mercoledì 13 febbraio 2013

L’eragrostis del signor Colombo(Racconto) di Piero Chiara














Piero Chiara (all'anagrafe Pierino Chiara; Luino, 23 marzo 1913 – Varese, 31 dicembre 1986) è stato uno scrittore italiano.

         Nella lottizzazione di una tenuta agricola a qualche chilometro da Milano, verso la Brianza, il signor Carlo Colombo e il signor Mario Colombo si trovarono ad essere acquirenti all‘insaputa l‘uno dell‘altro di due ritagli di pari grandezza.
Ambedue i Colombo, che non erano neppure parenti alla lontana, decisero di costruire una villetta a ridosso d'un rilievo arborato e davanti ad uno spiazzo rettangolare che pensarono di ridurre a prato: prato all'inglese o pelouse, steso come un tappeto tra il parterre e la cancellata che chiudeva le due proprietà verso un viale di tigli.
Fin dall'inizio dei lavori di costruzione i due Colombo cominciarono a guardarsi con sospetto: destinati ad essere confinanti per tutta la vita, preparavano quella freddezza di rapporti che avrebbe garantito la loro reciproca indipendenza. Non sapevano di avere lo stesso cognome, le stesse aspirazioni, la stessa età e una quasi identica moglie. Erano due coppie di coniugi senza figli, che parevano fatte apposta per dar motivo di confusione a tutti i loro fornitori, i quali solo nel giro di alcuni anni sarebbero riusciti a non consegnare i pacchi della famiglia Colombo Mario alla famiglia Colombo Carlo o viceversa.
Insediati nelle loro villette all'inizio dell'estate, ebbero ciascuno per proprio conto il piacere di veder crescere in poche settimane il prato all'inglese, ugualmente fitto e di pari altezza, senza intrusione di trifoglio o di altre erbe infestanti. Ebbero anche la sorpresa di leggere il loro rispettivo cognome sulla targhetta collocata sopra il campanello, a metà dei relativi pilastrini: Colombo al primo cancello, Colombo al secondo. Nessuno dei due aveva pensato di far precedere il cognome dal nome o almeno dall'iniziale del nome.
Sempre più indispettiti nel trovarsi ad essere l'uno lo specchio dell'altro, evitarono accuratamente d'incontrarsi e diedero disposizioni alle mogli perché si ignorassero con pari costanza e attenzione.
Era a questo punto il loro godimento della sospirata tranquillità, quando un giorno il Mario Colombo, affacciandosi al balcone, credette notare che il prato del vicino era di un verde più intenso del suo, più compatto e regolare. Subito ricordò il detto "Il prato del vicino è sempre più verde" e cercò di non pensarci. Ma guarda e riguarda, dovette persuadersi che gli era proprio toccato l'appezzamento meno adatto a quel genere di prato. Chiamò un giardiniere, il quale negò qualsiasi differenza, osando perfino sostenere il contrario, cioè che era più verde il suo.
Temendo d'essersi imbattuto in persona infeudata al vicino, il Colombo Mario si rivolse a un altro giardiniere perché intensificasse la seminagione in modo da superare qualunque altro prato prossimo o lontano.
L'esperto fu del parere che non c'era nulla da fare: per ottenere un verde più intenso ci voleva l'umidità del suolo inglese. Si limitò a raccomandare l'innaffiamento quotidiano, possibilmente serotino.
Fra le due proprietà, entrambi i Colombo avevano fatto collocare una piantata molto fitta di tuie, un po' funerarie, ma impenetrabili a ogni sguardo, così che potevano innaffiare alla stessa ora, verso sera, senza scorgersi l'un l‘altro. Il Colombo Mario arrivò a decidere una bagnata supplementare di mattina, ma si accorse che il Colombo Carlo ci aveva già pensato. Il giorno dopo infatti, appena ebbe in mano la sua canna, vide un arcobaleno di goccioline che si librava nel cielo, sopra le tuie, contro il sole appena sorto.
Dall'invidia e dal dispetto che la vicinanza dell'omonimo e l'impossibilità di superarlo gli suscitava in cuore, il Colombo Mario guarì per puro caso, o forse perché ogni male porta sempre dentro di sé il suo rimedio.
Un pomeriggio, rincasando lungo il viale dei tigli, notò dietro un tronco, proprio all'inizio della sua proprietà, qualche cosa di rosso che si muoveva. Girò intorno alla pianta e si trovò di fronte alla signora Colombo, moglie del vicino, che stava allacciandosi una giarrettiera. Sospettò che fosse una finta mossa e che in verità la signora stesse osservando la sua proprietà. Benché turbato da quel dubbio, si ritrasse domandando scusa. Ma la signora, che si era subito ricomposta, gli sorrise con umiltà. Non poteva essere villano. Tolse il cappello e allungò la mano per presentarsi: «Colombo».
«Colombo» rispose la signora.
«Già» disse il Colombo amaramente. «Non solo siamo vicini, anzi adiacenti, e abbiamo le ville quasi uguali, ma perfino lo stesso cognome.»
«Niente di male» rispose la signora. «Di Colombo ce ne sono a centinaia sull'elenco telefonico di Milano.»
«Certo, ma la cosa può dar luogo a degli inconvenienti, a qualche qui pro quo. Non le sembra?»
Si erano avviati lentamente, affiancandosi, ma il Colombo, arrivato all'altezza del suo cancello non entrò, dicendo di voler continuare la passeggiata dal momento che sua moglie era in città, dal parrucchiere.
«Passo anch'io» disse la signora «delle mezze giornate dal parrucchiere. In casa mi annoio: mio marito è sempre fuori. Stasera, per esempio, non torna neppure a cena. Ha un pranzo d'affari.»
«Sarò indiscreto», la interruppe il Colombo che non l'aveva neppure ascoltata, «ma vorrei togliermi una curiosità: il vostro prato è di saggina o di eragrostis?»
«Di saggina, naturalmente, come il suo!»
«Le confesso», riprese il Colombo, «che dapprima volevo farlo di eragrostis…»
«Per carità! Sarebbe stato un grosso errore! L‘eragrostis è un'erbaccia: una specie di gramigna!» «Appunto, appunto. Chi non lo sa che per ottenere il vero prato inglese ci vuole la saggina?»
La signora, che non aveva capito la curiosità del signor Colombo, gli chiese:
«Scusi se sono un po' curiosa anch'io, ma ha forse notato qualche differenza fra i due prati?»
