venerdì 28 settembre 2018

La vendemmia del '52 (racconto inedito) di Ezio Scaramuzzino






Quando ero bambino, tre - quattro giorni all’anno, nel mese di settembre, erano dedicati alla vendemmia. Nei giorni precedenti, l’arrivo di questo evento era preannunziato da un fervore insolito a casa mia, dove  tutti erano indaffarati a preparare qualcosa.
Io mi limitavo ad osservare, pregustando in anticipo il sapore ed il frastuono allegro di quella che si preannunziava come una festa. Il colmo della felicità per me consisteva poi nel fare il tragitto tra il paese e la campagna sul dorso di qualche animale, unico mezzo di trasporto agricolo all’epoca. Ma ancora più felice mi sentivo quando, per non so quale motivo, venivo infilato in una delle due sporte che gli asini ed i muli, in lunga fila, trasportavano a destinazione.
Era un’operazione non facile questa. Bisognava trovare due bambini che avessero più o meno lo stesso peso, per equilibrare il carico ed evitare che le sporte si inclinassero pericolosamente. Ma, ad una certa ora, finalmente, si partiva. Si percorreva una parte del paese, che io guardavo compiaciuto ed orgoglioso, dall’alto del mio punto di osservazione, con lo stesso compiacimento e lo stesso orgoglio con cui qualcuno, al mondo d’oggi, esibirebbe in pubblico la sua Ferrari.
Poi si imboccavano sentieri di campagna e strade sterrate, che a volte si inerpicavano paurosamente e diventavano pericolose in caso di pioggia, perché gli animali potevano scivolare. Mio padre e mio fratello Nando, in questo caso, decidevano una deviazione attraverso una strada privata, più comoda,  che attraversava un aranceto in zona Broncalà, suscitando spesso le proteste dei proprietari, i Rota, che non tolleravano questi percorsi abusivi.
Una volta, quando ormai ero più grandicello, mi ritrovai ad essere fermato in paese da Pasquale Rota, uno  della famiglia.
-Eziu’, mi disse, devi dire a papà tuo di non far passare gli animali sulla strada dell’aranceto.
-Caro Pasquale, gli risposi, la strada è privata, lo so, ma, quando piove, siamo costretti a passare.
-Non è per voi, ma, se tutti prendono quest’abitudine, la strada diventa pubblica.
Pasquale protestava e forse non aveva tutti i torti, ma io non volevo darmi per vinto e, lì per lì, mi inventai una scemenza.
-Mi meraviglio, replicai. Broncalà significa forse Buona Calabria, perché la terra è buona, ma voi non siete buoni, siete cattivi.
Pasquale, che era una persona mite, sorrise ed andò via.
Lungo il tragitto i più grandi dicevano ai bambini in groppa agli animali quando e quanto dovessero piegarsi, per evitare di essere colpiti in viso dalle frasche che sporgevano pericolosamente dalle piante lungo i sentieri. Era un gioco quasi a rimpiattino, che mi coinvolgeva molto e mi rendeva felice. Io non andavo spesso in campagna, ma, quando ci andavo, osservavo tutto con un piacere che rasentava la voluttà.
Ed era normale che fosse così. Io non conoscevo la fatica che comporta la campagna, che per me restava solo uno spettacolo della natura da osservare e gustare con lo spirito incantato di un arcade redivivo.
Mi incuriosiva tutto. Osservavo i fiori, le piante, gli uccelli e continuavo a guardarli finché non sparivano alla vista, chiedendo ai più grandi, e spesso a mio fratello, i nomi di ciò che non ricordavo o vedevo per la prima volta.
Più raramente chiedevo a mio padre, che già allora, anche se non ne capivo appieno il motivo, vedevo impegnato ad intrattenersi con le donne, piuttosto che a seguire o preoccuparsi del lavoro degli altri.
Poi, finalmente, dopo un viaggio di poco meno di un’ora, si arrivava a destinazione, nella nostra campagna, segnata sulle mappe  con un anonimo e burocratico Manco Destro Ferrato, ma che tutti, già allora, chiamavano ed avrebbero sempre chiamato con l’affettuoso nome di Garruòpolo. Il punto di raccolta era la casetta in muratura, che era anche il centro ed il punto di raccolta della campagna circostante. Qui si  fermavano gli animali e si scaricavano le sporte vuote destinate al trasporto dell’uva; qui facevano una prima  e momentanea sosta tutti quelli che erano impegnati nella vendemmia.
Quando arrivavo io, per prima cosa cercavo di vedere chi fossero i presenti, quasi sempre gli stessi, da un anno all’altro. Ricordo soprattutto mia madre con un fazzoletto in testa per riparasi dal sole, i miei fratelli Salvatore, Ludovico e Ferdinando, mia sorella Rosetta, poi alcuni parenti, soprattutto quelli più stretti, tra cui le mie cugine Emma ed Eufrasia, mio cugino Franco, immancabile. Era anche immancabile Iuzza ‘i Giardino: Iuzza, diminutivo di Maria, di cui ricordo l’abbigliamento sempre a lutto ed il portamento austero ed altero, nonostante la sua vita da contadina. Tanti li ho dimenticati, tanti non ci sono più: eravamo quasi sempre una trentina di persone.
Quell’anno, era, credo, il 1952, notai con curiosità una presenza insolita. Si trovava lì anche una ragazza, una vicina di casa, Teresa Panza, figlia di Mario, di cui altrove mi è capitato di raccontare qualcosa. La ragazza, già molto cresciuta e piuttosto graziosa con i suoi capelli rossicci che le conferivano un tono civettuolo, non godeva di buona fama e si diceva fosse la croce della sua famiglia, come anche io, più volte, avevo sentito in giro.
Mi avvicinai a lei con curiosità.
-Che ci fai da queste parti?
-Fatti i fatti tuoi, moccioso.
-I fatti miei sono anche quelli di sapere che ci fai tu qui, dal momento che qui è proprietà di mio padre, se non lo sai.
-E invece ti stai facendo i fatti degli altri, non i tuoi, replicò, mettendomi una mano sulla testa e stropicciandomi i capelli, con evidente intento di dileggio.
Le tolsi via la mano con decisione e contemporaneamente mi accorsi che un’altra mano si era poggiata sulla mia testa. Mi voltai subito con fastidio e vidi che dietro di me c’era Giovanni, un mio parente, già grandicello, che si divertiva, anche lui, a scompigliarmi i capelli.
-Ma non hai niente di meglio da fare? Smamma!, mi disse sottovoce.
Ovviamente mi resi subito conto che, per la mia tenera età, non era il caso di litigare e, insieme con gli altri bambini, mi diressi correndo verso le vigne poco distanti.
Correvo allora, correvo sempre, perché da bambino non facevo che correre, come sempre avrei fatto fino ad una certa età. A camminare avevo l’impressione di sprecare del tempo, per un’ansia di vivere intensamente che sembrava non abbandonarmi mai.
