche un ventaglio, benché abbia tutt'altra funzione e non sarà certo esso che mi permetterà di apprezzare le bellezze d'un corpo da ballo. Ma su una montagna! Che me ne faccio d'un ventaglio se ho bisogno d'un binocolo?
Non parliamo poi d'una casamatta o della tolda d'una nave da guerra. Immaginate un generale nel suo osservatorio o un ammiraglio sul ponte di comando, che durante l'infuriare della battaglia, dovendo seguire le mosse del nemico, domandi all'aiutante di campo "Portaste il binocolo?" e si senta rispondere "No, ma portai il ventaglio". Anche ammesso che faccia molto caldo, in quel momento il comandante ha bisogno di guardare.
Forse gli autori degli esercizi di traduzione immaginano un mondo di stolidi. Ecco un altro dialogo della grammatica inglese.
"Mamma, comperasti la tovaglia?"
"No, ma comperai il rasoio per tuo fratello".
Una famiglia di pazzi, evidentemente. Pazza la madre, che forse immagina si possa apparecchiare la tavola col rasoio; e pazza la figlia, che dal manuale non risulta essersi minimamente turbata alle parole inconsulte della vecchia insensata.
"Vedeste il mio allacciabottoni?"
"No, ma vidi il vostro colletto e polsini".
Magari qui si può ravvisare un barlume di coerenza, in quanto siamo sempre in materia inerente al vestirsi. Ma c'è un abisso tra la domanda e la risposta.
Uno dei torti degli esercizi di conversazione è per l'appunto di non dare quasi mai la terza battuta. S'imparerebbero molte altre parole, magari non delle più ortodosse. Come rispondereste a uno che vi parla di colletto e polsini, quando voi gli domandate notizie dell'allacciabottoni?
È evidente:"O sei un imbecille, o vuoi prendermi in giro. Come ti viene in mente di rispondermi così?"
E giù una sequela di parolacce, che pure hanno la loro utilità nello studio di una lingua. 
In conclusione m'è più volte capitato, nell'esprimermi in una lingua straniera imparata di fresco su una grammatica, di essere quanto mai incoerente. Una volta, a un passante che mi domandava: "Sapreste dirmi dov'è la tale strada?" Mi avvenne di rispondere sulla base di un dialoghetto studiato nella grammatica.
"No, ma so dirvi l'età del cugino di vostro padre."
Il passante rispose con una frase che non capii, perché purtroppo, come dicevo, negli esercizi di conversazione manca sempre la terza replica. 
Per tacere degli scorci di vita che si possono cogliere, attraverso quegli esercizi, specie se si diffondono in particolari.
"Eravate con vostro padre?"
"No, ero con l'amico di mio padre, ma le mie sorelle erano con vostra madre; siamo stati a vedere la cattedrale."
Bella brigata di cretini, davvero. Tra l'altro c'è da scommettere che ognuno non capiva chi fossero gli altri, quanto a grado di parentela reciproca, durante questa famosa visita alla cattedrale. Perché è soprattutto sull'indicazione delle parentele che queste frasi risultano sibilline. 
Doveva essere una mattina grigia in una città gotica del Nord Europa, una pioggerella leggerissima punzecchiava appena i volti dei passanti. I nostri amici, usciti dall'albergo e avendo lasciato qua e là un certo numero d'imprecisati parenti, andavano in fretta verso la cattedrale con le guide in mano. Nella chiesa semibuia tra le navate, si sbirciavano sospettosi:
"Chi è quello?"
"È l'amico di vostro padre, e io sono la madre di un tale che non c'è, perché io sto con le vostre sorelle." 
"E che rapporto di parentela c'è fra voi e l'amico di mio padre?"
"Egli è l'amico del padre delle ragazze che stanno con me e che sono vostre sorelle, mentre voi siete l'amico di mio figlio".
È un groviglio.
"Ed io chi sono?"
"Voi siete il figlio dell'amico di quel signore e il fratello delle signorine che stanno con la madre di un altro vostro amico, che non è qui, e questa sarei io."
Basta, basta, c'è da diventare pazzi.
E notate che queste frasi sono tutte rigorosamente dedotte da quella dell'esercizio, quanto a rapporti di parentela, amicizia e semplice compagnia, tra i partecipanti alla visita della cattedrale. 
Durante la quale - è ovvio aggiungerlo - il cicerone avrà zittito:
"Signori, occupatevi della cattedrale, invece che di questi pasticci di famiglia; guardate i vetri istoriati."
Dopo la visita, tornati all'aperto:
"Ed ora andiamo a far colazione?"
"No, ma posdomani arriva il cognato di vostro figlio. 
"E via in fretta, senza volti, senza cervello, mentre una pioggerella leggerissima fa viscido il selciato fra le basse arcate e i negozi di frutta della grigia città gotica. E si sente nell'aria un odorino di cavoli cotti e di birra, mentre il carillon dei pupazzi metallici suona mezzogiorno nella torre del palazzo di città. 
Europa, Europa mia! Quando verremo a liberarti?
(da Manuale di conversazione)


venerdì 4 gennaio 2013

Fino a prova contraria(Racconto) di Ezio Scaramuzzino


Un veterinario con qualche problema sessuale. Uno strano omicidio nella notte. Tutti gli ingredienti del giallo.*****



