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giovedì 23 marzo 2017

Decalogo del bravo docente di Franco Federico



Vi sono attività lavorative, nello svolgimento delle quali la professionalità non può essere simulata, né basta dichiararla a parole perché ne sia riconosciuto il possesso, ma va posseduta effettivamente. L’insegnamento è una di queste. E certamente è difficile capire come possa insegnare chi ha proprio tanto da imparare. Ciascun docente non insegna che quel che sa.
Ma è anche vero che si può conoscere una disciplina ed essere incapaci, sia di farla conoscere ai propri allievi, sia di misurare con esattezza fino a quale livello essa sia concretamente dagli stessi posseduta. Non ci sono discipline facili e discipline difficili; ci sono docenti capaci e docenti incapaci di rendere facile la propria disciplina. E, d’altra parte, quello che il ragazzo capisce bene, lo dimentica piuttosto difficilmente. Scorda subito ciò che invece non ha compreso del tutto chiaramente.
Aggiornamento non è leggere il libro di testo tutti i giorni prima della lezione. Occorre tenere sempre presente che il libro di testo rappresenta, nella generalità dei casi, la condensazione, ovvero l’essenzializzazione del sapere disciplinare e, come tale, è un sussidio dello studente con il cui contenuto questi confronterà, giorno dopo giorno, gli appunti delle varie lezioni. Il libro di testo va esaminato attentamente (leggendone possibilmente più capitoli), prima di decidere sulla sua adozione o meno. Del resto, nei vari Corsi di Aggiornamento si favorisce la conoscenza di ciò che occorre imparare attraverso la lettura meditata e attenta di libri e/o articoli di valide riviste scolastiche.
Non cessare mai di leggere i classici, perché non basta, forse, una vita per poterli leggere tutti. Non limitarsi a leggere di un classico solo quello che “passa” l’antologia scolastica. E leggere il classico in una buona edizione, possibilmente in quella che mette a disposizione il relativo testo critico. Fare ciò sia col classico italiano che con quello latino. Tante opere latine sono, oltretutto, di così breve respiro che la loro lettura non richiede molto tempo.
La prima formazione è più importante che mai, non solo perché, nel caso migliore, fornisce i fondamenti epistemologici delle discipline e l'impostazione metodologica di uno studio che va proseguito nel tempo, ma anche in considerazione del fatto che, da giovane, si dispone di più tempo e di maggiori energie e si è normalmente più motivati.  Si dovrebbe sentire come un dovere quello di seguire le più importanti novità librarie che riguardano le proprie discipline. A che serve riempirsi la casa solo dei cosiddetti “saggi” di libri scolastici? Di tante novità si viene a conoscenza tramite la buona Rivista scolastica, talvolta attraverso il quotidiano o il settimanale di diffusione nazionale, o la visita in una ben fornita libreria.
Data la vastità quasi infinita dei documenti storico-letterari e degli studi che li riguardano, è quasi impossibile che il sapere di un docente coincida con quello dei suoi colleghi. Per questo è opportuno individuare quelli che possono ritenersi i contenuti fondamentali delle proprie discipline, per il quale scopo si può essere aiutati dai colleghi che vantano il merito, oltre che della lunga esperienza, della grande passione scolastica e del sempre vivo interesse culturale.
Fare sempre il proprio dovere fino in fondo, anche se non mancano le ragioni per non farlo: lo stipendio inadeguato all’impegno e alla bravura professionale; l’appiattimento assoluto da ogni punto di vista; la mancanza di una prospettiva di carriera e di ogni forma di gratificazione diversa da quella che deriva dal successo del proprio lavoro. Il proprio dovere va fatto per i ragazzi e per le loro famiglie, non per il dirigente (che, in tanti casi, non si accorge di nulla, o è interessato solo a ciò che gli ruota intorno).
