martedì 14 marzo 2017

La vita oltre la vita (racconto inedito) di Ezio Scaramuzzino

Avevo poco più di venti anni allora e la morte era qualcosa di lontano dai miei pensieri. A volte se ne parlava con gli amici, ma soltanto con toni leggeri, e, quasi per esorcizzarla, preferivamo non prenderla troppo sul serio. Nelle lunghe notti estive lentissime a trascorrere, dopo le interminabili partite a poker ci si sedeva sui tubi poco prima del rione Villetta e capitava che qualcuno prendesse il discorso, soprattutto  in occasione di qualche scomparsa prematura, che sembrava infrangere in maniera inattesa ed assurda quelle che per noi dovevano essere le ferree leggi della vita e del trascorrere del tempo. Ma durava poco, perché dopo qualche minuto eravamo tutti annoiati da quei discorsi ed eravamo pronti a cazzeggiare sulle vicende di tutti i giorni, con l’avvocato Barca che non finiva mai di raccontare le imprese straordinarie della sua vita avventurosa.
Le giornate allora trascorrevano lente e monotone a Scandale. Io ero studente universitario ed insegnavo già nella locale Scuola Media, grazie ad una legge che prevedeva l’utilizzo di studenti in mancanza di personale laureato. Al mattino andavo a scuola, al pomeriggio studiavo per la successiva sessione di esami universitari, correggevo qualche compito o preparavo le lezioni del giorno dopo e poi avevo molto tempo libero a disposizione. Mi annoiavo facilmente ed ero sempre alla ricerca di qualche emozione forte che desse un senso alla mia vita e ne riempisse i vuoti. I miei amici, tutti più o meno della mia età e pronti a spiccare il volo, erano sempre in attesa che la vita potesse concretizzare i loro sogni e le loro ambizioni, e nel frattempo tutti ci trascinavamo tra una partita a poker, qualche scorribanda notturna, qualche caffè ai tavoli del Bar Centrale e, per qualcuno più fortunato, qualche fugace e contrastato amore. 
Una sera, mentre eravamo tutti allineati ed appoggiati ai tubi di Viale Puccini, quasi scherzando, Romano lanciò una proposta:
-Non so voi, ma io stasera mi sto rompendo le scatole. Perché non facciamo una visita al cimitero?
-Una visita al cimitero?, rispose qualcuno, e per fare cosa? E poi a quest’ora?!
-Certo, a quest’ora!, replicò Romano. Manca poco a mezzanotte e in qualche minuto siamo lì. Mi hanno detto che nelle notti di luna nuova, quando il buio è perfetto, a mezzanotte nei cimiteri si crea un’atmosfera suggestiva. Siamo in gruppo e non c’è da aver paura. E poi paura di chi? Dei morti? E il cancello è pure aperto, perché il custode, Giangotti, d’estate lo lascia sempre aperto, di giorno e di notte. Voglio proprio vedere chi ha coraggio e chi no. Anzi, se qualcuno si ritira, io gli auguro solo una cosa: uno spiedo infuocato nel culo (‘nu spitu russu ‘ntru culu, si diceva allora nel nostro dialetto, augurando il peggio al perdente, quando si voleva sfidare qualcuno).
Di fronte a quelle proposte, di fronte a quel malaugurio di natiche arrostite e soprattutto nel timore di apparire vigliacchi, tutti, anche i più restii, si accodarono al gruppo e tutti insieme, una decina di persone, ci avviammo verso il cimitero. Quando quella strana processione si lasciò alle spalle le ultime case del paese, ci  si accorse che, senza illuminazione pubblica, non si vedeva ad un metro di distanza e un insopportabile silenzio incominciò ad impadronirsi del gruppo. Qualcuno prese a fischiettare, per dare coraggio a sé e agli altri, qualcun altro cercò di non perdere contatto con il suo vicino, chiamando ora questo ora quello, di tanto in tanto qualcun altro ancora faceva udire nel buio una risatina sommessa.
Arrivati davanti al cimitero, ci accorgemmo che effettivamente il cancello era solo socchiuso e, prima di entrare, qualcuno chiese di poter accendere una sigaretta. Improvvisamente tutti ci ricordammo che volevamo fumare e tirammo fuori l’occorrente per calmare la nostra voglia improvvisa. Qualche accendino ed un paio di fiammiferi illuminarono tutti insieme il buio profondo della notte ed a quel tenue chiarore ci accorgemmo che eravamo rimasti in quattro: io, Romano, Mimmo e Ninuzzo.
Fu Romano, il promotore dell’iniziativa, a prendere la parola davanti a quel cancello socchiuso.
-Intanto lo spiedo infuocato arriverà tardi, ma arriverà, per tutti i coraggiosi che se la sono fatta sotto e si sono dileguati nel buio. Però è anche vero che ormai si è fatto tardi e forse non è il caso di entrare, perché l’effetto della mezzanotte in punto non potrà esserci. Verremo un’altra volta e saremo più puntuali.
Tutti insieme, istintivamente, controllammo l’ora, vedemmo che la mezzanotte era passata da cinque minuti  e convenimmo che sì, effettivamente, si era fatto tardi e che non era il caso di proseguire. Con un senso di sollievo, rinfrancati e fumando una sigaretta dietro l’altra, ritornammo nel paese, poi ci augurammo la buona notte ed ognuno prese la via di casa.
Passò quasi un anno dopo quella sera e, come per un tacito accordo, nessuno prese più il discorso della visita notturna al cimitero. Io intanto, con i primi soldi guadagnati, avevo comprato una macchinetta, la mitica Fiat Cinquecento e, con quella mia prima macchinetta, che guidavo come se avessi sottomano una Ferrari, avevo preso l’abitudine di andare qualche sera a Crotone, per sollazzarmi un pochino e dare una sterzata piacevole alla routine noiosa della mia vita quotidiana.
Una sera d’estate, mentre guidavo lungo i tornanti che da Crotone conducevano verso il paese, diedi uno sguardo all’orologio e vidi che mancava poco alla mezzanotte. Ero nella zona del Fortino e capii che, di lì a qualche minuto, sarei stato nei pressi del cimitero. Improvvisamente mi ricordai di quella notte d’estate di un anno prima, della nostra visita naufragata, dell’attesa di fronte al cancello, del mesto e rassegnato ritorno a casa. Come in uno stato di trance e probabilmente senza nemmeno avere chiara consapevolezza di quel che stavo facendo, arrivato vicino al cimitero, deviai sulla destra, feci la breve e leggera salita antistante e fermai la macchina davanti all’entrata. Era una chiarissima notte di plenilunio, senza una nuvola in cielo, e si distingueva nettamente ogni cosa.
Spensi il motore, aprii la portiera, scesi dall’auto, richiusi la portiera e lentamente mi avviai verso il cancello. Era solo socchiuso, come in quella notte di un anno prima. Lo aprii con precauzione ed il cancello, girando sui cardini, emise un cigolio, quasi un doloroso lamento. Entrai. Le tombe, tutte allineate lungo i viali, erano perfettamente illuminate: era possibile distinguere al chiarore della luna i volti raffigurati negli ovali di porcellana ed era anche possibile leggere le iscrizioni sulle lastre di marmo. Guardai l’orologio: era mezzanotte in punto.
Avevo appena fatto qualche passo lungo i viali, quando, come ad un segnale convenuto, tutte le tombe incominciarono ad emettere uno strano fruscio, che a poco a poco divenne sempre più intenso fino ad assumere le parvenze di un rumore, leggero ma chiaramente percepibile.
Mi stropicciai a lungo gli occhi con le mani nude, poi, quando li riaprii, si offrì al mio sguardo uno spettacolo incredibile. Le tombe erano tutte aperte, con i marmi di copertura perfettamente allineati ed appoggiati di lato e ad ogni tomba era possibile vedere la figura di una persona seduta sul bordo; là dove i morti erano stati seppelliti lungo le pareti di cinta, i marmi di chiusura erano adagiati sul terreno e, in piedi, davanti alle rispettive tombe, stava una figura umana enigmatica, silenziosa, come in attesa di qualcosa o qualcuno.
Mi accostai alla tomba più vicina, dove era seduto un uomo dall’apparente età di sessanta anni.
-Che sta succedendo qui? Sogno o sono sveglio?, gli chiesi.
-Sei sveglio, sei sveglio e quello che vedi e senti è tutto vero.
-Ma come è possibile? Voi siete morti e parlate?!
-Mi meraviglio di te. Hai mai sentito parlare di Federico Ruysch, lo scienziato olandese che parlava con i morti mummificati del suo laboratorio? Tu dovresti conoscerlo: fai il professore…
-Certo che ne ho sentito parlare, ma ero convinto che fosse una favola.
-E invece è tutto vero. Con qualche differenza rispetto ai tempi di Ruysch:  una volta questo avveniva ogni mille anni circa, al compimento dell’anno grande e matematico; ora avviene ogni 10 anni e sempre per un quarto d’ora. Così ha deciso Chi ci governa. Durante questo quarto d’ora, se qualcuno parla con noi, siamo obbligati a dire la verità, non quella riportata sulle iscrizioni.
-Sulla tua vedo scritto “B.D., marito e padre esemplare, servì fedelmente lo stato”.
-E non era vero. Io ero l’Ufficiale postale del paese, ero avido e bramoso di denaro, non ho disdegnato di imbrogliare e truffare i contadini che mi affidavano i loro risparmi. Ho tiranneggiato la mia famiglia, soprattutto i miei figli.
Lo lasciai ai suoi ricordi e sulla destra mi accostai ad una tomba dove, seduta sul bordo, sembrava in attesa una donna piuttosto giovane. Lessi l’iscrizione: “V.S. Madre e moglie virtuosa, angelo del focolare, esempio luminoso di virtù domestica”. Le chiesi chi era.
-Non credere a quello che è scritto sul marmo. Io ho tradito più di una volta mio marito. Ero innamorata della vita e non potevo rassegnarmi al grigiore dei miei giorni. In una cosa sono stata brava: nel nascondere i miei amori e nel far credere che fossi una sposa fedele ed esemplare. Solo ai miei figli chiedo perdono per quello che ho fatto, non certo a mio marito, che mi tradiva a sua volta.
        Continuava a parlare con un tono strascicato e lamentoso, ma fui attirato poco più avanti sulla destra da un vecchietto che indossava una strana uniforme. Mi avvicinai e lessi. “P.R. Cavaliere di Vittorio Veneto. Esempio di virtù civiche, difese la Patria con indomito eroismo”. Incominciò a parlare,  non appena fui vicino a lui e senza che gli chiedessi qualcosa.
-Non ho mai difeso un bel niente. Facevo parte della Brigata Catanzaro e l’unica volta che potevo farlo, a Caporetto, scappai, come tanti, come tutti. In quella disperata fuga non esitai neppure ad uccidere un carabiniere che cercava di bloccarmi e di arrestarmi. Ho salvato la vita, certo, ma ho perso la dignità e la voglia di vivere, anche se mi sono trascinato stancamente fino alla vecchiaia. Che la pietà non vi rimanga in tasca.
Feci qualche passo lungo il viale e fui attratto dall’aspetto di una donna anziana, con il capo velato e le mani giunte.
-Sono M.T., mi disse. Se leggi la mia epigrafe, c’è scritto che ero una santa donna, sempre dedita alla preghiera e all’educazione dei figli. E non era vero, o almeno non era del tutto vero. Ero la sacrestana ed aiutavo il parroco in tante incombenze. Custodivo i paramenti sacri, servivo Messa, pulivo la chiesa ogni volta che ce n'era bisogno. L’abitudine al sacro mi induceva alla preghiera, ma non mi impediva di mettere mano alle offerte raccolte durante le cerimonie religiose. Dio mi è testimone che l’ho fatto solo per bisogno e perché c’era tanta miseria in giro e c’era poco da mangiare. Che la pietà non vi sia di vergogna.
-Ti ho riconosciuta, le dissi, io non so se ti ricordi di me. Ma dimmi, dove ti trovi adesso? Qual è la tua condizione?
Non rispondeva. Ripetei la domanda, ma lei continuava a restare muta. Capii che era scaduto il famoso quarto d’ora di colloquio concesso ai morti e che avrei dovuto aspettare altri dieci anni se avevo voglia di riprendere il colloquio. Mi apprestai a ritornare sui miei passi e intanto davo gli ultimi sguardi alle tombe che, lentamente, tutte, si stavano richiudendo, mentre la folla dei morti viventi si dissolveva come in una nebbia. Mi avviai verso l’uscita, a passi lenti, riflettendo su quello che avevo visto e che avevo sentito. Ricordai soprattutto gli inviti alla pietà che i morti mi avevano rivolto e di riflesso quegli inviti mi fecero venire in mente i versi di una famosa canzone di Fabrizio De André.
Uomini, cui pietà non convien sempre
mal accettando il destino comune,
andate, nelle sere di novembre,
a spiar delle stelle al fioco lume,
la morte e il vento, in mezzo ai camposanti,
muover le tombe e metterle vicine
come fossero tessere giganti
di un domino che non avrà mai fine.
Mi ritrovai a ripetere mentalmente i versi, mentre uscivo dal cimitero e mi avvicinavo all'auto. Prima di aprire la portiera, volli fermarmi un attimo. Nella notte limpidissima si stagliavano nettamente le sagome illuminate dei paesi circostanti: Santa Severina in primo piano con la sua nave dolcemente in navigazione nella vallata del fiume Neto, San Nicola dell'Alto adagiata tra due colline, Belvedere Spinello a forma di serpente luminoso e poi, più lontano e più in alto sulle montagne della Sila, Cotronei, Caccuri, San Giovanni in fiore. Un cane randagio attraversò velocemente la strada e sparì dietro un cespuglio, un grillo notturno incominciò a far sentire il suo frinio intermittente, mentre qua e là qualche lucciola attenuava ancora di più il buio della notte. Non si avvertiva un alito di vento e ogni cosa sembrava pervasa da una quiete profondissima. La natura aveva ripreso il suo normale corso ed il mio silenzio sembrava confondersi magicamente coi silenzi del luogo.
Ezio Scaramuzzino

