Tre condizioni sono necessarie per la felicità: essere imbecilli, essere egoisti e godere di buona salute. Ma, se manca la prima, tutto il resto è inutile. (Gustave Flaubert)
domenica 14 agosto 2011
mercoledì 3 agosto 2011
Mistica follia(Racconto) di Ezio Scaramuzzino
Al paese si cominciò a mormorare che la figlia del Maestro s’era “chiusa”, nel senso che era entrata in un convento per diventare suora. Ma come era possibile? Era la più bella delle sei figlie, la più istruita e corteggiata. Probabilmente aveva avuto una delusione d’amore e voleva così rompere ogni legame con il passato. E invece no, semplicemente, seppur nella confusione della grande casa che accoglieva la famiglia Fioravanti, la tenera Agnese, nel silenzio della sua anima, in una notte di un Gennaio particolarmente rigido aveva udito un richiamo chiaro e perentorio che non le lasciava scampo.
Così partì per un convento di Crotone, abbandonando senza rimpianti una vita felice e spensierata, una famiglia che l’amava e che l’aveva custodita e protetta soprattutto da lei stessa, dal suo animo ingenuo e puro. Agnese fu accolta, per il noviziato, in un convento di suore che si occupavano di bambini sordomuti, ai quali ella si dedicò con tutta l’anima, non facendo neppure caso alle piccole malvagità di cui era spesso fatta bersaglio da parte delle consorelle.
Il convento si trovava su una collina che dominava la spianata di Capocolonna e da alcuni punti, lungo le mura, consentiva di vedere il mare che si stendeva tutt’intorno. Lo sguardo poteva spaziare dalla chiesetta sino al centro abitato della città, poi sul giardino, grande e silenzioso, lindo e profumato della lavanda che le suore raccoglievano d’estate. Le giornate, scandite dalla regolarità della vita religiosa, iniziavano prestissimo con la recita del Mattutino e terminavano altrettanto presto con la Compieta.
Il vento della Guerra sembrava non raggiungere il convento, salvo che nella ristrettezza del cibo e nel numero sempre maggiore di persone che venivano a bussare in cerca di aiuto. Si intensificavano le preghiere a quel Dio Sposo inspiegabilmente sordo al tetro rombare degli aerei, che venivano a sganciare le loro bombe sempre più di frequente e in posti di giorno in giorno più vicini . Negli ultimi tempi gli aerei avevano intensificato le loro incursioni e capitava di frequente che essi scendessero a bassa quota per mitragliare da vicino la popolazione civile sempre più atterrita.
I contatti con le famiglie si erano diradati e Suor Agnese, abbandonato l’abito secolare, anche se non aveva ancora preso i voti, si sentiva già parte di quella Comunità che l’aveva accolta. Il suo carattere mite e ligio alle Regole, che imponevano l’assoluta obbedienza, aveva consentito alle sue consorelle di approfittare della sua disponibilità e di chiederle quindi un impegno sempre più grande, nella scuola per i bambini sordomuti e nelle incombenze di tutti i giorni. Chissà se il ciliegio nel giardino della grande casa era già fiorito, chissà se le sorelle ogni tanto pensavano a lei… E la mamma? Così gracile e provata dalla fatica, nelle innumerevoli incombenze della famiglia e del lavoro, come aveva superato l’inverno? Le notizie erano sempre più scarne, ma lei, presa com’era dalla nuova vita, si soffermava solo di rado in queste riflessioni.
Il cibo scarseggiava sempre di più e la Vocazione, che inizialmente l’aveva fatta decidere al grande passo, in quell’ambiente metodico e chiuso si stava pian piano trasformando in una vera e propria ossessione: le continue privazioni erano da lei esaltate e sublimate in un mistico esercizio di ascesi, l’obbedienza era applicata fino alle estreme conseguenze della sudditanza e della mortificazione, la sofferenza per il freddo delle celle era da lei considerata un’ offerta a Dio in espiazione dei peccati dell’intera umanità. Perfino le consorelle, anche se poco attente, intuirono che una volontà di autoannientamento si stava impadronendo di lei. Ma ormai era troppo tardi.
Tutto cominciò con un deperimento fisico accompagnato da un repentino cambiamento dello stile di vita, che oggi si sarebbe definito stato depressivo o maniacale religioso e che allora fu invece tragicamente diagnosticato come schizofrenia. E allora Agnese, la bella, la colta, la mite, fu rinchiusa, stavolta non per sua volontà, in un altro mondo, nel mondo dei matti. Durante una fredda mattina di Febbraio, un’auto adattata alla meglio la portò al manicomio di Girifalco.
Inizialmente lei non riuscì a capire bene né perché si trovasse lì, né per quanto tempo sarebbe stato necessario restarci. In seguito, stordita dai farmaci e dall’elettroshock, ebbe idee ancora più confuse sulla sua condizione. Allora non si faceva molta differenza tra la follia e una sindrome maniacale depressiva: entrambe venivano “curate” con gli stessi sistemi.
Le persone, addette alla cura dei ricoverati, erano talmente abbrutite dall’ambiente in cui operavano che consideravano normale lavare i malati con acqua gelida o tenerli in ambienti sporchi e malsani. Quando Agnese entrò in manicomio, prima di sprofondare nel limbo provocato dagli psicofarmaci, ebbe il tempo di guardarsi un po’ attorno e di vedere l’anticamera dell’inferno. Il microcosmo del manicomio era separato dal mondo dei “normali” da sbarre, inferriate e chiavistelli, che servivano a contenere ed arginare la furia della forza fisica scaturita dal delirio della mente. Chi era “dentro” perdeva la propria identità, vivendo in un eterno sottofondo di urla e discorsi vaneggianti.