La predilezione degli insegnanti per la produzione di manifestazioni teatrali somiglia tanto alla predilezione provata dagli stessi per l'attività politica. Sia l'una che l'altra permettono quel riconoscimento pubblico delle proprie capacità, che manca all'ormai misero e piatto lavoro dell'insegnante di oggi.
Non porsi mai in atteggiamento di adulazione nei confronti del dirigente, chiunque esso sia. Se ci si accorge che appartiene a quella specie di vanitosi, oggi in così grande proliferazione, si fa bene ad ignorarlo completamente. Ad adularlo siano i “leccapiedi nati”, che non mancano mai in nessun settore e che, da che è mondo è mondo, ci sono sempre stati. Non si trovano parole per esprimere quale sdegno sia provocato dal riconoscimento automaticamente attribuito alle persone insignite di titoli, indipendentemente dal fatto che le stesse manchino di valore e di merito. A coloro che possiedono l'uno e l'altro, ma sono privi di un titolo di qualche rilievo, null'altro che l'isolamento o, nei casi migliori, quella che ci piace definire la "stima obbligatoria".
Occorre essere consapevoli che il disconoscimento sistematico dei valori professionali sul luogo di lavoro è sì un fenomeno tipico di tutto il settore pubblico, ma lo è in modo particolare della scuola. Esso, come sanno ormai tutti, rappresenta, oltre che un’enorme perdita dal punto di vista dell’efficienza, un palese affronto alla dignità della persona umana. Contro tale ingiustizia, non degna certo di un paese civile, non esistono purtroppo oppositori né tra i sindacalisti, né tra i partiti politici di destra o di sinistra.
Guai a giudicare con pressappochismo la propria opera di educatore. Si deve pur credere che, qualunque sia la disciplina che s’insegna, il proprio quotidiano esempio di rettitudine e il continuo dialogo con i ragazzi possano incidere sul loro effettivo miglioramento. E non si deve pensare che il lavoro del docente abbia a che fare solo con la sfera intellettiva. Anzi nell'educazione la relazione viene prima della didattica. Mai dimenticare che ogni ragazzo ha diritto ad essere rispettato, prima ancora che come studente, come persona; e, come tale, lo si deve considerare per ogni dimensione, oltre che per quella intellettiva. Bisogna rispettare sempre l'intimità del ragazzo e non essere con lui volgare né col comportamento, né col linguaggio e né con i ragionamenti. È rispettandolo che si riesce a meritare il suo rispetto. Spesso il ragazzo è costretto a "stare al cattivo gioco", perché posto nel ruolo più debole di studente.
Lasciare i problemi e i crucci personali dietro la porta dell'aula e mostrare una disponibilità continua e un umore non mutevole. Gli isterismi, le intemperanze, gli abusi di potere sono quanto di più odioso si possa perpetrare ai danni di un ragazzo. Quando una strigliata ci vuole, va fatta, ma senza mai eccedere. Bisogna, tuttavia, cercare di riconquistare subito il buon rapporto di prima. Niente "musoni" con i ragazzi.
Occorre sforzarsi di risultare più equo e più corretto che mai nell'esprimere le valutazioni intorno alle prove dei ragazzi, specie quando con le stesse - come solitamente accade - si stabiliscono differenziazioni e gerarchie tra loro. Gli studenti, anche i più "modesti", sanno essere giudici severi della capacità di valutazione dei propri docenti. Se si è giudicati ingiusti, parziali o pregiudizievoli, non basta la bella lezione per riuscire a riconquistare la loro stima e la loro fiducia. Ma equi e giusti bisogna esserlo con loro non solo nelle valutazioni, ma anche nel coinvolgimento nelle attività scolastiche e nell'attribuzione delle responsabilità.
Mai imitare il docente che, non sapendo farsi obbedire con la stima, si fa obbedire con il terrore. Ma essere amichevoli con i ragazzi non significa trasformarsi in un loro pari, perché essi si aspettano che il docente svolga la funzione del docente.
Dare, infine, grande valore al comportamento del ragazzo, quanto al suo profitto. Il che, nel concreto, deve tradursi nell'apprezzare che il suo comportamento sia improntato a civismo, correttezza, senso di amicizia, di lealtà e di solidarietà.
Franco Federico




