Ho sotto gli occhi un quiz volto ad addestrare gli studenti all’analisi dei testi letterari a scuola. È un esempio tra i tantissimi, rappresentativo di una tendenza generale.
Si elencano cinque verbi che indicherebbero tutti un «modo di ridere», ovvero un unico stato psicologico che si differenzia soltanto per intensità: 1. Sbellicarsi dalle risate; 2. Sorridere; 3. Ridacchiare; 4. Ridere; 5. Sghignazzare. Si chiede di metterli in «ordine crescente di intensità». La risposta è: 2, 3, 4, 5, 1. In tal modo l’alunno acquisirebbe la «competenza» di distinguere le «sfumature di significato».
Il dramma è che esista la necessità di spiegare perché sia profondamente idiota ritenere che queste cinque manifestazioni siano differenziazioni di intensità di un unico stato psicologico. Chi ha proposto questo quiz evidentemente non ha mai sentito parlare di un «sorriso amaro», di un «sorriso di simpatia», di un «sorriso ironico», e anche di un «triste sorriso». Nessuna relazione necessaria col ridere che, a sua volta, può esprimere tante cose: allegria conviviale, una reazione al comico ma anche sarcasmo, derisione. E se forse quest’ultimo atteggiamento ha qualcosa a che fare con lo sghignazzare, anche lo sghignazzare ricopre una gran varietà di atteggiamenti specifici. Forse soltanto lo sbellicarsi dalle risate può essere considerato un’intensificazione del ridere; non certamente il ridere un’intensificazione del ridacchiare.
Fermiamoci qui per chiederci quali giovani s’intende formare con un simile avvilente appiattimento della ricchezza del linguaggio che trasforma l’interpretazione dei testi nella compilazione di ordinamenti numerici che in me, matematico, suscita un moto di antipatia per l’aritmetica. La risposta è: macchine rincretinite. E si noti che l’esempio proposto non è isolato, bensì tipico.
Nei test Invalsi proposti ai licei si usava un brano di un racconto di Mario Rigoni Stern, in cui una ragazza cadeva sugli sci davanti a un soldato, che la risollevava e poi le chiedeva scusa mentre lei riprendeva la discesa «indispettita e crucciata», come dirà dopo, «arrabbiata per quella stupida caduta». Perché - chiede il quiz - la ragazza se ne va senza dire grazie? Mettere la crocetta su una di queste risposte: A. È seccata dall’invadenza del militare; B. Si vergogna del proprio aspetto; C. È irritata con se stessa per essere caduta; D. Si è fatta male cadendo. Mettiamo la crocetta su C? E perché non anche su A, e non anche un poco su B? Perché il suo stato psicologico non può essere visto come una miscela dei tre e anche di qualcos altro? Quale competenza misura un test del genere a risposta chiusa? Nessuna. Chi ha risposto in maniera «esatta» può essere un perfetto imbecille mentre chi non trova una sola risposta può essere la persona più capace di cogliere la ricchezza e l’ambiguità dell’analisi psicologica proposta da un testo letterario di autentico valore.
Del resto, quando l’uso dei test travalica la verifica di semplici capacità minimali - ortografia, regole grammaticali di base, capacità di far di conto - è inevitabile che si cada in queste miserie.
Risalta in modo evidente come, nel discorso programmatico del presidente del Consiglio, mentre anche sulle scelte più rilevanti in materia economica si sia mantenuta una notevole dose di ambiguità e di approssimazione, su un punto soltanto è stato fornito un riferimento preciso: sull’uso dei test Invalsi per «identificare i fabbisogni» scolastici, identificare le «aree in ritardo» (rispetto a che?), al fine generale di accrescere «i livelli d’istruzione della forza lavoro» e per «valorizzare il capitale umano». Non si dica poi che il sospetto di tecnocrazia è malizioso. Per una scuola che sta perdendo l’anima - declinando sempre più verso lo stato di carrozzone tormentato dal dirigismo burocratico in cui le ultime preoccupazioni sono la cultura, i contenuti, la dignità dell’insegnante e la formazione di soggetti consapevoli e motivati - non si trova di meglio che parlare di «test», nella cornice di un linguaggio economicista, a base di «capitale umano», «forza lavoro», «fabbisogni» e «aree in ritardo»? Invece di capire che ciò di cui ha bisogno l’istruzione è soprattutto la motivazione profonda e la restituzione del «senso» della propria missione? Davvero malinconico.
21 novembre 2011
Tre condizioni sono necessarie per la felicità: essere imbecilli, essere egoisti e godere di buona salute. Ma, se manca la prima, tutto il resto è inutile. (Gustave Flaubert)
sabato 26 novembre 2011
giovedì 10 novembre 2011
Dieci lire per Ciccillo (Racconto) di Ezio Scaramuzzino
Ciccillo partiva da Mesoraca verso l’alba, per poter arrivare di primo mattino in uno dei paesi del Marchesato. Ma la sua meta preferita era Scandale, che egli visitava almeno una volta al mese. Viaggiava a piedi Ciccillo, un po’ perché allora i mezzi di comunicazione erano scarsi, ma anche perché, se pure ci fossero stati, egli non aveva i soldi per pagarsi un biglietto e, se anche li avesse avuti, avrebbe certamente preferito risparmarseli, evitando un viaggio in autobus, che considerava decisamente un lusso riservato a ben altre persone. Nel viaggio egli percorreva scorciatoie e sentieri che conosceva bene e solo di tanto in tanto, nei brevi tratti in cui si trovava su una strada pubblica, si azzardava a chiedere un passaggio a qualche contadino alla guida di un carretto.
