domenica 28 gennaio 2024

Jendu vinendu 18 - Netanyahu - Lucarelli

Benjamin Netanyahu




Benjamin Netanyahu, detto Bibi, è un politico ed ex militare israeliano, primo ministro di Israele dal 29 dicembre 2022 e precedentemente dal 2009 al 2021 e tra il 1996 e il 1999. E’ un politico chiaramente di destra, che agisce senza farsi troppe illusioni sulla vera natura di Hamas e di tanti altri movimenti terroristici musulmani, con tutto ciò che questo comporta anche sulla conduzione dell’attuale guerra nella striscia di Gaza.

La sinistra mondiale, compresa quella italiana e quella interna israeliana, gli addebita molti errori di natura politica e militare e fomenta contro di lui un odio viscerale, a nulla valendo il fatto che egli  abbia vinto piuttosto facilmente le ultime elezioni politiche e goda di una sicura maggioranza in parlamento e nella popolazione del Paese.

A Netanyahu non viene risparmiato niente, ma quello che soprattutto non gli si perdona è il fatto di essere di destra. Perché, dicono i suoi nemici, se è di destra, è anche di estrema destra, quindi è anche fascista, quindi è anche nazista, quindi è anche antisemita. Di recente, nel caso di un suicidio piuttosto strano avvenuto in Israele, un quotidiano locale di sinistra ha subito trovato la spiegazione. Il suicida, spiegava il giornale, era un seguace di Netanyahu, quindi era anche antisemita e, pur di uccidere un Ebreo, si è suicidato.

 Selvaggia Lucarelli 


La nota giornalista del “Fatto quotidiano”, nonché esperta di palette nella trasmissione TV “Ballando con le stelle”, di recente ha attaccato la ristoratrice Giovanna Pedretti, che aveva censurato sui social il comportamento di un presunto cliente del suo ristorante di Sant'Angelo Lodigiano. Quest’ultimo, a suo dire, si era lamentato di essere stato messo  ad un tavolo accanto a gay e disabili. La Lucarelli l’ha accusata di aver diffuso una fake news e di aver montato il caso solo per farsi pubblicità. La Pedretti, travolta dalle polemiche sui social, si è suicidata. Come ultima conseguenza, la Lucarelli è stata accusata da molti suoi colleghi invidiosi addirittura di istigazione al suicidio.

Mi spiace doverlo ammettere, ma questa volta sto dalla parte della Lucarelli. Dico questo perché non ci si suicida per un’accusa di falso e, se ciò avviene, evidentemente bisogna risalire un po’ più in alto e fare riferimento a possibili patologie di natura mentale, pur con tutto il rispetto e l’umana comprensione per chi ricorre al gesto estremo del suicidio.

Un’ultima considerazione. Il buonismo e lo sfruttamento continuo del dolore universale, con conseguente piagnisteo notturno e diurno, hanno incominciato a stancare, per cui chi deve scegliere tra il buonismo cialtrone e la denunzia di questo falso buonismo molto spesso sa come scegliere.

 

domenica 21 gennaio 2024

Jendu vinendu 17 - Bergoglio - Travaglio

 

Jorge Bergoglio


Il nostro amato pontefice, quando è intervistato da quella nullità eternamente sorridente che corrisponde al nome di Fabio Fazio, ama lasciarsi andare a rivelazioni che a prima vista avrebbero la pretesa di apparire rivoluzionarie. Di recente ha detto, nella trasmissione “Che tempo che fa”, “Mi piace credere che l’Inferno, anche se esiste,  è vuoto”.

Niente di nuovo sotto il sole. Quest’ultima affermazione è semplicemente l’ultima di una serie, che ebbe inizio con il “Chi sono io per giudicare i gay”?  e poi continuò con la benedizione alle coppie gay, con lo schiaffo alla donna filippina che lo tratteneva dal braccio e continuerà, ne sono convinto, con la giustificazione del matrimonio per i preti, dell’eutanasia, dell’incesto consenziente e di tutto ciò che tornerà utile a smantellare la tradizione bimillennaria della chiesa cattolica.

Ma non dimentichiamo che Bergoglio è argentino ed in lui sopravvive probabilmente anche lo spirito della tradizione spagnolesca. Se Bergoglio vuole tutti in paradiso, Carlo Quinto, il famoso sovrano sul cui impero non tramontava mai il sole, non voleva sudditi senza titoli e li nobilitò tutti con il famoso “Todos caballeros”.

Marco Travaglio


In quella sorta di Repubblica delle banane in cui ormai si è trasformata la nostra Italia, si assiste ad un fatto che probabilmente non ha uguali nell’universo mondo.

C’è un giornalista (giornalista?), che corrisponde al nome di Marco Travaglio e che, un giorno sì e l’altro pure, lancia offese nauseanti, deliranti e sanguinose contro Silvio Berlusconi. Ed a nulla vale il fatto che il cavaliere sia ormai defunto da un bel po’, perché il nostro eroe  continua ad abbeverarsi in modo sciacallesco al suo sangue e per lui ogni scusa è buona per lanciare accuse che definire infamanti è forse riduttivo. Ed a nulla vale ugualmente il fatto che Berlusconi uscì indenne da tutti i processi che lo coinvolsero, tranne uno, farsesco, nel quale fu condannato, lui primo contribuente d’Italia, per evasione fiscale. Vedi a tal proposito l’articolo di fondo del “Fatto” di oggi, 21 febbraio 24, in cui il nostro eroe giornalista sembra superare se stesso  in un delirio accusatorio che fa quasi paura.

Ma la cosa più sorprendente è che la controparte, cioè Marina e Pier Silvio, eredi del cavaliere,  sembrano capaci solo di abbozzare ed incapaci di reagire.

Ora io capisco che

1-La magistratura italiana è quella che è;

2-che per Travaglio è relativamente facile incappare in giudici “amici”, che lo scagionano da ogni accusa;

3- che lo stesso, di cui al punto 2, vale al contrario per i Berlusconi;

4- che in Italia, contrariamente a quel che si studia nelle facoltà di Diritto, esistono in pratica due codici penali, usati alternativamente a seconda di chi è l’imputato.