     


       









venerdì 3 febbraio 2017

Ci sono più poeti che lettori di poesia di Franco Federico



                                                                                   
       Ad essere maggiormente penalizzata dalla crisi odierna della lettura è, senza dubbio, la poesia, il cui posto tra i consumi librari risulta come uno dei più bassi in assoluto. Quel poco di poesia che si legge, si legge a scuola. E molto raramente è accaduto che un libro di poesia abbia uguagliato il numero delle tirature di uno di narrativa.
     Pare che siano più le persone che scrivono poesia che quelle che la leggono. Il fatto paradossale è che la poesia non viene letta neppure da coloro che la “fanno”. Molti, infatti, di coloro che ai giorni nostri si fregiano indebitamente del titolo di poeta hanno letto le ultime poesie sui banchi di scuola.
       E’ semplicistico affermare che la disaffezione alla poesia nasca solo dalla difficoltosità della lettura del testo poetico. Essa è sicuramente la conseguenza di un insieme di fattori, il più influente dei quali è costituito dalla scuola, ovvero dalle prime ed - ahimè - spesso incancellabili impressioni scolastiche. Il primo (e, purtroppo, in più casi unico) approccio con la poesia, nel secolo dell’istruzione obbligatoria, avviene - come si sa -  tra le pareti scolastiche.
       Notoriamente, la scuola è giudicata come il principale imputato della scarsa diffusione della lettura nel nostro Paese. Si ritiene che la presentazione scolastica del prodotto letterario che, come è noto, si trova in posizione preminente rispetto ad ogni altro genere di lettura, sia tale da fare associare l’atto del leggere più ad un dovere che ad un piacere.  Per ovvie ragioni, a risentire dell’inadeguatezza delle modalità di trattamento del fatto letterario è principalmente la poesia, per il fatto che essa, più di ogni altro tipo di testo, risulta esposto a mistificazioni di varia natura. A queste si deve, in fondo, se la maggior parte dei “provetti” e, spesso, giovanissimi poeti odierni sono persuasi che una frase dal contenuto sentimental-melanconico, le cui parole siano disposte a mo’ di versi, rappresenti una bella poesia. Che va, comunque, definita, se non un’illusione bell’e buona, quanto meno un grossolano fraintendimento, del quale divengono complici i tanti Concorsi di poesia, che risultano organizzati da questa e da quella Associazione in diverse città del nostro Paese e che, in più di un caso, si avvalgono di “giurie” piuttosto improvvisate – a volerle definire con un aggettivo eufemistico.
       Nella scuola sovente accade che della poesia venga considerato solo l’aspetto contenutistico; che della stessa ci si serva per impiantare i discorsi più diversi, senza tuttavia sfiorare, neppure minimamente, la “fisicità” dell’oggetto poetico. Jacqueline Risset ha definito tale procedimento la “dissoluzione dell’oggetto letterario”: il docente, cioè, molto spesso racconta la vita dell’Autore di una poesia; parla dell’epoca in cui questi è vissuto; illustra la Corrente di cui lo stesso ha fatto parte; aggiunge qualche considerazione di sapore impressionistico o moralistico sul contenuto della poesia, per poi, puntualmente, tracciarne la parafrasi. Lo stesso itinerario è tenuto inevitabilmente a percorrere il discente. 
       Maurizio Cucchi, uno dei maggiori poeti contemporanei, rispondendo ad uno studente che gli aveva richiesto un parere sulle modalità di presentazione della poesia da parte della scuola, così si esprimeva: “La scuola, purtroppo, ci ha insegnato fin da quando eravamo piccolissimi a fare la prosa della poesia, a farne il riassunto per estrarre quello che il poeta voleva dire. Come se il poeta fosse un imbecille, un pazzo, oppure un originale che invece di dire le cose in maniera normale le dice in maniera arzigogolata e difficile. Allora capire una poesia vorrebbe dire riuscire a decifrarla, per estrarne una comunicazione pratica, un messaggio chiaro. Ma se si cerca una comunicazione chiara ed immediata, è meglio leggere il giornale piuttosto che una poesia”.
       Se la preoccupazione più diffusa tra docenti è quella di far conoscere la storia dell’oggetto letterario, lasciando nella quasi più completa incertezza la caratterizzazione dell’oggetto stesso, risulta allora inesatto voler definire quello realizzato a scuola uno studio letterario, trattandosi piuttosto di uno studio storico.  Quando uno dei più autorevoli poeti della seconda metà del Novecento, come Andrea Zanzotto, si scaglia contro l’operazione scolastica della “parafrasi”, se la prende in fondo con l’uso strumentale che del testo poetico viene fatto dagli insegnanti, che credono in questo modo d’insegnare a scrivere meglio e che poco preoccupati si mostrano del fatto che agli occhi dello studente la poesia possa riduttivamente  apparire  come una sorta di rebus da sciogliere appunto attraverso la parafrasi, ovvero come un testo che meglio avrebbe fatto il poeta a far nascere sotto forma di prosa.  Se alla poesia di Ungaretti ci si rivolge, dopo aver letto decine e decine di pagine di storia, di documenti e testimonianze, perché interessa conoscere il parere di un così importante poeta sugli effetti funesti dell’ultima guerra, si fa solo del sociologismo infarcito di moralismo, che poco o niente ha a che vedere con la poesia. La poesia - è vero - è anche documento storico, ideologico, ma non solo questo!
 Franco Federico