Quando il passaggio gli veniva accordato, montava in fretta e faceva la prima sosta al bivio Lenza, dove una sorta di osteria a buon mercato costituiva una prima tappa obbligata per tutti coloro che si trovassero ad attraversare quelle strade. Qui Ciccillo non perdeva tempo. Si dava un’occhiata intorno e, se erano presenti almeno due o tre persone, saliva subito su una sedia, richiamava l’attenzione dei presenti e incominciava a recitare filastrocche e scioglilingua che solo lui conosceva.
Alla fine della recita scendeva dal suo piedistallo e chiedeva dieci lire. “M’e ‘ddu’ dece lire?”, diceva, non con l’aria di chi chiede l’elemosina, ma con l’atteggiamento di chi chiede il giusto compenso per un’ esibizione artistica.
Poi, se gli era possibile, proseguiva il viaggio sul carretto e verso le otto era in paese. Si fermava anche qui in un’osteria, si faceva offrire un bicchiere di vino, quasi a voler ritemprare le forze, e poi andava incontro al suo pubblico. La notizia del suo arrivo si diffondeva in un attimo. “E’ arrivato Ciccilluzzo”, si dicevano tutti. C’erano centinaia di Ciccilli nella zona, ma Ciccilluzzo era solo lui, unico ed inconfondibile.
Ciccillo avanzava, nella strada principale del paese, alla testa di un corteo formato per lo più da monelli, che durante tutto il tragitto lo spernacchiavano e lo tormentavano crudelmente, tirandogli dietro ciottoli, tirandolo per la giacca o facendogli lo sgambetto per cercare di farlo cadere. Tra quei monelli allora c’ero anche io.
Ma Ciccillo era impavido: resisteva ad ogni offensiva e, un po’ barcollando, un po’ zigzagando per evitare le trappole, riusciva a raggiungere la sua meta, che poi era la piazza principale del paese. Qui qualcuno andava a prendere una sedia, alla quale Ciccillo si avvicinava facendosi largo tra la folla sghignazzante. Una volta salito, egli dava fondo alle sue qualità di attore, recitando il meglio del suo repertorio.
La gente non lesinava gli applausi e si infervorava sempre di più. L’attore, da quella sedia che costituiva il suo palcoscenico, assecondava gli umori del pubblico e non si faceva pregare nel soddisfare le richieste. Ciccillo si accalorava, gesticolava, sudava, parlava, straparlava, ma immancabilmente, prima o poi, in un modo o nell’altro, arrivava a quello che era unanimemente considerato il suo pezzo forte, il suo cavallo di battaglia, il suo capolavoro.
Quando lui stesso preannunziava che stava per eseguire "A fimmina culinuda", la gente improvvisamente rimaneva zitta, perché non una parola doveva essere persa. In questo silenzio Ciccillo prima si rischiarava la voce, poi si dava una manata sulla coscia, come per darsi il tempo, ed infine attaccava, su un ritmo di tarantella, una specie di strambotto.
E quant’ è bella ‘a fimmina culinuda,
parà ‘na casa senza ceramidi,
ammenz’’i gambi cià ‘na grutta scura,
ci guardi cu ricriu e nu ci vidi.
E quant’ è bellu l’ominu culinudu,
parà ra casa di nu cavaleru,
ammenz’’i gambii tena ‘n’armatura,
fa strazi di li fimmini chi vida.
Alla fine della recita la folla andava immancabilmente in delirio. Ciccillo dal suo palcoscenico ringraziava con un inchino, stando ben attento a non ruzzolare, e poi chiedeva dieci lire ad ogni persona di buon cuore del gentile pubblico. Qualche carogna gli rispondeva con il lancio di ortaggi, ma non mancavano quelli che le dieci lire gliele davano davvero, anche se si divertivano a lanciargliele sulla testa. Ciccillo non si perdeva d’animo: si piegava per terra e si intrufolava tra le gambe della gente per raccogliere quelle sudatissime offerte.
Durante la mia infanzia, non c’era ancora la televisione, del cinema si sentiva solo parlare e gli unici divertimenti possibili erano quelli procurati da qualche scassatissimo circo equestre di passaggio e da qualche compagnia di attori girovaghi napoletani, oppure quelli offerti da Ciccillo. Ma il circo e gli attori girovaghi capitavano una volta ogni tanto, mentre Ciccillo era quasi un ospite fisso nella vita lenta e sonnacchiosa del paese.