domenica 12 marzo 2017

Jendu vinendu14: Sgarbi-Emiliano-Gentiloni

Vittorio Sgarbi
Non ha bisogno di presentazioni e difatti io non ho la pretesa di presentarlo, perché è diventato celeberrimo, è entrato nell’immaginario collettivo, è conosciuto da tutti e dovunque. C’è chi sostiene che egli sia una sorta di dandy redivivo ed attardato, perché, sempre secondo costoro, sarebbe stato più logico immaginarlo ai tempi di Oscar Wilde e Gabriele D’Annunzio. Può darsi, anche perché il suo vivere inseguendo il sogno ed il mito della bellezza lo rende per vari aspetti simile a quei personaggi, che avevano fatto dell’estetismo il fondamento della loro esistenza.
C’è però qualcosa, secondo me, che rende diverso Sgarbi e questo qualcosa consiste nel fatto che egli, a differenza dei grandi esteti di un tempo, non si prende sul serio, o almeno non troppo sul serio. Osservate D’Annunzio in qualche raro filmato d’epoca o leggete i suoi romanzi, i suoi drammi e i suoi versi: c’è in lui un tono oracolare ed enfatico che a volte sconfina nella mistificazione e nell’autocelebrazione. Tutt’altro discorso per Sgarbi: nonostante le sue famose sfuriate ed invettive, che gli sono costate varie querele e vari risarcimenti, egli dà la netta impressione di essere lui il primo a non prendersi troppo sul serio e questo lo rende umanamente simpatico.
Sgarbi, oltre ad essere un grande critico d’arte, è fondamentalmente un anticonformista, uno che non fa parte del gregge, che non ha paura di parlare fuori dal coro, che non ha peli sulla lingua. Fateci caso: nei dibattiti televisivi, nei quali egli è quasi una presenza fissa su tutti i canali, anche i suoi oppositori politici, di solito arroganti e supponenti, di fronte a lui ammutoliscono, come pensassero che è inutile controbattere.
A me piace pensare che Sgarbi, al di là delle sue idee politiche e culturali in genere, sulle quali ovviamente si può essere o meno d’accordo, prima che un liberale tout court, è fondamentalmente un uomo libero, forse uno dei pochi o l’ultimo uomo libero nei tempi tristi che stiamo attraversando.