Il dottor Luciano Ratti stava ritornando a casa, con la sua Alfa Romeo Giulietta, dopo una giornata di intenso lavoro. A Crotone aveva partecipato ad una riunione con dei colleghi  veterinari, aveva concluso  importanti accordi sulla spartizione di alcuni incarichi ed ora, soddisfatto e tranquillo, stava affrontando i tornanti che lo portavano verso Scandale, per poi proseguire verso San Mauro, dove contava di arrivare a mezzanotte.
Il dottor Ratti, unico veterinario condotto della zona, era un bell’uomo di cinquanta anni, affabile, discreto, dai modi signorili, e in realtà non faceva molta differenza tra gli animali che curava e i contadini che glieli portavano da visitare. Uomini e animali erano soltanto la materia bruta su cui egli agiva, per ricavarne rispetto, soddisfazioni e possibilmente agiatezza.
Inoltre era scapolo impenitente, perché rifuggiva dal complicarsi la vita con le donne e anche perché, egli sosteneva, innamorarsi era un lusso da servetta. Ma c’era anche un altro motivo che lo induceva a tenersene un po’ lontano, un motivo segreto che costituiva per lui un cruccio, ma di cui nei dintorni tutti parlavano come di una cosa notoria. Il dottor Ratti, si diceva, era afflitto da una strana forma di impotenza: la sua libido si esauriva nell’arco di cinque minuti, passati i quali, tutto doveva essere rinviato a data da destinarsi.
Mentre attraversava l’abitato di Scandale, vide una villetta appartata a due piani, che egli conosceva fin troppo bene. In quella villetta abitava una sua ex amante, una delle poche donne della sua vita, con cui aveva interrotto ogni rapporto da almeno cinque anni, riducendosi da allora a vivere senza il rapporto fisso con una donna.
Quella donna era una maestra elementare, stranamente venuta  da un lontano paese della Toscana. Si chiamava Maria Pia Cicala e con quel nome aveva alimentato buffi giochi di parole basati  sull’equivoco di colei che “pia”(“piglia” nel dialetto locale) la cicala.
Il dottore si era trovato bene con lei, perché era una donna passabilmente attraente e raffinata, ma era anche poco esigente e soprattutto era molto comprensiva con lui, con le sue disfunzioni sessuali, per cui, quando arrivavano i famosi cinque minuti, lei era sempre pronta, dal momento che si considerava un’infermiera più che un’ amante.
Il Ratti fu  preso da uno strano desiderio di rivederla, ma era già andato un po’ oltre, non essendosi deciso in tempo. Frenò, innestò la retromarcia, imboccò lentamente un viottolo e dopo un paio di minuti si ritrovò con l’auto davanti alla villetta. Notò che a piano terra la luce era accesa, scese dall’auto, si diresse verso l’uscio e suonò il campanello.
La Cicala non si meravigliò più di tanto nel vederlo e, dopo poche parole di circostanza, lo fece accomodare nell’ampio soggiorno. Il Ratti avvertiva una leggera punta di imbarazzo, cercò di liberarsene rivolgendo qualche complimento alla donna e le disse che, nonostante il passare degli anni, il suo fascino era ancora intatto. Lei gli replicò che doveva trattarsi di un ben povero fascino, dal momento che lui l’aveva disdegnato, e, ad una risposta così pronta e pure così sconsolata, egli non seppe più che dire ed avvertì ancora più forte l’imbarazzo di prima. Incominciò a guardarsi attorno, con curiosità, per vedere se qualcosa era cambiato in quella casa, da quando lui la frequentava, e notò che dovunque c’era come un senso di abbandono, quasi di morte.
Improvvisamente, nel silenzio generale, si sentì il suono di una scampanellata violenta, quasi disperata. Lei gli fece cenno di tacere, gli aprì con cautela una finestra e lo fece saltare. Il Ratti si ritrovò nella campagna circostante, nel silenzio della notte interrotto solo dal canto dei  grilli. Ma non si allontanò, anzi si riaccostò alla finestra e, attraverso una tendina scostata, prese ad osservare, senza essere visto, quel che sarebbe successo.
La Cicala intanto era accorsa ad aprire e si vedeva un omaccione che con fare deciso e quasi da padrone, come di chi era abituato a comandare in quella casa, avanzava nel soggiorno. Ma quell’uomo barcollava in modo evidente, non si sa se per ubriachezza o per qualche malore, e cercava di raggiungere un divano in un angolo, tenendo una mano sotto l’ascella. L’uomo, raggiunto il divano, vi si accasciò, reclinò la testa da un lato e sembrò non dare più segni di vita.
La Cicala ricacciò in gola un grido che stava per lanciare e pensò bene di farsi dare una mano dal Ratti. Riaprì la finestra, con l’intenzione di richiamarlo, lo vide dietro i vetri e lo fece rientrare.
Il dottore pretese subito delle spiegazioni e seppe che quell’uomo, il daziere del paese, l’aveva sostituito da un paio d’anni nella relazione con la donna, poi si accostò a lui, gli tastò il polso e si rese conto che aveva cessato di vivere. Osservò che sulla mano destra aveva una goccia di sangue e che di fianco, all’altezza del cuore, la camicia presentava un sottile foro, uno solo, da cui fuorusciva qualche altra goccia di sangue.
Il dottore si sentì perduto. Chi avrebbe mai potuto credere che, mentre quell’uomo moriva, verosimilmente per un colpo di pistola, in quella stessa dimora egli si trovava per caso, solo per caso? Vedeva già i titoli dei giornali che parlavano di lui come di un omicida per gelosia, processato, condannato, rovinato per sempre.
Avrebbe dovuto ragionare con mente fredda, non farsi prendere dal panico, ma non ne fu capace e prese l’unica decisione che in quelle circostanze non avrebbe dovuto prendere: scappò da quella casa e si infilò in auto per andare via nella speranza di non essere stato notato da nessuno.
Aveva già fatto retromarcia, badando a non urtare un’altra auto che prima non c’era, ed aveva fatto poche decine di metri, quando vide nel buio un‘auto dei carabinieri messa di traverso sul viottolo, fino a sbarrarlo.
Fu costretto a ritornare indietro e all’interno della casa, davanti a quel cadavere, fu perquisito e costretto a fornire delle spiegazioni, ma non fu creduto. Il maresciallo Squillace e l’appuntato Coriale della locale stazione dei carabinieri effettuarono i primi, sommari rilievi del caso in attesa del magistrato, il quale decise la detenzione in carcere per il  Ratti e ordinò alla Cicala di tenersi a disposizione.
Il dottor Luciano Ratti, veterinario condotto, persona riverita e stimata da tutti, ebbe un’intera notte a disposizione per riflettere sulla sua nuova condizione di detenuto in attesa di giudizio e sulla possibilità di approntare una linea difensiva. Egli aveva qualche nozione di diritto e pensò che non avrebbero potuto condannarlo, perché non c’erano prove inconfutabili contro di lui, a parte le circostanze occasionali che potevano far nascere soltanto dei sospetti. Pensò all’Habeas corpus, pensò che fino a prova contraria egli era da considerarsi innocente, pensò alla Costituzione che considera l'imputato non colpevole sino a condanna definitiva. Pensò a tante cose e ad un certo punto si ritrovò pure a dire una preghiera, cosa che non faceva da parecchio tempo.
Infine  si convinse che ce l’avrebbe fatta a dimostrare la sua innocenza, si sentì tranquillo e si assopì su una branda che gli avevano messo a disposizione in un angolo della cella.
Al mattino fu convocato dal giudice, il quale gli annunziò che era libero e che poteva ritornarsene a casa. Ma la libertà non gli proveniva dall’Habeas corpus o dalla Costituzione, gli proveniva solo da una decisione di Marietta. Il giudice istruttore gli spiegò bene come erano andate le cose.
Il daziere, Nicola Cersosimo, aveva due amanti, la Maria Pia Cicala e tale Marietta Vaccaro. Le due Marie erano però molto diverse tra di loro:remissiva la prima, gelosissima la seconda, per nulla disposta a tollerare il triangolo amoroso. La sera precedente, dopo l’ennesima, violenta lite, Marietta aveva estratto una pistola Beretta 6,35 ed esploso contro di lui un unico colpo, forse solo con l’intenzione di impaurirlo. Il Cersosimo non si era nemmeno accorto di essere stato colpito e, alla vista di quella pistola che sembrava un giocattolo, si era allontanato in auto con l’intenzione di rifugiarsi dalla sua seconda amante. Giunto alle prime case del paese, non aveva visto un posto di blocco dei carabinieri, in normale servizio di sorveglianza. O forse l’aveva visto, ma con i riflessi ormai appannati a causa dell’emorragia interna, non riuscì a frenare, travolse un segnale di stop posto per terra e proseguì la sua corsa in direzione della villetta di Maria Pia.
Dove, superata la sorpresa iniziale, giunsero anche i carabinieri, a distanza di circa dieci minuti e dopo qualche ricerca infruttuosa in varie direzioni. Il resto era noto. Bisognava solo aggiungere che alle prime luci dell’alba Marietta Vaccaro, venuta a sapere della morte del Cersosimo, probabilmente pentita del suo gesto, si era presentata spontaneamente in caserma, aveva confessato il suo omicidio, consegnando anche la pistola, ed era stata arrestata e rinchiusa in una cella accanto alla sua.
Il Ratti, dopo la restituzione degli oggetti personali, fu riaccompagnato alla sua Alfa Romeo Giulietta. Si rimise al volante e, mentre guidava verso San Mauro, calcolò che sarebbe arrivato con circa dieci ore di ritardo. Non molte in fondo, tenuto conto di quanto gli era capitato in quella notte. Rifletté anche sulle vicende della sua vita e concluse decisamente che dalle donne doveva tenersi lontano, come in fondo aveva sempre fatto, perché a lui le donne avevano portato sempre male.
Ezio Scaramuzzino