Passarono gli anni, tanti anni. In una calda Domenica di Giugno, mi ritrovai con alcuni amici a San Mauro Marchesato, in occasione della festa della Madonna del Soccorso, una delle più importanti e famose tra le tante feste religiose del circondario. Da Scandale eravamo andati a piedi, tanto era breve la distanza, e ci eravamo ritrovati davanti al santuario nel momento culminante delle celebrazioni. Il grande quadro con l’effigie della Madonna aveva appena iniziato il suo giro attraverso le strade del paese e, quando la folla cessò di sfilare, notai che ai due lati del portone d’ingresso del santuario due ciechi erano fermi a chiedere l’elemosina.
Uno dei due era di corporatura robusta, aveva occhiali neri, un cartello appeso al petto con la scritta "Cieco di guerra", un bastone nella mano destra, un cappello nella mano sinistra e chiedeva la carità con voce lamentosa e strascicata. L’altro, più gracile ed apparentemente più vecchio del primo, si limitava a protendere silenziosamente un piattino, sperando nella generosità dei passanti. Non aveva occhiali ed era possibile vedere che dalle sue orbite fuoriusciva un liquido giallastro, rappreso all’altezza degli zigomi.
La mia attenzione fu richiamata in particolare dal fatto che il primo cieco mal sopportava la presenza del secondo e lo invitava continuamente ad andarsene o almeno a spostarsi un po’ più lontano. Il secondo però oltre che cieco doveva essere anche sordo, perché proprio non ci sentiva da quell’orecchio e continuava imperterrito, senza profferire parola, a tenere il braccio teso con il piattino.
Ma fu un attimo: il primo cieco, che poi tanto cieco non doveva essere, prese una breve rincorsa, roteò il suo bastone e assestò con precisione una legnata sulla testa del rivale. Il quale barcollò un attimo e poi cadde per terra, mentre l’aggressore se la svignava, approfittando della ressa e della confusione.
Fui il primo ad accorrere ed a prestare soccorso al malcapitato. Riuscii anche a superare la mia istintiva repulsione per quel liquido giallastro che gli colava sul volto e lo sorressi, riuscendo a risollevarlo e a rimetterlo in piedi, mentre altre persone assistevano o collaboravano in qualche modo all’opera caritatevole. Egli si lamentava flebilmente per il colpo ricevuto e cercava di toccarsi con la mano una ficozza bluastra che già incominciava ad infiorare la sua testa calva. Mentre lo sorreggevo, vidi che anche sul didietro, lungo la gamba destra, gli colava quella secrezione giallastra che già aveva impiastricciato il suo volto. Notai che da una tasca posteriore penzolava un piccolo contenitore di plastica, che nella caduta si era spezzato in due e lasciava fuoriuscire qualcosa che con tutta evidenza si presentava come un miscuglio liquido di uova strapazzate. Poi mi soffermai a guardare bene il volto di quel “cieco” ed ebbi la netta impressione di averlo già visto da qualche parte, forse anche di conoscerlo.
Cercavo di far luce nella mia memoria, di ricordare dove e come l’avessi conosciuto, quando egli incominciò ad articolare le sue prime parole dopo la caduta e disse con chiarezza:“M’e ‘ddu’ dece lire?”. Era lui, era Ciccillo, invecchiato, malconcio, ancora più a mal partito rispetto a tanti anni prima, ma era lui, decisamente.
Erano passati tanti anni da allora, forse trenta. C’era stato il miracolo economico degli anni ’60 e poi c’era stata la crisi degli anni ‘70, che aveva impoverito tanta gente. In seguito c’era stata la ripresa degli anni ’80, la ripresa del periodo di Reagan, tanto per intenderci, ma Ciccillo tutte queste cose non le aveva mai sapute e certamente non le sapeva ancora. Egli continuava imperterrito a chiedere dieci lire, quelle dieci lire con le due spighe da una parte e l’aratro dall’altra, che ormai non venivano nemmeno più coniate ed erano sparite dalla circolazione.
Mi frugai nelle tasche e trovai una moneta di cinquecento lire. Gliela regalai con piacere, un po’ per ringraziarlo, seppur tardivamente, degli spassi che mi aveva procurato quando ero bambino, un po’ anche per chiedergli scusa delle tante afflizioni che gli avevo procurate allora, con gli altri monelli della mia età.
Ciccillo afferrò la moneta con un brusco movimento e si mise ad osservarla con gli occhi sgranati, con quegli stessi occhi che fino a qualche minuto prima egli aveva tenuti ostinatamente chiusi. Poi si allontanò, senza voltarsi, zoppicando leggermente e di tanto in tanto mettendosi una mano sulla ficozza, mentre con l’altra mano teneva stretto il suo piccolo tesoro.