«Molta differenza no: la qualità dell'erba è la stessa, il terreno è il medesimo… Solo che il vostro cresce meglio. Come se fosse concimato…»
«Concimato? Ma cosa dice? Qualunque concime brucerebbe l'erba!»
«Certo. Dicevo così… Un'impressione.» «Sa», disse la signora, «che anche mio marito è di questa opinione? Secondo lui cresce meglio il vostro.»
Sorrisero tutti e due e si guardarono negli occhi. Erano davanti al cancello del Colombo Carlo e stavano per salutarsi. Il Mario Colombo non poté resistere alla tentazione di dare un'occhiata alla signora, ora che il suo dubbio lo aveva espresso. Si era quasi dimenticato di averle visto una gamba scoperta, poco prima, dietro il tronco del tiglio. Coscia piena, a pancia di pesce, attacco robusto, ginocchio leggero, liscio, polpaccio un po' a bottiglia, ma armonioso. Considerandola da vicino si accorse che la signora aveva la vita sottile e il petto ben sostenuto. Tutti i confronti con sua moglie furono a favore della vicina. La quale, un po' imbarazzata, resisteva a quell'esame e preparava uno sguardo severo per quando il signor Colombo l'avrebbe di nuovo guardata in faccia. Ma il Colombo, fissandole i piedi e scuotendo la testa, mormorò:
«Non solo l‘erba del vicino è più verde… Mia moglie è una brava donna, curata, sempre in ordine… Ma lei, mi permetta, ha una figura…»
«Mi sembra che alla sua signora non manchi proprio niente. E lei non dovrebbe fare di questi confronti.»
«No, no. Non è per fare dei confronti, o perché le cose degli altri fanno sempre invidia, ma debbo riconoscere che una signora come lei si vede di rado. Sono felice di averla per vicina. Anzi, bisognerà che un giorno o l'altro vi conosciate, con mia moglie. Poi avrò il piacere di conoscere suo marito. In fondo, siamo qui a due passi, in una zona isolata. Lo sa che è meglio un buon vicino che un parente, tante volte?»
«Certo, certo. Faremo conoscenza, da buoni vicini. Ma in quanto all'erba, non si metta in testa che ci sia differenza. Sa come spiego io la faccenda?»
«Come la spiega?»
«La spiego così: lei guarda il suo prato perpendicolarmente, dal balcone, e lo vede un po' rarefatto, con qualche chiazza di terra qua e là. Il nostro prato invece le si presenta di scorcio. Vedendolo di scorcio è naturale che le sembri più fitto e il verde più intenso. La stessa cosa capita a mio marito. Sapesse com'è geloso del suo prato! Voi uomini avete meno senso della realtà di noi donne. Scommetto che a sua moglie non è mai venuto in mente che il nostro prato è più verde.» «Infatti!»
«Vede che ho detto giusto?» «E' un'osservazione acuta» riconobbe il Colombo. «Non ha torto. Potrebbe trattarsi di un'illusione ottica. E' come guardare una cancellata: un conto è guardarla di fronte e un conto guardarla di profilo. Di profilo sembra un muro. Così l'erba… Ma sa che mi viene voglia di constatare? Mi piacerebbe proprio guardare il mio prato dal suo balcone!» «Se è solo per questo, s'accomodi.» La signora Colombo tolse la chiave dalla borsetta e aprì il cancello. Traversando il prato seguita dal Colombo, disse:
«Veramente, il nostro balcone corrisponde alla camera da letto. Ma comunque, per dare un'occhiata!»
Entrarono in casa, salirono al piano superiore e traversarono la camera da letto. La signora aprì le imposte del balcone e il Colombo, che si era accostato alla ringhiera, emise subito un grugnito di soddisfazione. Il suo prato era nettamente più verde di quello del vicino. Tornò a contemplarlo, chino sul parapetto.
La signora, sorridendo soddisfatta, andò ad affiancarglisi, forse un po' troppo vicino, tanto che, spostando il braccio di solo mezzo centimetro, il signor Colombo ne sentì la carne attraverso la manica della sua giacca di alpaga. Ebbe un brivido. Aveva sotto gli occhi, a distanza ravvicinata, il braccio marmoreo della signora Colombo, compresso contro il busto a mandare avanti, davanzale sul davanzale, un vero petto da competizione. Avvicinò il naso all'ascella sinistra della signora, che si scostò un poco. Dall'ascella uscì un afrore che lo fece impallidire.
La signora si alzò e si ritrasse lasciando aperto il balcone. Il signor Colombo la seguì inebetito attraverso la camera, accorgendosi che la fonte di quell'odore non cessava di emettere richiami. Capì che stava per fare una pazzia. Ma l'aveva capito anche la signora, che lo teneva d'occhio in uno specchio. Quando fu certa che il Colombo stava per allungare le mani, si girò di colpo, ma non ebbe spazio sufficiente per manovrare una qualsiasi difesa.
La coperta di lino azzurro del letto, tesa fin sopra i cuscini, si stendeva sotto di loro come un abisso marino pronto a riceverli.
Dopo alcuni annaspamenti e con un piccolo grido di disappunto della signora, irritata non tanto con se stessa quanto con la sorte che si era servita dell'eragrostis e della saggina per ridurla a quel punto, i due caddero sul letto.
Una mezz'ora dopo, sul cancello, il Colombo Mario non aveva più parole. Le aveva dette tutte, quelle che poteva dire, tra la camera da letto e la soglia dove la signora, perfettamente ricomposta, lo congedava con sussiego: «Spero che saprà dimenticare tutto al più presto», gli disse indurendo i tratti del viso.
Il Colombo si portò una mano al petto e piegò il capo in silenzio. Riprese fiato solo rientrando nella sua proprietà. "Eragrostis o saggina, si disse a mezza voce, di fronte o di profilo, dall'alto o dal basso, i due praticelli sono uguali, non c'è dubbio. Ma di Colombo come me, ce n'è uno solo!" 
(Da Di casa in casa, la vita)

domenica 3 febbraio 2013

Il dubbio(Racconto) di Alfredo Giglio


      
Alfredo Giglio è un distinto signore di Crotone, ex capostazione delle FFSS, che io ho conosciuto piuttosto tardi, un’estate di qualche anno fa, sulla spiaggia, tra una chiacchierata e l’altra tra vicini di ombrellone. Rimasi colpito dalla sua cordialità, ma soprattutto dalle sue qualità di narratore e di affabulatore. Siamo diventati  amici ed ho potuto anche leggere qualche suo libro. Il racconto che segue mi è sembrato particolarmente bello.
                                         

