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martedì 16 dicembre 2025

Lettera aperta a Enzo Voce, Sindaco di Crotone.

 


Caro Sindaco, caro Enzo, caro amico e collega,

sono un po' triste. Non per i premiati, a dire il vero, cui auguro ogni bene e rivolgo i miei complimenti, ma per me stesso. Leggo sovente, un giorno sì e l'altro pure, di qualcuno che, nella sala consiliare "Falcone e Borsellino" del Comune di Crotone, riceve da te un attestato, o un premio, o una benemerenza, o una menzione speciale, o una pergamena, o una medaglia, o un riconoscimento, o un certificato di merito con una delle tante motivazioni con le quali il Comune di Crotone ha deciso di segnalare e di premiare i cittadini meritevoli. Ho fatto un calcolo approssimativo e ne ho dedotto che, di questo passo, tra qualche anno quasi certamente io sarò rimasto l'unico cittadino di Crotone a non aver ancora ricevuto un premio. Ormai ho una certa età e so bene che, più passa il tempo, più le mie speranze si affievoliscono. Caro Enzo, a questo punto, se per caso ti capiterà di leggere questa mia lettera, mi permetto di confidarti, anche per via degli antichi rapporti di amicizia e di colleganza,(ma la cosa resti tra di noi), che anche a me non dispiacerebbe ricevere un attestato, qualsiasi attestato. Io so bene di non avere particolari benemerenze, che  consentano di giustificare il tutto, ma, se ciò dovesse crearti qualche problema, mi permetto di darti un suggerimento. Perché non aggiungere un ultimo premio all'elenco di cui sopra e conferirmi un riconoscimento del seguente tenore?!?: Ad Ezio Scaramuzzino, cittadino esemplare, che ha sempre pagato tutte le tasse ed ha sempre rispettato tutte le leggi, il Comune di Crotone, riconoscente, consegna un attestato con la seguente motivazione: "E' l'unico cittadino di Crotone, ancora in vita, a non aver mai ricevuto un attestato". Con immutato affetto. 

Ezio Scaramuzzino



venerdì 18 ottobre 2024

A proposito di Piazzale Nettuno

 

Vale la pena di riannodare le fila di quanto accaduto di recente a proposito dello sgombero di Piazzale Nettuno, a Crotone, per versare qualche lacrimuccia, o, meglio, per fare qualche sorriso, che oltretutto fa pure bene alla salute. Tutto inizia l’11 ottobre, quando nella chat di riferimento Marisa Cavallo, rappresentante della Lega in Consiglio Comunale, oltre che esponente del Movimento politico-culturale Popolo e Identità, comunica con legittima soddisfazione che, su sua richiesta con interpellanza, il Sindaco Voce ha provveduto  a ripulire Piazzale Nettuno, sgomberandolo dei tanti immigrati e clandestini, che ne avevano fatto un bivacco maleodorante ed indecoroso. Leggo e mi compiaccio, ma il compiacimento dura poco. Perché subito dopo su un sito cittadino appare un comunicato duro e minaccioso, che parla di “gravi preoccupazioni”, di decisione “inaccettabile”, di “propaganda politica”. Il tutto non solo in riferimento allo sgombero del Piazzale, ma soprattutto in relazione alla presunta, mancata sistemazione dei clandestini dopo lo sgombero, pur prevista e sollecitata nell’interpellanza di cui sopra. Nell’attesa di vedere in fondo chi è/sono l’autore/gli autori della nota, leggo con una certa apprensione e leggo lentamente. Anche perché, mentre leggo, mi viene pure da pensare. Vuoi vedere, mi dico, che gli autori della protesta hanno accolto i clandestini a casa loro, hanno dato loro da mangiare, da dormire in una stanza accogliente ed in un letto accogliente, e noi invece non abbiamo fatto nulla di tutto questo, per cui alla fine saremo i “cattivi” della situazione? Poi mi tranquillizzo, perché mi ricordo di Mimmo Lucano recentemente condannato dalla Corte dei Conti a risarcire 500 mila € sperperati nell’assistenza ai migranti; mi ricordo, in un altro contesto, di Salvatore Buzzi, di  Mafia Capitale che, intercettato, diceva che i migranti rendono più della droga; mi ricordo di tanti altri episodi consimili. E mi tranquillizzo, certo, ma solo in parte. Perché questi pensieri non ne escludono altri. Vuoi vedere che magari  i clandestini di Piazzale Nettuno sono stati accolti dalle suore di Santa  Teresa di Calcutta, le Missionarie della Carità? Ma che c’entra?, mi rispondo da solo, le suore di Santa Teresa non ci sono qui da noi. Certo, non ci sono, ma chi può escludere che in una settimana abbiano costituito una fondazione, un centro di accoglienza, senza che io ne sia venuto a conoscenza?  E poi un’altra cosa mi procura un po’ di ansia, anche perché io mi allarmo facilmente.  Leggo di “gravi preoccupazioni”, “non possiamo permettere”, “conseguenze delle proprie azioni”. Vuoi vedere che costoro non soltanto non ci ringraziano, ma alla fine ci chiedono pure i danni morali ed esistenziali per le preoccupazioni loro procurate? Curnuti e mazziati, come si dice da noi. E nel frattempo, intanto, tra un pensiero e l’altro, sono giunto alla fine. Leggo le sigle dei firmatari  e la mia mente passa dalla tranquillità al sopore, poi al sonno. E finisco con l’addormentarmi. Nel sonno rivedo  e rileggo le sigle,  tutte orbitanti in quella galassia di organizzazioni della sinistra che hanno fatto di tutto per far diventare l’Italia il porto franco dei disperati di tutto il mondo. C’è l’ARCI, ovviamente, al primo posto; poi c’è Legacoop, in una sezione dedicata, (te pareva?), al settore immigrazione; poi c’è Sial Cobas, sindacato autonomo che si colloca a sinistra della CGIL, il che è tutto dire; poi c’è l’ANPI, Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, con i suoi 153.000 (!) iscritti, quelli che vanno in giro a cantare “Bella ciao” e pretendono di essere i continuatori dei veri partigiani, ormai tutti defunti (o quasi); infine c’è Laicitalia, che nel suo statuto si propone di “liberare l’Italia dalle ingerenze clericali” e che, par di capire, con l’immigrazione c’entra come i cavoli a merenda. E, last but not least, isolato, in coda, c’è un signore, Filippo Sestito, che si firma in proprio e che quindi dovrebbe rappresentare se stesso. E invece rappresenta l’ARCI (ancora!), ma è anche uno dei fondatori di Ambiente e salute. Capisco. E’ uno di quelli che mangiano compatibile, vestono compatibile, viaggiano compatibile, dormono compatibile, vivono nel loro mondo compatibile e non si accorgono che la compatibilità e la sopportabilità della gente sono al limite.

P.S. Leggo, dopo un’ora, un comunicato del PD. E poteva mancare? Er mejo fico der bigonzo, come dicono a Roma. Il testo è insolitamente moderato, forse perché ci sono imminenti elezioni in varie regioni italiane. IL PD si accontenta di sapere se, in mancanza d’altro, almeno è stato fatto un monitoraggio delle esigenze dei migranti. Insomma, cara consigliera Cavallo, il PD ti chiede: -Tu, prima di richiedere lo sgombero, sei andata almeno in Piazzale Nettuno, munita di carta, penna (e calamaio, aggiungo io) a chiedere ai migranti che cosa vogliono? E dopo che hai fatto le domande, hai almeno preparato uno straccio di mappa, foglio excel, elenco, dei desiderata dei migranti? E poi l’hai consegnato al Comune? No???!!! Male, io ti boccio o almeno ti rimando a settembre. “E tu chi sei”, chiede la Cavallo. “Io so’ io, conclude il PD, e tu non sei un c…” . Giusto come il Marchese del Grillo.