Qualche anno fa, nel suo paese di origine, Ciccillo è morto durante una freddissima notte di Dicembre all’età di circa novanta anni. E’ morto in perfetta solitudine, come in perfetta solitudine era sempre vissuto. I vicini di casa, che vedevano da un paio di giorni l’uscio sempre chiuso, si erano insospettiti ed avevano dato l’allarme. I volontari della Misericordia, che sono andati a prelevarlo per provvedere alle esequie, lo hanno trovato completamente vestito ed infilato nel suo letto sotto una montagna di coperte. I suoi scarponi erano allineati davanti al letto e sul tavolo c’erano ancora gli avanzi della sua ultima cena di un paio di giorni prima: un pezzetto di pane, qualche oliva, una buccia di formaggio, una mezza cipolla, un bicchiere con residui di vino. Gli stessi volontari, mentre cercavano di raddrizzarlo per sistemarlo nella bara, hanno trovato in una tasca interna della sua giacca, strettamente legato con uno spago, un libretto di risparmio postale al portatore. Su di esso risultavano depositati 112.342,26 Euro a nome e per conto di Ierardi Francesco, nato a Mesoraca il 15 Gennaio 1911.
Ezio Scaramuzzino
Ezio Scaramuzzino
domenica 25 settembre 2011
Polvere di stelle (Racconto) di Ezio Scaramuzzino
Un giorno di Aprile dei primi anni sessanta, qualcuno al Bar Centrale diede la notizia che entro qualche mese, a Scandale, sarebbe stato girato un film, Il brigante. Si trattava di un film sull’occupazione delle terre nell’immediato secondo dopoguerra, tratto da un bel romanzo di Giuseppe Berto.
L’attesa era spasmodica e ai primi di Giugno arrivarono i camion con le attrezzature, arrivarono i tecnici e soprattutto arrivò il regista del quale tanto si parlava, il famoso Renato Castellani, e poi gli attori protagonisti, Adelmo Di Fraia e Serena Vergano, due giovani promesse di cui si raccontavano mirabilia. Di Castellani già allora si diceva che fosse omosessuale, cosa non infrequente nel mondo del cinema, e qualcuno dava per sicuro che il giovane attore protagonista fosse il suo amante segreto, il che solleticava ulteriormente la curiosità della gente. Aiuto regista era un giovane con i baffetti, che calzava sempre degli stivali, con qualunque tempo, un certo Eriprando Visconti, del tutto sconosciuto, ma che ai più informati evocava il nome del grande Luchino Visconti, del quale in effetti il giovane era nipote, come si venne a sapere subito.
In una piazza fu allestito il set e la vita del piccolo paese fu sconvolta: c’era da passare il tempo e inoltre, cosa che non guastava, c’era da guadagnare qualche soldino, che avrebbe fatto comodo alle nostre tasche in perenne crisi di astinenza. La produzione, a quel che si diceva, pagava bene e molti venivano sottoposti a provini per qualche particina secondaria o, in alternativa, per le scene di massa, che si preannunziavano spettacolari e numerose.
L’anno scolastico intanto era giunto al termine ed anche io mi preparavo a lasciarmi coinvolgere da quell’avventura. L’incipiente consumismo non costringeva ancora la gente a partire per le vacanze e, se qualcuno aveva voglia di un po’ di mare, si limitava a scendere a Crotone per mezza giornata e a sistemare un ombrellone su un tratto di spiaggia libera. Il film si preannunziava come un interessante ed elettrizzante diversivo in un’estate che non sarebbe quindi trascorsa come tutte le altre che l’avevano preceduta.
Per la prima volta nella mia vita potei vedere come si girava un film, conoscere i trucchi del cinema ed assistere dal vivo alle riprese di quelle scene che fino ad allora avevo potuto guardare solo nel chiuso e nel buio di una sala cinematografica. Al mattino, verso le otto, ero già pronto a sistemarmi in una posizione comoda per assistere alle riprese. Conobbi le macchine della pioggia e le macchine del vento, con il lancio di terra davanti alle loro enormi pale per simulare la polvere delle strade. Conobbi il trucco di sistemare dei mortaretti in una traccia sotto terra per simulare i colpi dei mitra e delle pistole. Conobbi l’uso della salsa di pomodoro che simulava il sangue dei morti e dei feriti. Vidi, con mia grande meraviglia, che alcuni attori, quando dovevano dire qualcosa, si limitavano ad elencare dei numeri senza senso, perché il sonoro sarebbe poi stato montato a parte nel chiuso degli studi cinematografici. Assistetti alla ripresa di scene di massa, in cui i contadini del luogo si muovevano seguendo gli ordini impartiti dal regista attraverso un megafono.
Assistetti incantato alle riprese di alcune scene in cui recitava la giovane attrice protagonista, che interpretava il ruolo della donna del brigante, destinata a morire tragicamente nello scontro a fuoco finale con i carabinieri. Quella giovane attrice a me sembrava particolarmente brava e bella e per qualche tempo essa alimentò i miei sogni di adolescente. Immaginai di poter recitare anche io e per qualche tempo sperai che la fortuna, o il caso, mi consentisse di dire almeno qualche battuta davanti alla macchina da presa accanto a lei. Decisi di sottopormi a dei provini, ma fui inesorabilmente scartato, con mio grande rammarico.