 Il  dubbio

Il giorno successivo alla chiusura delle scuole, il 1° giugno, il sole picchiava già forte e Marco Terlizzi, capostazione in un  piccolo centro ferroviario della costa ionica, approfittando del riposo settimanale, decise di portare al mare la moglie Letizia e la figlioletta  Stefania.
Prese  l’auto e dopo pochi chilometri si fermò ad una cinquantina di metri dal mare, in una radura ombreggiata da alcuni eucalipti giganteschi e odorosi. In pochi minuti l’intera famiglia  si ritrovò  sulla sabbia, già arroventata da un sole torrido: fu piantato un ombrellone a pochi passi dalla battigia e furono sistemate le sedie pieghevoli. Il mare,  calmo nel suo azzurro intenso, si poteva quasi toccare con mano e soprattutto si poteva controllare da vicino la piccola Stefania, intenta a giocare col suo secchiello e la sua paletta di plastica colorata.
Erano da poco passate le dieci, quando fu vista  passare una ragazza, dall’apparente età di vent’anni o poco più, dai lunghi capelli neri e  fluenti sulle spalle, formosa e dallo sguardo intenso. Lentamente essa si avvicinò a Marco e chiese l’ora. Egli, premuroso e gentile come sempre, le fece vedere l’orologio: erano le dieci e un quarto. Poi, come preso da un presentimento e spinto anche dalla sua istintiva e naturale cordialità, le chiese se avesse già fatto il bagno, dal momento che il suo due pezzi era umido e stillante di gocce d’acqua. La ragazza rispose, con estrema sincerità, che si era limitata ad una rapida immersione e che avrebbe fatto volentieri un vero bagno, se solo avesse saputo nuotare. Non aveva avuto modo di imparare, anche perché aveva un po’ paura del mare, e quindi preferiva prendere il sole, per poter tornare a casa abbronzata.
Marco, quasi per scherzare, replicò che, se avesse avuto fiducia in lui, le avrebbe insegnato a reggersi a galla. Intervenne  prontamente anche la moglie Letizia, forse per fare amicizia, che  la  sollecitò a fidarsi e a  fare il bagno tranquilla, perché il marito era un abile nuotatore. Poi la signora tese la mano e si presentò:
-Mi chiamo Letizia e sono la moglie di Marco.
La ragazza di rimando:
-Mi chiamo Annamaria.
Poi si girò verso Marco e gli porse la mano, che egli strinse prontamente, con energia, avvertendo una piacevole sensazione di calore.
Dopo pochi minuti di conversazione,  i due si avviarono verso il mare calmo e si lasciarono trasportare dal dolce dondolio delle onde. Lei però avvertiva una specie di freddo ai piedi e voleva quasi tornare indietro, perciò Marco l’investì con una serie di domande, che servirono a distrarla  e a farla recedere dal suo proposito. A lui quella ragazza con gli occhi grandi e luminosi, che esprimevano il mistero di una passione infinita, piaceva moltissimo ed egli  voleva conoscerla a tutti i costi e magari esplorare i meandri di quel corpo che sembrava un inno alla vita e all’amore. Mentre procedevano  lentamente nell’acqua, lei gli disse che era venuta  da Napoli per una breve vacanza, ma che purtroppo sarebbe ripartita il giorno dopo con le sue amiche, le quali  avevano preferito in quella giornata afosa recarsi a visitare i monti verdi della Sila, mentre lei aveva preferito restare al mare. Aggiunse di essere insegnante elementare e quindi domandò a Marco, che le si era avvicinato per cingerla dolcemente  e farla distendere sull’acqua, che cosa facesse nella vita. Egli placidamente rispose di fare il capostazione in quella minuscola località sperduta della costa ionica, dove di rado “approdavano sirene belle e piacenti come lei”.
Annamaria ringraziò per il complimento e si lasciò prendere dalle braccia, distendendosi mollemente sull’acqua.
-Batti i piedi, le diceva lui, senza piegare eccessivamente le ginocchia. Batti forte, altrimenti affondi.
Le passò la mano sotto la pancia, fino all’inguine, per sollevarla e portare a galla i bianchi glutei, che avrebbe voluto baciare. Lei, impacciata e totalmente incapace di reagire, era diventata rossa in viso  e ansimava senza proferire parola. Quando la mano di lui arrivò a sfiorare le sue parti più intime, lei si abbandonò completamente, appesantendo il corpo che tornò ad affondare. Ormai l’acqua era alta, oltre il metro e mezzo, e lui si accorse di toccare solo con la punta dei piedi. La resse  sotto le ascelle per impedire che fosse presa dal panico e nel tramestio che ne seguì tirò verso di sé  le bretelle del due pezzi:i suoi seni, come due bianche palle di gomma, abbandonarono quel reggiseno striminzito, per fluttuare liberi e bellissimi nell’acqua marina.
Marco avrebbe voluto fare chissà che, ma si limitò ad accarezzarli, aspettando la probabile reazione di Annamaria. Reazione che giunse tardiva e laconica e che si risolse in un chiaro invito a continuare. Marco si sentiva felice e sollevato: poteva osare tutto! La condusse, tenendola per mano, dietro una lingua di sabbia che precludeva la vista alla moglie che, ignara, era rimasta con la bambina sotto l’ombrellone. L’acqua era profonda e lei si abbracciò a Marco tenendolo stretto per il collo. Poi trovarono una sottile striscia di sabbia e qui lui prese ad abbassarle la parte inferiore del due pezzi.
