giovedì 22 maggio 2014

Guzzanti- Verdi- Mazzini



bruno gualdi scrive:
molto bello ( non lei ma il lavoro).
molto Mazziniano, almeno me lo ricorda, con qualche capello di troppo ma qualche rassomiglianza c’è
GUZZ _ MI rallegrano sempre le manifestazioni umane di malignità.
Tre piccole righe per cercare soltanto di dire qualcosa di fastidioso, di cattivo nel senso di infantile.
Certo che sono io, e certo che è un lavoro fatto ad arte ed è arte.
Lei non è in grado di dire semplicemente: magnifico, veramente bello, complimenti a lei e a chi lo ha realizzato, no?
Lei deve contare i capelli, deve specificare, deve mettere un po’ di acido muriatico.
La malignità degli uomini, parente della distruttività, dell’invidia della menzogna, è la prova provata che non discendiamo da alcun dio, ma al massimo da qualche quadrumano arboricolo, cioè burino
 
bruno gualdi scrive: 
forse mi sono spiegato male, il mio voleva essere un complimento, al lavoro, certo che è bello. scrivere fra parentesi voleva essere solo una battuta senza cattiveria, davvero, la cattiveria non fa parte di me.
il fatto del Mazziniano non lo vedo come un’offesa, basta guardare le foto dell’epoca. Che lei non abbia niente in comune con Mazzini, o inversamente tutto, non lo so e non è che mi interessi molto perché è ininfluente. c’è solo il fatto che vedendo il disegno mi ha ricordato quell’immagine, ma ripeto, senza allusioni o cattiverie varie.
sinceramente sono amareggiato, pensavo di dire qualche cosa di simpatico ma ho sbagliato, che vuole che le dica, credo che chi male intende peggio risponde
GUZZ – Colpa mia, me ne scuso. Dopo aver scritto e pubblicato, ho detto: Mi sa che stai scrivendo una cazzata. E così era. Mi venivano quelle due stronzatine sulla malignità e ho compiuto una ingiustizia. Chiedo perdono. Anzi, lo pretendo.

giovedì 15 maggio 2014

Il Ritratto dei coniugi Arnolfini

Il Ritratto dei coniugi Arnolfini è un dipinto a olio su tavola del pittore fiammingo Jan van Eyck, datato 1434. Misura 81,80x59,40 cm ed è conservato nella National Gallery di Londra. Considerato tra i capolavori dell'artista, è anche una delle opere più significative della pittura fiamminga. Nella sua aura complessa ed enigmatica, ha acquistato una fama misteriosa, che i numerosi studi e le domande ancora irrisolte hanno alimentato.

Quello che i manuali di Storia dell'arte non dicono è che nel ritratto di Lui si adombra l'immagine di un importante uomo politico contemporaneo. L'interessato ha riferito in una circostanza che in realtà si tratta di un suo antenato, mentre in un'altra circostanza, forse perché aveva voglia di scherzare, ha riferito che si tratterebbe di lui stesso, già vissuto alcuni secoli addietro e di cui egli sarebbe una reincarnazione.
Invito i miei amici lettori a cercare di indovinare chi è quest'uomo politico, scegliendo la risposta esatta nel seguente test. (Non ci sono premi in palio, c'è solo il gusto della curiosità).
1-Matteo Renzi
2-Barack Obama
3-Silvio Berlusconi
4-Vladimir Putin
5-Beppe Grillo
6-David Cameron

mercoledì 14 maggio 2014

Ancora su Paolo Guzzanti

Ezio Scaramuzzino scrive: 

Caro Guzzanti, ricordo molto bene quei giorni. Il golpe era nell’aria e non lo vedeva solo chi non voleva vederlo. Ma c’è da dire che anche Berlusconi non fece bene la sua parte: si dimostrava incerto, esitante, a volte perfino abulico, come avesse qualcosa da farsi perdonare e si lasciasse trascinare dagli eventi. E invece avrebbe dovuto drammatizzare ancora di più questi eventi, rivolgersi agli Italiani a reti unificate e spiegare le sue ragioni. Magari alla fine lo avrebbero portato via in un cellulare dei carabinieri dopo un’udienza al Quirinale, magari lo avrebbero condotto sul Gran Sasso, ma probabilmente le cose avrebbero preso un’altra piega e anche la sua vicenda personale ci avrebbe guadagnato.
Ezio Scaramuzzino scrive:
13 maggio 2014 alle 19:19
Caro Guzzanti, particolarmente ispirato questo pezzo. Come una volta, ritrovo la forza della verità che non ha paura e non arretra, l’orgoglio di essere quello che siamo. C’è bisogno di dire che sono d’accordo con quello che dici? Mi sembra addirittura banale. Un unico rimpianto: quanto tempo perso, anni addietro, in sterili polemiche! Talvolta il male ce lo siamo fatto da soli.
GUZZ . Quando qualcosa fa parte del nostro itinerario, fa parte dell’itinerario. Che non è mai un segmento di retta, perché la realtà non è un foglio bianco rettangolare formato A4. Comunque grazie, parole che apprezzo molto.