Miglior fortuna riusciva ad avere nel frattempo il sarto Giovanni Parrilla, mio amico anche se alquanto più grande di me, che aveva avuto qualche esperienza di lavoro nella sartoria del Teatro alla Scala di Milano e che già da qualche tempo, per motivi di salute, era ritornato al paese, dove aveva aperto una sua bottega artigiana. Nei primi giorni di lavorazione si era offerto di collaborare con le maestranze e, richiesto di qualche ritocco ai costumi di scena, aveva saputo farsi apprezzare, tanto che il regista a un certo punto gli chiese di creare un intero costume da contadina, da far indossare alla protagonista nell’ultima e drammatica scena del film.
Un giorno Giovanni mi informò, quasi senza riuscire a contenersi per la gioia, che l’indomani Serena Vergano sarebbe venuta nella sua bottega per delle prove e per le misure del costume che lui avrebbe dovuto creare. Lo pregai, lo implorai quasi di farmi partecipare all’evento in qualche modo e lui, in nome della vecchia amicizia, mi assunse seduta stante come semplice aiutante, fornendomi le necessarie ed indispensabili istruzioni.
Il giorno dopo la Vergano, accompagnata da Renato Castellani, verso mezzogiorno faceva il suo ingresso nella bottega artigiana del mio amico. L’attrice, che era una ragazza piuttosto semplice e con atteggiamenti tutt’altro che da diva, non si perse in preamboli e, seguendo le istruzioni del regista, si spogliò subito, rimanendo in sottoveste.
Io avevo l’incarico di avvolgerle le spalle con degli scampoli di velluto, fino alla scelta di quello definitivo, che, su indicazione del sarto, il quale osservava un po’ discosto , avrei dovuto richiudere con una spilla da balia.
Ero emozionato ed un po’ incerto nei movimenti, ma riuscii a nascondere il mio segreto turbamento. Quando sarto e regista concordarono nella scelta della stoffa ed io fui invitato a bloccarla con la spilla, la Vergano, forse per una sua disattenzione, forse per consentire una migliore aderenza della stoffa sulle sue spalle nude, con un gesto improvviso lasciò cadere la sottoveste, che prima sembrò impigliarsi nelle dita della sua mano e poi, scivolando dolcemente lungo i fianchi, andò a posarsi ai suoi piedi, afflosciandosi inerte.
Risollevai lo sguardo, che aveva seguito le evoluzioni della sottoveste, e vidi il petto della ragazza, candidissimo, completamente nudo.
Dovevo richiudere la stoffa con la spilla, ma probabilmente mi misi ad armeggiare con imperizia ed in maniera disarticolata e convulsa. Si sentì solo un grido acutissimo e subito dopo si vide la Vergano coprirsi il seno con una mano, mentre alcune gocce di sangue gocciolavano tra le sue dita.
Mentre Castellani imprecava contro di me, lanciandomi una pedata che mi colpì di striscio, qualcuno provvide a portare di corsa l’attrice dal medico Mauro, che la curò, iniettandole un’antitetanica, disinfettando la ferita e applicandovi una garza e un cerotto.
Qualche giorno dopo si stava girando una scena di massa sotto una pioggia artificiale. C’era molta confusione sul set e Castellani impartiva ordini, gridando in un megafono con la sua vocetta stridula, come fosse spiritato. Mi avvicinai a lui, approfittando della confusione, e mi fermai alle sue spalle. Studiai le sue mosse e, come mi accorsi che stava prendendo la rincorsa per precipitarsi chissà dove, infilai il mio piedino destro in mezzo ai suoi.
Il famoso regista, che era un ometto basso e magro, fece dapprima una capriola su se stesso, riuscendo quasi miracolosamente a rimanere in piedi, ma poi perse definitivamente l’equilibrio, navigò scivolando per un paio di metri in un mare di fango e cadde bocconi, lungo disteso sulla strada.
Chi lo soccorse e lo stesso Castellani, quasi irriconoscibile per il fango limaccioso che gli ricopriva il volto, erano convinti che la caduta fosse da addebitarsi alla concitazione del momento. Io intanto, sgattaiolando tra la gente, riuscivo ad allontanarmi. Mi ero vendicato della mancata assunzione come figurante e, soprattutto, cosa che mi bruciava particolarmente, mi ero vendicato della pedata di qualche giorno prima. Eravamo pari, finalmente, anzi, forse, potevo anche mettere in conto un piccolo, ma significativo vantaggio su di lui.
Ezio Scaramuzzino
Ezio Scaramuzzino
mercoledì 17 agosto 2011
La provincia di Crotone
Caro Direttore, mi è capitato l’altra sera di seguire su una TV locale la prima seduta del nuovo consiglio provinciale. Ho sentito le dichiarazioni di tanti personaggi più o meno conosciuti, ne ho tratto un’unica conclusione. E la conclusione è che questi personaggi sono ben lontani dal principio del “primo non nuocere” e che anzi, ripieni di tante “belle intenzioni”, si rivelano in tutta la loro pericolosità. Uno diceva “farò questo”, un altro, al plurale, “faremo questo e quest’altro”: sembrava una gara a chi avrebbe fatto di più e a chi la sparava più grossa.