mercoledì 25 gennaio 2017

Come è cambiata la TV di Franco Federico


      Papa Bergoglio ha affermato che le televisioni dei giorni nostri preferiscono orientarsi verso le cose brutte, perché queste non annoiano come le cose belle. Il che - a ben considerare - è dato riscontrare in non pochi degli odierni programmi televisivi, qualcuno dei quali come, per fare un esempio, “Undressed”, appare tanto bizzarro quanto assurdo: in ogni sua puntata un uomo e una donna, sconosciuti l’uno all’altra, si spogliano e si mettono a letto, per capire nell’arco di una mezz’ora se fra loro scocca l’amore. Nemmeno “Grande fratello” era riuscito a banalizzare in questi termini la delicatissima e complessa fase dell’innamoramento, riducendo il fattore-attrazione tutto alla mera sfera fisico-sessuale. È proprio il caso di ritenere che oggi si viva in un nuovo medioevo, in cui regna ormai sovrana la confusione e si è perso ogni riferimento etico.
       Ma la bruttezza di cui parla Papa Francesco è arrivata a diffondersi persino nei telegiornali, non pochi dei quali, pur di attrarre un quanto più elevato numero di spettatori, finiscono con l’assecondare la più becera forma di curiosità, mettendo in prima pagina, ovvero dandole come prime notizie, quelle che riguardano i fatti più efferati di cronaca nera. E, per sollecitare la morbosa curiosità di coloro che risultano più appassionati a tale genere di notizie, sono nati degli appositi programmi, in cui il fattaccio è setacciato da ogni punto di vista come in un’aula di tribunale. Proprio in questi giorni è intervenuto il notissimo personaggio dello spettacolo Fiorello, il quale molto giustamente si è lamentato di siffatte trasmissioni televisive che vanno a snocciolare i più gravi episodi di cronaca nera, oltretutto in orario pomeridiano. Detti programmi, indubbiamente, sono figli della selvaggia concorrenza che tra una rete televisiva e l’altra è venuta a scatenarsi dalla nascita delle tv commerciali in poi.
    Anche “Uomini e donne”, che va avanti ormai da 20 anni e che risulta devastante sotto il profilo (dis)educativo nei confronti delle nuove generazioni, non fosse per altro che per il fatto che inculca in esse l’idea che nel rapporto amoroso ciò che più conta sia la bellezza fisica, rigidamente intesa secondo i canoni impersonati dai protagonisti della trasmissione, quasi tutti palestrati e tatuati, va in onda in orario pomeridiano, così da intercettare soggetti molto giovani e, per lo più, di sesso femminile, notoriamente più sensibili a trasmissioni di questo tipo. Quanto possano importare gli effetti assolutamente negativi di questa trasmissione alla sua nota conduttrice, Maria De Filippi, il cui stare continuamente seduta su una scala in atteggiamento sornione bene simboleggia l’estrema pochezza del suo ruolo, o alla rete televisiva che da anni ormai la propone al pubblico dei giovanissimi, non si fa alcuna fatica a comprendere.