Ezio Scaramuzzino

Popolo e Identità

 





venerdì 24 maggio 2024

Una montagna di rifiuti e di chiacchiere

 


E' effervescente a Crotone il dibattito sui rifiuti tossici da smaltire, soprattutto dopo l'intervento inatteso del governatore Occhiuto. Quest'ultimo  ha ritenuto di dover sostenere la posizione del Sindaco Voce, inducendo alcuni commentatori ad ipotizzare una convergenza politica dei due, quale premessa di una futura collaborazione. Chi vivrà, vedrà. Incomincio col dire che non ho difficoltà ad ammettere la mia inadeguatezza sull'argomento, dal momento che io non sono un tecnico, né ho la pretesa di esserlo. Né sono un tuttologo. Conosco l'argomento solo per quanto ho letto sui giornali, ma è chiaro che, come ogni Crotonese, mi sono fatto delle idee e, per quel che può servire, le esprimo in questa sede. Parto da alcuni, pochi dati di fatto, comunemente noti:

1- I rifiuti tossici in questione, a parere degli "esperti", ammontano a più di un milione di tonnellate.

2- Nel 2019 si era convenuto da parte di tutti, compresa ENI, di trasferire altrove questi rifiuti per lo smaltimento/tombamento.

3- Vista l'inerzia delle parti, nel 2023 è stato nominato commissario "ad acta" Errigo, generale in pensione della gdf, il quale però finora non ha concluso un beata mazza.

4- ENI dichiara attualmente che è impossibile trasferire altrove i rifiuti, per l'inesistenza in Italia di un adeguato numero di siti idonei, e che, per quel che è possibile, sarebbe opportuno smaltire o tombare i rifiuti in sede locale, con l'esplicita promessa di soldi per la città di Crotone in compensazione dei danni subiti.

Si tratta, come è facile constatare, di un'impresa immane. Qualcuno ritiene che per il bilancio di ENI il trasferimento e/o lo smaltimento/tombamento sarebbe una iattura non molto diversa da quella che il Superbonus è stato per il bilancio dello Stato italiano. E questo spiegherebbe molte cose. Certo, l'indignazione resta, ma il problema, seppur grave, non appare di facile soluzione. Per il resto è bene considerare che  i conti normalmente  si fanno con quella che è la realtà effettuale e non con quelli che sono i nostri desideri. Perché è facile volere, desiderare e pretendere sempre di più, facendo a gara con quello che vogliono, desiderano e pretendono gli altri, magari anche per dimostrarsi più bravi e più intransigenti degli altri. Ma in casi del genere non è da escludere che alla lunga si possa restare, come si dice in linguaggio aulico, "cu ru culu ruttu e senza cirasi". Tradotto, per chi non conosce il linguaggio aulico, "con il culo rotto e senza ciliegie". Questo è quanto penso attualmente, ma, ovviamente, sono disposto a ricredermi nel caso di ulteriori, positivi sviluppi. Positivi per noi Crotonesi, ovviamente.

Ultim'ora. Leggo che il generale Errigo ha convocato i carabinieri perché individuino in Italia e all’estero  idonei impianti di trattamento dei rifiuti di cui trattasi. Ho l’impressione, anzi la quasi certezza, che si tratti dell’ennesima presa per il c…, giusto per prendere un po’ di tempo. Ancora.

Ezio Scaramuzzino

mercoledì 17 agosto 2022

La banalità del male

 


Durante la fiaccolata di ieri,  16 agosto 22, svoltasi a Crotone in solidarietà al giovane Davide Ferrerio, aggredito e ridotto in fin di vita da un quasi coetaneo, faceva bella mostra di sé un unico striscione con la scritta CROTONE DICE NO ALLA VIOLENZA. Ferma restando la nostra vicinanza alla vittima e alla famiglia, oltre che il nostro apprezzamento per l’iniziativa, ci si chiede se tutto sia andato per il verso giusto e se la cerimonia debba considerarsi inappuntabile nel suo svolgimento.

Intanto perché definire fiaccolata un percorso di poche centinaia di metri e con poche fiaccole rispetto al numero dei partecipanti? Perché non si è ritenuto opportuno utilizzare tutto, o in buona parte, il lungomare, cosa che avrebbe avuto un impatto emotivo ben più importante per l’intera città?

E poi perché quell’unico striscione così banale  nella sua disarmante pochezza? Crotone dice no alla violenza e la cosa non fa una piega, ma ci si chiede se oggi possa esistere in Italia, in Europa, nell’universo mondo una qualche città, un paese, un borgo, un quartiere, un condominio che dice sì alla violenza. C’era bisogno di farlo sapere, era tanto importante divulgare una notizia così originale?

Forse si poteva evitare qualunque striscione, ma, se proprio si voleva, si poteva scrivere CROTONE: PERCHE’ TANTA VIOLENZA?

Perché è legittimo chiedersi:

Perché a Crotone una simile, disumana violenza, anche se ormai questa è un dato costante della nostra società?

Perché, pur potendolo fare, nessuno è intervenuto a difendere il giovane?

Perché l’aggressore, di origine Rom, pare oltretutto senza alcun motivo plausibile, ha deciso di farsi “giustizia” da solo in modo così feroce?

Si spera che l’inchiesta giudiziaria possa far luce su tutti gli aspetti della vicenda e che il colpevole sia condannato ad una pena esemplare, ma gli aspetti reconditi e sociali della vicenda non saranno mai analizzati e disvelati, se non ci sarà la volontà politica di risolvere alcuni nodi e problemi che da troppo tempo attanagliano il nostro vivere quotidiano.

Perché finora le tragedie, nel nostro Paese, sono spesso, se non sempre, servite a fare passerella. E anche ieri qualche politico e i vari sindaci in prima fila e con la fascia tricolore non sono mancati. Non potevano fare un passo indietro, o almeno di lato? Non era meglio consentire che fosse solo la società civile ad esprimere il suo dolore ed il suo sgomento? Qualche politico  ha anche manifestato l’intenzione di costituirsi Parte civile nel processo. Vedremo se avverrà e a che titolo. E, tanto per non lasciarci privi di indicazioni culturali, non è nemmeno mancato un Reverendo che, durante la cerimonia nella piazzetta del Carmine, ha ritenuto opportuno ricordare l’insegnamento del Mahatma Gandhi, piuttosto che quello del Vangelo, evidentemente ritenuto non adeguato alla bisogna.

Per intanto tutto sembra convergere verso un unico fine, quasi a voler confermare il titolo di un famoso saggio di Hannah Arendt sulla banalità del male.

Ezio Scaramuzzino

(seguono 16 firme dell'Associazione politico-culturale Popolo e Identità)

martedì 20 agosto 2019

Crotone, viale Gramsci by night



Una foto di Viale Gramsci, il lungomare di Crotone, scattata alle 21.30 di stasera 20 agosto 2019. Il tratto raffigurato è quello in cui una recente ordinanza comunale ha vietato ogni forma di parcheggio, sosta e transito dalle 20.30 all'1 di notte per tutta l'estate fino al 15 settembre 2019.
        Come può facilmente notarsi, la ressa della gente supera ogni umana aspettativa, gli spintoni e le liti per passare sono un fatto continuo e non trovasi un angolino libero nemmeno per respirare. Non parliamo poi dell'affluenza clamorosa dei clienti nei pochi locali pubblici della zona, che, verosimilmente, sono stati i primi a partorire l'idea e a suggerirla poi agli amministratori che, naturalmente, l'hanno recepita senza battere ciglio. Bisogna soltanto suggerire a chi di competenza di inviare sul posto qualche vigile in più, che possa regolare il traffico umano ed evitare quindi ingorghi paurosi, oltre che pericolosi per l'incolumità delle persone. Bisogna in ogni caso essere grati al nostro sindaco Ugo Pugliese per la felice idea, partorita con lungo travaglio delle meningi  di tante persone e poi portata felicemente ad esecuzione.
Io, che abito nella via interessata, posso garantire che lo spettacolo della folla traboccante e tumultuosa si ripete ogni sera e non è da escludere per il futuro un maggiore e più proficuo utilizzo della via in questione, magari similmente a quanto avviene a Siena per il Palio e l'utilizzo di Piazza del Campo.
      Un solo suggerimento ai nostri amministratori. Gli abitanti della via chiedono unanimemente ed a gran voce che il divieto venga esteso almeno fino alla fine dell'anno e che, in alternativa, l'ordinanza venga mutata da provvisoria a definitiva, in modo che possa allietare per il futuro la vista e l'udito dei nostri figli, dei nostri nipoti, dei nostri pronipoti, per omnia saecula saeculorum. Amen.
Ezio Scaramuzzino