Il consiglio si è concluso con la sola nomina del suo presidente. Stanislao Zurlo ha rinviato ad altra data la presentazione della giunta e delle dichiarazioni programmatiche. Ora io non ho la pretesa di insegnare niente a nessuno, ma mi farebbe piacere che il neo eletto presidente della giunta tra qualche tempo facesse dichiarazioni più o meno del seguente tenore.
"Cari concittadini di Crotone e della provincia di Crotone, oggi presenterò la giunta che mi assisterà nel lavoro di amministratore che voi, con il vostro voto, mi avete affidato. Ma, prima di procedere alla presentazione della giunta, mi preme fare alcune dichiarazioni che io ritengo della massima importanza. Orbene tengo a dirvi che finora abbiamo scherzato e che proprio per questo non mi va di continuare a prendervi per i fondelli. Voi sapete che la provincia di Crotone ha accumulato negli anni un deficit di qualche milione di Euro che solo lo stato, cioè tutti voi con i vostri soldi, dovrete pagare prima o poi. Unica consolazione è che la provincia di Crotone non è l’unica nel nostro Paese a trovarsi in tali condizioni,ma proprio per questo avverto l’esigenza che qualcuno incominci a dare l’esempio.
Per questo motivo sono qui ad annunziarvi che intendiamo procedere all’abolizione, per quanto dipende da noi, non della Provincia di Crotone,ma dell’assemblea provinciale di Crotone, pur consapevoli del fatto che l’abolizione di tali enti intermedi richiede un non facile processo di revisione costituzionale. Nel frattempo, potrà sembrarvi strano ma è così, noi come giunta e come singoli consiglieri provinciali non potremo rinunziare alle nostre indennità. Tali indennità saranno però ridotte al minimo previsto dalla legge, in attesa di studiare una soluzione che ne consenta la totale abolizione.
Inutile dirvi che paralizzare l’attività del consiglio provinciale e della giunta non comporterà danni per la popolazione, anche perché siamo convinti del fatto che in certe circostanze meno si opera, meno danni si procurano. Già adesso la legge prevede per i consigli provinciali pochi settori di competenza. In poche parole oggi tali enti provvedono solo a riparazioni varie in qualche istituto scolastico superiore(non in tutte le scuole);provvedono poi alla sistemazione delle pochissime strade provinciali esistenti e di qualche mulattiera;provvedono alla gestione del mercato del lavoro(che non c’è) ;provvedono a istituire e finanziare qualche sagra;provvedono infine ad assegnare consulenze, ad affidare incarichi fantasma, a creare clientele.
Come ben vedete, i pochi compiti utili possono benissimo essere affidati alle amministrazioni comunali, senza creare alcun disagio, se non alla categoria dei parassiti,ed anzi contribuendo alla semplificazione amministrativa e contribuendo in modo significativo alla riduzione di quel deficit, che,non mi stanco di ripeterlo, prima o poi voi dovrete pagare con i vostri soldi.
In conseguenza di quanto detto, comunico che la giunta sarà composta da soli tre assessori, oltre al presidente che vi parla. Il primo avrà il compito di provvedere alla normale amministrazione, il secondo avrà l’esclusivo compito di controllare e possibilmente ridurre il deficit di bilancio, il terzo avrà il compito di provvedere alla liquidazione del consiglio provinciale, avvalendosi di quanto la legge attualmente consente e nei limiti da essa previsti.
Tanto abbiamo deciso a livello di maggioranza . Confido che anche l’opposizione,dopo le necessarie riflessioni, possa essere d’accordo."
Caro Direttore, sentiremo mai un politico nel nostro Paese esprimersi così?
Da Il Crotonese del 19/07/2009
Ezio Scaramuzzino
domenica 14 agosto 2011
mercoledì 3 agosto 2011
Mistica follia(Racconto) di Ezio Scaramuzzino
Al paese si cominciò a mormorare che la figlia del Maestro s’era “chiusa”, nel senso che era entrata in un convento per diventare suora. Ma come era possibile? Era la più bella delle sei figlie, la più istruita e corteggiata. Probabilmente aveva avuto una delusione d’amore e voleva così rompere ogni legame con il passato. E invece no, semplicemente, seppur nella confusione della grande casa che accoglieva la famiglia Fioravanti, la tenera Agnese, nel silenzio della sua anima, in una notte di un Gennaio particolarmente rigido aveva udito un richiamo chiaro e perentorio che non le lasciava scampo.
Così partì per un convento di Crotone, abbandonando senza rimpianti una vita felice e spensierata, una famiglia che l’amava e che l’aveva custodita e protetta soprattutto da lei stessa, dal suo animo ingenuo e puro. Agnese fu accolta, per il noviziato, in un convento di suore che si occupavano di bambini sordomuti, ai quali ella si dedicò con tutta l’anima, non facendo neppure caso alle piccole malvagità di cui era spesso fatta bersaglio da parte delle consorelle.