Capisco tutto questo, sia ben chiaro, ma una cosa non la capisco. Non capisco cioè il motivo per cui Pier Silvio Berlusconi sta riempiendo le sue emittenti TV di personaggi e giornalisti provenienti dal “Fatto quotidiano”, tutti allevati, educati e cresciuti  nella scuola di Marco Travaglio.

Già ricordo una puntata di “Scherzi a parte” di qualche anno fa, costruita su uno scherzo che coinvolse il figlio del giornalista e, per molti aspetti, lo stesso Travaglio. Di recente in Mediaset è confluita Veronica Gentili, giornalista di punta del “Fatto”, prima come conduttrice di programmi di approfondimento politico su Rete 4 ed ora conduttrice delle “Iene”, su Italia 1. Il giornalista Luca Sommi è una presenza quasi fissa nei programmi di approfondimento politico e Peter Gomez non disdegna di apparire in qualche programma a  dire la sua.

Ma Pier Silvio che cosa spera da tutto questo? Di convertirli?

venerdì 5 gennaio 2024

Cosa c'è da salvare

 


Lo dico subito. L'editoriale di Max Del Papa, che sto per allegare, è un pugno nello stomaco. Ha l'aspetto di un testamento scritto in limine mortis e ci vuole molta forza d'animo e molto fegato a leggerlo ed evitare di rimanerne scossi. Eppure, secondo me, bisogna leggerlo, per capire come va il mondo, o come alcuni/molti pensano che vada, che poi spesso è la stessa cosa. Il punto di vista di Max Del Papa è quello di chi si pone in una specola posta in alto ed osserva sotto di sé lo spettacolo disgustoso degli uomini che si arrabattano sulla terra, in un verminaio infinito, e finiscono con lo scannarsi a vicenda. Del Papa non grida, non blatera, ma la sua apparente rassegnazione ha la forza disperata di un dolore infinito.