Intanto a casa, oltre alla preoccupazione per la malattia di Agnese, si doveva far fronte alle spese per il suo ricovero ed ai viaggi per le visite, sempre più difficoltose a causa della guerra. Quando la mamma andava a trovare Agnese, tornava svuotata di ogni energia, non solo per le condizioni in cui trovava la figlia, ma anche per la realtà con la quale veniva a contatto. Giovani donne scarmigliate erano spesso rinchiuse in celle di contenimento per evitare, nei momenti di crisi estrema, che potessero far del male a sé stesse ed agli altri. Donne giovanissime, quasi delle bambine, vivevano lì, dimenticate ed abbandonate dalle famiglie, senza speranza e senza futuro.
Ma un giorno Agnese guarì, o si credette che fosse guarita. Avvenne quando la superiora del convento andò a trovarla nel manicomio e lei parlò lucidamente della sua malattia e dei problemi che questa le aveva procurato. La superiora si convinse che l’ammalata non era più tale e con il permesso dei medici se la riportò in convento, dove ripresero anche le visite della madre, di giovedì, come prevedevano le regole .
Agnese conservava un ricordo confuso di queste visite materne, ma le aspettava con trepidazione e dava segni di irrequietezza, quando le visite tardavano o, qualche volta, saltavano. Nell’attesa, di tanto in tanto, le capitava di sorridere, pregustando la dolcezza di quegli incontri. Un giovedì aspettò inutilmente per tutta la giornata. Ma anche la settimana successiva la giornata trascorse in una vana attesa e così avvenne per un po’ di tempo. Agnese aveva preso a sbiadire ancora di più i suoi ricordi e le precedenti visite della madre, nella sua mente confusa, incominciavano ad assumere le parvenze di un sogno destinato a non più ripetersi. Lei partecipava in maniera discontinua alla vita comune e, quando si trovava sola nella sua cella, talvolta si trascinava stancamente verso una sedia che ne costituiva l’unico arredamento assieme ad un inginocchiatoio.
Un giorno, mentre stava pregando con un fervore che credeva di avere smarrito ormai da tanto tempo, sentì un cigolio alla porta della cella. Si girò incuriosita e vide che la maniglia girava su se stessa, inspiegabilmente, mentre la porta si apriva, lentamente. Apparve una signora, che lei non aveva mai visto. La sconosciuta avanzò, quasi scivolando, sul pavimento della cella, andò a fermarsi vicino al letto e le fece segno di avvicinarsi. Poi le strinse le mani fredde e Agnese avvertì un tepore che quasi non ricordava più. Le disse che non doveva più aspettare la mamma, perché la sua mamma ormai non c’era più. Poi, sorridendo, ritornò sui suoi passi, silenziosamente, e sparì oltre la porta, che si richiuse con uno scatto sommesso. Lei riprese le sue preghiere e si accorse che lacrime calde stavano rigando il suo volto.
Qualche mese dopo, durante una delle rare visite a casa concesse dal regolamento, le sorelle ritennero giunto il momento di rivelare ad Agnese la morte della madre. In precedenza, per ovvi motivi di opportunità, avevano deciso di non dirle nulla, né avevano ritenuto di incaricarne qualcuno. Ma lei le precedette, dicendo che sapeva già tutto. Raccontò tutti i particolari di quella morte, ripeté addirittura le ultime parole della madre pochi istanti prima che cessasse di vivere. Le sorelle, sbalordite, non osarono chiedere spiegazioni, convinte che qualcosa di straordinario, quasi di incredibile, si fosse verificato nella loro famiglia. Il giorno dopo, abbracciate le sorelle per l’ultima volta, Agnese ritornò in convento, dal quale non sarebbe ritornata mai più.
Oggi Agnese riposa nel piccolo cimitero del convento, che dall’alto della collina continua a dominare il paesaggio della spianata di Capocolonna. Il cimitero, posto in un angolo di quel giardino profumato di lavanda, è anche diventato troppo angusto ed ha subito nel corso degli anni varie sistemazioni e riadattamenti. Ma chi volge lo sguardo verso un cespuglio di ginestra, lasciato crescere fino a occuparne un breve tratto, può scorgere, dietro i suoi fiori odorosi, una piccola lapide che fuoriesce dal terreno e che riporta soltanto un nome e due date: Agnese Fioravanti, 1/5/1921 – 11/1/2007.
Ezio Scaramuzzino
giovedì 7 luglio 2011
Cavaliere, addio!
Spiace dirlo, ma, con il varo dell'ultima manovra finanziaria, l'avventura politica di Berlusconi può considerarsi finita. Un governo che pretendeva di essere liberale e che, per fare cassa, invece di abbattere i costi della politica ed i privilegi della casta, si mette a tosare le pensioni e i risparmi, evidentemente non ha più niente da dire agli Italiani e in particolare non ha più niente da dire nemmeno agli elettori che gli hanno dato il voto. Bastavano Prodi e Visco per portare avanti questo tipo di politica.