    Una sorte non migliore è toccata alla politica nel trattamento che della stessa è fatto dalle odierne televisioni, le quali, oltre che dedicarle uno spazio di gran lunga maggiore rispetto al più o meno lontano passato, ne offrono un’immagine non certo esaltante e tale da alimentare non poco il disinteresse già provato dai più verso la politica. Il format televisivo più in voga, per quanto riguarda la politica, è, come è noto, quello del talk show, presente in quasi ogni principale canale e la cui formula prevalente si basa non tanto sulla funzione informativa, ovvero sull’approfondimento analitico, quanto invece sulla spettacolarizzazione, nel senso che un politico, diciamo così di parte governativa, viene contrapposto ad un altro appartenente ad un partito di opposizione. Quanto più aspri nel corso della trasmissione si fanno i toni tra l’una e l’altra parte, tanto più si eleva il grado di spettacolarizzazione della trasmissione. Se si sconfina, poi, nella rissa vera e propria e volano parole forti e ingiuriose, vola anche lo share, ovvero l’indice di ascolto.
       Le prime volte assistere ad una bella litigata, basata tutta su parolacce ed offese personali, può anche divertire un po’; a lungo andare, tuttavia, lo spettatore meno sprovveduto finisce con lo stancarsi, considerato oltretutto che gli ospiti, spostandosi da un talk show all’altro, sono quasi sempre i soliti e che, gira e rigira, ripetono sempre le stesse cose.  Forse non tutti sanno che prendere parte ad un talk show dà diritto ad un gettone di presenza che varia tra i 1000 e i 2000 euro, per cui, i giornalisti che vi partecipano intascano belle sommette, che vanno ad aggiungersi a quanto già guadagnano attraverso il lavoro ordinario. Nel caso dei politici, le ospitate tv consentono un guadagno in termini di visibilità e di consenso: il caso più emblematico in tal senso è quello di Meloni, Salvini, Di Maio, Di Battista, ecc. i quali devono la loro grande popolarità proprio alle fittissime e quasi quotidiane ospitate televisive, oltre che alle abilità comunicative, basate su un linguaggio dalle tinte forti, talvolta volgare, che si pone in perfetta sintonia con gli istinti e la pancia della gente meno pretenziosa e più semplice che mai. A qualcuno come Renzi, che ha davvero esagerato in fatto di presenzialismo televisivo, è capitato l’effetto contrario, nel senso che ha suscitato verso di sé ampia antipatia e una reazione di vero e proprio rifiuto.
      Va fatto, infine, un riferimento a “Dalla vostra parte”, che si può tranquillamente definire una vera e propria “macchina da guerra”, dal momento che il suo scopo principale sembra essere quello di diffondere paura, allarmismo, intolleranza religiosa, rabbia, sfiducia nelle istituzioni, razzismo e quant’altro. Nel corso della trasmissione ci si collega con quella che impropriamente è chiamata piazza, ma effettivamente trattasi più o meno di “quattro gatti”, tutti casualmente dello stesso orientamento politico e di pensiero; e tra i suoi ospiti quasi stabilmente presenti figurano alcuni degli esponenti più “duri” della Lega Nord, come Marcato, o di Forza Italia, come Santanchè. In un paese “normale” programmi simili verrebbero fatti chiudere già dopo poche puntate, ma il sistema televisivo italiano, che al suo interno ha ormai da più decenni un’anomalia grande quanto una casa, non consente purtroppo un provvedimento del genere.
Franco Federico
    