Superai gli altri bambini ed arrivai per primo alle vigne. Alcuni erano già al lavoro, un lavoro metodico e  per lo più ben distribuito: le donne staccavano l’uva dai tralci e riempivano i cesti, gli uomini ed i maschietti trasportavano i panieri fino alle sporte, i bambini giocavamo a  nascondiglio dietro i pampini delle viti ed i cespugli ed ogni tanto, a seconda dell’età e della vigoria fisica, trasportavamo qualche piccolo paniere pieno d’uva.
Dopo qualche ora di lavoro, verso le 11, secondo le usanze dei contadini, si pensava già al pranzo. Le donne provvedevano a stendere delle tovaglie sull’erba, all’ombra di un ulivo centenario, e tutti, seduti o sdraiati  per terra davano inizio al rito. Giusto definirlo così, perché il rito era immutato da sempre e si svolgeva secondo un cerimoniale che sembrava sacrilego modificare. Il vino era abbondante e generoso; il primo era quasi sempre la famosa, mitica pasta al forno; il secondo era sempre a base di salsicce e carne di maiale; il contorno  a base di peperoni e patate. Bere acqua era quasi vietato per tutti, comprese le donne,  ed appena tollerato per i bambini, sicché dopo un po’ molti apparivano in preda ad una certa euforia ed inclini allo scherzo ed alle battute. Qualche volta i freni si allentavano e gli uomini  diventavano arditi nei confronti delle donne, che  non avevano paura di rispondere a tono. Ma tutto finiva lì, in un’atmosfera  di sana allegria che dava un senso ed un tono alla nostra voglia di vivere e di stare in armonia con il mondo circostante. E quel mondo, in quel momento, era il nostro, eravamo noi, riuniti sotto quell’ulivo secolare e felici di stare assieme e di volerci bene.
Ad un certo punto, quando i primi sintomi di stanchezza sembravano venire fuori, si udiva la voce di mia madre che, una volta all’anno, in quella circostanza, riteneva fosse giunto il momento di dare inizio al suo show personale.
Un anno prima, in un momento in cui forse si sentiva triste, mia madre mi aveva raccontato dei suoi sogni da ragazza. Mi aveva chiamato, mi aveva fatto sedere sulle sue ginocchia, mi aveva abbracciato e mi aveva raccontato una storia.
-Al mio paese, a Casabona, c’era una ragazza che sognava di diventare cantante, perché sapeva cantare ed aveva una bella voce. Doveva partire per Napoli, dove avrebbe studiato l’arte del canto, ma si era in inverno, si ammalò e la partenza fu rinviata. Poi quella ragazza crebbe, aspettò inutilmente che fosse fissata una  nuova partenza, poi si sposò e  di quella partenza non si parlò più. Non so se l’hai capito, ma quella ragazza ero io.
        A distanza di tempo, durante la vendemmia, udii improvvisamente la voce di mia madre.
-Silenzio, per favore! 5 minuti di silenzio!
Tutti tacevano. Mia madre si rischiarava la voce con qualche colpetto di tosse, poi, a cappella, incominciava a cantare.
-Signorinella pallida, dolce dirimpettaia del quinto piano…
Non si sentiva una mosca volare e l’unico rumore percepibile era il soffio del venticello pomeridiano che accarezzava dolcemente i nostri volti. Sarà stato un caso, ma, all’attacco della canzone, perfino una cicala che fino a qualche momento prima ci aveva rintronati da un ramo vicino, improvvisamente aveva smesso di frinire. Mia madre cantava con una certa emozione, che a volte le intorbidiva la voce, ma che rendeva proprio per questo ancora più coinvolgente la sua canzone. Io la ascoltavo con una certa trepidazione, perché, non so per quale  motivo, avevo sempre paura che la voce la abbandonasse improvvisamente e lei potesse andare incontro ad una figuraccia. Sicché quando la sentivo arrivare all’ultima nota, ero il primo a dare inizio ad un applauso, che subito coinvolgeva tutti fino a sfociare, a torto o a ragione, in in’atmosfera di esaltazione e di trionfo.
Poi, a poco a poco, qualcuno si sdraiava all’ombra dell’ulivo e si concedeva una pennichella ristoratrice.
Quel giorno, mentre gli altri si stendevano per terra, io avvertii un certo imbarazzo al ventre e capii che avevo una faccenda da sbrigare, oltre tutto da sbrigare personalmente.
Mi misi a correre, come al solito, e mi diressi verso una zona della campagna che chiamavamo “La fonte”, per via di una polla d’acqua che dava origine ad un piccolo stagno e ad un ruscello che fungeva da confine con le campagne limitrofe. 
In quelle circostanze ognuno sbrigava le proprie “faccende” all’aperto, tutt’al più al riparo di qualche pianta o di qualche cespuglio,  e si era soli con se stessi in quei momenti, a parte le donne, che, per un minimo di prudenza, andavano in coppia e si alternavano nel fare la sentinella.
Esplorai velocemente la zona e mi riparai in un cespuglio che offriva al suo interno un comodo slargo, che riduceva al minimo i disagi e al contempo proteggeva da occhi indiscreti. Ero lì da qualche tempo e stavo per rialzarmi, quando sentii una pietra rotolare lungo un declivio della collina di fronte.
Le pietre normalmente non rotolano da sole e capii che, se era rotolata, ciò significava che qualcuno l’aveva smossa. Alzai timidamente la testa fino ad arrivare a filo della sommità del cespuglio e vidi Teresa Panza e Giovanni, mio cugino. Mi abbassai istintivamente e continuai ad osservarli, di tra i rami del cespuglio, senza essere visto a mia volta.
Giovanni e Teresa, che erano spuntati da chissà quale anfratto, scendevano verso La fonte, in maniera decisa ma senza precipitazione. Si tenevano per mano o meglio sembrava che Giovanni la sorreggesse lungo il declivio, per evitarle qualche caduta, e parlavano a bassa voce, come per non farsi sentire. Poi si fermarono dietro un albero, si appoggiarono al tronco  e si baciarono a lungo, con passione.
Il cuore mi batteva forte, in tumulto, e cercavo quasi di trattenere il respiro. Ebbi la possibilità di osservarli a lungo, ma non sempre li osservavo, perché un senso di vergogna e di colpa mi induceva a distogliere lo sguardo. Li sentii parlare, ridere e sorridere. Li sentii mentre si dicevano parole d’amore e tutto ciò, mentre mi procurava imbarazzo, sembrò  anche aprire uno squarcio su tante cose che mi frullavano in testa, su tante cose di cui avevo tante volte sentito parlare in maniera oscura e fumosa, aprivano uno squarcio e mi facevano intravedere un certo senso della vita, dell’amore, del pudore, del sesso.