Alla fine dell'avventura, è il caso di riflettere un po' sul pesante bilancio politico, personale e umano del Cavaliere. In tutti questi anni egli è stato sbeffeggiato, svillaneggiato e insultato e non è da escludere che alla fine del suo impegno politico possa ritrovarsi anche depredato, in tutto o in parte, dei suoi averi. Eppure ancora oggi qualcuno dice che egli è entrato in politica per tutelare i suoi interessi. Il fatto poi che ogni tanto egli ci abbia messo del suo e che in varie circostanze egli abbia favorito i suoi nemici con qualche comportamento discutibile, non attenua il senso di amarezza che provano quelli che avevano avuto fiducia in lui.
domenica 26 giugno 2011
I giuochi della notte(Racconto) di Ezio Scaramuzzino
Al paese, tra i frequentatori abituali del Bar Centrale ai tempi della mia giovinezza, c’era Leonardo Vasa, vigile urbano e sposato con una giovane donna, che quasi nessuno conosceva, tanto egli la teneva segregata a causa della sua gelosia. Giocava con accanimento a Terziglio, tra una pausa e l’altra del suo lavoro, che per altro lo impegnava molto poco, dato che il traffico automobilistico allora era quasi inesistente.
Ma egli era immancabile soprattutto dopo cena, quando in qualche luogo privato si aprivano dei tavoli da poker.
Io, che ero il più giovane della compagnia e che, soprattutto, non sempre disponevo dei soldi necessari, spesso mi limitavo ad assistere, osservando con immenso godimento gli sberleffi, gli sfottò, le maledizioni che tutti si scambiavano senza alcun ritegno. Giocavo solo di tanto in tanto, quando si creava un tavolo che mi andasse a genio e che fosse formato da elementi con i quali ritenevo che difficilmente avrei potuto perdere. Tra le mie vittime preferite c’era proprio Leonardo, natura perdente, con il quale si poteva giocare quasi ad occhi chiusi, tanto era facile vincere, ed al quale non disdegnavo di portar via un po’ dei soldi che mensilmente gli passava il Comune di Scandale.
Solo una volta, a quanto ricordo, Leonardo riuscì a vincere una discreta somma. Era una notte orribile, con un temporale fortissimo che aveva provocato l’allagamento del magazzino nel quale stavamo giocando e che ci aveva costretti, pur di non smettere, ad appoggiare i piedi su degli sgabelli che fuoriuscivano dall’acqua. Quella sera Leonardo stava vincendo, incredibilmente. Non era abituato a vincere ed era convinto di aver trovato il sistema giusto con il conservare provvisoriamente nelle tasche, anziché lasciarle sul tavolo, le fiches più grandi, quelle che valevano diecimila lire l’una. Diceva che così poteva togliersi la iella di dosso, perché non alimentava l’invidia, semplicemente impedendo agli altri di vedere quanto vinceva.
A fine partita ed a fine temporale ero riuscito a rientrare a casa con qualche difficoltà. Alle otto del mattino dormivo ancora saporitamente, quando mia madre venne ad avvertirmi che c’era di là Leonardo ad attendermi. Mi alzai con qualche imprecazione e lo trovai con due grandi fiches in mano, quelle che noi chiamavamo “tavelloni”: ne pretendeva il pagamento, perché se le era ritrovate in tasca a casa, dopo averle dimenticate la notte precedente a fine partita, senza essere stato pagato. Mi ci volle del buono per fargli capire che le fiches andavano cambiate a fine partita e che ormai era difficile stabilire chi non avesse pagato il suo debito. Leonardo, che era fondamentalmente buono e generoso, si convinse facilmente, ma gli rimase sempre il dubbio che io lo avessi fregato e dopo quell’episodio per un bel po’ di tempo si rifiutò di giocare con me, pur protestando la sua incrollabile amicizia nel miei confronti.
Altro giocatore immancabile attorno a quei tavoli notturni era Carmine Aiello, allora studente universitario di Medicina, prima a Bari e poi a Milano. Figlio di un ricco proprietario terriero, disponeva di molti soldi, il che gli consentiva un atteggiamento spavaldo e guascone al tavolo da gioco, con forti rilanci che a volte lasciavano di stucco gli altri giocatori. Perdeva e vinceva con molta disinvoltura, senza deprimersi e senza esaltarsi, ma spesso si distraeva, come se seguisse un suo rovello interiore che sembrava trasportarlo lontano dal tavolo da gioco. Carmine sarebbe diventato un valente cardiologo e sarebbe poi morto prematuramente proprio per un infarto. Ricordo che una volta mi rivolsi a lui per un consulto, in un periodo della mia vita in cui temevo che il mio cuore avesse incominciato a fare i capricci. Mi visitò con cura, senza pretendere alcun compenso, e mi disse che il mio cuore non rivelava assolutamente niente di preoccupante. Concluse che potevo stare tranquillo e che tanto più potevo esserlo, in quanto una tale tranquillità potevano darla solo due persone al mondo: lui e Christian Barnard, il cardiochirurgo sudafricano allora famoso in tutto il mondo per i suoi trapianti.
E poi c’era Salvatore Roma, il più bravo di tutti, autentico terrore al tavolo da gioco. Rilanciava con una sorta di divina indifferenza ed era quasi impossibile coglierlo in bluff. Vinceva quasi sempre e tutti gli riconoscevano, cavallerescamente, una certa superiorità, cosa di cui egli non menava vanto, modestamente ammettendo che forse era solo una questione di fortuna.