Né bilanci, né prospettive. Per me il 2024 è un passaggio senza svolta, dovrei compiere, e spero, 60 anni a luglio, e mi ritrovo del tutto alla deriva. Come uomo, come cittadino, come, ma prendetela in senso estremamente lato e vago, intellettuale: dal pessimismo sono passato al nichilismo, non trovo niente da salvare. I regimi totalitari aggressivi, come Cina, Russia, come l’Iran per interposta Hamas, scatenano le loro invasioni, le loro mattanze, ma chi le subisce poi si dimostra a sua volta irragionevole, privo di senso di realtà, pretende di spuntarla “fino all’ultimo uomo”, come dicono gli ucraini, questo popolo che credevamo valoroso ma forse è più esaltato, con alla testa un megalomane irresponsabile e pretenzioso. Oppure come Israele, che per dimostrare al mondo di non cedere ad una rappresaglia orribile, fa tabula rasa di un territorio intero, cercando di far dimenticare i propri errori di sottovalutazione. Le autocrazie sono spietate, negano il dissenso, fanno strage dei diritti umani, ma l’Unione Europea ha dimostrato che su quegli stessi diritti ha saputo solo specularci, alimentando la sua corruzione. E gli Stati Uniti vanno perdendo qualsiasi pluralismo, la sottocultura woke, che si allarga al Regno Unito, all’Europa intera, è una ideologia mistica che fa spavento, che incoraggia moderni pogrom, che spinge all’allucinazione legalizzata peggio – ha ragione Giulio Meotti nel suo ultimo “Gender – il sesso degli angeli e l’oblio dell’occidente” che nell’Unione Sovietica del XX secolo. I comunismi, i socialismi reali erano incubi, le sue degenerazioni aggiornate non sono migliori, ma il liberismo dimostra che il mercato funziona sempre meno, è drogato dalla finanza tecnologica e volatile, e il liberalismo si riduce alla assurda pretesa di fare sempre e comunque ciò che conviene, da cui un laido garantismo per i devianti e i criminali, nonché la tolleranza suicida per chi vuole annientare la libertà. Tutto mi delude, tutto è vuoto. Tutto è finito. Non vedo prospettive neppure in una dimensione metafisica o escatologica: mi pare che Dio abbia fallito o abbia mollato un mondo che ha fallito, che non sarà, forse, alla sua resa dei conti, ma a me ogni cosa, ogni aspetto, ogni latitudine suggerisce un abominio. Di sicuro è finito il cristianesimo, per incapacità di reggere ai tempi, per la fellonia di troppi religiosi che accolgono il relativismo assoluto, ma, soprattutto, grazie ad un papa farabutto messo lì apposta per disperdere un patrimonio di duemila anni di fede. Lo sostituisce un Islam che resta religione di fanatici violenti, di barbari nella sua versione trionfante, al punto che neppure il consumismo è riuscito, di fatto, a scalfirlo. Le guerre sono ovunque e nessuno vuole realmente spegnerle; si parla di una, due per questioni di agenda mediatica, ma le altre venti, cinquanta, cento insistono, resistono per anni, per decenni con i loro carichi mostruosi di vittime e neanche lo veniamo a sapere. La tecnologia, più è seducente e più è perversa: serviva, dicevano, a liberarci, e sortisce l’effetto opposto, questa tecnologia autoritaria è appannaggio dei regimi, più o meno democratici, ma regolarmente meno e sempre meno, per controllarci, ricattarci, rinchiuderci. Come accaduto per la pandemia, che poi era un pretesto per avvelenare la popolazione mondiale, quella italiana in particolare. Adesso ad essere malati gravemente siamo decine, centinaia di migliaia e nessuno paga. Dovrei aspettarmi ancora un Dio che guardi giù? E perché dovrebbe? Poi ti dicono che Lui lascia libertà agli uomini, che sono gli uomini a mettersi nei guai allontanandosi dal Suo insegnamento. Ma gli uomini, i bambini sepolti dai bombardamenti, dalle macerie, che libertà mai hanno avuto? Provo serie difficoltà, e perfino imbarazzo, quando, a qualche trasmissione o in qualche intervista, vogliono sapere come la penso, dove mi butto: ammesso che sia interessante, e non lo è, non so rispondere. Non trovo niente da salvare. È tutto un abisso, un buco nero. Non capisco neppure quelli che, per reazione, per polemica, per contrario, dicono: l’Occidente fa schifo, allora meglio Putin o gli ayatollah. Lo faranno anche per provocare, o per interesse, o per idiozia, ma come fanno a non vedere che è la stessa identica cosa? Che gli autocrati come Xi e Putin, contro il globalismo, sono i personaggi più globalizzati? Che comunque le diversità sono più di metodo, di facciata, che di sostanza? Libertà, dicono, pluralismo, democrazia: non ce n’è da nessuna parte, a Mosca come a Washington, a Pechino come a Londra, a Dubai come a Roma. E tutto converge verso un autoritarismo oligarchico, pochi mascalzoni supermiliardari che si palleggiano il pianeta, condizionano i governi, impongono le loro visioni deliranti e finalizzate. Ipocrite, poi: più vaneggiano di transizioni, di ambiente, e più lo inquinano, loro, da soli come uno Stato intero. Un solo, infimo esempio: Bezos è uno di questi imperatori senza corona, che sostiene di voler tutelare l’ecosistema, ma se ordino ad Amazon un pacchettino con dentro un gingillo, mi arriva avvolto in una scatola enorme che contiene un involucro superfluo, che avvolge una confezione ridondante. Tutto uno spreco, che intossica, che inquina. Così per tutto. Divi e magnati girano per predicare misura e scrupolo ecologico a bordo dei loro jet privati, e il credo del loro Vangelo è: non avrai niente e sarai felice. Loro hanno tutto, veramente più di tutto, mai così troppo di tutto, e non sembrano così infelici. I presidenti occidentali sono sporchi e corrosi, quelli antioccidentali, alla guida di cricche di mafiosi e tagliagole, hanno patrimoni degni degli oligarchi tecnologici. I capi di Hamas stanno nei sultanati con uno stile di vita ultra-occidentale mentre quelli militari e il loro esercito di macellai vivono come ratti, nei tunnel. E la gente si divide, sceglie, preferisce? Ho smesso di distinguere, le guerre di conquista degli asiatici non mi piacciono, ma quelle di controllo degli americani non sono migliori, l’Europa è una puttana che va con tutti, i regimi africani non si schiodano da un tribalismo secolare e, per quanto l’Occidente, e solo lui, si batta il petto, l’Africa non smette di pagare anzitutto le sue colpe. Il guaio è che non sembra neppure in grado di operare un esame, una presa di coscienza, vanno sempre avanti nell’ottica del mendicante che si consegna ora a questo, ora a quel conquistatore. No, io non trovo ragioni per orientarmi, né per salvare il salvabile. Quindi non chiedetemi, non attribuitemi preferenze di sorta: non sentirete da me alcuno spiraglio per nessuna realtà, civiltà, regime, prospettiva. Mi pare che anche l’amore umano, la solidarietà istintuale diffusa, siano in agonia: ci si sfoga con le faccine, coi messaggi, ma la presenza, la vicinanza evapora. Da ammalato, ho maturato una riflessione un poco andante: mi sono confidato con qualche religioso, qualche sacerdote: è stato sbrigativo ma tutto sommato comprensivo, le solite parole di incoraggiamento. Poi è sparito, anche se mi abita a un centinaio di metri. Un tempo il prete era uno che andava a ristorare gli afflitti, i pazienti, oggi non si vede nessuno. Non credo riguardi solo me, i sacerdoti si sono trasformati in operatori sociali, faranno anche del bene, come si dice, ma a me paiono più trottole esaltate che non risolvono niente. Perché è vero che le necessità materiali e i disagi concreti vanno arginati, ma senza un conforto spirituale cosa rimane all’uomo? E qui di anima non parla più nessuno, parlano tutti di gender oppure parlano ai leggendari migranti, solo a loro, gli indigeni se ne facciano una ragione. Se le società sono dissociate, se la compassione è qualcosa da fuggire, come sperare che le nostre democrazie ne escano più forti, ne escano migliori? E poi, quali democrazie? Quelle che ci impediscono sempre più di scegliere, di esprimerci, di vivere, che ci iniettano veleni che ci fanno ammalare per poi curarci con altri veleni che ci scavano altre malattie e così via, in un cerchio infame senza fine, o meglio con la nostra fine? Democrazia, trasparenza, ma un potentato sovranazionale come la UE non ha mai reso note le procedure con cui ha negoziato miliardi di sieri tossici per centinaia di miliardi di euro. Provocando milioni di morti e di feriti. Una strage degna di un olocausto, ma i responsabili si assolvono fra loro, incolpano le vittime, si dicono pronti a a continuare o a ricominciare. La politica non esiste più, è stata inglobata nell’affarismo ladronesco, nella corruzione sistemica, i politici sono influencer e delle influencer tradiscono la stessa immoralità. Del resto, il travaso delle imbonitrici da social destinate alla politica è ampiamente maturo e se ancora non è avvenuto è perché qualcuno ha scaricato alle interessate un pandoro minato tra i piedi. Ma ci si arriverà, presto. Oggi i partiti non hanno e non cercano figure compatibili con la politica, preferiscono reclutare pregiudicati, depravati, ladri, malviventi, perfino omicidi e pedofili. Se li spartiscono, se li scambiano, se li contendono. Dicono gli ottimisti a oltranza: bisogna resistere, bisogna recuperare il senso delle nostre tradizioni. Scusate, quale senso? Quali tradizioni? Qui non c’è più niente e la prima cosa che manca è proprio il senso, la logica, la speranza, la ragione, la prospettiva, la possibilità di operare una inversione di tendenza. Verso dove, poi? E capisco che possa sembrare una soluzione anche comoda, così uno non si compromette, rifiuta tutto, passa la vita a dire io l’avevo detto: ma io nel mio disfattismo patologico realmente pago conseguenze definitive: non partecipo, non milito, non mi infilo, non abbocco, perdo lavori, resto fuori dai giri, non vado bene in nessun contesto sconto una diffidenza, peraltro giustificata, da parte del cosiddetto sistema. E che raramente mi capiti di sbagliarmi, che per lo più gli scenari che preconizzo poi si verifichino, non è una expertise ma una ragione di più per tagliarmi fuori. Ma che vuole, questo, che non è mai contento? Da marginale, da personaggio di nicchia, ma questo handicap c’è sempre stato, fin da quando ho cominciato a scrivere per mestiere e oggi lo sento più che mai. Il fatto che io abbia tanti lettori è da imputarsi esclusivamente alla mia misteriosa capacità di raggiungerli, obiettivo che non mi sono mai posto, succede e basta. Quello di cui sono certo è che le cose non cambieranno e comunque mai per migliorare; nel senso che anche la teocrazia woke è destinata a passare, però non ad essere superata: come tutte le forzature estreme, anche in questo caso la società reagirà per rigetto, dopo avere collassato, si riapproprierà delle proprie identità, del residuo buon senso, di una elementare lealtà etica; ma le scorie, come sempre, resteranno, i semi maligni non tarderanno a originare altri sistemi se possibile ancora più perversi. Tale mi sembra la vicenda umana della Storia, i suoi corsi, che in apparenza sono ricorsi ma in effetti sviluppano un determinismo inesorabilmente nel peggio, da cui l’uomo sociale si difende in modo sempre più disperato e impotente, fino a che non si arrenderà del tutto. Io mi porto avanti, all’alba dei 60 anni non ho più illusioni e neppure disperazioni, né scelte di campo da operare, tutto mi ha deluso, niente può ancora sollevarmi, se non, sporadicamente, qualche vecchio romanzo, qualche disco di jazz, qualche epico momento di un Novecento che sempre meno mi appartiene. MDP  Post Views: 737