L’atmosfera tutt’intorno sembrava sospesa, come se la natura avesse per un po’ interrotto il ritmo della sua vita ed anche io sembravo aver interrotto il battito del mio cuore. Quando mi ripresi, vidi che i due erano ancora là. In alto un falco immobile nell’aria doveva aver individuato una preda, mentre in basso si udiva appena il fruscio delle foglie ed il gorgoglìo dell’acqua del ruscello.
L’incanto di tutto ciò che mi circondava fu però improvvisamente interrotto da un fruscio improvviso alla base del cespuglio nel quale ero nascosto. Mi voltai di scatto e vidi per terra qualcosa di nero, lubrico e sinuoso, che strisciava inesorabilmente verso di me. Non c’erano dubbi: era un piccolo serpente che quasi certamente si dirigeva verso lo stagno per dissetarsi o per trovarvi qualche rana da divorare. Ebbi paura. Gridai. Chiesi aiuto. Scappai. Finii diritto nella mani di Giovanni e Teresa.
-Ecco quello che dice di farsi solo gli affari suoi ed invece viene a spiare quello che fanno gli altri. Fu la prima cosa che sentii, quando mi ripresi un po’.
- Pietà, aiutatemi, implorai. C’è un serpente di là.
- Tu il serpente ce l’hai nella testa, gridò Giovanni. E, oltre al serpente, che cosa hai visto?
-Io, niente, ve lo giuro. Non ho visto niente. Ero appena arrivato.
- E, se eri appena arrivato, come mai sei uscito fuori da un cespuglio? Continuò Giovanni, mentre Teresa, per tutto il tempo, mantenne un atteggiamento imbronciato e sdegnoso.
Mi resi conto che per me si stava mettendo male ed allora decisi di ricorrere all’unico mezzo nel quale mi ritenevo imbattibile, quello della fuga e della corsa. Mi divincolai con uno strattone e via, a correre a perdifiato.
Quando giunsi alle vigne, vidi gli altri che vendemmiavano allegramente. Finsi una certa indifferenza e mi misi a fischiettare, cercando di apparire disinvolto. Nessuno sapeva niente di quel che era successo, ma io avevo visto tutto e due avevano visto me. Bisognava stare attenti.
 La sera ritornammo tutti a piedi, perché gli animali trasportavano le sporte cariche di uva. Dopo le  scorribande della giornata, mi sentivo finalmente un po’ stanco e lungo i sentieri evitai di correre. In testa avevo ancora tutto quello che avevo fatto ed avevo visto durante la giornata. Ogni tanto mi veniva la tentazione di spifferare qualcosa, ma riuscii a stare zitto. E soprattutto, arrivato in paese, riuscii a non dire  niente al padre di Teresa, Mario Panza, famoso per le legnate  che era solito dare alla figlia, quando veniva a sapere sul suo conto qualcosa di sconveniente.
Il giorno dopo, all’alba, eravamo già tutti in piedi e di primo mattino percorrevamo le strade ed i sentieri per Garruòpolo. Giunti a destinazione, notai subito la presenza di Teresa, ma notai anche che Giovanni, per qualche motivo a me sconosciuto, non c’era. Evitai di fare domande e mi diressi verso le vigne. Incominciava subito il lavoro della vendemmia, di primo mattino, quando le foglie erano ancora bagnate di rugiada, destinata a dissolversi non appena il sole si fosse sollevato sull’erta del cielo.
Le donne erano già tutte intente a raccogliere l’uva nei cesti e nei panieri. Diversamente da quanto aveva fatto il giorno prima, Teresa mi chiamava continuamente perché prendessi il suo paniere, ogni volta che risultava pieno. Non mi dispiaceva farlo ed io, anche con una punta di malizia, incominciai a starle vicino ed a seguirla, man mano che lei avanzava lungo i filari. Lei con una certa perizia passava il coltello sul gambo del grappolo, lo tagliava e si faceva cadere il grappolo nella mano aperta, infine lo depositava con grazia nel paniere.
Io la seguivo con ammirazione, ma stando di proposito in silenzio ed in attesa di qualche sua parola che certamente non sarebbe tardata ad arrivare.
-Ti debbo parlare, mi disse ad un certo punto.
-Dimmi, risposi con sicurezza e soprattutto consapevole del fatto che, dopo quel che avevo visto il giorno prima, avevo il coltello dalla parte del manico.
-Non mi interessa sapere che ci facevi ieri alla Fonte. Ma, che cosa hai visto?
-Ho visto tutto quello che c’era da vedere e forse anche qualcosa in più.
-E cioè?
-Ho visto non solo quello che facevate, ma anche da dove venivate.
-Ci hai seguiti?
-No, ma, dopo che sono scappato, aggiunsi dicendo una bugia, sono andato anche ad esplorare l’anfratto nel quale vi eravate rintanati e lì ho trovato le vostre tracce.
-Ma non è che hai spifferato qualcosa!?
-Questo non l’ho fatto, stai tranquilla. E, soprattutto, non ho detto niente a tuo padre, anche se potevo farlo, perché ieri l’ho visto al paese, conclusi, aggiungendo un’altra bugia.
-Sei un tesoro e ti meriti un premio.
-Che mi dai?
-Ti do un bacio. Posso?
-Certo che puoi.
-Ma non qui. Ci possono vedere. Ci vediamo oggi pomeriggio alla Fonte, alla stessa ora di ieri, finì lei, scompigliandomi dolcemente i capelli.
Ebbi l’impressione di ricevere un colpo in testa, da cui stentai a riprendermi, e smisi di trasportare panieri. Quel giorno non trasportai più alcun paniere, né di Teresa, né di nessun’altra. Girovagai a lungo per la campagna  e di tanto in tanto ritornavo verso le vigne, per chiedere l’ora ai pochi che avevano la fortuna di possedere un orologio. Una volta  mi misi a frugare anche tra la roba di mio padre e, sempre per vedere l’ora per l’ennesima volta, ne trassi fuori una grossa cipolla da taschino di cui egli era gelosissimo e che io maneggiai con molta circospezione, per evitare di fare danni.
A pranzo mangiai  di fretta e voracemente, pur di non perdere tempo e, dopo la solita esibizione canora di mia madre,  che quel giorno ebbe il pregio di essere molto sbrigativa e veloce, sgattaiolai furtivamente e mi diressi verso La fonte.
        Non mi misi a correre, anzi camminavo a passi piuttosto lenti, per allungare il più a lungo possibile il piacere dell’attesa. Ogni tanto mi giravo indietro e ad un certo punto mi accorsi che Teresa mi stava seguendo, a circa cento metri di distanza. Mi fermai ad aspettarla e proseguimmo insieme, fianco a fianco e in silenzio.
        Mi era difficile dire qualcosa e, in particolare, avvertivo che mi era anche difficile capire davvero quello che io sentivo in seno, mentre la campagna tutt’intorno era sprofondata in uno strano silenzio ed una sparsa nuvolaglia, apparsa improvvisamente in cielo, sembrava preannunziare un temporale estivo.