A notte fonda, dopo quelle interminabili partite a poker, spesso eravamo ancora tutti assieme e ci attardavamo nell’ennesimo giro notturno lungo le strade deserte del paese, in attesa che il primo di noi prendesse la via di casa, dando quasi il segnale di ritirata generale a tutti gli altri. In questo girovagare spesso si univano a noi persone occasionali, che magari si trovavano in giro per qualche modesto e innocente traffico notturno. Nessuno disdegnava la nostra compagnia, perché tutti erano sicuri di ritrovarvi il piacere di vivere e nessuno di noi d’altra parte si sognava di protestare per queste innocue invasioni di campo, che servivano ad alimentare il gruppo, annullando ogni differenza di età, sociale o culturale tra di noi. Poi, tutti assieme, ci fermavamo su un muretto basso nei pressi della villetta ed era il momento dei racconti e dei ricordi.
Era il momento in cui protagonista del gruppo diventava l’avvocato Barca. Gran narratore dei fatti della sua vita, che egli aveva trascorso per lo più a Milano, era capace di attirare l’attenzione di tutti per delle ore, che a volte trascorrevano senza che noi ce ne accorgessimo. Raccontava gran fatti di donne, di carte e di soldi, come un grande attore, e tutti lo ascoltavamo in silenzio. A volte, alla fine della sua recita, lo applaudivamo come a teatro ed egli, come un grande attore, si piegava in un inchino e poi faceva segno di cessare l’applauso, perché aveva qualcos’altro da raccontare. E noi eravamo ancora pronti all’ascolto, in un susseguirsi di racconti e di applausi, che avremmo voluto non finisse mai.
A volte, specie in estate, quando le finestre delle case attorno erano aperte a causa del caldo, qualcuno era disturbato dal nostro chiasso e soprattutto dai nostri applausi. Capitava spesso che qualcuno si affacciasse, invitandoci in malo modo ad andar via ed a lasciar dormire la gente. Il più delle volte non ci curavamo di queste proteste e continuavamo con quelle nostre abitudini, che ci sembravano le uniche con cui la vita fosse degna di essere vissuta.
Una sera l’avvocato Barca sembrava più in forma del solito. Quella sera egli aveva dato fondo a tutte le sue risorse e a tutte le sue capacità di fabulatore e di attore, raccontandoci un’avvincente storia di ladri e di furfanti in cui era rimasto coinvolto. Tutti lo stavamo ascoltando in silenzio, ma io, a differenza degli altri, mi trovavo in una posizione più defilata. Ebbi modo di vedere che proprio sulla testa dell’avvocato, ad un balcone al primo piano di una casa, due persone si stavano silenziosamente affacciando, appoggiandosi poi ad una ringhiera. Lì per lì non riuscii a capire il perché di quella improvvisa apparizione. Capii tutto quando improvvisamente, nelle mani di quei due, vidi apparire due giganteschi vasi da notte, il cui contenuto fu rovesciato in un baleno sul gruppo che stava di sotto. Riuscii a gridare, ma non in tempo utile perché gli altri si salvassero. Quei vasi da notte certamente erano stati preparati da più giorni, perché il loro contenuto era talmente abbondante, da provocare gli effetti di uno tsunami. Solo pochi riuscirono a scansarsi in tempo, l’avvocato Barca invece fu colpito in pieno. Ma lui non se ne diede per inteso e, mentre gli escrementi gli pendevano da tutti i lati del volto, come un grande attore consapevole del fatto che lo spettacolo deve comunque continuare, proseguì il suo racconto. La sua maschera tragica e comica nello stesso tempo ci mandò tutti in delirio e alla fine egli raccolse non un applauso, ma un’autentica ovazione.
Lo aiutammo a ripulirsi almeno in parte e tutti, nessuno escluso, lo riaccompagnammo a casa, come in una specie di trionfo. Ci sentivamo anche noi quella sera compartecipi di un qualche segreto della vita e dell’arte, riservato solo a pochi eletti e da cui erano escluse le persone volgari, specie quelle che, invece di applaudire, svuotavano i vasi da notte sulla testa dei grandi attori.
Ezio Scaramuzzino
domenica 22 maggio 2011
La valigia dei miei sogni(Racconto) di Ezio Scaramuzzino
Chi oggi si trova ad affrontare la strada che lungo la Sila porta da Crotone a Cosenza, se volge lo sguardo sulle fiancate dei ponti che collegano i vari tratti, può vedervi scritto a caratteri giganteschi CIDONIO SPA. Quel nome non è per me senza rilievo e talora mi induce, quando mi ritrovo a guidare su quei tornanti, a riandare con la mente ad una vicenda di tanti anni fa.
Era una prima di
Ottobre e, all’età di diciannove anni, alle otto del mattino, varcai il portone
della Scuola Media di Scandale. Non andavo a frequentare le lezioni. Vi andavo
invece ad insegnare i fondamenti della poesia e della letteratura ai ragazzi e
alle ragazze del paese. Non c’erano allora molti laureati in giro ed il Preside
della scuola mi aveva affidato un incarico annuale, nonostante fossi solo uno
studente universitario.
Con qualche emozione
affrontai le prime ore di insegnamento
della mia vita. Verso le dieci, a causa di un buco nell’orario, mi diressi
verso la sala docenti, che, nel suo grigiore e nel suo abbandono, dava l’idea di una sala d’attesa di terza classe
nelle stazioni ferroviarie di una volta.
C’era lì, seduta
intorno ad un tavolo, una giovane donna, che a me sembrò subito bellissima.