Per leggere l'originale di Max Del Papa, collegarsi al link seguente (seleziona link, clic destro, vai alla pagina...)

https://ilfarodimaxdelpapa.altervista.org/ma-da-salvare-ancora-cosa-ce/



sabato 16 dicembre 2023

Buon viaggio, Lu!

 



Ieri, 15 dicembre 2023, a Catanzaro è deceduto Ludovico Scaramuzzino. Ludovico Scaramuzzino era mio fratello. Oggi, durante le esequie, mi rivolgerò a lui con le seguenti parole.

Caro Ludovico, caro fratello mio, eravamo in cinque tra fratelli e sorelle e tu sei il terzo che se ne va. Quando mi è stata comunicata la notizia del tuo ultimo, lungo viaggio, sono rimasto sgomento.  Ma questo sgomento non mi ha impedito di riprendermi e di pensare che fosse opportuno dedicarti queste mie parole, che, oltre ad essere le ultime, sono anche le parole che in precedenza non ti ho forse mai detto. Per pudore, per timidezza, certamente per discrezione, per quella discrezione che ha sempre caratterizzato i nostri rapporti ed ha conferito ad essi il fascino del rapporto familiare e dell'amore fraterno. Ebbene, fratello mio, sappilo che io ti ho voluto bene e ti ho amato, con quell'affetto che la tua scomparsa rende ancora più straziante ed è destinato a durare per sempre, a travalicare i confini della vita e della morte, del ricordo e della speranza, i limiti imposti alla nostra condizione di uomini. Io non posso dimenticare alcuni episodi della nostra vita in comune. Di quando, ancora bambino, correvo al pullman proveniente da Crotone, perché sapevo che c'eri tu che arrivavi. Ed io prendevo una lunga rincorsa e letteralmente correvo verso di te. E tu mi abbracciavi al volo, badando che non cadessi e rimanessi stretto tra le tue braccia. Io non posso dimenticare di quando venivo a trovarti a Crotone, dove tu frequentavi il liceo, e la sera mi portavi al cinema. Erano i primi anni cinquanta e, grazie a te, conobbi le meraviglie dello schermo ed i film di Stanlio e Ollio e di Totò. Ricordo quando tu giocavi al calcio in una squadra di Crotone ed io ero orgoglioso di te, perché tu per me eri un grande campione, forse il più grande di tutti i tempi. Poi siamo andati avanti insieme nella vita. Siamo cresciuti, abbiamo creato delle nuove famiglie, siamo stati un po' lontani e siamo anche invecchiati ovviamente. Abbiamo attraversato momenti lieti e tristi, ma qualunque fossero gli accadimenti della nostra esistenza, nulla di certo ha potuto affievolire il nostro affetto, quell'affetto che del resto ha caratterizzato i rapporti nell'ambito della nostra famiglia. Ora siamo qui, caro Ludovico. Di fronte alla solennità della tua scomparsa sono quasi incredulo  e stento a credere che resterò ancora più solo di quanto già fossi. Ma io continuerò a ricordarti e continuerò a pensare che, anche in questa nuova condizione, continuerò a sentire il soffio del nostro affetto e di un legame che continuerà ad esistere. Ciao. Addio, fratello mio. Riposa in pace.

Catanzaro 16/12/2023                                                            Ezio

 

mercoledì 13 settembre 2023

Un ladro a Scandale, racconto (inedito) di Ezio Scaramuzzino

 


Non so come stiano le cose adesso, ma, quando io ero bambino, al paese, al mio paese, a Scandale, di veri ladri non se ne vedevano in giro. E la cosa si spiega facilmente. Si trattava di un paese povero e piccolo, dove c’era poco da rubare. Le auto si contavano sulle dita di una mano. Al massimo, ogni tanto, spariva qualche gallina e non so fino a che punto potesse essere considerato ladro chi rubava solo per mettere qualcosa nello stomaco.

Le cose cambiavano un po’ quando arrivavano gli zingari, che si accampavano alla periferia del paese e destavano un po’ di allarme tra la gente. Ma anche loro si limitavano a vendere qualche utensile in rame, dopo qualche giorno ripartivano e la vita ritornava ad essere sonnacchiosa come prima.