-Hai mai fatto l’amore?, le chiese.
-Sì, rispose lei, una sola volta quando avevo diciassette anni. Ora ne ho ventiquattro e dentro di me si è  acceso un fuoco che tu dovrai spegnere subito, prima che mi distrugga.
Quell’ amplesso troppe volte  rimandato, troppe volte  sognato, si stava realizzando pienamente per la seconda volta a distanza di sette anni.
Quando Marco si rialzò, lei rimase per terra con gli occhi chiusi, come sognasse. Marco si preoccupò di ridestarla: l’accarezzò sul viso, la baciò e le sussurrò parole d’amore. Dopo alcuni minuti, che a lui sembrarono un’eternità, Annamaria si svegliò, si rialzò e infilò  il costume. Le chiese come si sentisse, perché si fosse assopita e lei rispose:
-Non mi sono assopita, sono solo salita in Cielo per ascoltare il coro degli Angeli ed ora sono discesa sulla terra, per ascoltare la tua voce. Sto benissimo, stai tranquillo e grazie per la gioia che hai voluto regalarmi.
Ritornarono lentamente, camminando sulla sabbia lambita dalle onde, per non scottarsi i piedi ed in pochi minuti giunsero sotto l’ombrellone, dove Letizia e Stefania stavano ad attenderli pazientemente. Si era fatto mezzogiorno e la bambina doveva rientrare a casa per pranzare. Ad Annamaria fu offerto un passaggio fino in paese, ma lei rifiutò poiché, diceva, sarebbe venuta un’amica a prenderla con l’auto, alle 12,30.
 Durante il ritorno, Marco ricordò le parole di lei, che le aveva raccomandato di non dimenticarla e di non dimenticare quel loro fugace incontro. Lei avrebbe serbato nel suo cuore il ricordo di lui per tutta la vita. Erano parole nobili e dolcissime, ma sarebbe poi stato vero? O lei aveva già altri amori  nella sua bella Napoli?
Il giorno dopo Marco rientrò in servizio, nel turno pomeridiano: elegante nella sua divisa estiva, si destreggiava fra telefonate e richieste di biglietti da parte dei numerosi viaggiatori, mentre si mostrava puntuale nel far partire i treni, in sicurezza ed in perfetto orario. Già verso le ore 16,00 si trovavano nella stazione diversi viaggiatori, per il treno delle 16,30 diretto a Lamezia Terme, che era in coincidenza con i treni che portavano a nord e quindi anche a Napoli.
La stazione era insolitamente affollata quel giorno. Alcuni giovani, insolenti e frettolosi, vociavano sguaiatamente. Un’anziana signora cercava di consolare una bambina che piangeva disperatamente. Un informe contadino sudicio, con un berretto di sotto al quale spuntavano dei capelli arruffati, cercava di vendere ai passanti cestini ripieni di uova. Due ragazze, sorridendo tra di loro, facevano apprezzamenti ad alta voce sul vestito di una terza ragazza. Molti viaggiatori, in attesa del treno, stavano attenti ai loro bagagli.
Marco osservava e controllava con distacco quella varia umanità che si agitava nel piccolo mondo della “sua” stazione, quando fu colpito da un gruppo di sei suore, che discutevano animatamente, ridendo di gusto e passeggiando lentamente. Le osservò con cura , perché gli era parso che una di loro, che portava grandi occhiali da sole, rivolgesse  il suo sguardo verso di lui, con un sorriso di compiacimento. Addirittura egli ebbe l’impressione che  il gruppetto si dirigesse verso di lui e perciò si spostò sul piazzale, per osservare meglio: aveva l’impressione  di conoscere  o di avere già visto da qualche parte quel sorriso, su quelle labbra rosse, che mostravano una fila di denti bianchi e perfetti. Ma la suora, avvolta in un abito nero, con un velo nero che le copriva totalmente i capelli e con quegli occhialoni scuri, lo disorientava. E poi perché lo guardava così tanto?
Marco non riusciva a darsi una spiegazione,  ma ebbe la netta sensazione di aver conosciuto quella donna.
Il treno giunse in orario ed i viaggiatori si affrettarono a salire, con  i loro bagagli. Le suore si diressero verso la coda del convoglio, per salire nella vettura ed occupare i loro posti. Mentre salivano, il capostazione notò che  quella suora con gli occhiali scuri stava salendo  volutamente  per ultima: indirizzava il suo sguardo con  insistenza verso di lui e gli rivolgeva un largo sorriso. Marco alzò la paletta: l’ordine di partenza era stato impartito ed il convoglio s’avviava lento, sferragliando sulle rotaie. Mentre il treno si allontanava dalla stazione, qualcuno, affacciato al finestrino, mandava un ultimo saluto ad amici e parenti. Anche la suora dagli occhiali scuri si era affacciata al finestrino e, passando davanti al capostazione, serio nella sua divisa, col suo cappello rosso, si tolse gli occhiali  e mostrò i suoi occhi tristi e velati di lacrime. Il suo sorriso di poco prima nel frattempo si era spento e sembrava essersi tramutato  in una smorfia di dolore.
Marco la osservò a lungo, finché poté. Nella sua mente, all’improvviso, avvampò una luce più viva che mai, che gli schiarì tutto quello che prima era nelle tenebre.
-Quella suora è Annamaria, si disse sottovoce, è lei. Ma l’ho vista in momenti tanto diversi, con vestiti tanto diversi, ed il dubbio mi rimarrà, per sempre.