Il convento si trovava su una collina che dominava la spianata di Capocolonna e da alcuni punti, lungo le mura, consentiva di vedere il mare che si stendeva tutt’intorno. Lo sguardo poteva spaziare dalla chiesetta sino al centro abitato della città, poi sul giardino, grande e silenzioso, lindo e profumato della lavanda che le suore raccoglievano d’estate. Le giornate, scandite dalla regolarità della vita religiosa, iniziavano prestissimo con la recita del Mattutino e terminavano altrettanto presto con la Compieta.
Il vento della Guerra sembrava non raggiungere il convento, salvo che nella ristrettezza del cibo e nel numero sempre maggiore di persone che venivano a bussare in cerca di aiuto. Si intensificavano le preghiere a quel Dio Sposo inspiegabilmente sordo al tetro rombare degli aerei, che venivano a sganciare le loro bombe sempre più di frequente e in posti di giorno in giorno più vicini . Negli ultimi tempi gli aerei avevano intensificato le loro incursioni e capitava di frequente che essi scendessero a bassa quota per mitragliare da vicino la popolazione civile sempre più atterrita.
I contatti con le famiglie si erano diradati e Suor Agnese, abbandonato l’abito secolare, anche se non aveva ancora preso i voti, si sentiva già parte di quella Comunità che l’aveva accolta. Il suo carattere mite e ligio alle Regole, che imponevano l’assoluta obbedienza, aveva consentito alle sue consorelle di approfittare della sua disponibilità e di chiederle quindi un impegno sempre più grande, nella scuola per i bambini sordomuti e nelle incombenze di tutti i giorni. Chissà se il ciliegio nel giardino della grande casa era già fiorito, chissà se le sorelle ogni tanto pensavano a lei… E la mamma? Così gracile e provata dalla fatica, nelle innumerevoli incombenze della famiglia e del lavoro, come aveva superato l’inverno? Le notizie erano sempre più scarne, ma lei, presa com’era dalla nuova vita, si soffermava solo di rado in queste riflessioni.
Il cibo scarseggiava sempre di più e la Vocazione, che inizialmente l’aveva fatta decidere al grande passo, in quell’ambiente metodico e chiuso si stava pian piano trasformando in una vera e propria ossessione: le continue privazioni erano da lei esaltate e sublimate in un mistico esercizio di ascesi, l’obbedienza era applicata fino alle estreme conseguenze della sudditanza e della mortificazione, la sofferenza per il freddo delle celle era da lei considerata un’ offerta a Dio in espiazione dei peccati dell’intera umanità. Perfino le consorelle, anche se poco attente, intuirono che una volontà di autoannientamento si stava impadronendo di lei. Ma ormai era troppo tardi.
Tutto cominciò con un deperimento fisico accompagnato da un repentino cambiamento dello stile di vita, che oggi si sarebbe definito stato depressivo o maniacale religioso e che allora fu invece tragicamente diagnosticato come schizofrenia. E allora Agnese, la bella, la colta, la mite, fu rinchiusa, stavolta non per sua volontà, in un altro mondo, nel mondo dei matti. Durante una fredda mattina di Febbraio, un’auto adattata alla meglio la portò al manicomio di Girifalco.
Inizialmente lei non riuscì a capire bene né perché si trovasse lì, né per quanto tempo sarebbe stato necessario restarci. In seguito, stordita dai farmaci e dall’elettroshock, ebbe idee ancora più confuse sulla sua condizione. Allora non si faceva molta differenza tra la follia e una sindrome maniacale depressiva: entrambe venivano “curate” con gli stessi sistemi.
Le persone, addette alla cura dei ricoverati, erano talmente abbrutite dall’ambiente in cui operavano che consideravano normale lavare i malati con acqua gelida o tenerli in ambienti sporchi e malsani. Quando Agnese entrò in manicomio, prima di sprofondare nel limbo provocato dagli psicofarmaci, ebbe il tempo di guardarsi un po’ attorno e di vedere l’anticamera dell’inferno. Il microcosmo del manicomio era separato dal mondo dei “normali” da sbarre, inferriate e chiavistelli, che servivano a contenere ed arginare la furia della forza fisica scaturita dal delirio della mente. Chi era “dentro” perdeva la propria identità, vivendo in un eterno sottofondo di urla e discorsi vaneggianti.
Intanto a casa, oltre alla preoccupazione per la malattia di Agnese, si doveva far fronte alle spese per il suo ricovero ed ai viaggi per le visite, sempre più difficoltose a causa della guerra. Quando la mamma andava a trovare Agnese, tornava svuotata di ogni energia, non solo per le condizioni in cui trovava la figlia, ma anche per la realtà con la quale veniva a contatto. Giovani donne scarmigliate erano spesso rinchiuse in celle di contenimento per evitare, nei momenti di crisi estrema, che potessero far del male a sé stesse ed agli altri. Donne giovanissime, quasi delle bambine, vivevano lì, dimenticate ed abbandonate dalle famiglie, senza speranza e senza futuro.