     

martedì 17 gennaio 2017

Principali linee guida di didattica del Latino di Franco Federico

      

      E’ nel periodo ginnasiale e durante il biennio del Liceo Scientifico che si costruisce l’abilità del tradurre. Questi primi passi dello studio risultano decisivi non solo per favorire l’insorgere nello studente di un giusto atteggiamento nei confronti del Latino, ma anche per orientare in un senso o nell’altro l’andamento del profitto. E’ dalle modalità del primo approccio con la lingua latina che discendono l’interesse, la motivazione e la sensazione di agiatezza dello studente. Nel caso contrario, viene a determinarsi il cosiddetto blocco psicologico che, nella maggior parte dei casi, abbassando nettamente il senso di autostima provato dallo studente nei confronti della disciplina, finisce di fatto con l’inibire ogni suo futuro miglioramento.
       Seguire pedissequamente l’impianto del libro di testo, se, da una parte, può risultare rassicurante e deresponsabilizzante, dall’altra, finisce a lungo andare col distogliere l’attenzione e l’interesse dello studente, facendo nel contempo apparire agli occhi di questi il docente come privo di alcuna rilevanza sotto il profilo didattico. Il libro, quand’anche sia provvisto di ogni pregio, non risulta certamente in grado, come invece può e deve fare il docente, di adattarsi al ritmo di apprendimento e alle necessità proprie di questo o di quel discente. Al docente spetta, altresì, procedere a quel lavoro di dosaggio e di essenzializzazione delle regole e delle nozioni grammaticali, che è assolutamente indispensabile nello studio di una lingua così complessa, come quella latina. Ove la molteplicità delle nozioni venga, infatti, a riversarsi sulla mente del povero discente, senza che le stesse siano state preliminarmente selezionate ed organizzate in base a ben precisi criteri di efficienza didattica, ciò inevitabilmente determina nel ragazzo l’effetto di un rigetto, ovvero di un rifiuto bell’e buono delle medesime. I docenti che vantano una lunga esperienza sanno bene quanto sia importante mettere su un percorso di lavoro ben studiato, fortemente coerente e dalla struttura quanto più semplificata. 
      Nel “fare Latino” con i ragazzi che si siano impratichiti già dell’antica lingua, invece, la cosa più importante di tutte è cercare di suscitare in essi interesse per l’opera della quale vengono letti in classe i brani più rappresentativi. Un ruolo decisivo il docente lo svolge, nel momento in cui è alle prese con la scelta dei brani da far leggere ai propri discenti e delle modalità secondo cui presentare gli stessi. Se i brani sono stati scelti in modo da adeguarli bene alla sensibilità degli studenti a cui sono destinati, non si può non suscitare negli stessi grande meraviglia nel constatare quanto attuali siano i temi affrontati in opere così antiche e quanto risultino profonde le verità espresse da Autori di epoche così lontane dalla loro. E tra l’attenzione indirizzata al piano critico-ideologico di un testo e quella che è opportuno rivolgere agli aspetti stilistico-formali di fatto non viene a determinarsi alcuna opposizione; anche se da parte delle ultime generazioni sembra manifestarsi una maggiore propensione per gli aspetti di contenuto.