martedì 29 gennaio 2013

Voglia di mamma(Racconto) di Ezio scaramuzzino




I
A Scandale solo pochi  anziani ricordano ancora il caso, lo scandalo del 1950, perché pochi allora riuscirono a saperne qualcosa di concreto e quei pochi ne parlarono pure a bassa voce. Mai in precedenza si era verificato il caso di una ragazza madre e, quel che è peggio, mai ci si sarebbe aspettati che una cosa del genere avvenisse in una delle migliori famiglie. E invece avvenne, proprio in una famiglia timorata di Dio e nella quale il rispetto del decoro era considerato un principio sacro ed inviolabile.
         Era successo che nella famiglia Bontempo la seconda figlia, Ermelinda, destava qualche preoccupazione nei genitori per la sua estrema vivacità. Il ragioniere Bontempo, segretario capo nel locale Ufficio Comunale, non poteva sopportare ad esempio che la figlia ritornasse da scuola ogni giorno da Crotone, avendo tra i piedi Pinuccio, figlio di contadini. Era pur vero che Pinuccio era molto bravo a scuola, mentre Ermelinda  con il suo carattere da svampita non riusciva altrettanto bene, ricorrendo quindi spesso all’aiuto del suo amichetto, senza del quale si sentiva perduta: ma a tutto c’era un limite. I coniugi Bontempo inoltre non sopportavano che, con la scusa dei compiti, i due ragazzi si chiudessero qualche volta a chiave nello studio di casa: anche a questo bisognava porre  un rimedio. 
E siccome quel rimedio non si  riusciva a trovarlo ed ogni loro ammonimento sembrava inutile, i due presero una decisione drastica: Ermelinda avrebbe sì frequentato il Liceo a Crotone, ma avrebbe abitato dalle suore, con espresso divieto di incontrare il suo amico. Ma essi non avevano fatto i conti con la forza degli ormoni, che possono talvolta essere deviati o frastornati, ma che, prima o poi, inevitabilmente, ritornano quasi sempre a centrare il loro obiettivo.
I due amici, ormai cresciutelli, avevano diradato i loro incontri, ma non avevano alcuna intenzione di rinunziarvi. Certo non potevano più stare assieme nel pomeriggio a fare i compiti, certo le suore non consentivano che Ermelinda uscisse da sola, ma le suore non potevano avere cento occhi e soprattutto non potevano coprire con la loro vigilanza tutte le ventiquattro ore della giornata. Quando per un motivo o per l’altro non si faceva scuola, e la cosa non era infrequente, i due si incontravano e  trascorrevano insieme ore meravigliose. Gli esami di maturità, ormai prossimi, non li distoglievano dai loro incontri e qualcuno ebbe la felice idea di  avvisare il ragioniere Bontempo. Ma  ormai era  troppo tardi.
Ermelinda era incinta. All’inizio ebbe solo qualche sospetto, ma quando si convinse  che il ritardo  era ormai da considerarsi eccessivo e che non era paragonabile a quanto già altre volte le era successo, si risolse a confidarsi con la madre. La quale ebbe il terrore di rivelare la cosa al marito, sperando fino all’ultimo che si trattasse di un falso allarme. Ma, quando le analisi spazzarono via ogni illusione, con la morte nel cuore, gli spiattellò tutto.
Il ragioniere non gridò, non sbraitò e si prese solo qualche giorno di tempo per riflettere sulla cosa e decidere il da farsi. Ogni decisione toccava a lui, soltanto a lui che era il capofamiglia: gli altri avrebbero obbedito come sempre e nessuno nel paese avrebbe capito che qualcosa di terribile era avvenuto in quella famiglia. Anche Ermelinda, che pure in altre circostanze si era permessa di muovere obiezioni o di tenere testa al padre, questa volta non ebbe il coraggio di fiatare: in un pomeriggio di aprile, mentre tutt’intorno la natura sembrava svegliarsi ai primi tepori della primavera, lei, rassegnata e impotente, ascoltò la decisione del padre.
Di aborto clandestino non era proprio il caso di parlare, dal momento che esso era considerato peccato mortale dalla Santa Madre Chiesa. Ermelinda con una scusa qualsiasi si sarebbe trasferita a Catanzaro, dove il Bontempo godeva di qualche protezione e di qualche amicizia importante. Lì avrebbe  frequentato il Liceo, avrebbe sostenuto gli esami e avrebbe portato a termine la gravidanza, non riconoscendo però il figlio dopo il parto e consentendo che l’assistenza pubblica si facesse carico del mantenimento in vita di quello che, a tutti gli effetti, era da considerarsi solo “il frutto del peccato”. Quanto ad un eventuale matrimonio riparatore, l’ipotesi non fu  nemmeno presa in considerazione, dal momento che  la persona in questione, pur intelligente, era notoriamente un morto di fame, figlio di morti di fame e certamente destinato a restare un morto di fame.
II
La sveglia segnava le quattro  ed il suono insistente strappò Paolino violentemente dal sonno. La bocca impastata, la testa ancora occupata dai brandelli dell’ultimo sogno, un brivido di freddo  che gli correva lungo la schiena: tutto questo gli suggeriva di rimanere ancora al calduccio del letto. Difficile a soli dodici anni comandare alle gambe esili di scendere dal letto a quell’ora del mattino, quando ancora tutto era avvolto dalle ombre della notte, ma il richiamo del padre lo convinse che non era proprio il caso di indugiare.
La camera, dove dormiva insieme con tanti fratelli, odorava leggermente di stalla: ogni letto ne ospitava un paio.  A tentoni, inciampando nelle scarpe abbandonate a terra in modo disordinato, Paolino raggiunse la cucina, dove sperò di risvegliarsi  con un po’ di acqua gelida sul viso. Il frammento di specchio, appeso alla parete, gli rimandò l’immagine di un animaletto arruffato, dallo sguardo acquoso, dal ciuffo ribelle che non voleva  proprio saperne di rimanere abbassato e dalla strana voglia scura, dalla particolare forma a virgola, stampata proprio sulla guancia destra. Pur non avendo consapevolezza piena della sua condizione, egli avvertiva intimamente un senso di ingiustizia. Perché a lui erano negati  i giochi, la scuola, la compagnia dei ragazzini della sua età? Era giusto che la vita gli portasse via gli anni  spensierati, le energie che avrebbe al massimo dovuto  sprecare in una inutile corsa a perdifiato?