domenica 28 ottobre 2018

Il mare proibito



        Dopo una lunga interruzione, da qualche giorno ho ripreso le mie fatiche di footing mattutino: 8-10 Km quasi ogni giorno da casa mia fino alla Casa Rossa  e talvolta anche più in là. Rivedo i soliti posti,  di cui ormai conosco a menadito ogni angolo, le solite case, i soliti lidi, posso dire anche le solite pietre, e noto che tutto è eternamente uguale a se stesso, tranne che per un particolare, cui in un primo momento non avevo fatto caso. Me ne sono accorto l’altro giorno, quando, dovendo appartarmi un attimo per sbrigare una “faccenda privata ed urgente”, ho notato che la deviazione verso il mare, dove già altre volte mi ero diretto alla ricerca di un gigantesco eucaliptus, testimone silenzioso e discreto delle mie irrorazioni,  era sbarrata da una siepe metallica.
Mi sono trattenuto ovviamente, pur con qualche disagio, ed ho cercato qualche altra deviazione. Inutilmente. Lungo la strada per Capocolonna, fino alla Casa Rossa e oltre, non c’è più un passaggio libero, che consenta di accedere comodamente e liberamente verso il mare. O almeno io non ne ho trovati e/o non ne ho visti. Dovunque cartelli vagamente minacciosi: “ Divieto di accesso”, “Proprietà privata” (foto2) e simili. E’ pur vero che in un paio di posti ho notato che qualcuno aveva malamente abbattuto o tagliato un pezzetto di siepe, fino a creare un varco, seppure malagevole e precario, dove il passaggio risultava comunque pericoloso, ma questo non cambia in nulla la sostanza del problema.
Foto2

Se poi ti soffermi a guardare oltre la prima rete di sbarramento, ti accorgi che è stata creata anche una seconda rete di sbarramento dal lato mare. E questa seconda rete in molti punti è a breve distanza dal bagnasciuga (foto 3), a non più di 3-4 metri dall’acqua, impedendo l’accesso anche sulla spiaggia.
Ci pensate? Le spiagge sono diventate private?! Ma una volta  tutta la zona fino a 150 metri dal mare, tranne casi particolari, non costituiva il demanio?! O le leggi sono cambiate? E, dopo aver venduto le spiagge, sarà anche possibile vendere il mare?
Mi rassegno all’evidenza, scatto qualche foto, prosieguo il mio allenamento, ma ciò non mi impedisce di riflettere. Per deformazione professionale mi tornano in mente tanti brani letti nel corso della mia vita.
Ma piú in là ancora l'occhio mio non poteva indovinar cosa fosse quello spazio infinito d'azzurro, che mi pareva un pezzo di cielo caduto e schiacciatosi in terra: un azzurro trasparente, e svariato da striscie d'argento che si congiungeva lontano lontano coll'azzurro meno colorito dell'aria… …D'improvviso i canali, e il gran lago dove sboccavano, diventarono tutti di fuoco: e quel lontanissimo azzurro misterioso si mutò in un'iride immensa e guizzolante dei colori piú diversi e vivaci. Il cielo fiammeggiante ci si specchiava dentro, e di momento in momento lo spettacolo si dilatava, s'abbelliva agli occhi miei e prendeva tutte le apparenze ideali e quasi impossibili d'un sogno. Volete crederlo? Io cascai in ginocchio……Adorai, piansi, pregai…(Ippolito Nievo, Memorie di un ottuagenario).
Il mare non ha paese nemmen lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole (Giovanni Verga, I Malavoglia)
Mi viene da pensare con un sorriso che, se a Crotone nascesse un nuovo Nievo o un nuovo Verga e dovesse raccontare una situazione del genere, sarebbe costretto a rinunciarvi o sarebbe costretto a cambiare la trama del suo romanzo.
Poi ritorno ad osservare la fila ininterrotta di siepi e qualche volta, su un rialzo, ho la possibilità di intravedere il mare recluso e lo sciabordio dell’acqua che, in un futuro prossimo venturo, vedo destinati ad essere goduti solo  da un pubblico pagante. Mi si stringe il cuore.
E’ un segno dei tempi, forse. In un mondo che si sta disfacendo, come su un Titanic destinato ad infrangersi, chi può, vuole accaparrarsi ciò che resta di liberamente fruibile, in una disperata rincorsa alla sopravvivenza, a spese di coloro che sono destinati ad essere sommersi.
Ma può darsi che io abbia una visione distorta delle cose ed è perfettamente possibile che tutto ciò che è accaduto sia lecito. Resta un’ultima domanda: è possibile chiedere a chi ha il dovere dei controlli, il Sindaco di Crotone, la Polizia Municipale, la Capitaneria di Porto, la Guardia Costiera, che non deve più raccogliere immigrati clandestini in mare e quindi ha molto più tempo a disposizione, di vedere se tutto è stato fatto nel rispetto delle leggi? Che nessun abuso è stato commesso? Questi lavori di recinzione sono certamente durati delle settimane. Possibile che nessuno ha visto? Possibile che nessuno ha da ridire su niente?
So che i tempi sono feroci e che non c’è tempo per i sogni e per la poesia. Ma deve essere proprio questo il nostro destino?
Foto3

Ezio Scaramuzzino

giovedì 2 agosto 2018

Un giorno di ordinaria follia



File all'Ufficio Anagrafe di Crotone per il rilascio della nuova Carta d'Identità Elettronica.









Sono andato all’Ufficio Anagrafe del Comune di Crotone per il rinnovo della Carta d’identità. Capita ovviamente. Una volta ti scade la Patente, una volta il Tesserino fiscale, poi è il turno della Carta d’identità. Mi piace razionalizzare i tempi e quindi, prima di recarmi in ufficio, ho provveduto diligentemente a documentarmi. Ho appreso così che il Comune di Crotone, tra i primi in Italia, rilascia solo la CIE, la Carta di Identità Elettronica per chi ancora non avesse familiarizzato con l’acronimo, allo scopo di adeguarsi ai tempi e soprattutto allo scopo di rendere più semplice la vita dei cittadini.
Il sito internet del Comune ci tiene a far sapere che “Per l'emissione della nuova CIE occorrono circa 20 minuti (salvo problemi tecnici)”. Ho fatto quindi i miei bravi calcoli sul tempo da ripartire tra i vari impegni della giornata e, dopo aver preparato i pochi documenti da esibire, baldanzoso e fiducioso mi sono presentato. Appena varcata la soglia, sulle prime ho temuto di avere sbagliato indirizzo o orario: una ventina di persone, tra le quali molti extracomunitari, stava in fila dietro una porta chiusa in atteggiamento tra il rassegnato e/o il disperato.
Mi ci è voluto un po’ di tempo e qualche domanda ai presenti per capire che quello era proprio l’ufficio che cercavo. C’era poco da fare: bisognava soltanto rassegnarsi e mi sono messo diligentemente in coda. Bastava solo considerare in aggiunta che i circa 20 minuti di media, di cui si parlava nel sito del Comune, andavano ovviamente moltiplicati per il numero delle persone.
Nelle code, come nelle sale d’attesa, in genere le persone sono un po’ più disponibili, quindi il mio vicino di fila ha subito provveduto ad aggiornarmi. Ho così potuto sapere che la porta, in quel momento chiusa, si apriva solo all’espletamento della pratica precedente, in media ogni mezz’ora, e che bisognava sperare di rientrare nel numero dei fortunati, perché  all’ora di chiusura la porta non veniva più riaperta. Mi ha fatto sapere infine che era lì in coda per la terza volta, perché la prima volta era stato escluso dall’orario di chiusura  e la seconda volta perché la foto non andava bene.
Non nascondo che ad un certo punto, un po’ per il caldo eccessivo, un po’ per le notizie fornitemi, ho avuto una sorta di mancamento che deve  avermi fatto barcollare, perché il mio interlocutore mi ha chiesto con insistenza se mi sentivo bene. L’ho rassicurato e mi sono fatto forza. Poi ho chiuso gli occhi.
Mi sono rivisto in un famoso film del 1993, Un giorno di ordinaria follia, con Michael Douglas. Nel film un ex marine rimane bloccato in un ingorgo stradale mentre sta entrando a Los Angeles. Esasperato, impazzisce, prende un mitra e scorrazza per la città compiendo una strage di persone inermi e innocenti. Beh, a quel punto anche io sono uscito dall’Ufficio Anagrafe, sono corso in macchina, ho preso una pistola gelosamente custodita, la mia Beretta 7,65 e mi sono diretto verso il Municipio. Ho scansato con uno strattone un agente di guardia sul portone, ho preso le scale e mi sono diretto verso l’Ufficio del Sindaco al primo piano. Ho dato una spallata alla porta, sono entrato, l’ho visto, ho sparato.
Mi sono sentito toccare. Era il mio vicino di fila che ritornava a chiedermi se mi sentivo bene, perché mi aveva sentito ripetere con un filo di voce “Pum, pum!”.
Ho riaperto gli occhi. Contemporaneamente  una gentile donzella usciva per avvisare che, a causa di una interruzione della connessione internet, tutto era rinviato al giorno successivo. Me ne sono andato anche io, come tutti, con qualche mugugno.
Qualcuno vorrà sapere come è andata a finire. Beh, qualche giorno dopo, al secondo tentativo, di pomeriggio, mi è andata bene: sono stato l’ultimo prima della chiusura. Ma avevo già deciso che, in caso di fallimento, avrei rinunciato per il futuro e sarei entrato nella categoria dei clandestini. Con le centinaia di migliaia che ne circolano liberamente nel nostro Paese, uno in più o in meno avrebbe cambiato poco.
Ezio Scaramuzzino