Michele Emiliano
E’ candidato alla segreteria del PD nelle prossime primarie. Già sindaco di Bari ed attualmente governatore della Puglia, è anche a tutti gli effetti magistrato inquirente, seppure in aspettativa, ma non dimesso, come pure prevede il codice di autoregolamentazione dei magistrati.
Della sua attività di Procuratore si ricorda soprattutto il rinvio a giudizio di vari esponenti del PD durante la Missione Arcobaleno del Governo D’Alema nel 1999, conclusosi, come da prassi quando c’è in ballo il PD, con il proscioglimento di tutti gli imputati per intervenuta prescrizione.
Della sua attività politica si ricordano soprattutto le cozze pelose, che qualcuno gli offriva periodicamente in omaggio, e per le quali ha querelato mezza stampa italiana. Nulla di illecito, sia ben chiaro, ma sintomo di un costume che prevede l’omaggio al potente di turno (una volta i contadini erano soliti offrire le uova).
Qualcuno più addentro nei misteri della politica italiana sostiene che Emiliano è elemento di punta, non del PD, ma di quel PdM (Partito dei Magistrati) che, con le buone o con le cattive, dall’interno e dall’esterno, da tanto tempo condiziona la vita politica del Paese.
Non penso che, al di là dei suoi meriti o demeriti, potrà diventare segretario del PD. A prescindere dal suo programma politico, che poco si discosta da quello degli altri, umanamente lo trovo goffo ed imbolsito, con qualche difficoltà di elocuzione accentuata dalla “zeppola in bocca”.
Pensando di poter accentuare il suo sinistrismo e di apparire à la page, ha deciso di chiamare “Resistenza” la sua piattaforma programmatica, in ricordo della Resistenza al Nazifascismo, che in Puglia peraltro è stata solo quella del mercato nero e delle orecchiette con le cime di rapa. E ci è andata pure bene, perché nulla gli impediva di andare ancora più indietro nel tempo, magari ricollegandosi a Federico II di Hohenstaufen, che da quelle parti è di casa, avendovi costruito nel 1240 il famoso castello ottagonale.
Non vedo quale vantaggio potrebbe derivare al Pd da una sua eventuale e miracolosa elezione. Escludo in ogni caso una ventata di moralità e di legalità, dal momento che lui per primo ha qualche difficoltà a rispettare la legge, come dimostra il suo ostinato rifiuto a dimettersi dalla magistratura, rifiuto che nel 2016 ha indotto il Procuratore generale della Cassazione di Bari Gianfranco Ciani ad avviare un'azione disciplinare nei suoi confronti.         


                                          Paolo Gentiloni
L'ho trovata in Internet, mi è piaciuta, ve la rifilo. Ogni tanto fa bene ridere.

Paolo Gentiloni, con tutto il suo seguito, va a trovare i terremotati di Amatrice. Trova il primo che gli dice: "Io avevo una casa, tutta la vita a lavorare per costruirla ... due minuti e non c'e' piu' ...". E Gentiloni: "Segretario, segna tutto !". Continua così con una lunga fila di persone, finché non arriva ad un uomo nudo con in mano una statuetta che gli dice: "La cosa che avevo più cara era questa statuetta e, quando ho sentito il terremoto, stavo facendo la doccia, ma mi sono precipitato fuori per salvarla. Sono riuscito a prenderla al volo, ma la teca di vetro che la proteggeva si è spezzata in due, mi è caduta addosso e mi ha tagliato il cazzo !! Come sono infelice !!". E Gentilonii: "Segretario, segna pure questo" e continua ad andare. Dopo un pochino il segretario lo raggiunge e gli chiede: "Ma, Presidente, a quell'uomo, che ha salvato la statuetta, ha veramente intenzione di dargli un cazzo ?!?". E Gentiloni, un po’ scocciato: "Ma certo! E pure agli altri cosa credi che gli darò?”

venerdì 10 marzo 2017

Incontri (racconto inedito) di Giuseppe Pipino


Un uomo la seguiva da un pezzo. Occhiali da sole, alto, giovane - sì e no trent'anni - atletico, capelli molto lunghi, a treccine (strano modo d'acconciarli). L'aveva visto al bar e fissato per un lungo istante, senza rendersi conto del significato che quello sguardo poteva assumere. Gli occhi di lui avevano incrociato veloci i suoi e vi si erano piantati dentro, appuntiti e scuri come artigli.
Quell'uomo doveva avere frainteso il suo sguardo che era solo curiosità, o, tutt'al più, un po' d'ammirazione per quel corpo che s'intuiva nervoso, giovane, i muscoli turgidi, lo sguardo duro e disperato, annegato nel fondo d'un bicchiere di vodka.
Tutto ciò le aveva risvegliato, inesorabilmente, i sentimenti materni più profondi.
Poi quell'uomo s'era girato.
Tentò di fare marcia indietro, ma ormai era tardi: tutti riuscivano a leggerle dentro come in una casa di vetro. Per proteggersi aveva cercato d'ingannarlo, di concentrarsi su qualcos’altro. Pensò intensamente che odiava quel tipo d'uomo: i capelli unti ridondanti sporcizia, i canini sporgenti, cattivi e primitivi (un rossore, un afrore, più pensava e più saliva fin quasi a mozzarle il fiato).
Se non la smetteva di fissarla a quel modo si sarebbe messa a gridare come una pazza, o gli avrebbe spezzato un bicchiere in un occhio. Perché, Dio mio, non la smetteva?

Uscì. In fondo era semplice: poteva pensarci prima. Ma non sapeva se farlo a testa china, evitandone lo sguardo o, viceversa, fissandolo dritto negli occhi, dura. Ebbe paura di fare l'una cosa e l'altra: sbagliò porta, ritornò indietro, inciampò. Finalmente uscì.
L'alito freddo della sera sul volto ne sbiancò e dissolse il rossore. Il sangue defluì lungo le vene e si mosse, un po' sbandando, un po' correndo.

Da quanto tempo non conosceva un uomo?
Che la facesse sentire viva, vitale, che l'amasse quanto bastava a piacersi. E invece, guardarsi allo specchio, al mattino, era solamente un incubo. Da tempo il marito non era più un uomo con lei, se mai lo fosse stato.

Era sera ed i rumori giungevano attutiti. Gatti sgusciavano dentro finestrelle scure di cantine. Acqua defluiva nei tombini gorgogliando. Era piovuto da poco: pioveva sempre in quel maledetto inverno, che non finiva mai.
Rumori di tacchi in lontananza, ma non troppo: dunque, stava seguendola. E perché? Cosa mai gli aveva fatto? Perché non cambiava strada, non andava da qualche altra parte?

La sua vita si svolgeva insulsa, malata, senza una meta che l'indirizzasse o energia che la spingesse.
Da quanto tempo non amava - era amata da - un uomo giovane, rude, sincero, violento quanto bastasse a vincerne ogni dubbio. Un uomo cui non occorressero parole, soprattutto quando non erano affatto richieste.
Si sentiva da tempo svuotata. Potendolo, avrebbe lasciato che le braccia, il suo corpo, si piegassero, s’incurvassero e adagiassero sul pavimento come gelatina, non riuscendo a sopportarne il peso. Non aveva alcuna voglia di tenerle su, e nessun motivo. Tenere erette le spalle, mandare avanti prima una gamba, poi un'altra...
    Quanti secoli erano passati da che un uomo - un uomo e basta, senza vergogna d'esserlo - l'aveva amata, presa così, senza idiotissime domande. Fatto fremerne il corpo e bruciare il ventre. E ne aveva mutato di colpo l'orizzonte, fatta sentire viva, vitale, entusiasta, felice. Viva.