domenica 30 dicembre 2012

The dead-I morti (Racconto) di James Joyce


Un piccolo capolavoro di Joyce, tratto dai Dubliners (Racconti di Dublino). Se ne riporta il finale.
James Augustine Aloysius Joyce (Dublino, 2 febbraio 1882 – Zurigo, 13 gennaio 1941) è stato uno scrittore, poeta e drammaturgo irlandese.

Trama
A Dublino, nel 1904, in una serata del  periodo natalizio,  si svolge la tradizionale festa che tre  signorine della buona borghesia, due anziane sorelle, Kate e Julia Morkan, e la loro nipote Mary Jane, offrono ogni anno per amici e  parenti. Si fa musica, si balla e si partecipa ad un ottimo pranzo, preparato completamente dalle padrone di casa.  Gabriel Conroy, nipote prediletto delle  signorine Morkan, e sua moglie Gretta sono gli ospiti principali e aiutano a  ricevere gli invitati. Soprattutto è insostituibile Gabriel, incaricato dalle zie di svolgere compiti delicati, come sorvegliare Freddy Malins, un caro amico troppo spesso ubriaco, o tagliare al momento opportuno l’oca arrosto e, infine,  pronunciare il discorsetto ufficiale. La conversazione tra gli ospiti è vivace e si  parla molto di musica e di religione.  C’è anche un noto tenore fra gli invitati, Bartell D’Arcy, ma sembra non voglia esibirsi, mentre la vecchia zia Julia, con voce molto flebile, canta una celebre aria in modo patetico. Tutti lodano l’ospitalità squisita delle tre signorine e il successo della festa. Poi viene l’ora di andare via: Gabriel e Gretta sono rimasti fra gli ultimi e, poiché abitano lontano, per quella notte andranno in  albergo. Il marito è già pronto ad uscire e aspetta all’ingresso la moglie, ma la vede fermarsi sulla scala all’improvviso, a poca distanza da lui: in quel momento il tenore D’Arcy, in una stanza al piano di sopra,  ha iniziato a cantare una vecchia e triste canzone irlandese, The Lass of Aughrim, e Gabriel scorge chiaramente che, ascoltandola, Gretta è commossa fino alle lacrime. Successivamente  i due coniugi raggiungono in carrozza l’albergo, mentre nevica abbondantemente. 