Saluti, presentazioni ed ogni mio interrogativo venne subito chiarito. Marilù Properzio, così si chiamava, con quello strano
cognome che ricordava il grande poeta latino, era una Pugliese di Taranto,
anche lei universitaria e con un incarico annuale. Era già sposata, senza
figli, e con il marito ingegnere, che lavorava con l’impresa Cidonio nella costruzione della nuova strada
Silana-Crotonese, si era stabilita in una villetta alla periferia del paese.
Poi tirò fuori un pacchetto di sigarette, me ne offrì una e, tra una boccata e
l’altra, incominciò a lamentarsi della vita che, già da qualche giorno, stava
conducendo al paese. Non conosceva ancora nessuno, mi disse, non parlava mai
con nessuno, tranne che con qualche esercente di bottega, dove andava a fare la
spesa. Finì con l’invitarmi a casa sua, “a prendere il caffè” tenne a precisare
sorridendo, cosa che non mi feci ripetere due volte, anche se il mio piacere fu
in parte attenuato dalla sua ultima precisazione:“ Ovviamente verrai al Sabato
pomeriggio, verso le cinque, quando ci sarà pure mio marito”.
La rividi, con molto
piacere, il giorno successivo a scuola e poi ancora il Sabato mattina, quando
l’invito fu riconfermato. Aspettavo con ansia mista a curiosità quel pomeriggio
e mi accorsi che mi capitava, più di una volta, di pensare a lei. La rivedevo
mentre parlava, mentre fumava, mentre accavallava le gambe, cosa che faceva di
frequente, ed ero costretto ad ammettere che sì, era proprio una bella donna e
che, soprattutto, mi piaceva. Forse nel suo atteggiamento c’era qualcosa di
affettato, ma l’attribuii al fatto che, a quanto lei stessa mi aveva detto,
poter recitare su un palcoscenico era stato uno dei grandi sogni della sua vita
e quindi, almeno per il momento, si limitava a recitare un pochino sul grande
palcoscenico della vita.
Quel Sabato
pomeriggio, prima di recarmi da lei, mi fermai un po’ al Bar Centrale, ove il
mio amico Romano Cizza mi vide e mi disse che mi trovava un po’ teso.
Certamente aveva ragione, ma io non gli rivelai nulla di quanto occupava la mia
mente.
Alle ore diciassette
e qualche minuto, con la mia Cinquecento, ero davanti al portone della villetta.
Mi accorsi che i coniugi mi stavano aspettando, perché li intravidi dietro le
tendine spostate di una finestra al piano superiore. Dopo un po’ il portone si
aprì automaticamente ed io affrontai una piccola rampa di scale. Sul
pianerottolo tutti e due mi accolsero con un sorriso e potei vedere per la
prima volta il marito. Era un signore che dimostrava molti più anni della
moglie, con i capelli lunghi alla nazarena e una barba incolta, venata di
qualche filo grigio. Si chiamava Vladimiro Lenin Delgado ed era di Napoli. Una volta seduti in salotto,
mi invitò subito a dargli del tu e tenne a precisare che i suoi antenati erano
baroni di discendenza spagnola, trapiantati in Italia nel Settecento. Aggiunse
che da un bel po’ ormai il titolo non era più usato in famiglia e che anzi suo
padre gli aveva dato il nome del famoso rivoluzionario russo e lui stesso si
sentiva impegnato a professare ideali progressisti, se non proprio
rivoluzionari.
Poi prendemmo il
caffè e insomma trascorsi un piacevole pomeriggio. Da parte mia feci di tutto
per compiacerli. Recitai la parte dell’ascoltatore attento, mi dissi
genericamente d’accordo, seppur con qualche distinguo, con i suoi ideali
progressisti, apprezzai il caffè e finsi di interessarmi ad una collezione di
monete antiche, che egli volle farmi vedere ad ogni costo. In particolare mi
interessai, ma questo non mi costò alcuno sforzo, ad una incredibile collezione
di dischi in vinile nei quali era raccolta l’intera storia della canzone
napoletana. Ad un certo punto anzi egli mise sul giradischi una versione di Core ‘ngrato interpretata da Enrico Caruso e si mise a canticchiare, dimostrando una
discreta voce tenorile. Poi allacciò la moglie e con lei si esibì in alcuni
passi di danza. Infine si fermò, riattaccò il disco e mi invitò a fare
altrettanto con la moglie. Mi sentivo in imbarazzo, anche perché ballare non mi
attraeva già allora e non mi avrebbe mai attratto per il resto della vita. Ma
lui insistette, mi costrinse, mi spinse quasi tra le braccia della moglie,
sorridendo e un po’ maledicendo la ritrosia dei Calabresi.
Ad una certa ora,
mentre eravamo ancora accaldati e vagamente eccitati dall’euforia, fui invitato
a pranzo per una delle domeniche successive. Poi fui invitato un’altra volta
ancora, poi un’altra. Finii col diventare quasi uno di famiglia e le mie visite
aumentarono quando io e Marilù decidemmo di preparare insieme un esame di
Latino.