Quando arrivammo alla Fonte, prima Teresa si diresse dietro un folto cespuglio, poi riapparve rassettandosi e si avvicinò a me. Io ero quasi paralizzato, mentre lei, come era solita fare, mi metteva le mani tra i capelli e li scompigliava amorevolmente.
-Avvicinati, mi disse.
Ed io mi avvicinai a lei il più possibile, fino a sentire il contatto delle sue gambe.
-Chiudi gli occhi, aggiunse.
Ed io chiusi gli occhi. E nello stesso tempo mi sollevai sulle punte dei piedi, nella speranza che così  il mio volto potesse almeno arrivare all’altezza del suo collo. Ero in attesa del bacio fatale che avrebbe aperto le cateratte del cielo, avrebbe scatenato le gerarchie degli angeli e dei demoni ed infine avrebbe dovuto sconvolgere per l’oggi e per il futuro l’equilibrio della mia esistenza.
Ed il bacio arrivò, non sulle labbra, nonostante mi fossi sollevato sulle punte dei piedi, ma sulla fronte. Fu un bacio dolce, ma rapido  e quasi sbrigativo.
-Ma tu stai tremando e la tua fronte scotta, esclamò Teresa.
-Io non sto tremando e la mia fronte non scotta. Sei tu che non capisci niente, risposi seccato, mentre già le prime gocce di pioggia cadevano tutt’intorno.
Ci mettemmo a correre tutti e due. Io ero più veloce, ma rallentai di proposito, per non lasciarla indietro e, dopo alcuni minuti, con qualche affanno e quasi ansimanti, con i vestiti molli di pioggia, arrivammo alla casetta dove già tutti gli altri avevano trovato rifugio ed erano preoccupati per la nostra assenza. Rassicurammo tutti con qualche bugia e instaurammo tra noi due una sorta di complicità che mi faceva presagire per il futuro una catena di delizie e di ulteriori piacevoli progetti.
Fuori intanto la pioggia continuava a cadere tra scrosci, lampi e tuoni  e durò fino a sera, quando, ormai sulle soglie del buio, tutti ci mettemmo in fila e, scivolando tra l’erba bagnata e le gocce che continuavano  a cadere dalle foglie degli alberi, finalmente ci avviammo verso il paese.
Il giorno successivo, terzo giorno di vendemmia, quando la carovana degli uomini e degli animali arrivò alla casetta, mi balzò subito agli occhi l’assenza di Giovanni, ma anche quella di Teresa. Qualcuno aveva saputo e riferì che, durante la notte, la ragazza aveva avuto un attacco di febbre e che per questo i genitori le avevano impedito di venire.
Ero scontroso e irascibile, in guerra con tutto e con tutti, con la vita, con gli uomini e anche con Dio. Girovagai in lungo ed in largo per la campagna, sconfinando anche in quelle limitrofe e senza mai avvicinarmi alle vigne. Arrivai fino al limite delle proprietà dei miei zii e zie, fino all’ultima, che era quella di zia Elena. Lì, potei vedere, incredibilmente vicina, la sagoma della nave di Santa Severina che si stagliava netta sullo sfondo. C’era un burrone, oltre quel limite, e io mi avvicinai pericolosamente, fino quasi a penzolare nel vuoto. Quel burrone, con la sua valle scoscesa e profonda, mi attraeva incredibilmente ed io provavo quasi un senso di vertigine.
Mi feci rivedere solo all’ora di pranzo, al quale non mi sentivo di rinunziare e che consumai in fretta e con la solita voracità. Poi di nuovo in giro, ad esplorare anfratti e dirupi, ad inseguire lucertole, a distruggere tutto quello che si poteva umanamente distruggere. Nel mio folle girovagare rividi anche La fonte ed il posto preciso in cui Teresa, il giorno prima, mi aveva dato quel primo, timido bacio.
Il giorno successivo era il quarto ed ultimo giorno di vendemmia, di norma riservato alle ultime incombenze. Non partii nemmeno per la campagna, perché sapevo che quell’ultimo giorno era sempre caratterizzato da un senso di disincanto e di malinconia, come normalmente avviene alla fine di ogni festa. Si raccoglieva tutto, si sistemava ciò che c’era da sistemare e si ritornava mestamente a casa, al grigiore della vita di ogni giorno. In più, alla mia età, all’idea della fine della vendemmia si associava un’altra idea: quella dell’inizio dell’anno scolastico e del ritorno a scuola, con i compiti da fare, lo studio, la disciplina.
Così io vivevo allora il rapporto con la campagna. Era per me l’età dell’innocenza non ancora perduta e che mi induceva a credere ostinatamente in un mondo che forse non esisteva più, o che almeno era sul punto di non esistere più. Ma quell’innocenza stava per dissolversi e si dissolse definitivamente un paio di anni dopo.
Si era in un mese di agosto particolarmente caldo ed arido. Allora, come sempre, non erano infrequenti gli incendi nelle campagne. Solo che allora non c’erano i pompieri o i Canadair e l’unica lotta agli incendi era quella dei volenterosi chiamati a raccolta dal suono delle campane. Era motivo di onore e di orgoglio poter aiutare gli altri, nella speranza che, in caso di bisogno, anche gli altri corressero in aiuto.
Quell’anno toccò a noi e al suono delle campane seppi che Garruòpolo era in pericolo. Ero un bambino di dieci anni allora, ma non ci pensai due volte. Scattai come una molla e mi misi a correre disperatamente. Lungo quei sentieri che avevo già percorso tante volte, l’unica mia ossessione era quella di arrivare presto, come se tutto dipendesse dalla mia presenza.
La polvere si sollevava fino a formare nuvole tortuose ed un paio di volte mi capitò anche di cadere.  Mi accorsi che il mio volto era bagnato e pensai si trattasse di sangue, ma, quando sollevai la mano a toccarmi, capii che quelle che rigavano il mio volto erano soltanto lacrime. Correvo e piangevo e ad un certo punto mi venne anche di pregare: Gesù , fai che Garruòpolo non bruci, fai che non diventiamo poveri. Ave Maria…
Quando arrivai in campagna, c’erano già tante persone che, armate di pertiche, frasche e bastoni, lottavano contro le fiamme. Anche io diedi il mio seppur modesto contributo, quando, prima di far ritorno a casa, spensi con la mia pipì una piccola fiamma che si ostinava a bruciare. Ritornai a casa sfinito.
A casa c’era solo Franca, la nostra domestica, che io consideravo come una sorella o una seconda mamma. Mi chiese allarmata:
-Com’ è andata, Zinnì (così mi chiamava)?
Ma io non avevo nemmeno voglia di parlare, tanto mi sentivo stanco. Allora Franca mi prese in braccio, poi si mise a sedere, mi strinse a sé e incominciò a cullarmi, sussurrando:
-Dormi, Zinnì,…dormi, dormi, Zinnì…
Ezio Scaramuzzino