Ma perché, Dio mio, quell'uomo la seguiva?
Non poteva piangere, gridare, non sarebbe servito a nulla.
Adesso attraversava un lungo ponte sopra la ferrovia. Il rumore dei tacchi di lui - tacchi da fantino - s'udivano forti, incisivi come martellate. Forse era un mostro: non volle pensarci. Forse un violentatore: volle escluderlo. In fondo era solo una questione di probabilità e statistiche, e queste erano tutte a suo favore.
Non aveva neanche il coraggio di girarsi ed affrontarlo: dirgli vaffanc… cambia strada. Con quale diritto?

Alzarsi la mattina e doversi pettinare, lavare, e trovarsi accanto un uomo estraneo, assente. Che non capiva e non gli importava di capire. Quanta fatica era costata, e quante lotte e lacrime. La fatica d'accettarne il carattere impossibile, i cambiamenti repentini, improvvisi e immotivati dell'umore. D’intuirne i pensieri e i desideri. Riuscire a prevedere da un segno, da uno scatto, che era uno dei suoi giorni neri, e occorreva lasciarlo sbollire...

Chi l'aveva amata per ultimo? Certo, Mario. Come aveva fatto - anche solo per un attimo - a scordarne gli occhi neri, dolcissimi: quel ragazzino ingenuo, dimentico, trasognato, che si trovava smarrito sulla terra come angelo caduto. Mario, povero ragazzo: gli aveva dato tutta se stessa. Cullato, amato fino all'impossibile. Ma non era servito a nulla....

E la frustrazione di non riuscire, la consapevolezza che a lui non andava bene nulla. Potevi essere dolcissima, tenera, e t'accusava d'essere sdolcinata, femminea, che per lui era sinonimo di vuota, vacua, senza spina dorsale. Priva di razionalità, di personalità e di chissà cos'altro. Potevi essere decisa e forte, e t'avrebbe accusato d'essere dura, nevrotica, insopportabile, di volergli condizionare l'esistenza.

Mario, dolcissimo ragazzo, piccolo poeta. Avevano passato ore in quell’umida cantina puzzolente, riscaldata (male) dalla stufa a cherosene, abbracciati a parlare, e parlare...
Parlava quasi sempre lui, ma era una gioia starlo a sentire e non ti stancavi mai. Inventava favole e le raccontava credendoci, gioendo per la gioia dei personaggi, soffrendo con loro se questi erano tristi. Una volta gli aveva chiesto perché non inventava sempre personaggi felici: lo sentì sganasciarsi dalle risate per un'ora, finché non si offese.

 Da poco non ne udiva più i passi: forse aveva deciso di smettere quell'inseguimento assurdo. E poi, se proprio voleva attaccare bottone, perché non si decideva? Bastava accelerare un po' il passo per raggiungerla. In fondo lei non andava così veloce, e poi i passi d'un uomo atletico - un metro e ottanta, come minimo - valevano il doppio dei suoi. Perché giocava a quel gioco assurdo, perché voleva creare quell'ansia che sentiva montarle dentro in proporzione alla volontà di scacciarla.
Bastava avvicinarsi e dirle: «Scusi, signorina...» seguita da una banalità qualsiasi. Così lei l'avrebbe mandato finalmente a quel paese: «Guardi che io sono regolarmente sposata. Deve avere frainteso... (no, questo no)». Niente, dirgli picche e basta, senza spiegazioni o esitazioni.
Finalmente lo riudì dietro di sé: erano gli stessi passi di prima, da fantino, nervosi, forti ed inconfondibili. Cercò di capire se stava accelerando: no, il ritmo era lo stesso e la distanza immutata. Proseguì con lo stesso passo; non vi era motivo di accelerare. O rallentare. 

Ma quello che l'aveva sfiancata e le aveva sottratto ogni energia, lasciata come una conchiglia vuota, era quel suo continuo rimproverarla d'ogni cosa. Niente gli andava bene: il pranzo era troppo salato o scipito, troppo scotto o crudo, senza sapore, odore o gusto. E tutto era banale. Lei stessa era sempre più banale, scialba, opaca, inutile. Non aveva interessi, cultura (maledetto infame) non aveva spirito, vitalità, gioia od entusiasmo. La vita con lei era un limbo, una plaga infernale. Niente in lei che sapesse stimolarlo, incuriosirlo. E non faceva assolutamente nulla per cambiarsi, per regalare alla sua vita calore o speranza. E allora? Se non lo amava - ed era certo che non lo amasse - perché non lo lasciava? Perché stava lì a succhiargli il sangue, a rovinargli l'esistenza? Perché l'aveva sposato? Ma la verità poteva essere un'altra: lei era ancora innamorata di qualcuno che l'aveva preceduto. Perché lo ingannava? Perché non voleva confessare la sua colpa, il suo amore nascosto, silenzioso, colpevole? 
L'uomo che la seguiva aveva accelerato il passo. Il cuore le saltò in petto e si mise a pulsare e battere come rivoltella. Forse poteva nascere un'altra storia. Forse poteva lasciare quella casa e quell'uomo di cui non le importava più nulla. Forse…
Il rumore dei passi divenne via via più rapido. Sentì una successione di colpi secchi calpestare il selciato e schioccare nell'aria alle sue spalle. Sentì l'alito di lui premerle sul collo, e gettò un urlo.

L'uomo afferrò veloce la borsetta, e disparve.