In un pomeriggio di Marzo io e lei eravamo seduti
intorno ad un tavolo, intenti a tradurre un brano di Ovidio. Era, mi pare, la seconda volta che
ci ritrovavamo insieme, da soli, in assenza del marito. Era una bella giornata,
si avvertivano i primi tepori della Primavera ed io, tra una ricerca e l’altra
sul dizionario, cercavo di stare comodo su quella sedia. Mentre ricercavo
questa comodità, che una strana irrequietezza quel giorno non mi consentiva di
raggiungere a pieno, appoggiai il ginocchio ad una gamba del tavolo. Dopo un
po’ feci leva con il ginocchio per spostare la sedia, ma mi accorsi che quella
gamba si muoveva, anzi aveva preso a dondolare leggermente. Rimasi come
paralizzato, incapace di venir fuori da quella situazione imbarazzante in cui
mi ero, seppur involontariamente, cacciato. Ci pensò Marilù a risolvere ogni problema: si alzò; mi mise
una mano sulla fronte, stranamente, perché non aveva mai fatto una cosa del
genere; infine notò un insolito rossore sul mio volto e mi chiese se mi sentivo
bene. Notai, o credetti di notare, un certo tono canzonatorio nelle sue parole
e mi sentii perduto. Capii chiaramente che cosa si intende quando si dice che
il ridicolo uccide e che quello, che lei poteva ritenere un mio goffo tentativo
di “provarci”, avrebbe potuto distruggere la nostra amicizia. Ma lei capì il
mio imbarazzo, il mio sgomento quasi, e volle tranquillizzarmi. Allungò
dolcemente la mano dietro la mia nuca e mi attirò a sé. L’irreparabile si
consumò di lì a poco, su un divano posto lungo la parete, mentre i libri e i
dizionari sul tavolo sembravano oggetti sprecati nella loro inutilità, come
delle nature morte in un quadro di Morandi.
A circa cinquanta
chilometri di distanza, nello stesso momento, in un cantiere dell’impresa
Cidonio lungo la Silana Crotonese, l’ingegner Delgado stava consultando una cartina topografica.
Qualcuno gli aveva portato un caffè e lui, inavvertitamente, con un movimento
brusco ne aveva fatto cadere una parte sulla cartina. Si affrettò a ripulire le
macchie e, a operazione ultimata, non poté fare a meno di notare che l’alone
lasciato dal caffè aveva una strana rassomiglianza con la testa di un cervo.
Poi andò a seguire alcuni lavori nel cantiere, tranquillo come sempre e forse inconsapevole
del fatto che le grandi tragedie della vita
possono verificarsi nei momenti più impensati, mentre tutto, intorno a
noi, sembra svolgersi nella più disarmante e insignificante banalità.
Quando entrambi ci
rialzammo e ci ricomponemmo, notai su una sveglia che erano le cinque del
pomeriggio. Bisognava sbrigarsi, perché l’ingegnere poteva rientrare da un
momento all’altro.
Da quel giorno i
nostri incontri diventarono più frequenti, mentre noi diventavamo sempre più
temerari, quasi che la pacchia fosse ormai un diritto acquisito e che la fine
non dovesse mai arrivare. E invece arrivò, come per tutte le cose di questo
mondo. Eravamo a Giugno ormai, verso la fine dell’anno scolastico, e un
pomeriggio Vladimiro, forse messo all’erta da qualcuno,
forse inseguendo un suo rovello interiore che gli aveva fatto intuire qualcosa,
alle tre del pomeriggio era già con la sua auto davanti al portone di casa.
Diversamente da quanto aveva fatto in altre circostanze simili, non aveva
preavvertito la moglie per telefono.
Noi, dal piano
superiore, forse storditi, forse solo incoscienti, non sentimmo l’arrivo
dell’auto, non sentimmo lui che, silenziosamente, saliva lungo le scale.
Vladimiro arrivò all’improvviso, aprì bruscamente la porta
e ci colse sul fatto, in atteggiamento inequivocabile. Avrebbe potuto gridare e
inveire, Vladimiro, ma non lo fece. Del resto non poteva rinnegare
platealmente, con una scenata piccolo borghese, i suoi ideali progressisti, se
non proprio rivoluzionari. Non disse una parola, anzi sembrò quasi chiedere
scusa per il disturbo; si diresse verso un’altra stanza e richiuse la porta
dietro di sé.
Rividi Marilù solo dopo qualche giorno, a scuola. Mi
comunicò che il marito aveva deciso di trasferirsi, tanto più che il suo lavoro
presso l’impresa Cidonio era ormai agli sgoccioli, e che la partenza
era fissata per la fine del mese, alla chiusura dell’anno scolastico.
Una mattina di
Giugno, mi ritrovai davanti alla loro villetta a salutare i due che partivano.
Avevano riempito ogni più piccolo spazio dell’auto, nella quale non entrava più
niente, e anzi mi lasciavano in custodia una valigia, che avrei dovuto spedire
loro in seguito. Al momento dei saluti, Marilù mi abbracciò con trasporto, Vladimiro si limitò a stringermi la mano. Sapevo che non
li avrei più rivisti.
A distanza di
qualche mese, rovistando in un armadio, vidi la valigia che avrei dovuto
spedire. La cosa, chissà perché, m’era del tutto passata di mente e d’altra
parte nessuno me l’aveva più richiesta. Avvertii una stretta e capii, se mai ce
ne fosse stato bisogno, che Marilù, che pure era passata come una
meteora, aveva contato più di qualcosa nella mia vita e che il suo ricordo
continuava a bruciarmi. Armeggiando con un temperino, riuscii ad aprire la
valigia, curioso di vedere che cosa ci fosse dentro. Vi trovai dei libri, un
mazzo di cartoline illustrate legate con un nastro, una busta che conteneva un
paio di calze da donna e un rossetto, altre cianfrusaglie. Credetti di capire
che quella valigia, quegli oggetti, mi legavano ancora ad un ricordo che mi
faceva soffrire. Credetti di capire che, per non soffrire più, dovevo compiere
un gesto, anche simbolico, di liberazione.