Il padre  lo sollecitò ancora  a sbrigarsi. Il ragazzo indossò velocemente i panni del giorno prima, infilò il berretto calcandolo per bene fino agli occhi, agguantò al volo una mela e si chiuse dietro l’uscio. Ogni giorno la stessa storia, ogni giorno la stessa vita, da un tempo che gli sembrava simile all’eternità. Suo padre aveva un banco da ambulante di frittelle che spostava di mercato in mercato, di fiera in fiera ed egli  lo seguiva per aiutarlo. Il furgone traballante lo cullava e spesso gli consentiva di addormentarsi di nuovo e di recuperare un po’ del sonno perduto. Quel giorno, giunti a destinazione, montarono velocemente l’attrezzatura, come sempre, in un rituale che non conosceva novità.
In breve tempo l’odore acre delle frittelle, che sfrigolavano nell’olio bollente, invase l’aria e si confuse con un odore dolciastro che proveniva  dal banco vicino. La pila dei foglietti di cartapaglia che servivano per incartare le frittelle, il secchio di zinco che lo conteneva: tutto era al proprio posto e, dato che ancora non era cominciato il giro dei clienti, Paolino chiese a suo padre il permesso di allontanarsi a fare un giro. La fiera di Mulerà, quella in cui si trovava, era grande e importante e la cadenza annuale, ogni primo di Settembre a Roccabernarda, la faceva diventare un vero e proprio evento di richiamo per gli abitanti di tutti i paesi vicini.
I banchi esponevano merce di vario tipo ma  erano quelli dei giochi ad attirare di più la sua attenzione. Trenini di legno che trasportavano la sua  fantasia in viaggi avventurosi per terre sconosciute, macchinine di latta di vari colori delle quali si poteva immaginare il rombo assordante nell’impazienza di partire per una gara fantastica, intere guarnigioni di soldatini di piombo a difesa di castelli incantati. Dato che non poteva permettersi di comprarli, riusciva a farli suoi e a giocarci con la sua fantasia.
Preso com’era da tali e tante fantasticherie,  Paolino non si accorse che il tempo era trascorso. Lo avvertì dal movimento di persone   nel frattempo  aumentato, dalle gomitate di chi, ingombro di pacchi e mercanzie varie, cercava di farsi largo per trovare spazio nella calca. Allora, temendo i rimproveri del padre, cercò di affrettarsi sgusciando fra le persone, facendosi spazio con le braccia magre nella folla, come nuotando in un mare in tempesta. Le scarpe, troppo grandi per i piccoli piedi che dovevano contenere, gli fecero il brutto scherzo di farlo cadere, così che si trovò a terra, con un ginocchio sbucciato che sanguinava. La ferita quasi non si vedeva, tanto era ricoperta di terra. Ma  un rigagnolo di sangue cominciò a scendere lungo la gamba e  lui rimase lì per terra, quasi inebetito e disorientato, non trovando lo spazio e la forza per rialzarsi.
III
Nel giro di pochi istanti una giovane signora ben vestita si accovacciò per aiutarlo a rialzarsi e, con quel gesto spontaneo che accomuna tutte le mamme del mondo, prese un fazzolettino dalla borsetta, lo bagnò di saliva e lo appoggiò sulla ferita, cercando di ripulirla. Un gesto da nulla, ma di un’intimità e di un affetto che lo lasciarono senza fiato. La dolce signora lo strinse per un attimo fra le braccia quasi a volerlo consolare e rassicurare ed egli respirò intensamente l’odore che ella emanava: un odore di pane e di latte, di lisciva e di salvia, di biscotti appena sfornati e di caffè, di violetta, di talco, di casa…! Poi, con lo stesso fazzoletto usato per ripulire la ferita, la signora gli asciugò la faccia dai lacrimoni che  si ostinavano a scendere lungo le guance. Solo allora ella vide la voglia dalla particolare forma a virgola sulla guancia del bimbo e  impallidì.
Pensieri e ricordi assalirono la sua mente e la fecero tornare indietro, a  dodici anni prima, quando quel bambino le era stato strappato, perché  considerato dalla sua famiglia una vergogna da nascondere. Lei aveva  potuto stringere quel bimbo per un solo attimo fra le braccia, prima che fosse  affidato alla pubblica assistenza. Lei avrebbe dovuto solo dimenticare quello che suo padre definiva “un piccolo incidente”, capace di macchiare il buon nome e l’onore della famiglia.
Ma ora, a distanza di dodici anni, quel “piccolo incidente” l’aveva guardata  e lei aveva guardato lui, cercando di imprimere nella mente i più piccoli dettagli della sua fisionomia.  E fra questi dettagli  spiccava quella particolarissima voglia scura a forma di virgola sulla guancia destra.  Lei avvertiva confusamente dentro  di sé che quello sguardo li avrebbe  legati per il resto della vita , qualunque fosse stato il loro destino, lo stesso destino che quel giorno li aveva   fatti incontrare di nuovo.
La signora si curvò ancora di più sul bambino, quasi a volerlo proteggere dall’irruenza della folla, poi si alzò lentamente, sorreggendolo tra le sue braccia. Una lacrima calda e liberatoria, una sola, prese a scorrerle lungo la guancia ed andò a mescolarsi a quelle, in parte asciugate e rapprese, del figlio.
Qualcuno si accorse di quello strano gruppo, che cercava di avanzare e istintivamente si scostò per fare largo. Altri, cercando di capire che cosa fosse successo, si unirono a quel gesto gentile. Si poté vedere un piccolo corridoio che si formava davanti alla signora che procedeva con il bambino in braccio e si richiudeva subito dopo alle sue spalle. Lei continuava ad avanzare, pur senza una direzione precisa: sapeva solo che da quel giorno la sua vita non sarebbe stata più la stessa di prima.
Ezio Scaramuzzino