Eppure, in questo clima quasi idilliaco, anche al mio paese venne alla luce un ladro, divenuto abbastanza famoso, anche se, c’è da precisarlo subito, a Scandale si era limitato a nascere, perché il ladro l’avrebbe fatto a Milano, dove in seguito avrebbe compiuto le sue gesta.

Si chiamava Francesco Restivo, aveva poco più di quindici anni ed era il primo di otto figli tra femmine e maschi. Era una famiglia povera quella dei Restivo, nella quale vigeva una curiosa usanza. La casa era costituita da un unico stanzone, dove erano distribuiti vari letti e lettini e dove  non c’era posto per tutti, per cui la sera l’ultimo che arrivava restava in piedi oppure andava a dormire all’addiaccio. Era diventata  famosa in paese e oggetto delle risate dei paesani la vicenda di Francesco che una volta, svegliatosi verso l’alba, aveva aperto gli occhi ed aveva detto al fratello che gli dormiva accanto: “Giuva’, pari ca vi‘a méndula” (Giovanni, ho l’impressione di vedere il mandorlo). Nulla di particolarmente grave. Era semplicemente successo che durante la notte una tempesta di vento aveva fatto volare la fragile copertura della casa, per cui all’interno aveva fatto capolino qualche ramo di un mandorlo che cresceva lì vicino.

Comunque, mandorlo o non mandorlo, mangiare o non mangiare, dormire o non dormire, Francesco ben presto si era stancato di fare quella vita miserabile.

Una sera, mentre erano intenti a mangiare una povera cena, nel silenzio generale, Francesco attirò l’attenzione di tutti e disse:

- Papà, mamma, fratelli miei, sorelle mie, io non ce la faccio più a vivere a Scandale. Sono il primo della famiglia e voglio essere il primo a cercare fortuna e a partire.

- E che ti manca qui?, replicò il padre.

- Niente manca, per chi si accontenta, ma a me manca tutto. Mi manca perfino l’aria ed un posto per dormire.

E dopo qualche giorno, in una fredda mattinata di gennaio dei primi anni cinquanta, Francesco abbracciò i suoi familiari e partì, per Milano precisamente. E siccome era un ragazzo sveglio ed intraprendente, oltre che senza scrupoli, riuscì a fare fortuna, anche se soltanto come ladro. Erano gli anni di Luciano Lutring, il solista del mitra, come era chiamato dai cronisti, ma il nostro Francesco non era a quei livelli. Era, si direbbe oggi, un ladro di serie B, ma approfittò del clima dell’epoca e, pur visitando abbastanza spesso le patrie galere, riuscì ad accumulare una discreta fortuna.

A Milano si sposò anche, con una ragazza del quartiere di Rogoredo, uno dei più malfamati della città. Stava sfuggendo ad una retata della polizia e si era infilato in un portone. Questa ragazza l’aveva visto, aveva capito tutto, l’aveva fatto entrare a casa sua con la complicità della madre che era sarta e vedova di uno dei tanti ladri della zona. Lo fecero nascondere in uno sgabuzzino a scomparsa, che in precedenza era stato  utilizzato dal marito della sarta, quando, anche lui, ogni tanto aveva bisogno di scomparire per qualche giorno, o per qualche ora.

Francesco si annoiava in quello sgabuzzino che prendeva aria e luce solo da un finestrino posto in alto: incominciò a sbuffare, poi a smaniare e, pur di aver qualcosa di cui occuparsi, tirò via dalla parete un calendario di frate Indovino. Ma quale fu la sua sorpresa quando si accorse che dietro quel calendario era stato praticato un foro! Accostò l’occhio e vide che quel foro dava direttamente sul laboratorio della sarta, anzi direttamente sul punto dove le clienti provavano i vestiti.

Vide di tutto quel giorno: seni, gambe, sederi, e vide anche una ragazza bellissima che lo mandò in estasi. Quando, verso sera, la ragazza che lo aveva salvato venne a portargli qualcosa da mangiare, Francesco ebbe l’idea di provarci, ma la cosa non andò a buon fine, almeno per quella prima volta. Le disse:

-Mi hai salvato e te ne ringrazio, ma ancora non so nemmeno come ti chiami. Io mi chiamo Francesco, Francesco Restivo e sono Calabrese.

-Sei un terùn, allora. Ma di dove, precisamente?

-Della provincia di Catanzaro, rispose genericamente, ritenendo  che fosse inutile dare indicazioni più precise.

-Ma proprio, proprio di Catanzaro?

-Beh, veramente sono di Crotone, replicò, ritenendo sufficiente questa indicazione.

-Ma proprio, proprio di Crotone?, continuò la ragazza

-Beh, veramente sono di un paesino a 20 km di distanza, Scandale, che certamente tu non conosci.

-Ma và a dà via i ciapp (vaff… in milanese). Mio nonno era di Scandale ed abitava in via Cafone del Molinaro. Si chiamava Tallarico ed io mi chiamo Cesira, Cesira Tallarico.

I due, ridendo, si scoprirono compatrioti, compatrioti all’estero e tutto questo indusse Francesco a diventare un po’ più audace e ad allungare una mano.

-Sta a l’indree, te se propri un pirla! (Stai dietro, sei proprio un cretino).

La cosa finì lì, al momento, ma i due si rividero in seguito, si frequentarono e qualche mese dopo si sposarono in una chiesetta della periferia, alla presenza di pochi invitati, tra i quali non mancavano alcuni rappresentanti della mala milanese.

Passarono gli anni e, grazie alla sua intraprendenza ed alla sua abilità, Francesco era intanto riuscito a raggiungere un certo livello di benessere, oltre ad una certa stima ed un certo rispetto nella cerchia dei ladri di Milano.Viveva in un bell’appartamento, vestiva elegantemente, aveva una macchina di lusso, viaggiava spesso, si poteva permettere quasi tutto. Tra l’altro viveva anche tranquillo, perché aveva ridotto la sua attività di ladro a pochi colpi, sicuri e quasi senza rischio.