Giuseppe Pipino




mercoledì 8 marzo 2017

Il Partito Democratico

Stupefacente lo spettacolo del PD in questo periodo di attesa delle Primarie. Renzi, Emiliano, D’Alema, Orlando: tutti contro tutti, in un duello all’ultimo sangue, che ricorda molto da vicino la lotta tra le correnti della vecchia DC. Ed il richiamo non è casuale, perché il PD di oggi è diventato l’architrave, il perno di  quel sistema di potere che fino agli anni 90 del secolo scorso era rappresentato dalla vecchia DC degli Andreotti e dei Forlani, dei Moro e dei Fanfani.
Con qualcosa in più però in fatto di acredine e di virulenza polemica, mancanti nelle mosse felpate dei vecchi notabili DC, che si movevano spesso sull’orlo dell’abisso, ma sempre attenti a non coinvolgere nel disastro l’unità del Partito, che doveva sopravvivere a qualunque costo.
        A mio parere, la vecchia DC si dimostrava unita perché aveva una evidente percezione della precarietà del suo sistema di potere, insidiata da potenti forze disgregatrici e centrifughe, interne ed esterne, di ogni tipo, per cui essa considerava quell’unità la conditio sine qua non per la gestione di quello stesso potere. Tale consapevolezza manca invece al Pd, erede del PCI, del quale condivide in parte una certa altezzosità ed anche un senso di impunità ampiamente giustificato, per come tante vicende hanno consentito di vedere. Per il PD l’unità del partito non costituisce un tabù inviolabile, come dimostrano le numerose scissioni  a sinistra verificatesi nel corso degli ultimi cento anni, da quella di Livorno del 1921 a quella recentissima della nascita dell’MDP : i sinistri sanno che, comunque vadano le cose, il Partito non muore e loro saranno sempre l’ago della bilancia.
La DC, fatta fuori da Mani Pulite, è scomparsa; il PD, risparmiato da Mani Pulite, dopo tante scissioni e tanti cambi di nome, è sempre lì, inamovibile come una montagna, sempre pronto a tutelare, a foraggiare, ad allattare quelli che si affidano alle sue amorevoli cure.
E qualche ragione i Piddini ce l’hanno a considerarsi inamovibili ed indispensabili. Vedete un po’ quel che successe negli anni 90 con Mani Pulite: un’intera classe politica fu spazzata via, gloriosi e vecchi partiti scomparvero dalla scena, ma i magistrati di Milano  si bloccarono, forse perché ebbero paura o un inconfessabile timore riverenziale, davanti al vecchio PCI. E dire che quel vecchio e glorioso PCI era il partito più vulnerabile e più indifeso, quanto a finanziamenti illeciti, se solo si fosse voluto attaccarlo con un minimo di decisione, per il suo duplice foraggiamento sul mercato interno e su quello esterno della vecchia URSS. Ma i magistrati non osarono attaccarlo, se non per finta.
Poi c’è stato un alterno avvicendarsi di eventi, c’è stato il periodo della Destra al potere, c’è stato Berlusconi, ma sembra già preistoria. Nel frattempo altri partiti vecchi e nuovi sono apparsi e scomparsi, ma il PD è sempre lì ad occupare la scena come una “balena”, termine con il quale i vecchi polemisti erano soliti definire la DC.
Negli ultimi tempi addirittura il PD sembra essere rimasto l’unico vero partito sulla scena politica.  Per tutti i media che contano, per TV e giornali mainstream, le polemiche precongressuali, i riposizionamenti dei vari leaders, le dichiarazioni di D’Alema, sono le uniche notizie che contano ed hanno la precedenza su guerre, terremoti e cataclismi vari.  D’altra parte il PD è l’unico a fare congressi, l’unico ad avere sedi sparse in tutt’Italia, anche nei comuni più piccoli, l’unico ad avere un patrimonio immobiliare sterminato. Addirittura nel periodo renziano si aveva l’impressione che il PD esprimesse  a livello parlamentare sia la maggioranza, sia l’opposizione. A Sinistra i grillini, pur numerosi, non incidevano più di tanto per la loro pochezza culturale e politica e a destra gli unici movimenti percepibili erano, dopo quelli dei Fini e dei Follini degli anni precedenti, quelli degli Alfano e dei Verdini che correvano senza pudore in aiuto del vincitore, secondo una prassi tipicamente italiana e prima che le porte fossero richiuse.
Ora ci si avvia verso il Congresso e i Piddini si muovono come formiche impazzite. Ma non c’è da temere. Passeranno forse Renzi e Gentiloni, D’Alema e Bersani, ma il partito non passerà. Potrà andare incontro a qualche difficoltà, ma rinascerà “più bello e più superbo che pria”, come diceva di Roma il grande Ettore Petrolini nella sua celebre interpretazione  di Nerone. Perché, almeno in Italia, nessun altro partito, come gli eredi del PCI, conosce l’arte di far diventare eterna una momentanea occupazione del potere.
In regioni come l’Emilia, la Toscana ed altre il PD è riuscito nel corso dei decenni a creare una tale ragnatela di interessi clientelari e per molti aspetti  parassitari, che è pura utopia pensare che altri possano insidiarne il potere. Ed a questo bisogna aggiungere anche che i sinistri sono spregiudicati e disinvolti, abili venditori di se stessi.
Il PD, oltre che un partito, è anche diventato un’azienda, un’azienda che muove interessi e capitali immensi e che, come tutte le aziende, ha anche una ragione sociale, anzi ne ha due. Una nascosta e che l’accomuna, più o meno, a tutti gli altri partiti che si agitano sulla scena e cioè la tutela degli aderenti, clienti e galoppini compresi, come in una qualunque società di mutuo soccorso.
Questo spiega tante cose: spiega le file dei banchieri, di tutti i banchieri, in pazienta attesa di poter dare il loro voto a Prodi alle primarie dell’Ulivo di qualche anno fa; spiega le vicende del Monte dei Paschi di Siena e di Banca Etruria; spiega l’apparente contraddizione per cui quasi tutti coloro che dispongono di molti soldi votano a sinistra; spiega perché un intrigante mestatore come l'ing. Carlo De Benedetti, tipico esemplare di industriale miliardario e parassita, si vanta di essere la tessera numero 1 del PD; spiega perché la nostra Confindustria, parassitaria ed assistita, all’ultimo referendum invitava a votare sì.
E poi c’è un’altra ragione sociale, quella ufficiale diciamo, secondo la quale il PD, come il vecchio PCI, è il partito che difende gli ultimi, i poveri, i miserabili, gli indifesi. Una volta questi ultimi erano rappresentati dalla classe operaia, dai proletari insomma (“Proletari di tutto il mondo unitevi”, diceva Marx). Oggi la classe operaia non c’è più, perché con la deindustrializzazione galoppante gli operai sono scomparsi ed i pochi rimasti sono diventati borghesi. Ma il  partito non s’è perso d’animo, s’è guardato attorno ed ha trovato che c’erano da difendere tutti i disperati della terra, i clandestini, i migranti, i richiedenti asilo, i profughi e li sta costringendo, con le buone o con le cattive, a venire tutti in Italia. Il partito non poteva perdere la sua ragione sociale, pena la decadenza e la scomparsa. Il giorno in cui gli “oppressi” di tutto il mondo saranno tutti arrivati da noi, il PD continuerà a vivere. I dirigenti del Partito alzeranno lo sguardo verso il cielo, non per intravedere il Paradiso, ma solo per capire se per caso sul pianeta Marte non c’è qualche “profugo” che vuole scappare da “guerre e carestie”, vere o presunte, fa lo stesso.
Dopo la flotta di navi, con cui andiamo a prendere i clandestini sulle spiagge della Libia, prepariamoci a costruire una flotta di astronavi.
Ezio Scaramuzzino


domenica 5 marzo 2017

Jendu vinendu13: Cappato-T.Renzi-Paglia

Marco Cappato
E’ l’esponente radicale che ha organizzato il viaggio a Zurigo conclusosi con l’eutanasia di dj Fabo. Mi è capitato di ascoltare una sua intervista con le Jene: l’ho trovato discreto, misurato e calmo, lontano dagli atteggiamenti spesso gridati e sguaiati di Marco Pannella, che era capace con il suo istrionismo di far diventare insopportabili anche le cause più nobili.
Certo è molto triste quel che è avvenuto: Cappato ha dovuto fare da becchino a chi voleva morire, coprendo con un alone di rassegnata e malinconica tragedia il senso della vita e il destino di morte che tutti ci accomuna. Ecco: di fronte ad una tale tragedia, non è necessario gridare o recriminare come hanno fatto i tanti giornali dell’ovvio, che in Italia abbondano,  non è necessario rivendicare una primogenitura politica come hanno fatto tanti esponenti di partito, i tanti dell’ “Io l’avevo detto”. L’eutanasia è un diritto? O è una scelta? E, se è una scelta, fino a che punto è lecito scegliere di porre fine alla propria vita? Non lo so. Una sola cosa è richiesta in tali circostanze: un po’ di silenzio e, per chi non si rassegna alla morte terrena, una preghiera.

Tiziano Renzi
E’ il papà di Matteo Renzi e si ritrova spesso nell’occhio del ciclone, ultimamente per lo scandalo Consip. E’ colpevole di traffico di influenze, come si dice con un neologismo giuridico? In altri termini ha brigato per far assegnare ai suoi raccomandati lucrosissimi appalti? Ancora non lo sappiamo, perché è solo indagato. E se fosse colpevole? E’ giusto far ricadere sul figlio Matteo eventuali sue colpe? Io non ho alcuna simpatia per lo sbruffone fiorentino, ma ho l’impressione che nei suoi confronti si stia montando una campagna di stampa a sfondo scandalistico-giudiziario che tenta di far ricadere su di lui le conseguenze di eventuali errori o reati del suo illustre e poco serio genitore. Del quale, di primo acchito, anche se non ha commesso reati, il meno che si possa dire è che perlomeno è un disinvolto e simpatico mestatore.
Mi è capitato di vederlo in qualche rara intervista: silenzioso e sfumato come una sfinge. In una regione, la Toscana, dove quasi un adulto su due è iscritto alla Massoneria, quasi certamente anche lui (ed anche il figlio) è esperto di grembiulini e compassi. E, come tutti i massoni, certamente anche lui si è dato da fare per influenzare, per proteggere, per raccomandare, come è uso nelle logge, in tutte le logge, anche in quelle non deviate, perché tutto questo è scritto nel DNA di questa associazione. Ma, detto questo,  ripeto la domanda: fino a che punto è lecito far ricadere sui figli le colpe dei padri? La responsabilità penale è personale, come sanno ormai anche i bambini. Una volta anche i popoli potevano essere considerati colpevoli di un reato collettivo e non per niente il popolo ebraico è stato considerato per millenni un popolo deicida. Oggi non è più così, per fortuna. Io mi auguro che di Renzi si perdano le tracce, ma mi farebbe piacere che questo avvenisse sulla base dei suoi errori politici e per volontà degli elettori, non per una campagna mediatico-giudiziaria o per aver avuto un padre improvvido e avventato, se non delinquente.