I morti - Finale
Quando la carrozza si fermò davanti all'albergo, Gabriel saltò giù e, nonostante le proteste di Bartell D'Arcy, pagò il vetturino, lasciandogli uno scellino di mancia. Quello salutò e disse:
"Felice anno, signore!"
"Altrettanto a voi," ricambiò Gabriel cordialmente.
Lei gli si appoggiò un momento al braccio per scendere dalla vettura e anche mentre, ferma sul marciapiede, augurava la buona notte agli altri. Gli si appoggiava leggermente al braccio, come poche ore prima, quando aveva ballato con lui. In quel momento egli si era sentito orgoglioso e felice, felice che fosse sua, orgoglioso della sua grazia e della sua femminilità. Ma adesso, con tutti i ricordi che si erano riaccesi in lui, il primo contatto col suo corpo armonioso, strano e profumato, gli faceva provare un forte stimolo di lussuria. Protetto dal silenzio di lei, le prese una mano stringendosela forte contro il fianco e, quando si trovarono di fronte alla porta dell'albergo, sentì che erano fuggiti dalla vita e dai doveri quotidiani, fuggiti da casa e dagli amici per correre insieme, con i cuori spensierati e raggianti, verso una nuova avventura.
Un vecchio era appisolato su un'enorme poltrona nell'atrio. Accese una candela in dispensa e fece loro strada su per le scale. Lo seguivano in silenzio, il rumore dei passi attutito dai folti tappeti. Lei saliva dietro al portiere, con la testa china, le esili spalle curve come sotto un peso, e la gonna stretta intorno alle gambe. Avrebbe potuto cingerle i fianchi con le braccia e stringerla ancora, perché le sue braccia tremavano di desiderio e soltanto conficcandosi le unghie nel palmo delle mani riusciva a controllare l'impeto selvaggio del suo corpo. Il portiere si fermò sulle scale per sistemare meglio la candela che smoccolava e anche loro si fermarono sui gradini dietro a lui. Nel silenzio Gabriel poteva sentire le gocce di cera cadere sul piattello e i battiti del cuore nel petto.
Il portiere li guidò lungo un corridoio e aprì una porta. Poi appoggiò la candela traballante sulla toletta e chiese a che ora desiderassero essere svegliati.
"Alle otto," rispose Gabriel."
Il portiere indicò l'interruttore della luce elettrica e cominciò a scusarsi balbettando qualcosa, ma Gabriel tagliò corto:
"Non ci serve nessuna luce. Ne arriva abbastanza dalla strada. Anzi," aggiunse puntando il dito sulla candela, "portatevi via quel bell'arnese, su, da bravo."
Il portiere si riprese la candela, con gesto lento, perché era rimasto stupito da un'idea tanto strampalata. Poi augurò borbottando la buona notte e se ne andò. Gabriel fece scattare la serratura dall'interno.
La luce spettrale di un lampione dalla finestra si allungava in una striscia fino alla porta. Gabriel gettò soprabito e cappello su un divano e attraversò la stanza dirigendosi verso la finestra. Guardava in strada per riprendersi un po' dall'emozione. Poi si girò e si appoggiò al cassettone, volgendo le spalle alla luce. Anche lei si era tolta cappello e mantello e, in piedi davanti a una grande specchiera, stava slacciandosi il corpetto. Gabriel rimase zitto per alcuni istanti, osservandola, poi le disse:
"Gretta!"
Lentamente lei si allontanò dallo specchio e si diresse verso di lui lungo la fascia di luce. Aveva un'aria così seria e affaticata che Gabriel non riuscì a dire parola. No, non era ancora il momento.
"Hai l'aria stanca," le disse.
"Un po' lo sono," rispose lei.
"Ma non ti senti mica male, vero?"
"No, È solo stanchezza; nient'altro."
Si avvicinò alla finestra e rimase là a guardare fuori. Gabriel aspettò ancora e poi, temendo che la timidezza lo sopraffacesse, disse improvvisamente:
"A proposito, Gretta..."
"Che cosa?"
"Lo conosci quel poveraccio di Malins," disse in fretta.
"Be', che c'è?"
"Poveraccio, è un buon diavolo in fondo," continuò Gabriel con una nota falsa nella voce. "Mi ha restituito quella sterlina che gli avevo prestato e, a dire la verità, non me l'aspettavo. E' un vero peccato che non sappia stare alla larga da quel Browne, perché non è davvero cattivo."
Ora stava tremando per la tensione. Perchè lei aveva quell'aria così distratta? Non sapeva come cominciare. Forse anche lei era tormentata da qualcosa? Se solo si fosse rivolta a lui e gli fosse venuta vicino spontaneamente. Prenderla così sarebbe stato brutale. No, doveva prima vedere un po' di ardore nei suoi occhi. Voleva averla vinta su quel suo strano umore.
"Quando gli hai prestato quella sterlina?" gli chiese lei, dopo una pausa.
Gabriel fece uno sforzo su se stesso per trattenersi dall'esplodere in una serie di parolacce contro quell'ubriacone di Malins e la sua sterlina. Sentiva il bisogno di gridarle qualcosa dal profondo dell'anima, di stringere al suo il corpo di lei, di dominarla. Invece disse:
"Oh, a Natale, quando aprì quel negozietto di cartoleria in Henry Street."
Si sentiva la febbre addosso, una febbre di rabbia e di desiderio, tanto che non la sentì avvicinarsi alla finestra. Se ne stette dritta per un attimo davanti a lui, guardandolo stranamente. Poi, d'improvviso, alzandosi sulla punta dei piedi e, appoggiandogli delicatamente le mani sulle spalle, lo baciò.
"Sei molto generoso, Gabriel," gli disse.
Gabriel, tremante di gioia, per il suo improvviso bacio e per la stranezza della frase, le posò le mani sui capelli e comincio ad accarezzarli all'indietro, toccandoli appena con le dita. L'averli lavati da poco li aveva resi morbidi e lucenti. Il cuore gli traboccava di felicità. Proprio nel momento in cui più lo desiderava, lei era venuta da lui spontaneamente. Forse i loro pensieri avevano seguito lo stesso corso, forse lei aveva sentito il suo impetuoso desiderio, e poi si era fatta arrendevole. Adesso che era venuta da lui con tanta facilità, si chiedeva perché si fosse sentito cosi sfiduciato. Rimase immobile tenendole la testa tra le mani. Poi, passandole rapido un braccio intorno alla vita, l'attirò a sé e le disse con tenerezza:
"Gretta, cara, a che cosa pensi?"
Non gli rispose, né si abbandonò completamente all'abbraccio. Le ripeté ancora dolcemente:
"Dimmi che c'è, Gretta. Credo di indovinare di che cosa si tratta, no?"
Non gli rispose subito. Poi, scoppiando in lacrime, disse: "Sto pensando a quella canzone: La ragazza di Aughrim."
Si sciolse dalla stretta, corse verso il letto e, gettando le braccia sulla spalliera, nascose il viso. Gabriel, per lo stupore, rimase come impietrito per un istante e poi la seguì. Passando davanti alla specchiera, vi sorprese la propria immagine riflessa per intero, il davanti della sua ampia camicia ben steso sopra il petto, il viso, la cui espressione lo metteva sempre in imbarazzo quando si guardava allo specchio, e il luccichio degli occhiali dalla montatura dorata. Si fermò a pochi passi da lei e le disse:
"E che cosa c'è in quella canzone? Perché ti fa piangere?"
Sollevò la testa dalle braccia e si asciugò gli occhi col dorso della mano come una bambina. La voce di Gabriel prese un tono più gentile di quanto effettivamente fosse nelle sue intenzioni, mentre le chiedeva: "Perché, Gretta?"
"Mi ricorda una persona che la cantava tanto tempo fa."
"E chi era quella persona?" chiese Gabriel sorridendo.
"Una persona che avevo conosciuto dalla nonna quando stavo a Galway," rispose.
Il sorriso sparì dal viso di Gabriel. Una sorda collera cominciò ad accumularsi di nuovo in fondo alla sua mente e un sordo ardore di lussuria riprese a bruciargli rabbioso nelle vene.
"Qualcuno di cui eri innamorata, naturalmente?" chiese ironico.
"Era un giovinetto quando lo conobbi," rispose lei, "si chiamava Michael Furey. Cantava spesso quella canzone: La ragazza di Aughrim. Era molto delicato."
Gabriel taceva. Non voleva che lei pensasse che il ragazzo delicato lo interessasse.
"Mi sembra ancora di vederlo," riprese Gretta dopo un momento. "Con quegli occhi grandi, scuri! E che espressione avevano, che espressione!"
"Ne sei proprio innamorata, eh?" disse Gabriel.
"Facevamo spesso delle passeggiate insieme," precisò lei, "quando ero a Galway."
Un pensiero attraversò la mente di Gabriel.
"Forse è per questo che volevi andare a Galway con quella Ivors?" chiese freddamente.
Lo guardò con stupore. "E perchè?"
I suoi occhi gli diedero un senso di disagio. Si strinse nelle spalle.
"Che ne so io? Forse per vederlo."
Distolse gli occhi da lui e in silenzio li rivolse verso la finestra, lungo la striscia luminosa.