domenica 10 settembre 2017

Le ombre del passato (racconto inedito) di Ezio Scaramuzzino


Uno dei piaceri più frequenti di coloro che abitano di fronte al mare, e quindi hanno un panorama cosiddetto lungo, è quello di munirsi di un cannocchiale, o di un binocolo, e con questo osservare la distesa che si perde fino all’orizzonte. Se si è “fortunati”, si ha la possibilità di osservare “da vicino” spettacoli che diversamente sfuggono all’occhio nudo.
Io possiedo un binocolo Zeiss, con sopra stampigliata una Stella Rossa con Falce e Martello, che comprai circa trenta anni fa quando le prime bancarelle dei Polacchi traboccavano di materiale che i venditori garantivano come proveniente dai magazzini dell’ Armata Rossa, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e del suo impero. Con questo binocolo mi piace di tanto in tanto osservare il mare: scandaglio a destra la zona di Capo Colonna con il suo faro, il Villaggio Casa Rossa sulla destra e poi lentamente sposto l’osservazione sulla sinistra, fino agli ultimi palazzi ed al "Lanternino", il faro piccolo, posto all’imboccatura del porticciolo turistico di Crotone.
Alcuni anni fa, poco più di dieci se ben ricordo, in un caldo pomeriggio d’estate, mentre il mio binocolo si spostava lentamente sul paesaggio, la mia attenzione fu colpita da una scena particolare: in fondo a sinistra, sulla terrazza dell’ultimo palazzo visibile, una signora stava stendendo dei panni. Mi soffermai ad osservarla mentre, con straordinaria lentezza, svolgeva la sua operazione ed ebbi la sensazione di conoscere quella signora. Misi a fuoco il binocolo per osservarne meglio il volto e la mia convinzione si rafforzò: io la conoscevo; non ricordavo chi fosse e dove l’avessi conosciuta, ma non avevo dubbi. Incominciai a frugare nella mia memoria, ma ogni tentativo fu inutile, anche se ero convinto che in qualche circostanza della mia vita ero venuto a contatto con quella donna.
La quale intanto, convinta di non essere osservata da nessuno, dopo avere steso i panni, dietro un lungo lenzuolo messo ad asciugare, incominciò a spogliarsi. Lo capii quando la vidi riapparire con un vecchio costume da bagno a due pezzi, che faceva evidente contrasto con il suo corpo affusolato, ma non più giovane: alzò le mani, poi stiracchiò le braccia, si guardò addosso, osservò in lontananza con lo sguardo apparentemente perso nel vuoto, infine si diresse verso una sdraio, sulla quale si allungò con l’intento evidente di prendere il sole e di abbronzarsi.
La mia curiosità era grande, come pure la mia voglia di focalizzare quel volto. Il giorno successivo, più o meno alla stessa ora, mi ritrovavo già con il binocolo puntato in quella direzione. Ma rimasi deluso: la corda dei panni era desolatamente vuota, la sdraio del giorno prima era raccolta ed appoggiata ad una parete e sul terrazzo non comparve nessuno. Lo stesso il giorno successivo e poi per alcuni giorni, anche  in ore diverse: quella signora sembrava svanita nel nulla, tanto che incominciai a chiedermi se per caso il mio non fosse stato soltanto un sogno o, forse, un’allucinazione favorita dal caldo opprimente dell’estate. Dopo circa una settimana, invece, fui più fortunato: si era verso mezzogiorno, io avevo appena puntato il binocolo, quando vidi aprire la porta di un abbaino e la signora apparve con una piccola cesta di panni da stendere. Si ripeté la scena della settimana prima: finito di stendere i panni, la signora si mise sulla sdraio per prendere il sole.
Ed intanto io mi arrovellavo per cercare di ricordare chi fosse. Mi capitava di pensarci spesso, in tutte le ore del giorno, ma niente: non riuscivo proprio a venirne a capo. Alla fine presi una decisione: stabilita l’esatta posizione del palazzo, una mattina mi avvicinai al portone d’ingresso e, senza che nessuno mi notasse, controllai l’elenco dei nomi sul citofono. C’era una sola scala e al quinto piano, l’ultimo, confinante col terrazzo, era indicato il cognome “Maggiolini”, senza l’aggiunta di altri cognomi, dal che si deduceva che la signora viveva sola. Ancora niente: quel cognome non mi suggeriva nulla. Il portone era socchiuso. Entrai con una certa circospezione e diedi una controllata alle cassette postali. Anche lì, su una di esse ed in corrispondenza del quinto piano, era indicato il cognome “Maggiolini”, ma questa volta con l’aggiunta di una “S.”. S. Maggiolini: chi era costei? S. Maggiolini…Fu un lampo: le tenebre della memoria furono squarciate e tutto mi fu chiaro.
Silvia Maggiolini era stata la mia professoressa di Storia dell’Arte, in Terza Liceo, al Pitagora di Crotone. Veniva da Firenze ed aveva avuto il suo primo incarico annuale. A Crotone aveva preso in fitto un piccolo appartamento, dove viveva insieme con il padre, un colonnello dell’esercito in pensione, che, dopo essere rimasto vedovo con quell’unica figlia, la seguiva dappertutto.
Ora bisogna sapere che allora, erano gli anni sessanta del secolo scorso, al Pitagora la Storia dell’Arte era considerata poco più che una materia facoltativa, come Religione o Educazione Fisica. Queste materie erano incluse regolarmente in orario, alla prima o all’ultima ora, ma semplicemente non si facevano.
Quando la Maggiolini arrivò al Pitagora, ignara delle consuetudini, si dimostrò piena di tanta buona volontà, ma, quando vide che gli alunni le impedivano letteralmente di fare lezione, non protestò, non ne parlò col Preside, decise di adeguarsi e rinunziò ad insegnare la sua materia.
D’altra parte lei era e si sentiva molto giovane ed era arrivata a Crotone, non con il fuoco sacro dell’insegnamento, ma con altre velleità e ben altre ambizioni. Era anche avvenente, aveva un portamento naturalmente elegante e tutto questo la rendeva interessante. Lei sapeva di essere osservata, se ne compiaceva ed aveva già deciso di prendersi dalla vita quei piaceri, piccoli o grandi che fossero, che la sua giovinezza e la sua bellezza non avrebbero mancato di farle intravedere. Unico ostacolo a queste sue intenzioni era il padre, uomo all’antica, ancora legato ad un mondo in via d’estinzione, che non mancava di sorvegliarla con un’assiduità ed un rigore, che a lei apparivano soffocanti e ai quali d’altra parte si sentiva incapace di ribellarsi apertamente.
A Crotone non era infrequente vedere la professoressa accompagnarsi talvolta ad alunni, che sembravano avere la sua stessa età, oppure aggirarsi disinvolta e felice a feste, ricorrenze e dovunque ci fosse da divertirsi.
Io, la prima volta che la vidi arrivare in classe, non potei fare a meno di apprezzarla, come tutti, dal punto di vista fisico. Non mi aspettavo di imparare da lei la Storia dell’Arte, perché immaginavo già come sarebbe andata a finire, e mi apprestai a seguirla con un misto di curiosità e di ammirazione.