Ma non era del tutto contento della sua vita. Intanto non era riuscito ad avere figli dalla sua Cesira, e questo gli dispiaceva molto, e poi ormai era troppo tardi per cercare di averne, perché stranamente, inspiegabilmente, si accorse che si sentiva vecchio. Ma la cosa che lo angustiava di più era una strana e struggente nostalgia che da qualche tempo lo aveva preso: nostalgia per il suo paese natio, per la sua famiglia di cui ormai sapeva ben poco e con cui già da tempo aveva tagliato ogni rapporto. Sapeva soltanto che i suoi vecchi erano morti, che molti suoi fratelli e sorelle erano emigrati in America, ma tutto in modo nebuloso e senza nulla di concreto.

Un giorno si decise ad affrontare l’argomento con Cesira.

-Tesoro, che ne diresti di trascorrere la nostra vecchiaia a Scandale? Qui non abbiamo nessuno e invece lì potremmo rifarci una vita, come se fossimo giovani e ricominciassimo da zero.

Cesira, che in fondo aveva piacere di conoscere i luoghi di origine della sua famiglia, si lasciò convincere facilmente. E l’anno successivo si ritrovarono al paese, dove acquistarono una villetta isolata in zona periferica.

Appena arrivato, Francesco andò a vedere con un po’ di ansia la casa in cui era nato, ma la trovò diroccata. Chiese discretamente notizie in giro, ma nessuno sapeva dargli notizie precise, per cui si mise il cuore in pace e non ci pensò più.

Decise di vivere la sua nuova vita in maniera discreta, limitandosi soltanto a frequentare gli ambienti della parrocchia e diventandone anzi uno dei frequentatori più assidui e convinti. Lui e la moglie non mancavano mai alla Messa domenicale, alle varie cerimonie liturgiche e Francesco ci tenne a diventare il presidente del comitato che organizzava la festa annuale della Madonna del Condoleo, di cui era diventato il finanziatore più generoso. Sembrava che con la loro nuova vita Francesco e Cesira volessero quasi espiare le turbolenze della loro vita precedente ed in tutto il paese erano apprezzati e discretamente riveriti.

Ancora oggi, se si va in visita alla chiesetta della Madonna del Condoleo a Scandale, è possibile sedersi su un banco che riporta una vistosa targhetta: DONO DELLA FAMIGLIA FRANCESCO E CESIRA RESTIVO.

Erano gli anni sessanta del secolo scorso e, in una serata di novembre, Francesco e Cesira avevano appena finito di cenare e si stavano preparando a vedere, in cucina, su un monumentale televisore in bianco e nero, la puntata settimanale della famosa trasmissione Lascia o raddoppia, presentata dal mitico Mike Bongiorno. Erano soli in casa, in vestaglia e pantofole, come d’abitudine, perché non erano soliti invitare qualcuno e d’altra parte, per il fatto di vivere in una villetta isolata, non avevano l’assillo di un problema allora molto diffuso in paese. I possessori di un televisore erano ancora molto pochi, fortunati o sfortunati che fossero, e questi pochi si vedevano ogni sera la casa invasa da parenti, amici e vicini, che accorrevano per vedere la TV allora ai primi passi.

La trasmissione era iniziata da un bel po’ ed i due erano molto attenti a seguirla, quando Francesco, che per deformazione professionale aveva sviluppato un udito eccezionale, ebbe l’impressione di sentire un rumore nella stanza vicina.

-Hai sentito?

-Che cosa?

-Un rumore strano.

-Non ho sentito niente. Cerco solo di sentire la trasmissione.

-Mah…

Dopo qualche minuto, Francesco ebbe l’impressione di sentire ancora un rumore provenire da una delle stanze.

-Hai sentito?

-Ancora?!

-Ho sentito un altro rumore.

-E io non sento niente.

-Mah…

Francesco continuava a stare attento ai rumori, ma non sentiva più niente. Pensò di essersi sbagliato. Dopo alcuni minuti ancora, sentì provenire chiaramente il rumore di una sedia che cade per terra. Questa volta non disse niente a Cesira.

Si alzò silenziosamente e aprì con delicatezza la maniglia di una porta che dava nel corridoio. Era tutto buio e silenzio. Si mosse con circospezione, lentamente, attento a non fare il benché minimo rumore e trattenendo quasi il respiro. L’aria tutt’intorno sembrava ferma e soltanto da una finestra poté notare che fuori una impercettibile brezza di vento moveva leggermente le foglie degli alberi rischiarati dalla luna. Avanzò in silenzio fino ad arrivare alla porta del suo studio. Aprì la porta, entrò, accese la luce e vide che tutto era in ordine. Continuò a procedere nel buio e si fermò davanti alla porta di un ripostiglio. Anche qui aprì, accese la luce, tutto in ordine. Continuò a procedere nel buio e si fermò davanti all’ultima porta del corridoio, che dava nel salone. Trattenne il respiro per qualche secondo, poi respirò profondamente, aprì e contemporaneamente accese la luce.

        Quello che gli si presentò davanti agli occhi fu come un fotogramma bloccato nella trasmissione di un video: due persone, apparentemente giovani, uno di fronte e l’altro di fianco, ciascuno con in mano due candelabri d’argento, che fino a qualche minuto prima facevano bella mostra di sé su una mensola del salone. I due erano rimasti bloccati dall’improvvisa accensione della luce, quasi incapaci di muoversi e con gli occhi spalancati davanti allo sconosciuto padrone di casa, che intanto si stava avvicinando.

Francesco si avvicinò lentamente, ma risolutamente, come spesso avviene nei sogni, quando i movimenti appaiono rallentati. Per prima cosa tolse loro i candelabri e li ripose su un tavolo, senza incontrare la benché minima resistenza. Poi disse:

-Mi conoscete? Sapete chi sono?

-No, non ti conosciamo, non sappiamo chi sei, ma perdonaci, perché noi rubiamo solo per necessità, rispose uno dei due.

-Allora ve lo dico io chi sono. Io sono Francesco Restivo. Avete mai sentito parlare di me?

-Certo che ne abbiamo sentito parlare. Ma non sapevamo che questa fosse casa tua. Ti chiediamo perdono.

E così dicendo, si prostrarono e caddero in ginocchio davanti a lui.