         Quanto ai cosiddetti “compiti in classe”, va detto che non sempre allo studente è dato cogliere la logica attraverso la quale gli stessi si colleghino alle restanti attività della stessa disciplina. Quel che si riesce facilmente a comprendere è che i compiti si devono fare, perché così è prescritto da una qualche norma. Nella scelta dei brani idonei ad una prova scritta di Latino, due sono i criteri attraverso i quali detti compiti possono trovare una loro legittima collocazione, ovvero concatenarsi a tutto il resto. I brani per lo svolgimento del compito si possono trarre dall’opera che si sta già procedendo a leggere e ad analizzare in classe; oppure i brani possono riferirsi alla struttura grammaticale o all’insieme di strutture grammaticali il cui esame sia stato da poco ultimato. Non ha senso provvedere a questa così delicata scelta in modo illogico e disordinato, ovvero del tutto casualmente.
        Nel tentativo di adattare il grado di difficoltà propria del brano alle abilità traduttive dello studente, bisogna considerare non tanto la complessità linguistico-grammaticale del brano, quanto in particolar modo la semplicità o meno dell’argomento in esso affrontato. Insomma, a facilitare la traduzione di un brano è, molte volte, più il suo contenuto che la sua forma. E certamente è per il docente un compito alquanto arduo quello di scegliere i brani di una prova di verifica: in più di un caso, il diffuso esito negativo di una prova è da ascriversi al docente che non è riuscito ad adattare le difficoltà del brano assegnato al livello abilitativo dello studente, nel senso che è venuta a crearsi una netta sproporzione tra l’una e l’altra cosa. Ma può capitare anche il contrario: che cioè il brano o i brani risultino troppo al di sotto delle capacità di traduzione dello studente, per cui si viene a compromettere a priori la funzione accertativa della prova.
      Le verifiche orali di Latino, alla pari di quelle di qualunque altra disciplina, dovrebbero essere tali, da far conoscere in anticipo agli studenti le modalità di svolgimento delle stesse. Tanto più ampia e particolareggiata è la verifica orale, quanto più si amplia l’orizzonte dell’accertamento che è operato attraverso la medesima. Oggi, si va, purtroppo, diffondendo la verifica-questionario che, piuttosto che affiancarsi a quella orale, esclude tanto ineluttabilmente quanto sbrigativamente quest’ultima. Che dire, poi, di quei docenti che basano tutta la valutazione sull’esito dell’ultimo compito scritto o su qualche “domandina dal banco” che bisogna avere la “fortuna” di riuscire ad intercettare. Il fatto che di queste dolenti ed alquanto detestabili situazioni i dirigenti rimangano, in molti casi, completamente all’oscuro non fa che legittimare la sempre maggiore diffusione di dette detestabili pratiche, specie in realtà come le nostre in cui le famiglie o non sanno come difendersi o temono omertosamente di aggravare le cose a rivendicarne da sole l’abolizione. Sta di fatto che non pochi sono i ragazzi che a fine anno si buscano il debito proprio in questo modo. 
       Riguardo ai “Corsi di Recupero” - sia quelli tenuti durante l’anno scolastico, che quelli del periodo estivo -, contrariamente a quanto sarebbe stato naturale aspettarsi, in pochissimi istituti è stata fino ad oggi realizzata alcuna seria iniziativa, volta a sviluppare un minimo di ricerca sui modi più efficienti di organizzarli. Per cui, nella maggior parte dei casi, accade che agli studenti col debito sia propinata la stessa pappardella e che a propinargliela siano proprio i docenti che si possono oggettivamente considerare, se non del tutto responsabili, quanto meno corresponsabili di detto debito. Tant’è che le famiglie, preso contezza di questa triste contraddizione, si trovano, loro malgrado, costretti a provvedere a proprie spese alla soluzione del debito del figlio. Quel che è certo è che sarebbe opportuno disegnare itinerari ben calibrati sotto ogni punto di vista, in modo da rispondere a ciascuna situazione di bisogno nella quale venga a trovarsi lo studente di una classe e dell’altra.
Franco Federico