Ezio Scaramuzzino scrive:
12 maggio 2014 alle 01:56
Caro Guzzanti, sono d’accordo su molte cose, ma non su tutto.
1-In val d’Aosta non si parla il Francese. La maggior parte dei Valdostani conosce il Francese come io conosco lo Swahili. Che poi essi si fingano Francesi per spillare soldi alla mucca italiana è un altro discorso.
2-Le regole debbono valere sempre e non quando fa comodo. In Kossovo il principio dell’intangibilità delle frontiere non fu fatto rispettare dalla Nato e in particolare dagli USA. Ora Putin si avvale dello stesso strumento e non so fino a che punto gli si possa dar torto.
3-Il parallelo Hitler-Putin è suggestivo, ma lascia il tempo che trova. E’ passato quasi un secolo da allora e le condizioni sono diverse. In Occidente nessuno è disposto a morire per Odessa, perché l’Occidente è troppo grasso e annoiato per essere disposto a combattere per qualcosa.
4-Quanto al petrolio e al gas russo, poi, non s’era detto che l’Occidente presto ne avrebbe fatto a meno grazie alle pale eoliche ed ai pannelli solari? Perché abbiamo abbandonato l’unica energia sicura e a buon mercato, cioè l’energia nucleare?


lunedì 17 marzo 2014

Il mistero dell'arte


Sosteneva Michelangelo che la scultura era soltanto “arte del levare”, nel senso che  l’artista si limitava a togliere il di più che si trovava nel marmo grezzo, fino ad arrivare alla statua già nascosta nella materia. Se ne deduce pertanto che il suo Mosè esisteva ab aeterno e che   era lì ad attendere che un artista si decidesse a metterlo alla luce e rivelarlo agli altri.

A voler portare alle estreme conseguenze un simile discorso, penso che la stessa cosa si possa dire, anche in altri ambiti, di tutti i capolavori che nel corso dei millenni hanno affascinato l’umanità. Mi piace pensare, ad esempio, che “L’infinito” di Giacomo Leopardi esistesse già al primo apparire degli esseri umani sulla scena del mondo e che quel genio immenso, quando nel 1819 si decise a comporlo, si sia limitato in realtà a togliere, nel groviglio inestricabile di tutte le parole, quelle che apparivano superflue ed inutili, fino ad arrivare alla scoperta del suo idillio.

Forse un discorso del genere si può fare anche per il secondo goal di Maradona in Argentina-Inghilterra ai Mondiali del 1986, come lo si può fare per un film come La dolce vita di Federico Fellini, o per un romanzo come Anna Karenina di Lev Tolstoj. 

Certo il mistero dell’arte è a volte insondabile e non esclude che i gusti possano essere relativi e soggettivi. Ma ritengo che almeno in ambito musicale la teoria possa avere una sua plausibilità. Pensiamo infatti ad un capolavoro assoluto, quale, per opinione comune, è il brano Lacrimosa nel Requiem di Wolfgang Amadeus Mozart. La successione delle note, delle pause, delle battute, appare così naturale e cogente da far pensare che al momento della composizione, se anche Mozart avesse voluto cambiare una sola nota, non avrebbe potuto. Perché quel brano esisteva già, era preesistente all’autore e quest’ultimo si limitò a togliere il velo che lo copriva ed a farcelo conoscere nella sua perfezione assoluta.