-Allora vi perdono. Ma per il futuro un consiglio ve lo voglio dare. Quando rubate, rubate soldi, non oggetti come i candelabri, perché i soldi sono di tutti e di nessuno ed è facile scambiarli, mentre i candelabri possono sempre essere rintracciati e questo può procurarvi soltanto guai.

Poi li prese entrambi per la collottola, li accompagnò alla porta, assestò ad ognuno dei due un solenne calcio nel culo e li lasciò liberi di scappare. Infine si voltò indietro e vide la moglie, a qualche metro di distanza, che lo aveva seguito in silenzio, senza profferire parola.

Ritornarono insieme verso la cucina, finirono di vedere la trasmissione in tv e poi, placidamente, andarono a dormire, senza particolari patemi. Avevano visto ben altro nella loro vita e non si allarmavano certamente per un fatto che, tutto sommato, essi consideravano abbastanza banale.

Al mattino, come sempre, Cesira fu la prima ad alzarsi dal letto. Andò in bagno, si agghindò un pochino perché doveva arrivare in paese a sbrigare alcune faccende, poi, in cucina, preparò il caffelatte per il marito ed il latte per sé. Poi andò a chiamare il marito, che arrivò mezzo addormentato, e si sedettero a fare colazione. Infine Cesira gli disse:

-Già che vado in paese, se mi dai i soldi, pago anche una bolletta dell’energia elettrica che sta per scadere.

-Lo sai dove tengo sempre il portafogli: nel primo cassetto della scrivania, nello studio.

Cesira vi si diresse, ma dopo un po’ disse ad alta voce:

-Non lo trovo. Non c’è nel primo cassetto.

-Non trovi mai niente tu. Guarda bene. Ci deve essere. Lo lascio sempre lì.

-Non c’èeeeeeee…

-Arrivo.

Francesco si alzò e di malavoglia si diresse verso lo studio. Aprì il primo cassetto, il portafogli non c’era. Aprì il secondo, non c’era. Aprì il terzo, non c’era. Incominciò a preoccuparsi e rovistò dappertutto. Infine si sedette sulla sua poltrona, sfinito e scoraggiato, e sotto il cuscino avvertì un rigonfiamento. Infilò la mano e tirò fuori il portafogli. Lo aprì, con il cuore in gola: c’era tutto, ma i soldi non c’erano. C’erano i documenti, alcune ricevute, ma i soldi non c’erano. Eppure ci dovevano essere: ricordava bene che qualche giorno prima aveva fatto un prelievo sul suo libretto postale ed aveva conservato ben 200.000 lire nel portafogli. E poi come c’era finito il portafogli sotto il cuscino della poltrona? Non sapeva spiegarselo.

Ad un certo punto ebbe come un lampo e capì tutto. Scoraggiato, si alzò in piedi, si avvicinò a Cesira e l’abbracciò, quasi per consolarsi di quello che gli frullava in testa.

-Tesoro, disse, ci hanno fregato 200.000 lire. Però, che tempi! che mondo! non c’è più rispetto per nessuno…che tempi…che tempi…

Ezio Scaramuzzino

lunedì 24 luglio 2023

Giorgia: un anno dopo

 


A che punto è il governo Meloni dopo circa un anno di attività? I sondaggi sembrano indicare, al  momento, un leggero calo per Fdi ed un leggero incremento per Lega e FI. Ma non è questo il punto, perché la situazione è in evoluzione, in attesa delle elezioni europee, ed ulteriori sviluppi non sono da escludere.

Piuttosto è possibile indicare un provvisorio, primo, bilancio della sua attività? Io l'ho votata questa maggioranza e non nascondo che avevo riposto su di essa grandi speranze. Ma posso ritenermi soddisfatto? Onestamente no, anzi sono abbastanza deluso, anche se continuo a sperare. Certo mi considero abbastanza scafato e non mi lascio incantare, o condizionare, dalle continue e violente critiche dell'opposizione, che si limita a fare il suo mestiere e finora si è limitata a chiedere le dimissioni di mezzo governo per i motivi più vari. "Lollobrigida è un ignorante, Nordio è un incapace, Piantedosi è un razzista, Santanché è una truffatrice", solo per ricordare alcuni casi.

Però...però tutto fila liscio per il Governo? Certamente no, anche se non dimentico alcuni aspetti positivi, come una certa stabilizzazione della situazione economica e finanziaria  ed un accresciuto prestigio, in ambito europeo e mondiale, del nostro Paese. Ma è tutto qui? E' tutto qui, purtroppo, a parte qualche sporadica iniziativa per tappare falle momentanee e qualche riforma, che per il momento si trova solo allo stato iniziale.

E di colpe se ne possono addebitare? Certo, qualche colpa c'è e non di poco conto. Rilevo subito qualche propensione di esponenti politici della destra a parlare troppo ed in modo poco opportuno, prestando così il fianco ad accuse che non sempre appaiono pretestuose. Ma la colpa più grande, l'errore più grande, l'inadeguatezza più grande si rileva, purtroppo, in quello che è da considerare attualmente il problema numero uno della politica italiana, cioè quello dei clandestini, con il conseguente problema legato all'ordine pubblico.

Per carità di patria, non parlo qui dei blocchi navali e del pugno di ferro di cui parlava la Meloni in campagna elettorale. Capisco bene che una cosa è promettere, altro è mantenere le promesse.

E poi non vedo in giro altri politici che, come Salvini, siano disposti a metterci la faccia ed eventualmente a pagare di persona. Noto ancora che lo stesso Piantedosi, che all'inizio sembrava pieno di tanto fervore, attualmente appare dimesso e rientrato nei ranghi.

D'altra parte la Meloni ormai, pur di non essere attaccata, attua in merito una politica di completo appiattimento e, come coloro che l'hanno preceduta, fonda le sue speranze sul coinvolgimento dell'Europa, con una politica , che da circa trent'anni appare ormai nauseante e stomachevole, oltre che buona soltanto a guadagnare tempo.

Intanto gli sbarchi continuano con un crescendo allucinante e spaventoso, mentre lei, la Meloni, è tutta indaffarata ad organizzare meeting, incontri bilaterali e conferenze varie.