Durante le sue due ore settimanali di tutto si parlava, tranne che di Michelangelo o di Picasso. Si parlava di gite scolastiche, di feste, di amicizie e lei non mancava di far notare che a Crotone la vita di relazione languiva e che in definitiva quella non era la vita che lei si sarebbe aspettata di poter vivere, quando aveva accettato quel trasferimento. Io, dal fondo della mia timidezza, mi limitavo ad ascoltarla, ad ammirarla segretamente, senza dimostrare alcun particolare trasporto.
Allora a Crotone nascevano le prime discoteche, ove si poteva ballare il rock e soprattutto il twist, l’ultimo ballo alla moda. A me non piaceva ballare, che anzi quell’agitarsi frenetico al ritmo di una musica ossessiva e ripetitiva mi dava l’idea di qualcosa di vagamente stupido e paranoico. Però ogni tanto andavo nelle discoteche, qualche volta in compagnia di un amico, perché quello, a Crotone, negli anni sessanta del secolo scorso, era forse l’unico modo di conoscere qualche ragazza e sperare che ne venisse fuori qualcosa.
Una sera, in una discoteca, scorsi da lontano la Maggiolini. Feci finta di non vederla, ma fu lei a notarmi ed a venirmi incontro: era sola, o almeno così sembrava.
-Ah, fece, che ci fai qui? Ogni tanto pure tu lasci i libri!
-Vero, prof, anche io ogni tanto penso a divertirmi. Faccio quello che posso.
-Perché non mi fai ballare? O ti chiedo troppo?
-Troppo?! Anzi, sono lusingatissimo. Però io non sono molto bravo, ci tengo a dirlo.
-Non importa. Ora mi serve che tu mi faccia ballare. Vedi quel tipo con i baffetti ed i capelli tutti impomatati? Mi sta opprimendo da un’ora e debbo liberarmene. Dai, datti da fare!
Quella sera ballai ininterrottamente con la prof, che non accennava a mollarmi. Ogni tanto mi giravo a guardare intorno e potevo notare il tipo con i baffetti, che lanciava occhiate di fuoco verso di me e che non avrebbe esitato a strozzarmi, se solo mi avesse avuto tra le mani. Alla fine ero stanco e felice e, da perfetto, precoce gentiluomo, non mancai di accompagnare la prof a casa sua, salutandola cordialmente e rispettosamente davanti alla soglia.
Quella serata era da me considerata un capitolo aperto e chiuso, né avrei mai osato sperare che potesse ripetersi. Fu la Maggiolini a riprendere quel discorso interrotto, quando un giorno, all’uscita da scuola, mi sentii chiamare da dietro. Mi girai, era lei.
-Ezio!
-Dica, prof!
-Perché non vieni a trovarmi un giorno a casa?
-Non oso farlo, prof, ma lei non immagina quanto mi farebbe piacere.
-E adesso puoi farlo, sono io che te lo chiedo.
Ero emozionato per quella richiesta, non tanto perché coltivassi delle illusioni, ma solo perché l’idea di poterle essere vicino in ore che non fossero solo quelle scolastiche mi riempiva di gioia e anche di un sottile sgomento. Concordammo per il pomeriggio di quello stesso giorno. Lei continuò:
-Sai che mio padre vive con me. Lui è molto rigoroso ed arcigno. Se per caso ti chiede qualcosa, dirai che sei venuto per delle ripetizioni. Portati un libro e l’occorrente per il disegno geometrico. Ciao.
-Buon giorno, prof. Ad oggi pomeriggio.
Alle 16 in punto di quello stesso giorno stavo bussando alla porta della famiglia Maggiolini. Fu lei stessa ad aprire e ad accompagnarmi all’interno. Attraversammo una piccola sala dove, in un angolo, seduto su una poltrona, un anziano signore stava leggendo il giornale. Era il padre della prof, ovviamente, che io non avevo mai visto in precedenza, ma che mi apparve proprio per come lo immaginavo. Sembrava una di quelle figure rappresentate nei vecchi ovali che si usavano agli inizi del secolo. Era un uomo anziano, precocemente invecchiato, con i capelli lisci e bianchissimi, il volto sottile, gli occhiali a pince-nez. Mi vide e, senza tanti preamboli, puntandomi con un bastone che teneva vicino, mi chiese:
-Chi sei tu?
-Buon giorno, colonnello. Sono un alunno di sua figlia, mi chiamo Ezio, Ezio Scaramuzzino.
-Ah, bene! E che sei venuto a fare?
-Avevo bisogno di alcune ripetizioni e la professoressa sua figlia si è detta disponibile.
-Ah, bene. Buon giorno!
-Buon giorno, colonnello.
La prof, con un po’ di trepidazione, mi introdusse in uno studio, dove erano sistemate alcune sedie intorno ad un tavolo. Ci sedemmo. La lezione, che io speravo la prima di una lunga serie e che invece si sarebbe rivelata la prima ed ultima, incominciò a bassa voce.
-Mi puoi chiamare Silvia, se vuoi. Almeno qui, fuori dalla scuola.
-Preferisco chiamarla prof, se me lo concede. Non mi viene di chiamarla di nome.
-Vedo che hai portato l’album. Come te la cavi col disegno?
-Male. Non ho mai disegnato nulla e non saprei disegnare nemmeno un uovo.
-Non è difficile. Basta esercitarsi e comunque ti insegno io.
Aprii l’album, afferrai una matita. Lei prese la mia mano, dolcemente, la accarezzò. Il cuore mi batteva forte e credo di essere arrossito, ma lei era tranquilla, parlava con voce suadente e modulata. Io avvertivo il suo respiro sfiorarmi il volto, credevo di sentire il battito tranquillo del suo cuore. Lei parlava, parlava, ma io non ascoltavo più di tanto le sue parole e, se anche le ascoltavo, non capivo quel che diceva. Avvertivo inoltre chiaramente, con un piacere talmente intenso da sembrare quasi doloroso, il calore della sua gamba che, muovendosi lentamente, si avvicinava ripetutamente alla mia. Lei mise la sua mano tra i miei capelli, li arruffò, scompigliandoli. Poi la sua mano scese sul mio volto, lo accarezzò, lo girò verso di sé ed appoggiò la sua guancia sulla mia, le sue labbra sulle mie.
Credo che quello che succede in genere quando un marito trova la moglie in flagrante adulterio, non sia molto diverso da quanto successe quel giorno, in quella stanza, quando improvvisamente la porta si aprì e sulla soglia apparve il colonnello che si mise a gridare e rovesciare tutto come un ossesso.
Io mi destai bruscamente e violentemente dal sogno in cui mi stavo cullando e, istintivamente, pensai prima di tutto a mettermi in salvo. Lasciai libro ed album e mi preparai alla difesa, mentre Silvia correva a richiudersi in un’altra stanza, ben consapevole, probabilmente, di quello che le sarebbe toccato. Il colonnello menava fendenti a destra e a manca con il suo bastone e fortuna che era senza i suoi occhiali, perché tutti i suoi colpi andavano a vuoto e per me fu molto facile evitarli, mentre ne pagarono le conseguenze il tavolo con un vassoio sopra, che finì in pezzetti, ed alcune sedie che finirono malconce.
Ad un certo punto il colonnello bloccò un’ uscita con una poltroncina e girò intorno al tavolo con l’intento evidente di afferrarmi. Ma io scivolai sotto il tavolo e da lì riuscii a scappare, spalancando la porta che era rimasta socchiusa e cercando di pormi in salvo. Il colonnello, da perfetto stratega, capì che la battaglia con me era da considerarsi persa, ma non si rassegnò e ricorse alla sua arma finale. Roteò il bastone e lo lanciò contro di me. L’arma sibilò, mi sfiorò, mi mancò, ma finì tra i miei piedi che stavano facendo di tutto, senza riuscirci, per evitarmi una brutta fine. Incespicai, caddi disteso per terra e mi vidi il colonnello addosso. Mi divincolai, feci per rialzarmi, ci riuscii, ma, contemporaneamente, avvertii la dolorosa sensazione di un calcio assestato perfettamente nel didietro e di cui, ancora oggi, a distanza di tanto tempo, conservo nitidamente il triste ricordo.