(Nella foto: Tempo di vendemmia di Francesco Gioli)





venerdì 7 settembre 2018

Modesta proposta per l'avvenire




Mi permetto di parafrasare il titolo di una famoso libro di Giuseppe Berto, che nel lontano 1971, con la sua orgogliosa indipendenza e la sua capacità di andare contro corrente, si permetteva, a ragione, di non disperare e di lanciare una sua proposta per il futuro.
Oggi, almeno dal punto di vista giudiziario, non è che la situazione sia migliore e la recente sentenza della magistratura genovese sui conti della Lega, fino al recupero immediato dei famosi 49  milioni di Euro, appare una clamorosa conferma del marasma legislativo e dell’arbitrio che sembrano caratterizzare la nostra democrazia (democrazia?).
Intanto qualche precisazione, per avere una quadro passabilmente chiaro del problema.
1-I fatti risalgono a circa dieci anni fa, quando segretario della Lega era Bossi e l’amministratore era Belsito.
2- I soldi contestati sono poco più di 300.000 Euro, ma i giudici pretendono il recupero di 49 milioni di Euro, cioè l’intero ammontare del finanziamento pubblico ricevuto dalla Lega negli anni 2008- 2010 (ora il finanziamento pubblico non esiste più), contestandone l’invalidità di principio per l’intero ammontare, perché considerato infedele.
3- In un caso analogo il partito La Margherita, con Rutelli segretario e Lusi amministratore, non fu tenuto a rimborsare i soldi rubati e anzi fu considerato parte lesa e risarcito.
4-Bossi e Belsito sono stati condannati solo in primo grado, ma i giudici non si sono fermati davanti ad una simile quisquilia, pretendendo il recupero immediato dei soldi e condannando la Lega di Salvini a morte certa per asfissia.
5-E’ la prima volta che un fatto del genere avviene in una democrazia occidentale. Ma L’Italia è ancora una democrazia o per molti aspetti si è avvicinata alla Turchia di Erdogan e al Venezuela di Maduro, dove i partiti vengono sciolti per sentenza di un giudice?
Fatte queste premesse, altre considerazioni sono di rigore. Conosciamo tutti le traversie giudiziarie di Salvini per il caso della nave Diciotti e, per quanto Salvini appaia sicuro ed a tratti spavaldo, non è per nulla sicuro che alla fine egli possa uscirne vincente contro l’universo mondo della casta dei giudici e dell’oligarchia giudiziaria. Certo, la storia si ripete e non è per nulla consolante il riandare a note, malinconiche e tristi vicende che vedono in ballo la destra politica in Italia.
L’ex Presidente della Repubblica Giovanni Leone, considerato di destra ed inviso alla sinistra politica, fu coinvolto in un processo per tangenti (Caso Lockheed) e fatto fuori con un processo grottesco ed umiliante, che  alla fine lo vide completamente innocente (quando ormai però era troppo tardi). L’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, anche lui considerato di destra ed inviso al PCI, deriso e considerato pazzo, fu coinvolto nel caso Gladio, minacciato dai giudici in vario modo ed infine costretto a dimettersi prima della scadenza del mandato. Di Berlusconi nemmeno parliamo. Accusato di tutto, tranne che dello scoppio delle Guerre Puniche, fu demonizzato dalle sinistre, che alla fine, non riuscendo a toglierlo di mezzo, decisero di farsi dare una mano dall’amico partito dei magistrati. E questi lo condannarono per evasione fiscale (lo stesso era avvenuto con Al Capone) e ne provocarono l’espulsione dal Senato.
Ora è il turno di Salvini, il quale però ha un grande vantaggio rispetto ai suoi illustri predecessori. Intanto è un tipo tosto e, soprattutto, non può essere ricattato, perché non ha nulla da perdere: non è ricco, non ha industrie, non ha ville. Le uniche sue ricchezze sono la dignità, la decisione, il coraggio e, soprattutto, un grosso seguito popolare, che attualmente lo pone alla testa del primo partito italiano (almeno nei sondaggi). Certo, Salvini è molto amato, ma è anche molto odiato, di un odio profondo, viscerale, bestiale, che gli fa correre qualche pericolo, anche fisico.
Intanto c’è da chiedersi perché l’Italia debba sottostare per l’eternità ad una legge non scritta, ma da tutti conosciuta, che la rende per molti aspetti figlia di un dio minore. E questa legge dice che nel nostro Paese la sinistra deve sempre governare, con le buone o con le cattive e che, quando la sinistra è in difficoltà e non riesce a vincere con il gioco elettorale della democrazia, allora è lecito ricorrere all’ausilio dei giudici che provvedono a rimettere le cose a posto.
E’ una storia vecchia, logora, ormai nauseante, che potrebbe indurre alla disperazione o alla rassegnazione, ma che questa volta è auspicabile possa avere una clamorosa smentita.
La storia, diceva qualcuno, non si ripete sempre allo stesso modo. Una prima volta si ripete come tragedia, la seconda volta, il più delle volte, come farsa. E la vicenda Salvini, con le grottesche accuse sul caso della nave Diciotti e ora con il sequestro di milioni che non esistono se non nella mente malata di qualche giudice, promette di avere tutti i contorni di una vicenda allucinante e risibile.
E con queste mie considerazioni non considero chiuso il caso. Io non so che cosa decideranno Salvini e lo stato maggiore della Lega. Ma intanto, per l’immediato futuro, voglio dare un consiglio, magari modesto e per giunta non richiesto. La lega non imiti il cavalier Berlusconi, che si faceva approvare le leggi per sfuggire ai giudici, che poi sistematicamente gli smantellavano o aggiravano le leggi  approvate. La Lega non pensi di salvarsi cambiando nomi, o ricorrendo ad altri sotterfugi. I giudici sono spietati, utilizzano un codice speciale contro tutto ciò cha ha un vago sentore di destra e si divertiranno a giocare come il gatto con il topo.