Vincenzo Paglia
Dopo una disastrosa gestione della diocesi di Terni da lui coinvolta nella compravendita di un castello, questo signore (faccio fatica a chiamarlo Vescovo o Monsignore) è stato messo a far danni come Presidente della Pontificia Accademia per la Vita e come Cancelliere dell’Istituto Giovanni Paolo II per la Famiglia. Avete capito bene: questo signore aveva il compito di difendere la Vita (maiuscolo) e la Famiglia (sempre maiuscolo). In tale veste egli non ha trovato di meglio che celebrare la figura di Marco Pannella, noto campione dell’aborto, della dissoluzione della famiglia e, in poche parole, della cultura della morte. Di Pannella egli ha avuto modo di dire che “ha speso la sua vita in particolare per gli ultimi”, che ha lottato “per la difesa della dignità di tutti”, auspicando che   “ lo spirito di Marco resti ancora vivo e ispiratore di una vita più bella non solo per l’Italia, (ma) per questo nostro mondo”. Dopo queste dichiarazioni, molte organizzazioni cattoliche hanno chiesto le sue dimissioni.
E’ anche vero che qualche tempo fa papa Bergoglio ha indicato la radicale Emma Bonino come esempio di donna da imitare. Avete capito bene: Emma Bonino, lady pompa, cosi chiamata perché, quando ancora l’aborto non era consentito, usava praticare aborti clandestini aspirando i feti con la pompa di bicicletta. Questo però non attenua le colpe di Vincenzo Paglia e comunque dire che egli è, purtroppo, solo uno dei tanti esponenti della chiesa bergogliana e dei tristi tempi che questa chiesa sta vivendo, è semplicemente riduttivo. Ed è anche riduttivo, a mio parere, limitarsi a chiederne le dimissioni. Vincenzo Paglia dovrebbe essere preso a calci in culo e ridotto allo stato laicale, sic et simpliciter. E, insieme con lui, lo stesso trattamento dovrebbe essere riservato a chi ce l’ha messo in quel posto. Ancora una volta sic et simpliciter. D’altra parte il latinorum non è la lingua dei Gesuiti, che obbedivano perinde ac cadaver?