mercoledì 16 gennaio 2013

Una storia americana di Edgar Lee Masters


Masters, Edgar Lee. - Avvocato e poeta statunitense (Garnett, Kansas,1869 - Melrose Park, Pennsylvania, 1950). Salì improvvisamente alla fama quando, ispirandosi ai tipi umani osservati nei tribunali e sull'esempio dell'Antologia greca, pubblicò, prima sul Mirror, poi in volume (The Spoon River anthology, 1915), una serie di epitaffî composti in uno stile lirico-satirico assai originale, in cui si confessano i defunti sepolti nel cimitero d'un piccolo paese nel centro degli Stati Uniti. Il successo del volume fu straordinario; con esso Masters metteva a nudo l'ipocrisia puritana del mondo provinciale americano. (da Enciclopedia Treccani)
Le tre brevi poesie costituiscono la storia di un triangolo amoroso, lui(Tom Merritt), lei(Mrs Merritt), l’altro(Elmer Karr). I tre sono protagonisti di una storia tipicamente americana, che E.L.Masters racconta nella sua Antologia di Spoon River. Ne propongo una mia versione.

Tom Merritt
Sospettavo qualcosa:
lei era così calma e distratta.
Un giorno sentii sbattere la porta sul retro,
mentre io entravo sul davanti, e lo vidi sgusciare
dietro l’affumicatoio verso il podere
e correre   lungo i campi assolati.
L’avrei ucciso quel giorno.
Ma un altro giorno, camminando vicino a Fourth Bridge,
senza un bastone o una pietra nelle mani,
ad un tratto me lo trovai davanti.
Era impaurito a morte, mentre stringeva in pugno i suoi conigli,
e io non seppi dire altro che “No,no,no!!!!”,
mentre egli prendeva la mira e mi sparava al cuore.
Mrs.  Merrit
Silenziosa davanti ai giurati,
non risposi niente al giudice, quando mi chiese
se avessi da dire qualcosa contro la sentenza. Scrollai solo la testa.
Cosa potevo dire a chi credeva
che una donna di trentacinque  anni è in colpa,
se il suo amante di diciannove le uccide il marito?
Gli avevo detto tante volte
“Vai via, Elmer, vai lontano.
Ti ho donato il mio corpo e ti ho fatto impazzire:
tu farai qualcosa di orrendo”.
E, proprio come temevo, egli uccise mio marito.
Io non c’entravo nulla, lo giuro davanti a Dio.
Rimasi per trenta anni in silenzio nella prigione.
E i cancelli di ferro di Joliet si aprirono, quando le guardie grigie e silenziose mi portarono fuori in una bara.
Elmer Karr
Che cosa, se non l’amore di Dio, ha intenerito
e indotto al perdono la gente di Spoon River
verso di me, che avevo violato il letto di Tom Merritt
e poi l’avevo ucciso?
Oh, cuori generosi che mi accoglieste di nuovo,
quando, dopo quattordici anni, tornai dalla prigione!
Oh, mani sollecite, che mi accoglieste nella chiesa,
e udiste tra le lacrime la mia confessione di pentimento,
quando presi il Sacramento del pane e del vino!
Pentitevi, voi che siete in vita, e riposate con Cristo!

(traduzione di Ezio Scaramuzzino)



martedì 15 gennaio 2013

Scandale...come eravamo...

Un raro video di circa cinquant' anni fa. Girato con i poveri mezzi tecnici di allora, ritrovato per caso in una vecchia valigia e pubblicato così com'era. Per ricordare come eravamo, per riassaporare il gusto delle cose perdute...






domenica 13 gennaio 2013

La morta(Racconto) di Guy de Maupassant


Un racconto "noir" di Maupassant, breve e intenso. Eccezionale.*****







Henri-René-Albert-Guy de Maupassant (Tourville-sur-Arques, 5 agosto 1850 – Parigi, 6 luglio 1893) è stato uno scrittore, drammaturgo, reporter di viaggio, saggista e poeta francese, nonché uno dei padri del racconto moderno.*****