La mia modesta proposta per l’avvenire è questa: semplicemente la Lega restituisca quei 49 milioni di Euro, detratti ovviamente i 3 milioni già confiscati. E come restituirà quei soldi, se non ce li ha? Semplice. Elementare Watson, direbbe Conan Doyle. La Lega oggi è stimata al 32% nelle intenzioni di voto, il che significa che ha un seguito di circa 13 milioni di persone tra seguaci, attivisti, votanti, simpatizzanti. 49 milioni : 13 milioni =3. Basta aprire una sottoscrizione ed ognuno di quei 13 milioni di simpatizzanti sarà disposto a dare non 3 €, ma 33 €. Saranno restituiti tutti i soldi del debito e ne resteranno anche per la futura attività politica.
Un’ ultima proposta, anche questa modesta e non richiesta. Una volta raccolti i 46 milioni del debito residuo, la Lega non li mandi alla procura genovese (la stessa che indaga per il crollo del ponte. Campa cavallo. Non c’è fretta!) tramite bonifico, postagiro, assegno o roba simile. Niente di tutto questo, no. La lega organizzi una bella manifestazione silenziosa davanti al tribunale di Genova. Lì ognuno dei manifestanti verserà le sue palanche in una carriola e, quando la carriola sarà piena, sarà svuotata davanti alla porta e alle finestre dei magistrati. Accontentiamoli!
Ezio Scaramuzzino

giovedì 2 agosto 2018

Un giorno di ordinaria follia



File all'Ufficio Anagrafe di Crotone per il rilascio della nuova Carta d'Identità Elettronica.









Sono andato all’Ufficio Anagrafe del Comune di Crotone per il rinnovo della Carta d’identità. Capita ovviamente. Una volta ti scade la Patente, una volta il Tesserino fiscale, poi è il turno della Carta d’identità. Mi piace razionalizzare i tempi e quindi, prima di recarmi in ufficio, ho provveduto diligentemente a documentarmi. Ho appreso così che il Comune di Crotone, tra i primi in Italia, rilascia solo la CIE, la Carta di Identità Elettronica per chi ancora non avesse familiarizzato con l’acronimo, allo scopo di adeguarsi ai tempi e soprattutto allo scopo di rendere più semplice la vita dei cittadini.
Il sito internet del Comune ci tiene a far sapere che “Per l'emissione della nuova CIE occorrono circa 20 minuti (salvo problemi tecnici)”. Ho fatto quindi i miei bravi calcoli sul tempo da ripartire tra i vari impegni della giornata e, dopo aver preparato i pochi documenti da esibire, baldanzoso e fiducioso mi sono presentato. Appena varcata la soglia, sulle prime ho temuto di avere sbagliato indirizzo o orario: una ventina di persone, tra le quali molti extracomunitari, stava in fila dietro una porta chiusa in atteggiamento tra il rassegnato e/o il disperato.
Mi ci è voluto un po’ di tempo e qualche domanda ai presenti per capire che quello era proprio l’ufficio che cercavo. C’era poco da fare: bisognava soltanto rassegnarsi e mi sono messo diligentemente in coda. Bastava solo considerare in aggiunta che i circa 20 minuti di media, di cui si parlava nel sito del Comune, andavano ovviamente moltiplicati per il numero delle persone.
Nelle code, come nelle sale d’attesa, in genere le persone sono un po’ più disponibili, quindi il mio vicino di fila ha subito provveduto ad aggiornarmi. Ho così potuto sapere che la porta, in quel momento chiusa, si apriva solo all’espletamento della pratica precedente, in media ogni mezz’ora, e che bisognava sperare di rientrare nel numero dei fortunati, perché  all’ora di chiusura la porta non veniva più riaperta. Mi ha fatto sapere infine che era lì in coda per la terza volta, perché la prima volta era stato escluso dall’orario di chiusura  e la seconda volta perché la foto non andava bene.
Non nascondo che ad un certo punto, un po’ per il caldo eccessivo, un po’ per le notizie fornitemi, ho avuto una sorta di mancamento che deve  avermi fatto barcollare, perché il mio interlocutore mi ha chiesto con insistenza se mi sentivo bene. L’ho rassicurato e mi sono fatto forza. Poi ho chiuso gli occhi.
Mi sono rivisto in un famoso film del 1993, Un giorno di ordinaria follia, con Michael Douglas. Nel film un ex marine rimane bloccato in un ingorgo stradale mentre sta entrando a Los Angeles. Esasperato, impazzisce, prende un mitra e scorrazza per la città compiendo una strage di persone inermi e innocenti. Beh, a quel punto anche io sono uscito dall’Ufficio Anagrafe, sono corso in macchina, ho preso una pistola gelosamente custodita, la mia Beretta 7,65 e mi sono diretto verso il Municipio. Ho scansato con uno strattone un agente di guardia sul portone, ho preso le scale e mi sono diretto verso l’Ufficio del Sindaco al primo piano. Ho dato una spallata alla porta, sono entrato, l’ho visto, ho sparato.
Mi sono sentito toccare. Era il mio vicino di fila che ritornava a chiedermi se mi sentivo bene, perché mi aveva sentito ripetere con un filo di voce “Pum, pum!”.
Ho riaperto gli occhi. Contemporaneamente  una gentile donzella usciva per avvisare che, a causa di una interruzione della connessione internet, tutto era rinviato al giorno successivo. Me ne sono andato anche io, come tutti, con qualche mugugno.
Qualcuno vorrà sapere come è andata a finire. Beh, qualche giorno dopo, al secondo tentativo, di pomeriggio, mi è andata bene: sono stato l’ultimo prima della chiusura. Ma avevo già deciso che, in caso di fallimento, avrei rinunciato per il futuro e sarei entrato nella categoria dei clandestini. Con le centinaia di migliaia che ne circolano liberamente nel nostro Paese, uno in più o in meno avrebbe cambiato poco.
Ezio Scaramuzzino