giovedì 2 marzo 2017

Lo scambio (racconto inedito) di Ezio Scaramuzzino

Don Luigi Bommese poteva ritenersi soddisfatto. Ora che incominciava a sentirsi vecchio, amava ogni tanto riandare con il pensiero agli anni trascorsi e poteva concludere che la fortuna era stata benigna con lui. Viveva a Scandale da tanti anni, dopo essere nato a Savelli nel lontano 1892, da dove si era trasferito con il padre Francesco, rimasto vedovo, e i suoi fratelli Armando e Giovanni. Nel suo nuovo paese era diventato una persona importante, tanto che i paesani avevano istintivamente preso l’abitudine di rivolgersi a lui con il “don” e, quando lo incontravano, si toglievano il cappello e lo salutavano per primi. Grazie alle sue vaste proprietà ed al mulino che gestiva con l’aiuto di alcuni contadini del luogo, era diventato anche ricco e si era costruito una sontuosa villa, in una zona appartata del paese, dove viveva insieme con i suoi due fratelli, scapoli impenitenti e piuttosto restii ad intrecciare rapporti con la gente del luogo. Lui invece, grazie alle sue relazioni, era stato nominato podestà tanti anni prima, anche se questo lo aveva obbligato ad iscriversi al Partito Nazionale Fascista, dal quale lui, vecchio liberale e massone, si sentiva piuttosto lontano. Aveva poi sposato una brava donna del luogo, Angelina, che gli aveva sfornato tre figli già nei primi anni del matrimonio, seppure con un unico inconveniente: erano tutte femmine e questo lo aveva amareggiato non poco. Si era quasi rassegnato ormai, ma, poco prima che arrivasse a 50 anni, la moglie gli comunicò che forse era di nuovo incinta. Glielo disse una mattina, mentre lui stava prendendo il caffè.
- Luigi, ho un ritardo. Forse sono incinta.
- Speriamo e soprattutto speriamo che sia un maschio. Intanto domani ti porto a Crotone a farti visitare da uno specialista. E poi questa volta faremo anche un voto alla Madonna di Condoleo e non solo un voto.
Saranno state le visite dallo specialista di Crotone o il voto alla Madonna, fatto sta che dopo nove mesi venne alla luce un bel maschietto, un po’ gracile a dire il vero, al quale fu imposto il nome del nonno, Francesco.
Francesco frequentò le scuole elementari a Scandale, poi studiò a Catanzaro abitando presso alcuni lontani parenti e infine studiò all’Università di Napoli dove si laureò in Giurisprudenza. In tutta la sua carriera scolastica non aveva creato problemi ed i risultati, magari non particolarmente brillanti, erano però di piena soddisfazione.
Dopo la laurea Francesco tornò al paese ad aspettare di poter ereditare un giorno le ricchezze del padre e quasi certamente anche quelle degli zii scapoli. Di esercitare la professione di avvocato non avvertiva nessuna voglia e al massimo, se proprio doveva fare qualcosa di concreto, era disponibile a qualche impiego pubblico che potesse assicurargli uno stipendio vita natural durante, in cambio di un modesto impegno. Una cosa però preoccupava i genitori: Francesco non dimostrava nessun interesse al matrimonio. Fidanzate non ne aveva e non ne cercava e, quando un giorno un amico gli chiese cosa pensasse dell’amore, la sua risposta fu pronta:- L’amore è qualcosa di utile solo per le servette ed io non sono un servo. Un’altra volta qualcuno gli chiese se avesse mai avuto una fidanzata e anche questa volta rispose prontamente: - Io le donne sono abituato a pagarle, non a conquistarle, perché a conquistarle si perde troppo tempo e io  tempo da perdere non ne ho.
E non ne aveva davvero, perché era troppo impegnato ad andare a caccia, sua autentica passione, per cui portava eternamente degli stivali; per essere pronto a partire in qualunque momento con i suoi adorati cani, diceva, anche nei periodi in cui la caccia era chiusa, aggiungevano le malelingue. Quando poi gli restava del tempo, preferiva giocare a poker in alcuni circoli privati di Crotone, dove pare fosse diventato un generoso finanziatore delle tasche altrui.
In queste condizioni il padre prese a preoccuparsi sempre di più e un giorno decise di affrontare la questione direttamente con lui. Lo bloccò al mattino subito dopo che egli aveva fatto colazione e lo invitò a sedere un’altra volta, ripromettendosi di mantenersi calmo con quel figlio, con il quale non era mai riuscito a stabilire un vero rapporto confidenziale.
– Francesco, iniziò, hai ormai 25 anni ed è il caso che tu pensi seriamente a sposarti. Non vorrai fare la fine dei tuoi zii, che fanno tristezza a vederli sempre soli e senza la compagnia di una donna che li assista, anche se io faccio quello che posso per loro. Anche le tue sorelle da quest’orecchio non ci sentono, a parte Edvige, che è l’unica ad avere un fidanzato, mentre le altre due pensano solo ad andare in chiesa e a recitare Paternostri e Avemmarie.  Per chi ho lavorato io? Vuoi che i nostri beni, i nostri soldi vadano a finire a qualche lontano parente, che se li papperà alla faccia nostra?
Francesco si limitò ad ascoltare, senza interrompere. Non aveva alcuna voglia di sposarsi, proprio ora che si sentiva libero, indipendente e quasi felice, almeno per quanto la vita consenta di essere felice. D’altra parte non voleva nemmeno mettersi contro il padre, per il quale nutriva un sacro rispetto, che a volte sconfinava in una sorta di timore, di vera e propria paura. Si limitò a fare qualche cenno con la testa e solo alla fine rispose:
- Hai ragione, papà, hai proprio ragione. Ma non mi dare fretta, ci debbo pensare un pochino.
Il padre si accontentò. Temeva di peggio e invece quella risposta gli sembrò un segno della disponibilità del figlio, una prima disponibilità ad arrivare ad una conclusione. Si sentì rinfrancato e la stessa sera volle renderne partecipe la moglie, a letto, prima che lei si addormentasse. La sfiorò sotto l’ombelico in una parte che lei, timorata di Dio, gli aveva sempre consentito di toccare ma mai di vedere, la svegliò completamente e le rivelò la sua soddisfazione.
Nei giorni seguenti don Luigi stette a spiare il figlio con la coda dell’occhio, in attesa di una risposta che però tardava ad arrivare. Il figlio anzi sembrava sfuggirlo e coglieva ogni pretesto per allontanarsi da lui il più lestamente possibile. E allora don Luigi capì che doveva prendere la questione di petto e si risolse a bloccare nuovamente il figlio, questa volta subito dopo cena e prima che Francesco prendesse l’auto per andare a Crotone.
- Fermati un attimo, gli disse. Per una sera i tuoi amici del poker possono pure aspettare di incassare i soldi che io ti passo. Ma non è questo il punto. Il punto è che io aspetto una risposta da te sulle tue intenzioni matrimoniali e tu questa risposta non ti decidi a darla. Io posso pure capirti: non ti manca niente e non vuoi complicarti la vita, ma tu devi sposarti.
- Papà, hai ragione, ma per sposarsi bisogna essere in due ed io ancora non ho trovato quella che cerco.
- Finché non trovi, diventi vecchio. Basta che ti guardi attorno, perché in  paese non mancano le ragazze che possono fare per te. C’è la figlia del sindaco, poi la figlia di don Carlo Roma…Certo, non sono alla nostra altezza, soprattutto quanto a ricchezze, ma tu hai bisogno di una moglie, non di un’ereditiera. Se posso darti un consiglio, io ti suggerisco Elisa, la figlia di don Carlo. E’ meno carina dell’altra, però è più ricca. Ma deciditi, devi scegliere tu e, se per caso la cosa ti crea problemi, basta che tu scegli e al resto provvediamo noi.
-Io non ho niente da scegliere. Decidete voi, per me una vale l’altra.
Era quello che don Luigi voleva sentirsi dire. Non perse tempo, ci mise in mezzo il parroco, don Renato, e in meno di un mese il matrimonio con Elisa Roma fu combinato. In un giorno d’Aprile del 1965 i due novelli sposi convolarono a giuste nozze con una cerimonia che fu celebrata nella chiesa madre del paese e che sarebbe rimasta famosa per numero di invitati, per sfarzo, perché il celebrante lesse un telegramma di auguri del Papa e perché fu testimone di nozze l’onorevole Ernesto Pucci, esponente di primo piano della Democrazia Cristiana del tempo.
I due andarono a vivere in un’ala della villa che don Luigi aveva provveduto a ristrutturare e i primi tempi del matrimonio furono abbastanza tranquilli, o almeno così sembravano. Francesco aveva diradato i suoi impegni con la caccia e con gli amici del poker per poter rimanere vicino alla moglie, la quale però non sembrava aver acquisito quella calma, quella placidità bovina che in genere caratterizza la vita delle novelle spose. Da subito anzi Elisa sembrava in preda ad un certo nervosismo, difficilmente spiegabile per chi la osservasse dal di fuori. C’erano delle ambasce segrete nel suo cuore, ambasce che lei non riusciva a sfogare con un’amica, perché lei non aveva una vera amica cui confidare le sue pene.
E queste pene riguardavano il rispetto dei doveri coniugali da parte del marito, il quale marito non si sottraeva certo a tali doveri, ma li espletava appunto come dei doveri, ai quali non poteva sottrarsi, di fretta e senza entusiasmo, e dei quali avrebbe fatto volentieri a meno, se solo avesse trovato una scusa plausibile.
Francesco era fondamentalmente un pigro ed era pigro anche nelle faccende d’amore e di sesso. Ma per lui, educato e svezzato in queste pratiche dalle prostitute di alto bordo di Napoli, anche il sesso doveva sfociare nella sublimazione del sesso e doveva comportare raffinati virtuosismi, che soli potevano svegliare il suo corpo indolente ed il suo carattere svogliato. Ogni tanto gli capitava di ricordare i suoi dialoghi con le cortigiane nei quartieri eleganti del Vomero o di Posillipo. – Che cosa preferisci stasera?, gli chiedeva una. E lui non aveva che da chiedere ed era sempre accontentato, perché disponeva di tanto denaro. Da loro aveva imparato che la pratica dell’amore e del sesso poteva diventare ridicola, se non era irrorata dalla fantasia e dalla curiosità. E lui, debole e facilmente suggestionabile, si era lasciato convincere facilmente, fino a farne una filosofia di vita. –Tu non sei solo la mia amica, sei anche la mia maestra di vita, era solito ripetere ad una delle sue amiche che maggiormente gli avevano svelato e insegnato i segreti del talamo.