L'avevo amata alla follia. Perché amiamo? Non è una stranezza vedere ormai al mondo un solo essere, avere in mente un solo pensiero, in cuore un solo desiderio e sulla bocca un nome solo: un nome che sale incessantemente, sale come l'acqua di una sorgente, sale dalle profondità dell'anima, sale alle labbra e vien detto, ripetuto, mormorato senza posa, dovunque, come una preghiera?
Non dirò qui la nostra storia. L'amore ne ha soltanto una, sempre la stessa. Io l'avevo conosciuta e amata: ecco tutto. E nelle sue carezze, nel suo sguardo, nelle sue vesti, nella sua parola, in tutto quanto veniva da lei ero stato avviluppato, legato, imprigionato così completamente che non sapevo più se era giorno o notte, se ero vivo o morto, se mi trovavo sulla terra o altrove.
E un giorno ella morì. Come? Non lo so. Rincasò bagnata, in una sera piovosa, e l'indomani tossiva. Tossì un'intera settimana, poi si mise a letto. Che cosa accadde? Non lo so più. I medici venivano, scrivevano, se ne andavano. Qualcuno portava dei farmaci. Una donna glieli faceva ingerire. Le sue mani scottavano, la fronte era umida e ardente, lo sguardo lucido e triste. Le parlavo, mi rispondeva. Che cosa ci dicevamo? Non lo so più. Ho dimenticato tutto, tutto! Morì: e ricordo benissimo il suo lieve sospiro, quel suo lieve sospiro così debole: l'ultimo.
Non seppi più nulla. Nulla. Vidi un prete che pronunciò alcune parole:"La vostra amante". Mi sembrò che la insultasse. Dal momento che era morta, non avevano più diritto di ricordare quella cosa. Lo scacciai. Ne venne un altro che fu assai buono, assai gentile. Piansi quando mi parlò di lei. Mi domandarono mille cose del funerale. Non ricordo più. Però ricordo la bara, il rumore del martellare quando inchiodarono il coperchio. 
Fu sotterrata. Sotterrata, lei, in quella fossa!. Fuggii, correvo. Camminai a lungo, poi rincasai. Il giorno dopo mi misi in viaggio. Ieri sono tornato a Parigi. 
Quando rividi la mia camera, la nostra camera, il nostro letto, i nostri mobili, quella casa dove era rimasto tutto quanto rimane della vita di un essere dopo la sua morte, fui colto da una ripresa di dolore così violento che poco mancò aprissi la finestra e mi buttassi in strada. Non potendo più rimanere in mezzo a quelle cose, tra quelle pareti che l'avevano riscaldata, protetta e che nelle invisibili loro fessure dovevano conservare mille atomi di lei, della sua carne e del suo respiro, presi il cappello per fuggirmene via. D'improvviso, mentre mi avviavo alla porta, passai davanti al grande specchio che ella aveva fatto collocare nell'ingresso per vedersi dalla testa ai piedi, ogni giorno, quando usciva, per vedere se tutto nel suo abbigliamento era in ordine, era giusto e bello, dagli stivaletti alla pettinatura. 
         Felici gli uomini il cuore dei quali, simile a uno specchio dove i riflessi scivolano e si cancellano, dimentica tutto ciò che esso ha contenuto, tutto ciò che gli è passato davanti, tutto ciò che s'è guardato, contemplato nel suo affetto, nel suo amore! Come soffro!. Uscii mio malgrado, senza saperlo, e senza volerlo andai verso il cimitero. Trovai la sua tomba, così' semplice, una croce di marmo con queste poche parole: "Amò, fu amata, morì". Ella era lì, lì sotto.
Singhiozzavo, la fronte sulla lapide. Mi trattenni a lungo, a lungo. Poi mi accorsi che imbruniva. Allora un desiderio strano, pazzesco, un desiderio di amante disperato si impadronì di me. Volli passare la notte accanto a lei, l'ultima notte, piangendo sulla sua tomba. Ma  mi avrebbero visto, mi avrebbero scacciato. Come Fare?
       Fui scaltro, mi alzai e cominciai a errare in quella città degli scomparsi. Andavo, andavo. Com'è piccola questa città in confronto all'altra, quella dove si vive!. Eppure, come sono più numerosi dei vivi, questi morti!. Ci occorrono grandi case, strade, tante piazze, per le quattro generazioni che guardano il sole contemporaneamente, bevono l'acqua dalle sorgenti, il vino dei vigneti e mangiano il pane dei campi. E per tutte le generazioni dei morti, quasi nulla... un campo... quasi nulla! La terra li riprende, l'oblio li cancella. Addio!. 
All'estremità del cimitero abitato scorsi improvvisamente il cimitero abbandonato, quello dove i vecchi defunti terminano di mescolarsi alla polvere, dove persino le croci marciscono, quello dove domani metteranno gli ultimi arrivati. E' pieno di rose selvagge, di cipressi scuri e robusti, un giardino triste e magnifico, nutrito di carne umana. Ero solo, affatto solo. Mi appiattii dietro un albero. Mi nascosi completamente tra i rami grassi e foschi. E attesi. 
Quando fu notte buia, notte fonda, lasciai il mio rifugio e mi misi a camminare pianamente, con passi felpati sul quel suolo pieno di morti. Errai a lungo, a lungo. Non la rintracciavo. Le braccia tese, gli occhi sbarrati, urtando nelle tombe con le mani, coi piedi, con le ginocchia, col petto, procedevo senza trovarla. Toccavo, brancicavo come un cieco che cerchi la sua strada. Niente luna. Che notte!. Avevo paura, una paura atroce, in quei sentieri stretti, tra due file di tombe! Tombe! tombe! sempre tombe!. Sedetti su una di esse, poichè non potevo più camminare. Udivo battere il mio cuore. E udivo anche altre cose. Un rumore confuso, innominabile! Era nel mio cervello sconvolto, nella notte impenetrabile, o sotto la terra misteriosa, sotto la terra seminata di cadaveri umani, quel rumore? Mi guardavo intorno. Quanto tempo rimasi là? Non so. Ero paralizzato dal terrore, ero ubriaco di spavento, pronto a urlare, pronto a morire. 
E d'improvviso mi sembrò che la lastra di marmo sulla quale sedevo si movesse. Già si moveva, come se qualcuno l'avesse sollevata. D'un balzo mi gettai sulla tomba vicina e vidi, sì vidi, vidi alzarsi verticalmente la pietra che avevo appena lasciato e il morto apparire, uno scheletro nudo che la sollevava con le spalle curve. Vedevo, vedevo benissimo, benchè la notte fosse tenebrosa. Potei leggere sulla croce: "Qui riposa Jacque Olivant, deceduto in età di anni 51. Amava la famiglia, fu onesto e buono e morì nella pace del Signore".
Orbene, anche il morto leggeva le cose scritte sulla sua tomba. Poi raccolse un sasso sul sentiero, un sasso aguzzo e cominciò a grattare accuratamente quelle cose. Le cancellò, completamente, lentamente, guardando con le occhiaie vuote il punto dove poc'anzi erano incise e con la punta dell'osso che era stato il suo indice scrisse:"Qui riposa Jacques Olivant, deceduto all'età di anni 51. Con la sua durezza affrettò la morte del padre dal quale desiderava ereditare, tormentò sua moglie, tormentò i suoi figli, imbrogliò i vicini, rubò quando gli fu possibile e morì miserabile". Finito che ebbe di scrivere, il morto, immobile, contemplò l'opera sua. E voltandomi, io mi accorsi che tutte le tombe erano scoperchiate, che tutti i cadaveri erano usciti, che tutti avevano cancellato le menzogne scritte dai parenti sulla pietra e ristabilita la verità. 
        Così', vedevo che tutti erano stati i carnefici del loro prossimo, astiosi, disonesti, ipocriti, bugiardi, canaglie, calunniatori, invidiosi: che avevano rubato, compiuto tutti gli atti più vergognosi. Sulla soglia della loro eterna dimora, scrivevano tutti la crudele, terribile e santa verità che tutti ignorano o fingono di ignorare su questa terra. 
Pensavo che anche la mia donna aveva dovuta tracciarla sulla sua tomba. Senza più paura, correndo in mezzo alle tombe semiaperte, la riconobbi da lontano, senza vederne il viso avvolto nel sudario. E sulla croce di marmo dove poc'anzi avevo letto "Amò, fu amata, morì", scorsi: "Uscita un giorno per tradire il suo amante, prese freddo sotto la pioggia e morì". 
A quanto pare fui raccolto all'alba, inanimato e accanto a una tomba.