Misi la valigia
nella mia Cinquecento e mi diressi a Crotone. Andai verso il mare alla ricerca
di un punto solitario della spiaggia. Era da poco tramontato il sole, una
nuvolaglia nera incominciava a ricoprire il cielo e c’era un fortissimo vento
di tramontana, che spazzava via ogni cosa. Aprii la valigia sulla spiaggia e
attesi. Il vento incominciò a disperdere le buste, poi singole pagine, poi i
libri, poi le altre cose. Alla fine anche la valigia, alleggerita del suo peso,
fu sollevata in aria, roteò tante volte su se stessa, si richiuse come per
magia e finì col posarsi, come la bottiglia di un naufrago, sulla distesa
infinita del mare.
Ezio Scaramuzzino
Ezio Scaramuzzino
domenica 17 aprile 2011
La visita (Racconto) di Ezio Scaramuzzino
I miei vecchi
riposano, già da tanto tempo, nel piccolo cimitero di Scandale. Ci vado ogni
anno, come tutti, nel periodo della commemorazione dei defunti. Evito di
andarci nei momenti di maggiore ressa e di solito faccio passare qualche
giorno. Quando arrivo, vado diritto alle tombe, depongo qualche fiore nei vasi
già pieni per precedenti visite di altri familiari e poi mi soffermo un po’,
davanti agli ovali dei loro volti con lo sguardo perso nel vuoto.
Infine faccio un
giro tra i viali solitari del cimitero, incontro qualche sconosciuto, più
raramente qualche vecchio amico con cui scambio un saluto affettuoso, mi
soffermo con attenzione ad osservare le tombe dei trapassati dell’ultimo anno.
E’ una rassegna a volte meravigliata, a volte curiosa, a volte dolorosa: mi
scorrono davanti agli occhi i volti di persone
sconosciute, oppure amiche e familiari.
L’ultima volta, già
da lontano, ho intravisto un volto noto, quello di Mario Panza. La foto lo rappresentava sorridente
e d’altra parte egli aveva sempre sorriso nel corso della sua vita, anzi si può
dire che fosse vissuto ridendo o
sorridendo. Avvicinatomi, ho letto la data di nascita, 29 Febbraio 1936, ma ho
visto che mancava quella della morte. Non sapevo spiegarmi la cosa, ma, girando
intorno alla tomba, ho notato un lato non rifinito, in mattoni grezzi. Ho
capito che il caro, vecchio Mario non era per nulla scomparso e che soltanto,
secondo un’abitudine molto diffusa dalle
nostre parti, si era già preparata la tomba, per eliminare, o ridurre al
minimo, il fastidio dei superstiti.
Mario Panza abitava vicino casa mia ed era un abile
cercatore di funghi, di verdura selvatica e di tutto ciò che cresce in natura.
Raccogliendo e rivendendo funghi, lumache e cicoria aveva mantenuto una
famiglia, moglie e una figlia. Di quest’ultima si diceva che non fosse
veramente sua figlia e comunque essa si dava arie da cittadina e disdegnava i
modi rustici e contadineschi dei genitori.
Ricordo che una
volta, avevo forse una decina d’anni, Mario mi portò con sé a cercar funghi.
Egli mi guidava attraverso gli anfratti ed avevamo già fatto una buona
raccolta, quando, dietro un cespuglio, trovammo due persone allacciate ed una
di queste era la figlia. A sera, ritornato a casa, gridò ed imprecò a lungo
contro quella figlia e fu forse l’unica volta della sua vita, perché per il
resto egli aveva un eterno sorriso stampato sulle labbra. Sorrideva di quella
sua strana data di nascita, 29 Febbraio, anno bisestile, che lo induceva a dire
che in realtà egli faceva un anno di età ogni quattro anni. Sorrideva di quel
suo strano mestiere, che riteneva un po’
comico, per via del fatto che, come diceva, egli si limitava a vendere ciò che
la natura produceva spontaneamente e che chiunque, con un po’ di buona volontà,
avrebbe potuto raccogliere da solo.
Lo scorso Novembre,
ultimato il giro al cimitero, mi è venuta voglia di andare a dare uno sguardo
alla casa paterna, ormai disabitata da anni. L’ho trovata, come era facile
attendersi, in evidente stato di incuria. Ho aperto con difficoltà e con
qualche esitazione, poi ho fatto un giro .
In una stanza,
impolverato, ho ritrovato il vecchio tavolo su cui studiavo tanti anni fa. Su
quel tavolo, da bambino, scrivevo le lettere di zia Mariuzza. Vedova e con tutti i figli emigrati
per il mondo, dal Canada al Brasile, veniva da me a farsi scrivere le lettere
di risposta ai figli, che periodicamente le mandavano qualche dollaro e qualche
cruzeiro acclusi nelle buste, nella speranza che i soldi potessero sfuggire
alle grinfie degli impiegati postali di due continenti, cosa che non sempre
avveniva. La zia Mariuzza mi diceva quel che io dovevo scrivere , ma più spesso
parlava direttamente con i figli, come se li avesse a qualche metro di
distanza. Spesso si lasciava prendere dalla commozione, parlava singhiozzando
ed io, che non sempre riuscivo a dare un senso alle sue lacrime, la guardavo
incuriosito. Lei si accorgeva della mia sorpresa, si ricomponeva e mi
sorrideva.