Ma, sia ben chiaro, questo discorso è applicabile solo ai capolavori, non a tutto ciò che si produce, specie là dove si avverte il sapore di sabbia e di ruggine che emana dalla mancanza di ispirazione. Penso che valga per il teatro di Sakespeare, non certo per quello di Dario Fo, per le canzoni dei Beatles e di Fabrizio De Andrè, non per quelle di Roberto Vecchioni o di Jovanotti, per i romanzi di Gustave Flaubert non per quelli di Roberto Saviano.

sabato 1 marzo 2014

La rivolta delle sette di Achille Campanile


       La cosa più strana, circa l'avvenimento di cui hanno parlato i giornali e che va sotto il nome di rivolta delle sette, è che essa era stata fissata per le sei. Ma in realtà poteva esser fissata per un'ora qualsiasi, poiché per sette s'intendeva non l'ora, ma le associazioni segrete che pullulano in quel paese. Sette, plurale di setta.
Purtroppo, finché c'è una sola setta, tutta va liscio; ma, quando esse cominciano a moltiplicarsi, si salvi chi può. E questa fu causa non ultima dei guai a cui andò incontro il moto insurrezionale.
Difatti gli organizzatori fissarono la sommossa, come detto, per le sei del pomeriggio. Ora comoda, né troppo presto né troppo tardi, che permetteva a tutti di parteciparvi senza scombussolare né l'orario d'ufficio né quello della cena. I congiurati si passarono la voce, come è buon uso nelle congiure; e del resto non si può fare diversamente in questi casi, e bisogna farlo con le dovute cautele. Un congiurato, passando accanto a un altro, mormorava in fretta, senza guardarlo, per non dar nell'occhio agli altri passanti:
« Ci vediamo alla rivolta delle sette ».
L'altro credeva che alludesse non alle associazioni, ma alle ore. Né, del resto, poteva stare a domandare spiegazioni, anzi doveva filar via come niente fosse. Cosi pure, si svolgevano dialoghi di questo genere:
« Anche tu fai parte della rivolta... ».
« ... delle sette, sì. »
E i capi facevano circolare l'ordine: « Domani, tutti alla rivolta delle sette! Nessuno manchi». Conclusione: la maggior parte dei congiurati si presentò alle sette invece che alle sei.
        Voi capite che, in una faccenda di questo genere, un ritardo può esser fatale. Determinò il fallimento. Fu per questo che, in un successivo tentativo, l'ora della rivolta fu fissata, a scanso d'equivoci, per le sette. Col che gli organizzatori ottennero che, nominando soltanto il moto sedizioso, si diceva contemporaneamente anche l'ora per cui era fissato e, d'altro canto, dicendo l'ora, si indicava anche a quale moto si alludeva, con evidente risparmio di tempo e di spesa, per tutto quello che si riferisce a stampati, circolari, ecc. Alcuni più pignoli dicevano:« La rivolta delle sette delle sette ».
Ora bisogna sapere che le sette, in quel paese, erano una ventina, ma alla rivolta partecipavano soltanto sette di esse, e non fra le più importanti. Quindi fu necessario dire: «La rivolta delle sette sette», oppure: «La rivolta delle sette sette delle sette». Ciò anche quando, prevalendo la tendenza unificatrice, le sette si ridussero a sette. Ogni setta era composta di sette membri, i quali erano chiamati i sette delle sette sette, e il loro moto sovversivo si chiamò la rivolta dei sette delle sette sette delle sette.
La cosa grave è che c'era un'altra rivolta, o meglio una contro-rivolta, un movimento reazionario, insomma, i cui promotori nulla avevano a che fare con la prima e anzi erano contro di essa e contro ogni setta. Disgraziatamente questi, ignorando che l'altra rivolta era fissata per le sette, fissarono per la stessa ora anche la loro. Non vi dico quello che successe fra i congiurati delle due parti, che fecero confusioni tremende, sicché gli antisette finirono fra le sette, verso le sette e mezzo, e le sette, fra gli antisette alle sette.
La contro-rivolta si chiamò la rivolta delle sette degli antisette contro la rivolta dei sette delle sette sette delle sette.In attesa che essa scoppiasse, i congiurati giocavano a tressette. E questi giuochi passarono alla storia come i tressette della rivolta antisette delle sette, contro quella dei sette delle sette sette delle sette.
Un caso curioso avvenne quando uno dei sette congiurati della rivolta delle sette contro quella dei sette delle sette sette, giocando al tressette verso le sette, si fece un sette ai pantaloni: e questo si dovette chiamarlo il sette del tressette d'uno dei sette della rivolta antisette delle sette contro quella dei sette delle sette sette delle sette.

lunedì 17 febbraio 2014

Vladimir Luxuria: Il coraggio delle proprie idee!