"E' morto," disse dopo un bel po'. "E' morto a soli diciassette anni. Non è terribile morire così giovani?"
"Che cosa faceva?" chiese Gabriel, ancora ironicamente.
"Era impiegato presso l'azienda del gas," rispose lei.
Gabriel si sentì umiliato della cattiva riuscita della sua ironia e per aver evocato lo spirito di quel ragazzo morto, un ragazzo impiegato presso l'azienda del gas. Mentre lui era tutto preso dal ricordo della loro vita intima, pieno di tenerezza, di gioia e di desiderio, lei, nella sua mente, lo aveva paragonato a un altro. La coscienza di ciò che lui era in realtà lo assalì e ne sentì vergogna. Si vide come un individuo ridicolo che faceva da galoppino alle zie, un nervoso, ben intenzionato, sentimentale, che faceva discorsi alla plebaglia e che idealizzava i propri bassi istinti, quell'essere fatuo e miserevole, che aveva intravisto nello specchio. Istintivamente girò ancora di più le spalle alla luce per paura che lei potesse accorgersi della vergogna che gli bruciava la fronte. Si sforzò di sostenere il suo tono di fredda interrogazione, ma la sua voce, quando parlò, era umile e indifferente.
"Penso che ne fossi innamorata di questo Michael Furey, Gretta," disse.
"Stavamo molto insieme, allora," osservò lei.
La sua voce era velata e triste. Gabriel, sentendo quanto inutile sarebbe stato ormai cercare di portarla dove si era riproposto, le accarezzò la mano e disse, anche lui con tristezza:
"E di che cosa è morto così giovane, Gretta? Tubercolosi?"
"Credo sia morto per me," rispose Gretta.
Un vago terrore prese Gabriel a questa risposta, come se, in quell'ora nella quale aveva sperato di trionfare, un impalpabile e vendicativo essere gli si scagliasse contro, raccogliendo forze sconosciute contro di lui nel suo mondo non ben definito. Ma con uno sforzo se ne liberò e continuò ad accarezzarle la mano. Non le chiese altro, perché sentiva che lei stessa gli avrebbe detto tutto. La sua mano era calda e umida; non rispondeva al suo tocco, pure continuò ad accarezzarla, proprio come aveva accarezzato la prima lettera di lei quella mattina di primavera.
"Era inverno," disse, "anzi il principio dell'inverno, e stavo per lasciare la casa della nonna per venire qui in collegio. Lui si era ammalato in quei giorni, lì a Galway, e non poteva uscire, tanto che a Oughterard i suoi genitori erano stati avvertiti. Era alla fine, dicevano, o qualcosa del genere. Non l'ho mai saputo con precisione."
S'interruppe per un attimo e sospirò.
"Poverino," riprese. "Mi voleva tanto bene ed era un così caro ragazzo! Facevamo spesso delle passeggiate insieme, tu sai, Gabriel, come si fa in campagna. Avrebbe studiato canto, se la scarsa salute non glielo avesse impedito. Aveva veramente una bella voce, povero Michael Furey."
"Be', e poi?" fece Gabriel.
"Poi, quando arrivò per me il momento di lasciare Galway per andare in collegio, era molto peggiorato, tanto che non mi consentirono di vederlo; allora gli scrissi una lettera dicendogli che andavo a Dublino e che sarei tornata in estate; speravo allora di trovarlo migliorato."
Si fermò ancora un momento per dominare la voce, poi continuò:
"La notte prima che partissi ero in casa della nonna a Nuns Island e stavo facendo le valige, quando sentii un rumore di sassolini contro la finestra. Ma i vetri erano tanto bagnati che non mi fu possibile vedere niente. Allora, così com'ero, corsi giù per le scale e dalla porta posteriore sgattaiolai in giardino; proprio là, in fondo, trovai quel povero ragazzo, scosso dai brividi."
"E non gli dicesti di andarsene via?" chiese Gabriel.
"Lo scongiurai di tornarsene a casa subito e gli dissi che sarebbe morto se fosse rimasto lì sotto quella pioggia. Ma mi rispose che non ci teneva a vivere. Me li rivedo ancora davanti i suoi occhi come fosse adesso! Era in piedi in fondo al muro, vicino a un albero."
"E tornò a casa?" chiese Gabriel.
"Sì, se ne andò. Ma era passata appena una settimana da quando ero entrata in collegio che morì e fu sepolto a Oughterard, il paese dei suoi. Ah, il giorno che lo seppi, che seppi che era morto!"
S'interruppe, scossa dai singhiozzi, e, sopraffatta dall'emozione, si buttò a faccia in giù sul letto, mettendosi a singhiozzare sulla coperta. Gabriel le tenne la mano un po' più a lungo, indeciso, e poi, non volendo intromettersi nel suo dolore, la lasciò ricadere pian piano e si diresse lentamente alla finestra. Si era profondamente addormentata.
Gabriel, appoggiato sul gomito, la guardò per alcuni istanti, senza rancore, i capelli scomposti e la bocca semiaperta, ascoltandone il profondo respiro. Dunque c'era un romanzo nella sua vita: un uomo era morto per lei. Sentiva un'acuta sensazione di pena ora, pensando alla misera parte che lui, il marito, aveva avuto nella sua vita. La osservava, mentre dormiva, come se non avessero mai vissuto insieme da uomo e donna. I suoi occhi curiosi indugiarono a lungo sul suo viso e sui suoi capelli e, mentre pensava a quella che doveva essere stata allora, al tempo della sua bellezza di fanciulla, una strana, benevola pietà per lei gli penetrò nell'anima. Non voleva ammettere neppure con se stesso che il suo viso non era più bello, ma sapeva che non era il viso per il quale Michael Furey aveva sfidato la morte. Forse non gli aveva raccontato tutto. Posò gli occhi sulla sedia su cui lei aveva gettato alcuni indumenti. Un laccio della sottana pendeva sul pavimento, uno stivaletto, la cui parte alta era afflosciata, stava diritto e il compagno gli giaceva di fianco. Si meravigliò della sua eccitazione di prima. Da dove era nata? Dalla cena delle zie, dal suo sciocco discorso, dal vino e dal ballare, dal festoso scambiarsi la buona notte nell'atrio e dal piacere della passeggiata lungo il fiume sulla neve. Povera zia Julia! Anche lei, presto, sarebbe stata un'ombra come Patrick Morkan e il suo cavallo. Glielo aveva letto in faccia per un momento, quando cantava: Ornata per le nozze. Presto, forse, si sarebbe trovato seduto nello stesso salotto, vestito di nero, col cilindro sulle ginocchia. Le imposte sarebbero state socchiuse, e zia Kate, seduta vicino a lui, piangendo e soffiandosi il naso, gli avrebbe raccontato come Julia era morta. Si sarebbe spremuto le meningi per trovare qualche parola che potesse
consolarla e ne avrebbe trovato solo di banali e inutili. Sì, sarebbe successo molto presto.
L'aria della stanza gli faceva sentire freddo alle spalle. Si lasciò scivolare pian piano sotto il lenzuolo e si coricò vicino alla moglie. A uno a uno sarebbero diventati tutti delle ombre. Meglio passare a miglior vita baldanzosamente, nel pieno splendore di qualche passione, piuttosto che appassire e spegnersi lentamente di vecchiaia. Pensava a come colei che gli giaceva accanto avesse per tanti anni custodito gelosamente nel cuore l'immagine degli occhi del suo innamorato, quando le aveva detto che non desiderava vivere. Lacrime generose riempirono gli occhi di Gabriel. Lui non lo aveva mai provato per nessuna donna, ma sapeva che un sentimento simile doveva essere amore. Le lacrime gli salirono più abbondanti agli occhi, e, nella semioscurità, immaginò di vedere la sagoma di un giovinetto in piedi sotto un albero gocciolante. Altre figure gli erano vicino. La sua anima si era avvicinata a quella regione dove abita l'immensa schiera dei morti. Era consapevole della loro esistenza aerea e incorporea, ma non poteva afferrarla. La sua stessa identità svaniva in un grigio mondo impalpabile: lo stesso solido mondo, in cui questi morti avevano operato e vissuto, si dissolveva e svaniva.
Un leggero picchiare sui vetri lo fece girare verso la finestra. Aveva ricominciato a nevicare. Osservò assonnato i fiocchi, argentei e scuri, cadere obliquamente contro il lampione. Era tempo per lui di mettersi in viaggio verso occidente. Sì, i giornali avevano ragione: nevicava in tutta l'Irlanda. La neve cadeva su ogni punto dell'oscura pianura centrale, sulle colline senza alberi, cadeva lenta sulla palude di Allen e, più a ovest, sulle onde scure e tumultuose dello Shannon. Cadeva anche sopra ogni punto del solitario cimitero sulla collina dove era sepolto Michael Furey. Si ammucchiava fitta sulle croci contorte e sulle lapidi, sulle punte del cancelletto, sui roveti spogli. La sua anima si dissolse lentamente nel sonno, mentre ascoltava la neve cadere lieve su tutto l'universo, come la discesa della loro ultima fine, su tutti i vivi e su tutti i morti.