Ma un giorno Agnese guarì, o si credette che fosse guarita. Avvenne quando la superiora del convento andò a trovarla nel manicomio e lei parlò lucidamente della sua malattia e dei problemi che questa le aveva procurato. La superiora si convinse che l’ammalata non era più tale e con il permesso dei medici se la riportò in convento, dove ripresero anche le visite della madre, di giovedì, come prevedevano le regole .
Agnese conservava un ricordo confuso di queste visite materne, ma le aspettava con trepidazione e dava segni di irrequietezza, quando le visite tardavano o, qualche volta, saltavano. Nell’attesa, di tanto in tanto, le capitava di sorridere, pregustando la dolcezza di quegli incontri. Un giovedì aspettò inutilmente per tutta la giornata. Ma anche la settimana successiva la giornata trascorse in una vana attesa e così avvenne per un po’ di tempo. Agnese aveva preso a sbiadire ancora di più i suoi ricordi e le precedenti visite della madre, nella sua mente confusa, incominciavano ad assumere le parvenze di un sogno destinato a non più ripetersi. Lei partecipava in maniera discontinua alla vita comune e, quando si trovava sola nella sua cella, talvolta si trascinava stancamente verso una sedia che ne costituiva l’unico arredamento assieme ad un inginocchiatoio.
Un giorno, mentre stava pregando con un fervore che credeva di avere smarrito ormai da tanto tempo, sentì un cigolio alla porta della cella. Si girò incuriosita e vide che la maniglia girava su se stessa, inspiegabilmente, mentre la porta si apriva, lentamente. Apparve una signora, che lei non aveva mai visto. La sconosciuta avanzò, quasi scivolando, sul pavimento della cella, andò a fermarsi vicino al letto e le fece segno di avvicinarsi. Poi le strinse le mani fredde e Agnese avvertì un tepore che quasi non ricordava più. Le disse che non doveva più aspettare la mamma, perché la sua mamma ormai non c’era più. Poi, sorridendo, ritornò sui suoi passi, silenziosamente, e sparì oltre la porta, che si richiuse con uno scatto sommesso. Lei riprese le sue preghiere e si accorse che lacrime calde stavano rigando il suo volto.
Qualche mese dopo, durante una delle rare visite a casa concesse dal regolamento, le sorelle ritennero giunto il momento di rivelare ad Agnese la morte della madre. In precedenza, per ovvi motivi di opportunità, avevano deciso di non dirle nulla, né avevano ritenuto di incaricarne qualcuno. Ma lei le precedette, dicendo che sapeva già tutto. Raccontò tutti i particolari di quella morte, ripeté addirittura le ultime parole della madre pochi istanti prima che cessasse di vivere. Le sorelle, sbalordite, non osarono chiedere spiegazioni, convinte che qualcosa di straordinario, quasi di incredibile, si fosse verificato nella loro famiglia. Il giorno dopo, abbracciate le sorelle per l’ultima volta, Agnese ritornò in convento, dal quale non sarebbe ritornata mai più.
Oggi Agnese riposa nel piccolo cimitero del convento, che dall’alto della collina continua a dominare il paesaggio della spianata di Capocolonna. Il cimitero, posto in un angolo di quel giardino profumato di lavanda, è anche diventato troppo angusto ed ha subito nel corso degli anni varie sistemazioni e riadattamenti. Ma chi volge lo sguardo verso un cespuglio di ginestra, lasciato crescere fino a occuparne un breve tratto, può scorgere, dietro i suoi fiori odorosi, una piccola lapide che fuoriesce dal terreno e che riporta soltanto un nome e due date: Agnese Fioravanti, 1/5/1921 – 11/1/2007.
Ezio Scaramuzzino
giovedì 7 luglio 2011
Cavaliere, addio!
Spiace dirlo, ma, con il varo dell'ultima manovra finanziaria, l'avventura politica di Berlusconi può considerarsi finita. Un governo che pretendeva di essere liberale e che, per fare cassa, invece di abbattere i costi della politica ed i privilegi della casta, si mette a tosare le pensioni e i risparmi, evidentemente non ha più niente da dire agli Italiani e in particolare non ha più niente da dire nemmeno agli elettori che gli hanno dato il voto. Bastavano Prodi e Visco per portare avanti questo tipo di politica.
Alla fine dell'avventura, è il caso di riflettere un po' sul pesante bilancio politico, personale e umano del Cavaliere. In tutti questi anni egli è stato sbeffeggiato, svillaneggiato e insultato e non è da escludere che alla fine del suo impegno politico possa ritrovarsi anche depredato, in tutto o in parte, dei suoi averi. Eppure ancora oggi qualcuno dice che egli è entrato in politica per tutelare i suoi interessi. Il fatto poi che ogni tanto egli ci abbia messo del suo e che in varie circostanze egli abbia favorito i suoi nemici con qualche comportamento discutibile, non attenua il senso di amarezza che provano quelli che avevano avuto fiducia in lui.
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