    


domenica 8 gennaio 2017

Sulla crisi odierna dell'insegnamento del Latino di Franco Federico

      Non c’è disciplina scolastica che meglio del Latino rifletta il radicale cambiamento intervenuto nei Licei negli ultimi decenni, nel senso che le varie vicissitudini a cui esso è andato incontro bene evidenziano lo stato di salute di questo tipo d’istituto scolastico. La prima più vistosa novità - se così si può definire - che è dato cogliere in rapporto a detta disciplina è costituita dalla quasi scomparsa del cosiddetto “classico” dall’insegnamento dell’antica lingua dei nostri progenitori. Viene portato a conoscenza degli studenti un numero alquanto limitato di brani di Autore, ovvero di brani ovviamente non finalizzati all’esercitazione grammaticale e, nella maggior parte dei casi, gli stessi vengono semplicemente assegnati: non si procede cioè, da parte del docente, ad alcuna analisi-commento né dal punto di vista storico-critico, né tanto meno da quello retorico-stilistico o linguistico-grammaticale.
      Quanto all’insegnamento della lingua latina, affidato - grosso modo -  ai primi due anni dell’uno e dell’altro liceo, va detto che esso viene per lo più praticato attraverso il libro di grammatica, che è sistematicamente letto in classe e del quale si segue l’impianto di svolgimento pagina per pagina, così che il docente non esprime alcuna forma di autonomia progettuale per quanto attiene all’impostazione didattica di tale studio. C’è poco da stupirsi, se proprio nel Latino siano fatte registrare le difficoltà più diffuse tra gli studenti liceali e se si sviluppi  un’ostilità sempre più netta o addirittura una paura preconcetta nei confronti dello studio di detta lingua. Lungi da noi l’idea che ciò sia da ascriversi a supposte incapacità proprie delle ultime generazioni.
        Indubbiamente sulla delicata e complessa questione qui presa in esame  agiscono vari fattori, primo fra tutti la forte differenziazione che da sempre è venuta a determinarsi nelle Università italiane tra un corso di laurea in Lettere e l’altro, per quanto riguarda sia la tipologia e la qualità degli esami affrontati, sia il numero e il grado di difficoltà degli esami di Latino.  Un altro fattore che ha influito non poco sull’abbassamento della qualità dell’insegnamento del Latino è rappresentato dall’infelicissima scelta  - ormai adottata in quasi tutti i Licei  - di verticalizzare sia l’insegnamento del Latino che quello dell’Italiano, col pretesto (o forse sarebbe meglio definire pia illusione) di prevenire sul nascere le lamentele e le critiche che i docenti della fascia superiore sono soliti rivolgere nei confronti di quelli della fascia inferiore riguardo all’insufficiente grado di preparazione manifestato dai discenti che si accostano al ciclo successivo.
   C’è stato, tuttavia, un tempo nel quale a ciascun docente era data facoltà di scegliere la fascia scolastica che meglio si adattasse alle proprie competenze, all’esperienza di lavoro già maturata e alle proprie capacità. Pertanto, i docenti di Lettere si dividevano in docenti di Italiano e Latino del biennio e docenti di Italiano e Latino del triennio. L’aver di fatto generalizzato la verticalizzazione si è tradotta in una sorta d’imposizione, nel senso che, piuttosto che subire l’umiliazione di un suo rifiuto, equivalente ad una vera e propria ammissione d’inadeguatezza personale agli occhi di colleghi e Capo d’Istituto, i più hanno preferito ipocritamente sobbarcarsi un compito al di sopra delle proprie capacità professionali e delle proprie conoscenze disciplinari.
         La verità è che, per formare un bravo docente di Latino o di Italiano, non è sufficiente aver affrontato un ottimo corso di laurea; questo va considerato solo un buon punto di partenza. E, del resto, una preparazione universitaria risulta tanto più efficace, quanto più la stessa si sia fondata sullo studio e sull’approfondimento dei Classici. Ma se il docente, dopo il conseguimento della laurea, ha interrotto ogni pratica di lettura del classico latino o nel tempo si è limitato a rileggere solo i brani di Classico via via proposti alle sue classi, ciò non può certo averlo condotto ad alcun considerevole arricchimento del proprio bagaglio culturale e professionale, né tantomeno ad una padronanza nel campo della traduzione e nell’analisi del testo latino. Per imparare a tradurre non c’è di meglio che leggere quasi quotidianamente le opere latine.   Serve a poco la grammatica; ciò che più conta è cogliere la “grammatica che è contenuta” nel testo degli Autori migliori. Leggere i classici, oltretutto, serve moltissimo per impossessarsi del lessico essenziale latino.         
Franco Federico*  

*Con questo articolo Franco Federico, docente e autore di vari saggi sulla scuola, inizia la sua collaborazione al blog. Lo ringrazio.