Angelica Huston nel film The dead di John Huston, tratto dal racconto di James Joyce.

martedì 25 dicembre 2012

Tra canti e bevute(Racconto) di Ezio Scaramuzzino




Pubblicato su KAIROS di Dicembre 2012. In un mondo ormai scomparso, la storia di Bebè, chitarrista girovago.



C’è una terra, nel centro della Calabria, poco conosciuta e comunque lontana dai grandi flussi del turismo di massa. E’ la Presila del Marchesato di Crotone, terra che continua a profumare dei boschi delle montagne vicine, ma che già prende in faccia l’aria salmastra che le giunge dalla costa  ionica ancora  lontana. Qua le persone a prima vista sembrano scostanti e dure come il paesaggio che le accoglie, a metà strada tra la dolcezza delle colline circostanti e l’asprezza della macchia mediterranea.  
Mio padre, un tempo,  andava  abbastanza spesso da quelle parti per alcuni suoi commerci di olio e mi portava spesso con sé. Al rientro ci si fermava immancabilmente  lungo la strada in un punto di ristoro al bivio Lenza. Si trattava allora di una stanzuccia dalle pareti  annerite e scrostate, con un bancone di tavole, al quale veniva servito quasi esclusivamente  del vino. Unica concessione era  la spuma, che qualcuno soleva aggiungere al vino, per allungarlo ed illudersi così di berne un po’ di più. Su un lato del bancone facevano bella mostra di sé un paio di vasi in vetro con caramelle di rabarbaro e menta. Non vi era acqua corrente ed i bicchieri venivano risciacquati in un catino colmo d’acqua. La modernità aveva portato però un freezer per i gelati, sempre scarsi e male assortiti.
E questo ambiente diventava spesso lo sfondo, nel quale vari attori  si avvicendavano ad interpretare dei ruoli  sul palcoscenico della vita. Ogni occasione era buona per fare un po’ di musica   e  cantare: erano  voci  apprezzabili, seppur non educate al canto. Contadini e piccoli artigiani, vestiti ancora dei panni di lavoro, erano accomunati dal piacere di stare assieme e da un bicchiere di buon vino prodotto dallo stesso oste. Si vedevano  omaccioni, dalle mani rudi e dai volti paonazzi, che si commuovevano quasi nel cantare  Calabrisella mia. A me faceva impressione tutto ciò, perché in precedenza non avevo mai visto degli uomini piangere e soprattutto perché non riuscivo a capire che cosa ci fosse da piangere. Non sapevo che era ancora vivo in queste persone il ricordo degli stenti, che li aveva talvolta  obbligati ad emigrare oppure  a scendere verso la  costa, fertile e paludosa, per ritornarne spesso  febbricitanti di malaria.
Qui, qualche volta, era possibile incontrare Ciccilluzzo di Mesoraca, artista girovago che non perdeva mai occasione per esibirsi. Si dava un’occhiata intorno e, se erano presenti almeno due o tre persone, saliva subito su una sedia, richiamava l’attenzione dei presenti e incominciava a recitare filastrocche  e scioglilingua che solo lui conosceva. Alla fine della recita scendeva dal suo piedistallo e chiedeva dieci lire. “M’e ‘ddu’ dece lire?”, diceva, non con l’aria di chi chiede l’elemosina, ma con l’atteggiamento di chi chiede il giusto compenso per     un’ esibizione artistica.
Un tale, paralitico da anni, se ne stava per l’intera giornata in un angolo, seduto su una  sedia a rotelle rabberciata alla meglio, con davanti il bicchiere sempre miracolosamente pieno, dove intingeva dei biscotti  vecchi, ormai rinsecchiti e duri come granito. Amava continuamente ripetere il famoso detto “vuota il bicchier ch’è pieno, empi il bicchier ch’è vuoto, non lo lasciar mai pieno, non lo lasciar mai vuoto”. Infine, nell’ultimo mezzo bicchiere da svuotare, prima di tornarsene a casa, risciacquava meticolosamente la dentiera. E io mi chiedevo a cosa gli potesse servire quella dentiera, che egli  teneva perennemente sul tavolo.
C’era poi lo spaccone, tale Lillo, pronto sempre a scommettere su qualsiasi cosa e che nel presentarsi amava ripetere: “Piaceri, Lillu, chi previt’ un si ficia”. Messo in seminario dalla famiglia che sperava di trovargli così una buona occupazione, si era fatto cacciare per aver combinato non si sa bene quale diavoleria. Fra le sue tante scommesse, famosa  quella in cui si era detto capace di mangiare un grillo vivo. La vinse, dopodiché, rivolgendosi al grillo che aveva appena inghiottito, disse: “Tardi cantasti, griggru!”.
Iniziavano poi grandi discussioni che coinvolgevano un po’ tutti, nelle quali ognuno riferiva cose per sentito dire e le sosteneva con determinazione. Il gestore del locale, un tale alto un metro e mezzo, detto semplicemente “il tappo”, se ne venne fuori una volta sostenendo che la terra era piatta e che chi sosteneva il contrario era semplicemente un idiota. In modo accanito cercava di dimostrare che, sì, insomma… proprio piatta, piatta… no, non lo era; certo, ci si poteva trovare qualche bitorzolo, qualche dosso più o meno alto, ma che tutto poteva essere, tranne una palla. I più si limitavano a sorridere di fronte a tanta ostinazione, ma un giorno un tale, non informato delle sue manie, prese a far polemiche. Al che  “il tappo” rispose che lì  il padrone era lui e che, se uno pensava che la terra fosse tonda, quella era la porta ed era  invitato ad accomodarsi fuori.
Il più atteso, comunque, era Bebè, perché portava la chitarra. Abitava in una casupola fuori dal paese di Roccabernarda, con un fazzoletto di terra attorno, dove, non si sa per quale motivo, il pollaio era stato posizionato in modo che le galline dovessero per forza attraversare la cucina, per andare a scorrazzare all’aperto. La moglie era una cuoca provetta, per la verità poco interessata alle regole igieniche, al punto che, mentre spianava la sfoglia sul tavolo, doveva mandar via le galline che venivano a zampettarci sopra. D’altra parte, da lì dovevano passare per entrare ed uscire dal pollaio!
La chitarra di Bebè era mitica. Fatta artigianalmente da lui stesso, riportava i segni del tempo e delle sbornie ed i vari sfondamenti venivano di volta in volta rattoppati con pezzi di compensato, talchè  la cassa armonica era costellata di toppe. Il pezzo forte di Bebè, spesso richiesto, era Rosa, risbìgghiati. Lui non si faceva pregare due volte e la intonava accompagnandosi con la chitarra, dandosi il ritmo con qualche colpetto della mano sulla gamba d’appoggio. Era un canto di sdegno per l’amata Rosa e Bebè la cantava con passione, concludendo “Faccia di piru cottu, di pumadoru sfattu, dimmi chi t’haiu fattu ca nun mi guardi cchiù”. Bebè aveva imparato a suonare la chitarra quando era militare, guardando di nascosto un suo commilitone, che non solo si era rifiutato di insegnargli a suonarla, ma che si nascondeva per impedirgli di vedere.
Ma una notte di Gennaio Bebè fu atteso invano a casa dalla moglie. Faceva molto freddo ed in cielo risplendeva una luna piena che rischiarava in parte le ombre che si aggiravano nel buio. Dopo aver suonato e bevuto a lungo con gli amici, sulla strada del ritorno a casa Bebè si sentì stanco e affaticato. Decise di fermarsi un attimo, solo un attimo, a sedere su una panchina illuminata dalla debole luce di un lampione. Ma la stanchezza lo sopraffece ed egli si addormentò. Il gelo della notte, che forse era in cerca di qualche preda, lo sorprese indifeso  su quella panchina e  lo avvolse. Alle prime luci dell’alba un passante lo vide ricoperto di brina, con gli occhi chiusi, e lo scosse un pochino, per ridestarlo. Bebè si piegò lentamente da un lato, riverso, e finì per appoggiare il volto, quasi come in un ultimo abbraccio, sul manico di quella sua chitarra che egli aveva allacciato a tracolla.
Al suo funerale vennero  in molti, anche dai paesi vicini, perché Bebè era benvoluto. Tutti, con il vestito buono ed il cappello stretto in mano, sfilarono ordinatamente davanti alla bara e  trattennero a stento la commozione che si manifestava in un leggero tremolio del labbro. Mai più Rosa avrebbe ascoltato parole di sdegno, mai più la chitarra rattoppata avrebbe accordato le note di Calabrisella mia.
Finite le esequie in Chiesa, il funerale si avviò verso il piccolo cimitero con il cancello cigolante sempre aperto e, prima che la tomba fosse richiusa, i compagni di brigata intonarono, a mo’ di canto di rispetto, l’ultimo addio a Bebè, ricordandone in rima le qualità di uomo, di amico e di musico, come si conveniva ad un personaggio quale egli era stato nel suo piccolo mondo. Gli amici Scintilla e Disturbo cantarono le ultime battute:

Bebè, tu ch’eri amicu di vivute,
tu ni lassasti e po’ ti ‘ndi si’ gghiutu.
Mo’ cu ri  santi certu ti ‘ndi stai,
for’ i da vita e for’ i nostri guai.

Le lacrime, faticosamente trattenute fino ad allora, riempirono gli occhi dei presenti, commossi dalle parole che ricordavano il caro Bebè.

Ezio Scaramuzzino

sabato 22 dicembre 2012

Le origini del Fascismo di Ernesto Galli della Loggia



Le origini del Fascismo, al di là dei luoghi comuni e del conformismo ideologico, in un articolo di Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della sera.*****
Con questo terzo volume (Storia delle origini del fascismo. L'Italia dalla Grande Guerra alla marcia su Roma, Il Mulino), che esce a più di 45 anni di distanza dal primo, Roberto Vivarelli consegna alla cultura italiana un'opera monumentale, paragonabile solo a quella di Renzo De Felice su Mussolini. E, aggiungendo la sua all'altra — non importano, su alcuni punti, le differenze pure non irrilevanti tra le due —, egli segna la vittoria definitiva del cosiddetto revisionismo su quella che è la questione cruciale della storia italiana del Novecento.  Revisionismo è un termine maledetto nel lessico del conformismo ideologico onnipresente, se in realtà esso non volesse dire — come lo stesso autore rivendica — «una delle più elementari esigenze del mestiere» di storico. È giusto comunque adoperarlo per significare come dopo quest'opera nessuno potrà più continuare a sostenere le interpretazioni del fascismo e delle sue cause che pure vanno ancora oggi per la maggiore, tutte in realtà rivolte ad assegnare torti e ragioni secondo le convenienze dell'antifascismo di allora e di poi (esattamente come, dopo l'opera di De Felice, nessuno ha potuto più accreditare l'immagine trucemente macchiettistica del regime che i suoi avversari gli avevano cucito addosso). Naturalmente nessuno che voglia muoversi sul terreno dei fatti e che non sia accecato dal pregiudizio. Resta infatti vero ciò che lo stesso Vivarelli osserva nella prefazione — in polemica con certa imperversante storiografia internazionale, in specie anglosassone, che da noi ha il suo rappresentante in Emilio Gentile — e cioè che la sua opera non varrà certo a far cambiare punto di vista a quegli «studi che discettano di un fenomeno fascista senza confrontarsi affatto con le vicende effettive del movimento di Mussolini e con la storia del Paese in cui quelle vicende si svolsero», riducendone le esperienze a quelle del nazismo tedesco «che con il fascismo italiano avevano in realtà poco a che fare».