lunedì 30 luglio 2018

L'onore e l'orgoglio



Se un uomo non è disposto a battersi per le sue idee, o non vale niente lui o non valgono niente le sue idee. E’ un pensiero di Ezra Pound, citatissimo per questo, ma oggi più che mai attuale per  il caso Marcello Foa.
In breve: Foa è, tra le sue molte attività, anche un giornalista del berlusconiano Giornale. Candidato dalla Lega per la presidenza della RAI, necessita in Commissione anche dei voti di Forza Italia, che però al momento si è detta non disposta a votarlo, adducendo a pretesto alcune forzature procedurali della Lega. Il Giornale, da parte sua, tramite gli editoriali di Alessandro Sallusti, non ha esitato a schierarsi contro Foa, considerato una specie di utile idiota, oltre che ennesima vittima del machiavellismo di Salvini. Significativo comunque il fatto che la posizione di Forza Italia è venuta fuori solo dopo un perentorio invito della Sinistra a non votare un candidato che addirittura si è permesso di criticare in un’occasione il Presidente della Repubblica, ha chiari atteggiamenti sovranisti e poi, vergogna delle vergogne, in varie occasioni si è dimostrato filo Putin.
Ora, sia ben chiaro, io non ho nulla da dire sull’atteggiamento della Sinistra, che si limita a fare, senza vergognarsene, il suo mestiere di sempre, ma ho qualcosa da dire sul Giornale, su Sallusti, su Forza Italia, sul cavalier Berlusconi. Mi pare sia la prima volta che un giornale ritiene di non poter difendere un suo dipendente candidato alla Presidenza RAI, riconoscendo implicitamente che i suoi giornalisti sono figli di un Dio minore.
Si blatera tanto sulla presunta superiorità morale rivendicata dalla Sinistra, ma, se basta un semplice ricatto, una semplice minaccia, addirittura una semplice richiesta per farti abbassare la testa, allora non è che loro sono o si sentono superiori; sei tu che alimenti e favorisci questa presunta superiorità, facendola diventare dileggio e tracotanza.
Mercoledì  1 agosto si voterà in commissione e, onestamente, è un po’ difficile sapere come si concluderà questa vicenda. Marcello Foa è un giornalista valente, onesto, perbene, difficilmente ricattabile e che ha l’unico torto di cantare un po’ fuori dal coro. Per conoscerlo meglio è sufficiente leggere gli articoli del suo blog sul sito del Giornale (http://blog.ilgiornale.it/foa/). Capisco che, con i tempi che corrono, con tanti giornalisti disposti a vendersi pure il culo, uno come lui possa crearsi antipatie ed altro, ma alla vergogna deve esserci pure un limite.
Quanto a Forza Italia ed al cavalier Berlusconi, questa è forse l’ultima occasione per far capire ad un elettore di destra o di centrodestra se è il caso di continuare a votarli. Io non so se per caso Forza Italia sia stata invasa dalla follia della auto dissoluzione, ma mi rifiuto di credere che anche il Cavaliere sia preda della stessa follia.  Berlusconi ha segnato con la sua presenza venti anni e più della storia d’Italia, venti anni, che, pur tra luci ed ombre, hanno anche conosciuto momenti di gloria. Basta ricordare Pratica di Mare, con la stretta di mano e la foto tra Bush e Putin; basta ricordare il dopo terremoto all’Aquila, con il Cavaliere alla celebrazione del 25 aprile tra i partigiani e le rovine delle case crollate. Mi rifiuto di credere che il Cavaliere, ora che ha molti ricordi dietro le spalle e poche speranze per il futuro, abbia voglia di concludere questa sua cavalcata nella cronaca e nella storia d’Italia nell’ignominia e in un avvilente voltafaccia.
Ezio Scaramuzzino