Non misi più piede in quella casa, non ebbi il coraggio di affrontare con la prof il discorso del suo terribile padre e d’altra parte anche lei si guardò bene dal parlarne. Alla fine dell’anno scolastico ognuno prese la sua strada e, per quello che ne seppi in seguito, anche la prof si trasferì verso altri lidi a lei più congeniali.
Tutti questi fatti erano avvenuti nel Marzo del 1962. Ora, a distanza di oltre quaranta anni, mi ritrovavo a leggere su una targhetta “S. Maggiolini” e tutto un mondo di ricordi, di illusioni, di sensazioni, riaffiorava nella mia mente.
Avevo voglia di rivedere quella donna, chiederle che cosa aveva fatto, come era vissuta, perché era ritornata a Crotone. Nei giorni successivi studiai un piano che mi consentisse di rivederla senza eccessive complicazioni. Le scrissi una lettera.
Alla esimia professoressa Silvia Maggiolini. III traversa Interna Marina, 42  88900 Crotone
Sono un suo ex alunno di Terza Liceo al Pitagora di Crotone, Ezio
Scaramuzzino, e spero che lei si ricordi di me. Ho saputo per caso che da qualche tempo lei vive a Crotone. Mi farebbe tanto piacere rivederla. Se fa piacere pure a lei, può chiamarmi al seguente numero 338….. Cordiali saluti.
Dopo qualche giorno la chiamata ci fu e concordammo una visita per il pomeriggio. Quando mi apprestai a premere sul citofono, mi accorsi che ero perfettamente tranquillo e d’altra parte avevo anche io la mia bella età ed era già da un pezzo finito il tempo delle passioni e delle tempeste giovanili. Ero solo curioso, di sapere, di vedere, di ascoltare.
Quando lei venne ad aprirmi, avevo intenzione di limitarmi a stringerle la mano, ma lei mi abbracciò e mi baciò, costringendomi quasi a fare lo stesso. Quella che era davanti a me era la famosa professoressa Silvia Maggiolini, chiaramente invecchiata e decaduta, ma che ancora lasciava intravedere tra le prime rughe del volto e nella magrezza delle sue dita affusolate gli ultimi tratti della bellezza perduta e del suo lontano fascino giovanile.
Aveva una voce strascicata e quasi rauca e mi parve anche di notare un leggero tremolio della mano sinistra. Vista da vicino, proiettava fuori di sé quasi un senso di stanchezza dolente, una rassegnazione, un senso di abbandono e di sfinimento, tipico di chi ormai non ha o non vuole chiedere più niente alla vita.
Mi aspettavo tutt’altro e rimasi un po’ sconcertato. Silvia intanto mi accompagnava lungo il corridoio, fino ad un soggiorno dove mi fece sedere, dicendo che andava a prepararmi un caffè.
Mentre ero solo, mi guardai attorno: per quel po’ che avevo visto, dovunque avevo notato e continuavo a notare confusione e abbandono, un senso di incuria e di indigenza, se non proprio di povertà e miseria. Quando ritornò con il caffè, avrei voluto chiederle tante cose, ma mi sentivo in imbarazzo, non sapevo da che parte incominciare e mi accorsi che un nodo alla gola e un po’ di inattesa emozione mi impedivano di profferir parola.
Fu lei che incominciò a parlare a briglia sciolta, senza che io la interrompessi, e mi raccontò tutto.
-Io mi ricordo molto bene di te, Ezio. Eri un ragazzo studioso, uno tra i più studiosi, ma con me non c’era da studiare, perché io mi aspettavo che fosse la vita ad insegnarvi quello che è indispensabile. Immagino che tu ti sarai meravigliato di ritrovarmi in queste condizioni, delle quali un po’ mi vergogno anche io, ma la vita non è stata clemente con me.
       Quando, dopo solo un anno, sono andata via da Crotone, ho avuto un incarico a Busto Arsizio. Crotone però ci era rimasta nel cuore, nonostante tutto, e proprio qui, con i suoi risparmi, poco prima della partenza mio padre aveva comprato, per fortuna, una casa, questa nella quale oggi vivo e che è l’unica cosa che ho ereditato e che mi è rimasta.
A Busto Arsizio, come purtroppo spesso mi capitava nella vita, incominciai ad annoiarmi e quasi ogni pomeriggio prendevo il treno per Milano. Qui conobbi Carlo, uno degli esponenti di spicco della Mala milanese, la Mala di quel tempo, la Mala che si limitava ai furti, alle rapine, alle truffe, quando l’uso della pistola era ridotto al minimo e i tempi di Vallanzasca e di Turatello erano ancora di là da venire. Carlo era bello come un angelo, era giovane, pieno di vita, generoso e, nonostante sapessi perfettamente quel che faceva, me ne innamorai perdutamente e, abbandonato il mondo della scuola, finii con sposarlo, con sommo dispiacere di mio padre, che ne morì di crepacuore. Furono anni folli e noi eravamo belli e dannati, come in un romanzo di Fitzgerald. Ma tutto finì in tragedia. Mio marito morì sull’autostrada a 200 all’ora, mentre cercava di sfuggire ad un inseguimento della polizia ed io stessa, che ormai ero entrata nel giro, poco dopo finii in carcere per uso, detenzione e spaccio di cocaina. Quando, dopo cinque anni, ne venni fuori, ero disperata e sola e, dopo essere vissuta di espedienti per alcuni anni, decisi di ritornare a Crotone, a vivere in questa casa ereditata. Ora vivo, si può dire, a spese della Caritas, che mi fornisce dei vestiti per tutte le stagioni ed ogni tanto un pacco di viveri, con cui riesco a tirare avanti, alla meno peggio. Di mio faccio poco: riesco a guadagnare qualcosa vendendo immaginette sacre, che garantiscono miracoli. Anzi, ora te le faccio vedere e ne devi comprare qualcuna anche tu.
Si alzò e riapparve poco dopo con uno scatolo di scarpe. Ne tirò fuori immaginette di ogni tipo e di ogni dimensione.
-Ecco, vedi, questa te la raccomando, è utile per i bambini, per proteggerli dalle malattie. Quest’altra, invece, protegge dai tumori e dalle malattie del cuore. Costano poco e poi a te qualcuna posso anche regalarla, in più.
Mi accorsi che farneticava, parlava a ruota libera e non riusciva a trattenersi. D’altra parte non volevo umiliarla e cercavo di dimostrare che non avevo fretta.
Mi finsi interessato alla sua mercanzia, anzi feci finta di tirare anche sul prezzo. Alla fine le lasciai cento euro sul tavolo e mi alzai, dicendo che per me era ora di andare. Dimenticai volutamente di prendere le immaginette. Avevo la morte nel cuore. Lentamente mi avviai verso l’uscita e, giunto sulla soglia, l’abbracciai e la salutai. Mentre lei biascicava alcuni saluti, mi affrettai a scendere le scale, invece di attendere l'ascensore, e intanto altri ricordi, di altri saluti, riaffioravano nella mia mente. Mi rivedevo a diciassette anni, dopo una serata in discoteca. Lei, giovane e bella, rientrava a casa ed io mi allontanavo da lei, scomparendo nel buio della notte, con il dispiacere di doverla lasciare.
Ezio Scaramuzzino