Secondo Vivarelli il fascismo non è nato, e neppure si è affermato, come un movimento reazionario di classe sollecitato dagli agrari o tanto meno dagli industriali, come vuole lo stereotipo ancora oggi corrente. L'idea centrale della sua ricostruzione, invece — condotta, così come nei volumi precedenti, su una vastissima documentazione anche di ambito locale —, è che in Italia, tra il 1919 e il 1922, si sia combattuta in realtà una vera e propria guerra civile «tra due opposte passioni politiche», incarnate dai socialisti da un lato e dai fascisti dall'altro: la passione della classe e quella della nazione. Tra la bandiera rossa e il tricolore.
In una simile prospettiva di guerra civile il punto chiave, come è evidente, è l'uscita del conflitto sociale dai binari della legalità; il problema del «chi ha cominciato». E qui una montagna schiacciante di prove vale a mettere sul banco degli accusati il Partito socialista. Per pagine e pagine il lettore s'inoltra in una sorta di interminabile rassegna di quello che è difficile non definire un vero e proprio attacco di demenza politica che in quel dopoguerra colpì i socialisti. Inebriati fino alla forsennatezza dalla rivoluzione leninista, infatti, e non sospettando neppure che con la guerra e la vittoria si apriva una pagina interamente nuova della storia del Paese, dopo il 1918 essi misero in atto due orientamenti suicidi. Da un lato il desiderio di prendersi la rivincita della sconfitta patita nel maggio del 1915 a opera del fronte interventista (il quale però si dà il caso che avesse portato il Paese a un'affermazione storica di cui era impossibile ignorare la portata), e dall'altro l'illusione che in Italia si potesse «fare come la Russia», cioè impadronirsi del potere.
A fare da trait d'union tra questi due obiettivi, e da sfondo ideologico alla grande ondata di lotte sociali successive alla lunga compressione bellica, il Partito socialista mise in campo una violentissima predicazione antinazionale e antipatriottica, una martellante propaganda antimilitaristica fin dentro le caserme e ben oltre i limiti del disfattismo; un fiume ininterrotto di minacce di ogni tipo rivolte ai «borghesi», ai «padroni», ai «signori ufficiali». Non erano solo parole (che pure in politica contano e come!), perché ad esse si aggiungevano i fatti: l'appoggio incondizionato agli scioperi più insulsi, alle violenze più inutili, alle agitazioni anche le più distruttive come gli assalti ai negozi; e poi, laddove il potere era nelle mani degli uomini del partito (a cominciare dalle campagne e dai piccoli centri della bassa Lombardia, del Rodigino, dell'Emilia, della Toscana), «uno stillicidio continuo di abusi e di provocazioni». E non solo: dal momento che, scrive Vivarelli, «non corrisponde al vero che i socialisti fossero alieni dalla violenza». Si arrivò al punto, come a Bologna nel 1920, di disporre la chiusura del camposanto nel giorno dei Morti per festeggiare la conquista del municipio; o, come nei comuni del Genovese, di ordinare alle scuole di rimuovere, insieme ai crocefissi, i ritratti dei sovrani, le lapidi in memoria dei caduti in guerra, le corone con nastri tricolori. E infine dovunque prepotenze, più o meno piccole angherie ai «nemici di classe» e illegalità analoghe.
Ma tutto questo senza la minima iniziativa politica concreta, nonostante che dal 1919, come si sa, i socialisti, con oltre 150 seggi, fossero il maggior partito presente alla Camera. Il fatto si è, però, che dalla retorica massimalista e rivoluzionaria, dalla fissazione leninista di cui erano tutti prigionieri — salvo forse il solo Turati (sì, tutti: perfino i Baldesi, i Matteotti, i Buozzi, i Montemartini si dicevano ancora nel 1921 a favore dell'adesione al Comintern) — essi si sentivano obbligati a teorizzare come unico fine della propria presenza nelle istituzioni rappresentative il boicottaggio delle medesime. Basti pensare che nella legislatura 1919-21 il gruppo parlamentare socialista non avanzò una sola proposta di legge, non una. E che ancora nell'agosto del 1922 — quando ormai l'organizzazione socialista in intere regioni della Penisola era stata ridotta dallo squadrismo a un mucchio di macerie — un uomo come Claudio Treves, presunto portabandiera del riformismo, affermava alla Camera: «Quando si minaccia il parlamentarismo e si inneggia alla dittatura, noi vi diciamo, o signori, de re vestra agitur. Il regime liberale parlamentare è vostro, non nostro».
La vera e massima colpa degli eterogenei governi a maggioranza liberale di quel dopoguerra fu, secondo Vivarelli, di non aver opposto un'energica azione repressiva, come peraltro le leggi consentivano, a questo autentico attacco frontale dei socialisti nei confronti dello Stato nazionale. Ma anzi di aver mantenuto di fronte a un simile attacco, che era rivolto senza mezzi termini alle istituzioni, un'assurda posizione di sostanziale neutralità.
Sta qui, direi, il nocciolo interpretativo decisamente nuovo del libro (nuovo almeno per la storiografia d'ispirazione liberaldemocratica, cui il nostro autore appartiene). Il quale spiega questa debolezza/incapacità con il fatto che il fronte liberalcostituzionale si riconosceva ancora largamente nell'antinterventismo di marca giolittiana, a cui di fatto pure il Partito socialista e i cattolici avevano a suo tempo aderito, ed era quindi ideologicamente ed emotivamente restio a rivendicare il valore della guerra e della vittoria. All'antipatriottismo sovversivo socialista, insomma, i liberali e i popolari furono incapaci di opporre un consapevole, ma fermo, patriottismo delle istituzioni. La loro inazione, protrattasi per almeno due anni, produsse non solo un grave e capillare deterioramento dell'ordine pubblico, ma insieme — ciò che era ancora più grave — quella che a molti e in tante occasioni apparve come un'autentica latitanza dello Stato. Fu questa scelta suicida — quasi una replica sul versante liberale di quella compiuta dai socialisti — che finì per scavare un fossato tra la tradizionale classe dirigente e un'opinione pubblica, specie borghese, che per tanta parte si identificava pienamente nello Stato nazionale, tanto più riconoscendosi, dopo la vittoria, nelle ragioni della guerra e nell'esperienza bellica a cui aveva direttamente partecipato. Da qui una paurosa perdita di prestigio e di autorità da parte dei vari governi che si succedettero dal 1919 al '22 — a cominciare da quello di Giolitti stesso —; da qui l'insuperabile mancanza di credibilità e di forza politica comune a tutti.
Combattuti ferocemente dai socialisti, non difesi in modo adeguato dai liberali, lo Stato e l'eredità della guerra rimasero in certo senso alla mercé di chiunque avesse la volontà, la capacità e la forza di farsene tutore e rappresentante. Proprio perché mancò la reazione legale, è opinione di Vivarelli, sorse e si affermò quella illegale, cioè il fascismo. Dietro l'origine e il successo del quale, non vi fu dunque nessun particolare interesse di classe, bensì, per l'essenziale, una vasta adesione ideologico-culturale allo Stato nazionale nonché la volontà di difenderne la vittoria del '18. Agrari e industriali vennero solo dopo, a cose fatte o quasi, tanto più che «il carattere distintivo del movimento fascista — leggiamo — sin dalle origini, non è l'antisocialismo, ma l'antiliberalismo». La ragione ultima e più vera del successo dei fascisti deve essere vista nel fatto che essi, prendendo atto che la situazione del Paese era ormai quella di una virtuale guerra civile — e cioè che all'uscita dalla legalità da parte dei socialisti poteva contrapporsi solo un'illegalità organizzata, data la «neutralità» del governo — ne trassero le ovvie conseguenze e cominciarono a combattere gli avversari sul loro stesso terreno; e che potendo disporre in una misura enormemente superiore ai loro avversari dei mezzi per vincere (la giovane età, l'esperienza militare, la disciplina, una leadership anche tattica abilissima come quella di Mussolini), alla fine vinsero. Ma non senza avvalersi di una carta decisiva: l'appoggio, fin dall'inizio, delle forze dell'ordine e dell'esercito.
Vivarelli contrasta, in modo che a me sembra anche sul piano documentario convincente, la tesi tradizionale che ciò sarebbe stato il frutto di una voluta complicità con il nascente fascismo della classe dirigente liberale. A un'analisi attenta si direbbe che non fu proprio così. In realtà, sostiene il libro, si sarebbe trattato di una sorta di vera e propria sedizione tacita della struttura militare dello Stato, la quale avrebbe di fatto cessato di obbedire agli ordini di contrasto al movimento fascista impartiti dal governo. I quali ordini invece ci furono, energici e ripetuti, sebbene avvolti sempre da un'ambigua genericità (per esempio non fu mai previsto esplicitamente dalle autorità l'uso delle armi contro i fascisti o disposta la messa fuori legge delle squadre), e così furono ancor più destinati a restare elusi o inascoltati. Il fatto è che, avendo mancato di difendere la legalità contro i socialisti, agli occhi delle forze dell'ordine e dell'esercito (e assai probabilmente anche ai propri stessi occhi) i governi liberali avevano perduto qualunque autorità necessaria per ordinarne ora il rispetto contro i fascisti. Dichiarando una specie di neutralità nella guerra civile in atto, senza peraltro avere la forza di reprimere le due parti in lotta, il governo e i partiti costituzionali erano in pratica usciti dal novero degli attori politici; e con ciò avevano segnato la propria fine.
Come si vede, è un radicale spostamento d'asse interpretativo quello che questo libro opera rispetto all'immagine del fascismo e delle sue premesse, depositata da sempre nel discorso pubblico italiano. E poiché quell'immagine, come si sa, è in qualche modo alla base di tutta la vita della Repubblica, proprio per ciò esso ci aiuta a capire non poche delle fragilità e delle contraddizioni che ne hanno accompagnato la nascita, e non solo.
Ernesto Galli della Loggia
Corriere della sera del 10 ottobre 2012