Dietro i vetri di
quella finestra, spesso appariva zia Elena, vicina di casa. Anche lei vedova,
veniva a riportare a casa l’una o l’altra delle numerose figlie, che amavano di
tanto in tanto trascorrere un po’ di
tempo a casa nostra, in compagnia dei cugini. Non stava bene allora questa
promiscuità, anche tra parenti, perché così
si viveva allora e così si
pensava che bisognasse vivere, specie quando si avevano in casa ragazze da
marito e la gente, fuori, era sempre pronta a tagliuzzare. La stessa cosa del
resto succedeva a me, che amavo stare con le mie cuginette e spesso con una
scusa mi recavo a casa loro. Zia Elena tollerava per qualche tempo, poi,
inesorabilmente, mi rispediva a casa ed io, un po’ mogio e con la coda tra le
gambe, mi ritiravo, con il dubbio e la sensazione di aver compiuto chissà quale
misfatto.
Su quella sedia, in
cucina, spesso si sedeva zio Amedeo. Tra i tanti fratelli di mio padre,
era il solo ad avere studiato fino alla
licenza media e faceva quindi un lavoro intellettuale per quei tempi:
era l’unico dipendente della locale esattoria comunale. Di ritorno dalle sue
solitarie passeggiate, durante le quali si spingeva fino alle ultime case del
paese, amava fermarsi a casa nostra. Afflitto da leggera balbuzie, non era di
certo un gran parlatore, ma immancabilmente trovava il modo di chiedermi
qualcosa sui miei studi. Non appena io accennavo una risposta, egli trovava il
pretesto per parlare dei suoi studi e di come la scuola fosse cambiata in
peggio, con i professori che ormai non insegnavano più nulla.
Ad un angolo del
focolare, su quella sedia che ora appare un po’ sbilenca, durante le lunghe e
fredde sere d’Inverno, si sedeva ogni tanto zia Silvia, unica non sposata della numerosa
famiglia e che con il suo malinconico sorriso sembrava come rassegnata alla sua
condizione di eterna zitella. E’ morta qualche anno fa zia Silvia, ultima dei
tanti fratelli e sorelle, e negli ultimi tempi della sua vita, mentre era
ricoverata in ospedale, sono andato spesso a trovarla, ad alleviare la sua
solitudine. E lei mi accoglieva sempre con il suo eterno, malinconico sorriso,
per dimostrarmi la sua gratitudine e talvolta mi faceva trovare pure dei
pasticcini, che io fingevo di apprezzare e che conservavo, dicendole che li
avrei mangiati a casa la sera.
Le stanze spoglie e
mute sembrano ancora risuonare delle loro voci, ormai dissolte dal tempo.
Mentre giro per la casa, mi ritrovo nella stanza dei miei genitori. C’è ancora
un vecchio letto a baldacchino, solenne come un catafalco. Apro istintivamente
un comodino, ne tiro fuori un vecchio pitale arrugginito, che resiste quasi
come a volere sfidare il tempo, mentre tante altre cose sono sparite o comunque
non ci sono più. Ogni volta che ritorno in quella casa, trovo che mancano
alcune cose, piccole e povere cose per lo più, come il resto dei mobili che
sarebbe troppo costoso restaurare o trasportare altrove.
Era una vita
semplice quella portata avanti dai miei vecchi. Mia madre, figlia di un
farmacista di Casabona, si era trasferita nel nuovo paese dopo il matrimonio
con mio padre, che era un piccolo possidente agricolo. Qui si era trovata bene
ed era benvoluta, cosa non infrequente
nel mio paese, dove tutti hanno una naturale propensione ed un istintivo
rispetto per quelli che vengono da “fuori”, come ancora oggi si usa dire.
Ho ancora
l’impressione di risentirli, di rivederli, come una volta, quando entrambi si
facevano segno di parlare a bassa voce, per non disturbare me, che dovevo
studiare e non dovevo perdere tempo. Mia madre, in particolare, nutriva grandi
progetti su di me e nelle sue parole si avvertiva tutto l’orgoglio possibile,
quando con amici e parenti parlava di me
e dei miei successi scolastici.
Ora la rivedo quasi,
mentre insieme con mio padre sembra incamminarsi su una strada che non conosco.
Ogni tanto si volta verso di me e mi fa un cenno con la mano, invitandomi
chiaramente a non seguirla. Poi riappaiono anche zia Mariuzza, zia Elena, zio Amedeo, zia Silvia. Tutti insieme continuano su quella
strada, parlottano insieme a bassa voce, come un tempo, svoltano l’angolo e si
dissolvono nel nulla.
Ezio Scaramuzzino
domenica 3 aprile 2011
Gli immigrati
Svuotata Lampedusa, ma sono in arrivo nuovi barconi.
Ma vogliamo prenderci in giro? E' come imitare i bambini, che vogliono svuotare il mare con il secchiello. Vogliamo risolvere veramente il problema? Spiace dirlo, ma, pur con tutta la simpatia umana possibile, siccome l'Italia non può farsi carico dei problemi dell'umanità intera e, se anche lo volesse, non ne avrebbe i mezzi, l'unico sistema è quello di schierare la marina intorno alle coste e bloccare i barconi con ogni mezzo. La Spagna del socialista Zapatero qualche anno fa l'ha già fatto. L'Italia perché non lo può fare? Berlusconi perché non lo può fare? Qualcosa non mi quadra.
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