Imbevuto di queste idee, era arrivato al matrimonio e non ci voleva molto a capire che, con questi presupposti, il matrimonio era destinato al fallimento. La moglie Elisa in vita sua non aveva avuto altre frequentazioni che quelle della parrocchia e delle Figlie di Maria, di cui per un certo periodo era stata anche Presidente, e non poteva nemmeno lontanamente immaginare quel che frullava nella testa del marito. Finì col diventare sempre più nervosa, poi divenne abulica, incominciò a trascurarsi, non aveva voglia di pulire la casa o di cucinare.
La cosa non poteva passare inosservata e la prima ad accorgersi del profondo cambiamento della nuora fu la suocera Angelina, donna semplice ed incapace di profonde intuizioni, che un giorno si fece coraggio.
- Che hai?, le chiese, c’è qualcosa che non va? Il matrimonio fila bene?
- Niente, niente, rispose lei. Sono solo un po’ stanca. E’ che un matrimonio ti impone tante cose, pulire, cucinare, lavare, stirare ed io mi accorgo che non sempre ce la faccio, anche se Francesco è poco esigente, è comprensivo e mi vuole bene.
- Ma perché non l’hai detto prima?, benedetta figliola. Ti ci vuole una donna di servizio, una che ti dia una mano.
E fu così che qualche giorno dopo Francesco si vide arrivare in casa una  ragazza, di circa 20 anni, un po’ grassottella, con neri capelli corvini, un po’ trasandata, ma che, tutto sommato, a Francesco sembrò piacente e gradevole.
-E’ Natalia, la nostra nuova domestica, la presentò Elisa. E’ figlia della fornaia e fornaia pure lei, ma da oggi farà solo la domestica e vivrà con noi. Le ho assegnato la stanzetta nel corridoio in fondo a destra, dopo le scale.
Francesco espresse il suo gradimento, anche se la cosa in fondo gli era piuttosto indifferente, e non aggiunse altro.
Ma l’arrivo di Natalia non cambiò di molto l’atmosfera che regnava nella famiglia, anzi per alcuni aspetti la peggiorò. La presenza della domestica sembrò a Francesco una buona scusa per diradare la sua presenza a casa e questo lo indusse a riprendere le vecchie abitudini, che comunque non aveva mai del tutto abbandonato. Riprese ad andare a caccia con più frequenza, riprese le partite di poker nei circoli di Crotone ed anzi aggiunse a queste ultime altre partite con giocatori occasionali del paese, ai quali non sembrò vero di poter attingere a quelle risorse pecuniarie finora riservate ai circoli di Crotone.
Francesco sembrava la smentita vivente di un famoso proverbio, perché egli era ed appariva ugualmente sfortunato sia al gioco, sia in amore, ma  non se ne crucciava più di tanto, perché sapeva di essere una natura perdente, cosa alla quale si era ormai rassegnato. A volte anzi, più perdeva, più si incaponiva a giocare, con un atteggiamento chiaramente masochistico. Per vedere, diceva, fino a che punto la jella potesse perseguitarlo; e spesso concludeva che, perdere per perdere, era meglio che i suoi soldi restassero a Scandale, invece di prendere la via di Crotone.
Una notte rientrò a casa più tardi del solito: era quasi mezzanotte. Era piena estate, faceva molto caldo e per le vie non c’era anima viva. Aprì dolcemente il portone, per non fare troppo rumore, salì una prima rampa di scale e si ritrovò nel corridoio. Sulla sinistra c’era la stanza della moglie, in fondo a destra quella della domestica. Si diresse verso la porta dell’unico bagno su quel piano, al centro, dove era solito sbrigare le ultime incombenze prima di andare a letto, ma la trovò chiusa. Dal rumore dei passi all’interno, capì trattarsi di Natalia, anche perché la moglie a quell’ora piombava di solito in un sonno profondo che ricordava quello della morte e da cui si ridestava solo alle prime luci dell’alba. Decise di aspettare con pazienza e in silenzio, appoggiandosi alla parete della stanza di Natalia, anche se a piano terra c'era un altro bagno di cui avrebbe potuto servirsi.
Quando la porta del bagno si aprì, nel buio si stagliò netta la sagoma di Natalia, che avanzò verso la porta della sua stanza e lo intravide nel buio.
-Voi qui?
-Zitta!, sussurrò Francesco, mettendogli una mano sulla bocca.
Poi nessuno dei due capì con chiarezza quello che stava accadendo.
Natalia si avviò lentamente verso la sua stanza e Francesco la seguì come inebetito. Ad un certo punto la donna accese la luce di un abat jour e Francesco ebbe come un brivido. Aveva davanti a sé le braccia candidissime e marmoree di Natalia, che sembravano fare da corona ad un petto prorompente, quale egli forse non aveva mai visto in vita sua. Avvicinò il naso all’ascella sinistra di Natalia e ne avvertì un odore che lo fece impallidire e che non smetteva di emettere richiami. Il lenzuolo bianco del letto si stendeva sotto di loro come un abisso marino pronto a riceverli. Dopo alcuni annaspamenti i due caddero sul letto.
        Qualche giorno dopo, approfittando di un’assenza della moglie che era andata in chiesa, Francesco affrontò con piglio deciso Natalia.
-L’altra notte è stata la nostra prima volta. Ma non sarà l’ultima.
-Come volete, rispose Natalia. Siete voi il padrone.
-Brava. Però io ti ricompenso. Ti darò cinque mila lire ogni volta. E’ giusto, per te è come un lavoro straordinario.
- Come volete voi. Siete il padrone.
- Solo che i soldi non te li devi spendere. Anzi. Per essere sicuro che li conservi, ci metterò una sigla di sopra, FB, e ogni tanto me li dovrai far vedere, tutti, fino all’ultima banconota. Ti ci farai la dote con questi soldi, per quando ti sposerai. Come vedi, sono buono con te e mi preoccupo del tuo futuro.
- Come volete voi. Siete il padrone.
- Un’ultima cosa. Verrò a trovarti tre volte la settimana, almeno per i primi tempi. Facciamo Lunedì, Mercoledì e Venerdì. Se qualche volta non posso venire, ti avviso prima. Di mia moglie non c’è da preoccuparsi: a mezzanotte non la svegliano nemmeno le cannonate.
        E così tre volte la settimana Francesco, di ritorno dalle sue scorribande notturne, passava da Natalia, faceva con lei quello che non faceva con Elisa e poi andava a dormire, assicurandosi ogni volta che la moglie dormisse profondamente. Era una vera e propria pacchia che, come tutte le pacchie, era però destinata a finire.
Una notte Elisa non si sentì bene: a cena aveva mangiato dei peperoni che le erano rimasti sullo stomaco. Verso mezzanotte avvertì il bisogno di andare al bagno, si alzò e, avanzando nel corridoio, sentì nel silenzio dei rumori e dei respiri ansimanti e affannosi provenire dalla stanza di Natalia. Si avvicinò, si pose ad origliare, capì tutto, ma non intervenne e, dopo aver usato il bagno, ritornò a letto.
Il giorno dopo Elisa convocò Natalia.
- Non c’è bisogno che tu mi dia spiegazioni, perché ho già capito. Sarai subito licenziata, a meno che tu non collabori con me e non mi racconti veramente tutto.
- Dura da un mese circa, rispose Natalia. Viene tre volte la settimana, mi dà cinque mila lire ogni volta e sono soldi che io debbo conservare, perché lui ci mette una sigla di sopra e ogni tanto li vuole vedere.
- Interessante!, replicò Natalia. Ma per la prossima volta, per Venerdì prossimo, devi aiutarmi. Tu ti nasconderai nel ripostiglio ed io dormirò nel tuo letto. Il resto te lo farò sapere.
Al Venerdì, poco prima di sera, Elisa provvide a togliere una valvola dall’impianto elettrico e fece mancare la luce in tutta la casa. Al marito disse che per il giorno dopo dovevano far venire l’elettricista e che per quella sera si sarebbero arrangiati con qualche candela. Francesco uscì tranquillo, pregustando in cuor suo i piaceri da assaporare nel buio totale della notte. Rientrò alla solita ora, si diresse a tentoni verso la stanza di Natalia, si spogliò alla meglio, si infilò nel suo letto. Fece quel che doveva fare, ma gli rimase qualche perplessità. Natalia non aveva detto una parola, non aveva quasi fatto sentire il suo respiro e poi aveva uno strano ed insolito profumo, mai avvertito in precedenza. Le lasciò sul comodino le solite cinque mila lire siglate, poi passò dal bagno ed infine si infilò nel letto matrimoniale, dove sua moglie dormiva già profondamente.
Il giorno dopo, a pranzo, Francesco notò che sua moglie era stranamente euforica. Aveva mandato fuori la domestica con una scusa, serviva il pranzo al marito lanciandogli grandi e sorprendenti sorrisi e volle perfino chiudere il pranzo con un liquore ed una fetta di torta. Quando alla fine la moglie tolse via le stoviglie, Francesco si accorse con meraviglia che sotto il piattino della torta era rimasta una banconota di cinque mila lire e soprattutto, guardando meglio, si accorse con sgomento che quella banconota aveva in un angolino una sigla, la sua, FB.
- Ti restituisco i soldi che mi hai dato stanotte, gli disse Elisa, perché io non sono una puttana, come quelle cui sei abituato tu. Inutile dirti che tra noi due è ormai tutto finito, che da stanotte tu dormirai solo in una stanza a pianterreno che ti ho già fatto preparare e che il mio corpo, che tu hai disprezzato, o almeno hai dimostrato di non volere o non sapere apprezzare, ti sarà negato per sempre, per tutto il resto dei tuoi giorni.
        Dal matrimonio di Francesco ed Elisa non nacquero figli. Ricordo che, negli ultimi tempi che sono vissuto al paese, mi capitava ogni tanto di vedere Francesco, don Ciccio come lo chiamavano, con gli immancabili stivali e al guinzaglio uno dei suoi cani. Al paese si diceva con meraviglia che lui e la moglie dormivano in letti separati, come nei film americani. Della antica famiglia dei Bommese al paese quasi non sono rimaste tracce. Qualche anno fa, in una delle periodiche visite al cimitero, mi è capitato di vedere una cappella con l’indicazione “Famiglia Bommese”. C’era il cancelletto aperto e sono entrato per curiosità. In alto sulla destra, su una lastra di marmo bianchissimo, era possibile leggere una targhetta: Elisa Roma coniugata Bommese 18/02/1935-31/08/2005 Il marito, addolorato, pose.
Ezio Scaramuzzino

N.B. Eventuali riferimenti a nomi, persone o fatti reali sono da ritenersi del tutto casuali.