Ora se lei non capisce, o fa finta di non capire, che i clandestini sono il problema numero uno dell'Italia; che questo grosso problema ha ricadute tragiche ed irreversibili sull'ordine pubblico; che anche la stessa tenuta economica del nostro Paese è strettamente collegata a questo problema, a causa delle spese infinite che esso comporta e che non sono adeguatamente compensate dall'UE; che il nostro Paese, in ogni caso, anche per la sua dignità, non può diventare la fogna di raccolta di tutti i mali e di tutti i problemi del mondo; che chi l'ha votata e/o ha creduto in lei è sempre più sbigottito di fronte alle cifre sempre crescenti di questa alluvione.

Orbene, se la Meloni non capisce tutto questo, è destinata a scomparire quanto prima anche lei, come le tante meteore che l'hanno preceduta.

Giorgia, ti prego, datti una mossa!


giovedì 15 giugno 2023

Parce sepulto

 



Da qualche tempo avevo  preso l’abitudine di impostare i miei rari interventi di commento politico su un registro di leggerezza e di disincanto, ormai convinto del fatto che la politica italiana spesso si muove in un’atmosfera da minuetto o da commedia. Ma, di fronte alla scomparsa di  Berlusconi, mi sono accorto che un atteggiamento del genere sarebbe stato del tutto fuor di luogo. Il cordoglio per la sua scomparsa è stato quasi unanime, a prescindere dalle convinzioni politiche di ognuno. E dico “quasi”, perché anche in tale circostanza il solito gruppo politico-“culturale” non ha mancato di far sentire la sua voce dissonante, sulla scia di un antiberlusconismo monomaniacale.

Nel giornale di riferimento, martedì 13 giugno, l’articolo di fondo era costituito da una serie interminabile di parole, di nomi e di riferimenti distorti alle vicende politiche e giudiziarie del cavaliere, con il chiaro intento di demonizzarlo e di evitare che l’Italia tutta diventasse “un’immensa Mediaset a reti unificate”.

L’autore dell’articolo non riusciva a capire che quella cavalcata a ritroso tra le vicende del Berlusca costituiva invece la riabilitazione del calunniato, perché ricordava, ove mai ce ne fosse stato bisogno, che quell’uomo, quell’imputato, era stato sottoposto a 37 processi e che solo in uno  era stato condannato per evasione fiscale, con una sentenza risibile in un processo da repubblica delle banane. Ma tant’è. Bisogna fare il callo anche a questo.

Berlusconi fu un grande imprenditore e, in tale veste, rivoluzionò il mondo della comunicazione, della TV, dello sport, dello spettacolo. Fu anche un valente uomo politico. Era un liberale (non liberal, come nel mondo anglosassone) e volle estendere i confini della libertà oltre i confini angusti delle libertà individuali, fino ad abbracciare il mondo delle imprese, del commercio, dell’economia, della finanza. Fu a lungo Presidente del consiglio, ma non sempre riuscì a mettere in pratica i suoi intendimenti, dal momento che i suoi alleati, Bossi, Casini, Fini, più che collaborare, si rivelarono bravi ad aguzzare l’ingegno solo per creargli difficoltà.

Berlusconi ha dato il suo nome ad un intero ciclo della vita politica italiana, rivoluzionando anche il linguaggio politico e perseguendo un contatto diretto con gli elettori. E’ stato spesso calunniato ed avversato in modo feroce e spasmodico dai suoi oppositori, ma, nonostante tutto, ha conosciuto anche momenti di gloria. E mi piace ricordare tra questi eventi gloriosi l’incontro tra Bush e Putin a Pratica di Mare, perseguito, favorito e realizzato da Berlusconi, mentre il mondo, dopo il terribile attentato alle Torri gemelle, era alla ricerca di un periodo di pace sincera e di collaborazione tra le grandi potenze ex-nemiche. Ricordo ancora la ricostruzione post-terremoto in Abbruzzo, con il G7 all’Aquila ed il discorso di Onna, che costituì forse il momento più alto della sua carriera politica, con il suo chiaro tentativo di riconciliazione nazionale.

Negli ultimi tempi, è vero, la stella politica di Berlusconi si era appannata, a causa degli scandali sessuali, ingigantiti dalla magistratura e che comunque lo hanno visto assolto in tutti i processi. Ma non basta essere assolti per recuperare in pieno la propria credibilità. Un uomo politico di primo piano, un Presidente del Consiglio, anche se non commette reato, non può accompagnarsi disinvoltamente a ragazze sconosciute, che poi magari ti si mettono pure contro  e ti ricattano. E soprattutto Berlusconi è colpevole di non aver capito, o di non aver voluto capire, che quelle accuse non screditavano soltanto lui, ma colpivano e screditavano anche il movimento politico che egli aveva creato, sconcertando e avvilendo molti di coloro che avevano creduto in lui. Ed io tra questi.

Ma anche motivazioni politiche più profonde avevano incominciato a minare le fondamenta del suo movimento politico. Avvilito dalla pur ingiusta condanna penale per evasione, espulso dal Senato per la legge Severino applicata per la prima ed unica volta a suo danno, alla fine Berlusconi, l’indomabile, l’eroico, aveva finito con il diventare più cedevole e più disposto a rendersi accetto a quella parte che in Italia da sempre controlla le leve del potere effettivo. Negli ultimi tempi, pur dimostrandosi leale nei confronti del governo Meloni, troppo egli insisteva sulla sua presunta differenza con gli altri partners, che egli definiva “la destra”, mentre il suo partito avrebbe costituito il centro moderato e ragionevole. E non è da escludere che questi continui distinguo probabilmente possano avergli alienato molte simpatie degli elettori di destra.

Ma qui non intendo celebrare un processo politico o penale. Dinanzi alla dipartita del cavaliere, dinanzi alla dipartita di un uomo che ha comunque segnato la storia degli ultimi trenta anni, è soltanto opportuno fare l’unica cosa dignitosa e non sciacallesca che possa esserci concessa: partecipare al dolore ed attendere…Buon viaggio, cavaliere.