mercoledì 16 agosto 2017

L'eredità (racconto inedito) di Ezio Scaramuzzino


Mario Fusaro era orfano di padre e di madre. Il padre era morto in guerra, o meglio era da considerarsi disperso, come dicevano le autorità militari nella lettera ufficiale dell’Agosto 1942, con cui comunicavano che se ne erano perse le tracce sul fronte russo. La madre, vedova di guerra, gli era sopravvissuta pochi anni, perché nell’ inverno del 1946 era deceduta in seguito alle complicazioni di una polmonite.
Mario quindi era rimasto orfano all’età di diciotto anni e riusciva a tirare avanti solo con la modestissima pensione di guerra che lo stato gli corrispondeva. Con quella non avrebbe potuto durare a lungo, se non fosse che anche il Comune di Scandale, tramite l’E.C.A, Ente Comunale di Assistenza, provvedeva di tanto in tanto a rifornirlo di qualche bene di prima necessità.
A dire il vero c’era in paese anche uno zio, fratello della madre, zio Paolo, che avrebbe potuto assisterlo, tanto più che era uno degli uomini più ricchi del paese e, cosa che in casi simili non guasta, non si era mai sposato e non aveva figli. Zio Paolo sembrava un novello Mazzarò: come il personaggio verghiano aveva incominciato quasi dal niente, ma, a poco a poco, con la sua testa di contadino con le scarpe grosse ed il cervello fino, all’età di sessanta anni si ritrovava proprietario di molte case del paese e di buona parte degli oliveti che lo circondavano. Mogli non ne aveva volute.”Perché mettersi un’estranea in casa? E poi le donne basta pagarle”, era solito ripetere. E forse non aveva tutti i torti, perché le malelingue gli attribuivano varie relazioni, ma tutte occasionali e non impegnative.
A chi avrebbe dovuto lasciarli i soldi zio Paolo? Non aveva moglie, non aveva figli, aveva solo quel nipote, che con la sua muta e costante presenza gli ricordava fastidiosamente i legami della parentela e il dovere morale dell’assistenza. Ma da questo orecchio lo zio non ci sentiva: non lo aveva voluto in casa, non lo assisteva e solo di tanto in tanto faceva vaghe promesse di benefici, che, a sentire lui, si sarebbero concretizzate al momento opportuno. Lo zio lo detestava anche perché lo considerava un fannullone capace soltanto di piangere miseria.
Solo una volta, qualche anno prima, tra i due c’era stato un colloquio, quando si erano per caso incontrati per strada e lo zio lo aveva fermato bruscamente.
-Ehi tu, ci sarebbe da raccogliere le ulive in campagna, ti interessa guadagnare qualche soldo?
-E quanto mi dai?, zio
-Quanto do a tutti gli altri, cinquanta lire al giorno.
-Bah, ci penso, zio. Sai, io non sono abituato a stare curvo e soffro pure di schiena. Ci debbo pensare.
-Ah, ho capito.
-Comunque grazie, zio. Ti faccio sapere.
Mario in effetti non faceva molto per guadagnarsi la fiducia e la simpatia dello zio, non tanto perché non volesse, ma proprio perché non ne era capace: la natura non lo aveva certo favorito quanto ad intelligenza ed egli si era assuefatto alle circostanze con passiva rassegnazione.
Viveva da solo, faceva tutto da solo, non aveva vere amicizie e dormiva da solo nel lettone dei suoi genitori. L’unico lusso che si permetteva era quello di arrivare al bar Centrale, ma non per bere una birra, cosa che oltre tutto non si poteva permettere per la cronica mancanza di soldi, ma solo per mettersi ad osservare da dietro le spalle quelli che giocavano a Briscola o a Tressette.
Lo faceva d’estate e d’inverno, con il caldo e con il freddo, con la pioggia e con il bel tempo, quasi ogni giorno dell’anno alle tre del pomeriggio. Era puntuale come una cambiale e c’era chi, scherzando, diceva che con il suo arrivo al bar si potevano addirittura regolare gli orologi. Si piazzava in piedi, alle spalle di un giocatore, senza dire una parola, senza fare un commento, impassibile come una statua, e con il suo inerte atteggiamento alimentava seri dubbi sulla sua capacità di capire, o almeno di seguire, le fasi e l’andamento del gioco. Dopo un paio d’ore, così come era venuto, silenziosamente e con un discreto cenno di saluto se ne andava, per riapparire puntuale il giorno successivo. Nessuno si infastidiva per la sua presenza e molti non ci facevano nemmeno caso, considerandolo alla stregua di un pezzo d’arredamento del locale o di una parte del paesaggio.
Mario ritornava a casa quasi rasentando i muri e scambiando rare parole con chi incontrava, poi preparava la cena, rassettava, puliva quel che c’era da pulire e alle otto di sera, in qualunque stagione, era già a letto.
Spesso al mattino era possibile vederlo seduto davanti alla porta della sua casa, ad osservare quelli che passavano ed a scambiare rare parole di saluto con i contadini che andavano e venivano dalla campagna. Chi lo osservava spesso nutriva un sentimento di commiserazione per la sua solitudine, per la sua povertà, ma senza esagerare in tal senso, perché al paese tutti sapevano che c’era sempre zio Paolo, lo zio ricco, che prima o poi doveva pur passare all’altro mondo e rendere meno precaria la vita del nipote.
Una volta Mario si fece coraggio ed entrò a Crotone nel casino di Giuseppina Balestrieri, Mamma Pina, come tutti la chiamavano. La ragazza che lo accolse notò la sua goffaggine e gli chiese se era la prima volta. Tutto sommato Mario trovò la cosa di suo estremo gradimento. L’unica cosa che gli dispiaceva erano le quaranta lire che aveva dovuto pagare per la marchetta e che per lui rappresentavano un’enormità, oltre a fargli capire che per lui il casino era un lusso che difficilmente si sarebbe potuto permettere un’altra volta.
Poi Mario, nell’attesa che lo zio si decidesse a compiere il grande passo, concepì l’idea di trovarsi una moglie. Capì inoltre che, per trovarsi una moglie, doveva prima trovarsi una fidanzata e che, per trovarsi una fidanzata, doveva prima trovare una donna che accettasse l’idea di vivere con lui. Rifletté a lungo sul problema, scartò varie ipotesi e concluse che l’unica che poteva fare al caso suo era Franceschina.
Franceschina era una bella donna, un po’ più grande di lui quanto ad età ed abbastanza disinibita per quei tempi, tanto che spesso andava in giro da sola non facendosi scrupolo di ostentare vistosamente le sue grazie e di attaccare discorso anche con gli uomini, con grave scandalo dei benpensanti.
Mario, dopo aver riflettuto a lungo, decise di affrontarla.
Un giorno, mentre era seduto davanti alla porta di casa, la vide arrivare. Nell’attesa capì che quello era il momento decisivo; “adesso o mai più”, si disse. Cercò di trovare due parole acconce, provò a ripeterle mentalmente, ma, quando  finalmente si sentì calmo e rilassato, si accorse che Franceschina era già irrimediabilmente passata, senza far caso a lui. Si sentì perduto, ma, ritornato in sé, decise di non darsi per vinto: affrettò il passo e si mise quasi ad inseguirla. Quando fu a qualche metro da lei,
-Franceschinaaa, gridò.
Franceschina trasalì, si girò di scatto e gridò-Che è successo?
-Franceschina, mi vuoi sposare?
-Come? ti voglio sposare?!
-Sì, Franceschina, mi vuoi sposare?
-E così me lo chiedi?
-E come te lo debbo chiedere?
-E come campiamo? Con la misera pensione che ti passa lo stato?
-Ma un giorno sarò ricco, lo sai. Lo sanno tutti.
-Ecco, hai detto bene. Un giorno sarai ricco. Ma allora aspettiamo che diventi ricco e poi ne parliamo.
Da quel giorno Mario si considerò il fidanzato ufficiale di Franceschina. Per il matrimonio c’era solo un piccolo problema da superare: era necessario che zio Paolo si decidesse a tirare le cuoia, cosa che sarebbe accaduta quanto prima, dal momento che lo zio aveva superato i sessanta e quindi non gli restava molto da vivere.