Vladimir Luxuria è andato/a alle olimpiadi invernali di Sochi, non per assistere alle gare, ma con l’intento di farsi arrestare. Dopo la recente trombatura alle ultime politiche, ormai Vladimir è un po’ out e, pur di far parlare di sé, è disposto/a a qualunque cosa. Questa volta ha inalberato un cartello che inneggiava ai gay, con la segreta speranza di essere arrestato/a dalla polizia russa e di crearsi quindi un alone di martirio. Ma gli/le è andata male, perché pare che la polizia si sia limitata a controllare i documenti nel più vicino commissariato ed a rilasciarlo/a subito dopo. Questo non ha impedito a Vladimir di protestare via Twitter e di montare il “caso”.

Curiosi questi nostri martiri!  Sono sempre pronti a fare la rivoluzione, ma pretendono di farla senza rischi e soprattutto senza fastidi di alcun genere. Anche un controllo dei documenti diventa un attentato ai diritti fondamentali e soprattutto un attentato alla libertà personale.

D’altra parte, nel caso di Luxuria, non mi sento nemmeno di infierire più di tanto, perché il personaggio è di un  certo livello e nel corso della sua attività politica si è sempre impegnato nella soluzione di problemi importanti. Ricordo che anni fa fu coinvolto/a in un problema  non secondario: se cioè la sua condizione di gay gli/le imponesse di utilizzare alla camera dei deputati le toilettes femminili o quelle maschili.

Quanto alla sua protesta anti Putin e pro gay, non è il caso di prenderla sotto gamba  o fare della facile ironia. Conoscendo il personaggio, non mi sento di mettere in dubbio la sua buona fede e  sono convinto che presto risentiremo parlare di lui. Magari prossimamente Vladimir andrà a protestare in Arabia Saudita, nel cuore dell’Islam, e farà un comizio davanti ad una moschea. Ne è capace e so che non ha paura. Gli/le consiglio soltanto, nel caso dovesse prendere una simile decisione, di fare il biglietto aereo di sola andata, perché, a fare anche quello di ritorno, ci rimetterebbe soltanto i soldi. 

domenica 2 febbraio 2014

Le voci del silenzio: Demetrio Barbuto


          Quando il giudice della corte d’assise di Crotone lesse la sentenza, mi cadde il mondo addosso. “Ergastolo”, per l’ omicidio di Violetta Bersi. Certo, io, io, il carabiniere scelto Demetrio Barbuto, di San Mauro Marchesato, l’avevo uccisa, ma non perché  fossi un assassino. Per troppo amore io l’avevo uccisa, per non vederla soffrire, perché Violetta era una creatura fragile, assetata d’amore anche lei, che viveva soffrendo e cercava di lenire la sua sofferenza amando gli uomini e a tanti concedendo una briciola, una scintilla del suo cuore infuocato. Io fui l’ultimo di questi uomini.

I giorni scorrevano lenti nel carcere di Catanzaro. Speravo di poter uscire un giorno,  di fare in tempo a rivedere i luoghi che avevano visto il nostro amore, di respirare l’aria che noi un giorno avevamo respirato. Ma fui colpito da un male che non perdona e mi rassegnai. Si nasce a fatica, si cresce a fatica, si vive a fatica e di solito si fa fatica anche a cedere. Però si cede lo stesso. Quando capii che era arrivato il mio ultimo giorno, chiesi soltanto di poter essere seppellito nel piccolo cimitero di Scandale, lo stesso dove era seppellita Violetta. Avevo scontato solo dieci anni di pena.

Ora sono qui, tra persone che non ho conosciuto o che ho conosciuto appena. La mia tomba è spoglia. Tanti, che sollevano lo sguardo ad osservare il mio ritratto in divisa, forse non sanno nemmeno chi io sia. Da qui vedo di scorcio, in lontananza, la tomba di Violetta. Anche la sua è spoglia. Sono passati tanti anni da allora e ad altri oggi è sortito l'assaporare  l’aura del giorno e i raggi del sole. Mi piacerebbe  poter godere soltanto di un po’ di luce, un po’ di luce…

VEDI ANCHE:

        Le voci del silenzio:Violetta Bersi

Violetta spensierata