Il giovane apparve ringalluzzito dal suo nuovo status e volle anche darsi un tono. Incominciò a dire qualche parola in più con gli estranei, prese a curare di più la sua persona ed un giorno arrivò perfino a presentarsi dal barbiere, cosa che aveva sempre evitato in precedenza, perché i capelli era abituato ad accorciarseli da solo e la barba l’aveva fatta sempre con un vecchio rasoio che egli si limitava ad affilare di tanto in tanto.
Una domenica, addirittura, Mario fu visto con un vestito nuovo. Gli andava un po’ largo, ma faceva comunque il suo effetto. Era un vestito, che il padre aveva lasciato in un armadio al momento di partire in guerra e che egli aveva sempre considerato una sorta di sacra reliquia. Mario andò a ripescarlo, lo lavò, lo stirò, lo indossò e percorse in lungo ed in largo il corso principale del paese. La sera andò a dormire contento, perché sentiva che tutto filava liscio e che presto si sarebbe sposato, a parte quel piccolo particolare che lo angustiava e che prima o poi, più prima che poi, doveva avverarsi riguardo allo zio.
E quel piccolo particolare si avverò, una mattina di Luglio del 1960, quando lo zio aveva ormai settantaquattro anni ed il nipote trentadue. Quella mattina faceva molto caldo ed un uomo si aggirava nel mercato di Crotone tra i banchi di frutta e verdura: aveva in mano una borsa vuota e avvertiva uno strano affanno. Ad un certo punto si sentì mancare il respiro e stramazzò a terra. Qualcuno si premurò di chiamare il Pronto Soccorso, ma il personale dell’ambulanza constatò subito che lo sconosciuto era già morto. Era stato un infarto.
Nelle tasche del morto fu trovato il suo portafoglio con qualche soldo, i suoi documenti ed un biglietto di andata e ritorno Scandale-Crotone e Crotone-Scandale. Quel biglietto di ritorno Crotone-Scandale era stato probabilmente l’unico, seppur involontario, spreco di denaro della sua vita.
Mario ricevette la notizia da un messo comunale verso mezzogiorno, mentre stava preparando il pranzo. Non sapeva se essere contento o dispiaciuto della notizia, ma si accorse che in fondo aveva voluto bene a quel suo zio arcigno e si comportò secondo quanto le circostanze richiedevano.
Si recò subito alla casa del morto, dove una vecchia domestica aveva provveduto ad aprire il portone e dove, dopo un paio d’ore, un carro funebre venne a depositare la bara. I vicini vennero in visita, fu approntata la veglia funebre e il nipote si comportò da perfetto padrone di casa e da nipote addolorato.
Il giorno dopo in chiesa, durante il funerale, Mario sedette in prima fila, poi ricevette le condoglianze di quasi tutto il paese e solo sul tardi poté ritornare alla casa del morto, dove qualcuno ancora si attardava a salutare e a dare le condoglianze.
Quando, finalmente, si ritrovò solo, si guardò in uno specchio e sorrise: si sentiva ricco e padrone.
-E’ fatta, pensò.
Si preparò a fare un giro per la casa per vedere quello che c’era. Poi si pentì.
-Ma no, verrò domani con calma, anche perché c’è molto da vedere.
Spasimava dalla voglia e dalla curiosità di girare per quella casa a lui quasi sconosciuta e nella quale era entrato solo una volta molti anni prima e quasi in punta di piedi. Ma riuscì a calmare le sue voglie e, seppure stanco, si sentì finalmente tranquillo. Ritornò a casa sua, mangiò qualcosa svogliatamente, andò presto a dormire, ma quasi non chiuse occhio durante la notte.
Il giorno successivo, mentre stava per uscire di casa, il portalettere gli consegnò un telegramma. Pensò che fosse un telegramma di condoglianze, ma veniva da Crotone e la cosa gli sembrò piuttosto strana. Mario lo aprì con una certa apprensione e lo lesse con difficoltà, anche perché non era abituato a ricevere telegrammi e soprattutto non era abituato a leggere, da quando tanti anni prima aveva preso la licenza elementare con la maestra Belvedere. Il signor Mario Fusaro è convocato presso lo studio dello scrivente, per domani Giovedì 28 Luglio 1960, alle ore 15, per comunicazioni che lo riguardano. Firmato Tommaso Capocasale Notaio in Crotone.
Non avrebbe mai immaginato che zio Paolo potesse fare un testamento e, addirittura, potesse depositarlo presso un notaio. Ma, se c’era, tanto valeva affrontarlo serenamente, perché lui era l’unico parente del morto e non potevano esserci pericoli. Che se poi lo zio avesse deciso di lasciare qualcosina, per scrupolo di coscienza, a un estraneo, e beh, pazienza! Questo avrebbe cambiato poco o niente.
Il giorno dopo chiamò un taxi, ormai se lo poteva permettere, e si fece portare a Crotone. Quando fu introdotto nello studio del notaio, si accorse della presenza di un signore che dimostrava più o meno la sua stessa età. Pensò fosse un dipendente dello studio, ma restò perplesso quando ad essere convocati dal notaio furono in due, lui e lo sconosciuto.
Il notaio li fece sedere, lui su un divanetto, lo sconosciuto su una poltrona di fronte, e così parlò:
-Siete stati convocati in questo studio perché il signor Paolo Crimi, deceduto in data 25 luglio 1960, ha depositato presso me notaio un testamento olografo, con richiesta di immediata lettura: cosa che mi appresto a fare.
Il notaio estrasse da una busta un foglio scritto a mano e lesse:
Il sottoscritto Paolo Crimi, nato a Scandale (Catanzaro) il 21 aprile 1883, nella mia piena capacità di capere e di volere, decido questo. lascio tutti i miei averi e i miei soldi a mio figlio Giacomo Crimi, figlio naturale che ho riconosciuto come figlio legittimo, con provvedimento del giudice del 1955. Lascio a mio nipote Mario un asino. Scandale 20 marzo1957.
Mario ritornò a casa arrabbiato, deluso e sconcertato. E poi quale asino? Non c’era nessun asino, o meglio un asino c’era, ma lo zio lo aveva venduto due anni prima di morire. Dal momento che questa era la volontà del morto, egli pretese un asino dall’unico erede, il quale non ebbe difficoltà ad accontentarlo, comprandone uno.
Dopo qualche giorno Mario fece sfilare l’asino per le vie del paese, forse per far vedere ai paesani che comunque qualcosa in eredità aveva avuto. L’insolito spettacolo aveva attirato l’attenzione di molti e soprattutto di un nugolo di monelli che, gridando e sbeffeggiando, si erano aggiunti al corteo. Tutti si voltavano ad osservare, le donne si affacciavano alle finestre e ai balconi, uno strano e frenetico tripudio sembrava aver coinvolto l’intero paese.
Alla testa del corteo Mario spingeva l’asino, gli gridava dietro e lo bastonava senza pietà con un randello, chiamandolo zu Paulu (zio Paolo).
Quando il corteo festante arrivò nella piazza principale, Mario fece segno che voleva un po’ di silenzio e fu subito accontentato. L’attesa era vivissima, perché era la prima volta che egli aveva qualcosa da dire e tutti erano curiosi di ascoltare.
Mario si schiarì la voce con un colpetto di tosse, una, due, tre volte, poi disse:
-Scandalesi, tutti avete visto quello che mio zio mi ha lasciato. Mi ha lasciato un asino. Ma quest’asino non è mio, è di tutto il paese. Chiunque lo vuole, da domani potrà usarlo. Ad una condizione. Che, quando gli dovete dare una bastonata, lo dovete chiamare zu Paulu.
Gli astanti applaudirono, gridando, sghignazzando, torcendosi dalle risate. Poi Mario fu issato sulle spalle dei presenti e portato in trionfo per la piazza dalla folla in delirio.
Mario si sentiva sballottato e trascinato e, mentre passava da una spalla all’altra, osservando la folla tumultuante sotto di lui, forse per la prima volta in vita sua ebbe un barlume di lucidità, intuì confusamente qualcosa sul senso della vita e pensò:
-Bisogna guardarli bene e ricordarli uno per uno. Sono gli stessi che solo quindici giorni fa mi hanno dato le condoglianze per la morte dello zio.
Ezio Scaramuzzino