venerdì 1 giugno 2018

La montagna ha partorito


Dunque. Abbiamo un governo, nonostante la legge elettorale avesse lo scopo precipuo di non far vincere nessuno. In effetti nessuno aveva vinto, anche se la vulgata pretendeva che ci fossero dei vincitori (5 Stelle e Lega), perché per vincere e far scattare il premio di maggioranza bisognava arrivare almeno al 40% e, al massimo, si poteva parlare di meglio piazzati. Inoltre, al solo ricordare gli insulti precedenti, nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla coalizione che poi si è formata, perché nessuno degli elettori  di quei due partiti auspicava o immaginava una simile maggioranza. Anche perché è vero che l’Italia è la patria di Machiavelli, ma riferiscono le cronache dall’oltretomba che il fiorentino starebbe arrossendo di vergogna ed avrebbe deciso di raccattare tutte le sue bagattelle e di non farsi vedere più in giro. Inoltre, se ricordo che durante la campagna elettorale Salvini e Meloni, quelli che oggi (si può ben dire) hanno praticamente dissolto il Centrodestra, pretendevano che Berlusconi firmasse davanti al notaio un patto anti inciucio (verosimilmente con il PD), viene un po’ da sorridere, ma ormai è fatta e tanto vale prenderne atto e sperare per il meglio.
Intanto qualche considerazione sul passato  e qualche auspicio per il futuro è lecito anche a chi, come me, si considera un impolitico e non ha la pretesa di spiegare niente. Basteranno queste considerazioni, forse, a prendere le cose con un po’ di disincanto ed a fugare qualche preoccupazione.
1-Avevamo visto finora governi di ogni tipo: politici, tecnici, del presidente, di scopo, di transizione, balneari, con maggioranze massicce, con maggioranze risicate, delle astensioni, di compromesso storico. E ritengo di averne dimenticato qualcuno. Non che sia indispensabile, ma i manuali di Diritto Pubblico come classificheranno il governo che sta per nascere? Un governo per metà formato da tecnici, per metà da politici; in cui il Capo del Governo, un illustre sconosciuto fino a ieri, dovrà ottenere la fiducia, prima che dal Parlamento, da quei due (Di Maio e Salvini) che l’hanno messo  in quel posto. Passerà alla storia come Governo Ircocervo? O come Governo Ibrido? O come Governo di Pulcinella, servitore di quei due padroni che ne reggono i fili come nel teatro dei burattini?
2- Lo strano patto tra Salvini e Di Maio ha un illustre precedente nel “Connubio” che nel 1852 vide Camillo Cavour, capo del centrodestra, e Urbano Rattazzi, capo del centrosinistra, stipulare un accordo ai danni di Massimo D’Azeglio. Quell’accordo, che gli storici definirono ironicamente “Connubio”, mi induce a ritenere che, almeno in questo, potesse avere ragione Carlo Marx, quando sosteneva che la Storia si ripete sempre: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa.
3- Nei confronti del Governo che sta per nascere, nessun pregiudizio negativo. Staremo a vedere, wait and see, come dicono gli Inglesi, anche perché qualcosa di buono può rilevarsi sia nei rispettivi programmi elettorali, sia nel contratto stipulato solennemente dai due contraenti (sempre Salvini e Di Maio). So bene che di buone intenzioni sono lastricate le vie che conducono all’Inferno e che la differenza tra i politici e gli statisti è che i primi  individuano i problemi, mentre i secondi li risolvono e non è ancor chiaro se i due, di cui sopra, appartengano alla prima o alla seconda categoria.
4- Non staremo a fare le pulci, a pretendere chissà che e, per quanto mi riguarda, dico subito che sarò disposto ad accontentarmi. Dai 5 Stelle non mi aspetto molto, anche perché, a parte un generico sinistrismo buono per tutte le stagioni e parente stretto della scoperta dell’acqua calda, i loro impegni sono stati piuttosto generici e fumosi e non per niente essi erano disposti a stipulare accordi con chiunque, sostituendo  la Lega con il PD e viceversa, con la stessa disinvoltura con cui si cambia una camicia o una cravatta. Ma un paio di cose, su cui hanno insistito e che hanno finito col caratterizzarli, me le aspetto. Mi aspetto un maggior rigore morale nella gestione della cosa pubblica ed una drastica riduzione del costo dello stato e dei privilegi della “Nomenklatura”. Anche se poi qualche primo passo falso, come la vicenda di Fico, presidente della Camera, che consentiva fosse pagata in nero la colf della casa in cui viveva, lascia perplessi.
5- Da Salvini invece, e dalla Lega, mi aspetto molto e mi viene voglia di dirgli “qui si parrà la tua nobilitate”. Salvini ha avuto il pregio, o il difetto, di parlar chiaro, fin troppo chiaro, suscitando legittime attese di cambiamento. I moderati che l’hanno votato non dimenticheranno facilmente le ruspe per i campi ROM, i respingimenti in mare dei clandestini, le promesse espulsioni. Sia ben chiaro che anche in questo ci si accontenterà. Nessuno si attende miracoli dall’oggi al domani, ma il minimo sindacale, ora che Salvini è Ministro dell’Interno, sì. Nessuno si attende le cannoniere schierate nel Mediterraneo, ma nessuno potrà più sopportare lo spettacolo osceno delle ONG e delle navi norvegesi, finlandesi e spagnole che scaricano nei porti italiani il materiale di risulta dell’intero orbe terracqueo. Nessuno si aspetta l’esercito italiano schierato in assetto di guerra lungo la Penisola, ma nessuno potrà più sopportare che le piazze e le vie delle nostre città siano stabilmente trasformate in fogne a cielo aperto. Nessuno si aspetta che improvvisamente spariscano i furti e le violenze bestiali negli appartamenti, ma nessuno sarà più disposto a sopportare lo spettacolo altrettanto osceno dei risarcimenti a favore dei rapinatori che per caso dovessero trovare qualcuno disposto a difendersi. E se per caso Salvini dovesse giocare al ribasso e finisse col mantenersi al di sotto del minimo sindacale, beh, allora avremo tutto il diritto di considerarlo un "chiachiello", come dicono a Napoli, uno dei tanti "chiachielli" che, purtroppo, in Italia non mancano mai.
6-Per il resto sarà bene che alcuni punti del “Contratto”, anche se strombazzati, non giungano a compimento. Ad esempio è bene che resti lettera morta il cosiddetto “Reddito di cittadinanza”, almeno per come è stato presentato finora  dai 5 Stelle, perché non si è mai visto uno Stato che paga i suoi cittadini perché non lavorino. Si resta comunque in attesa di chiarimenti e di dettagli. Sarà anche utile non abolire la legge Fornero, pur con qualche necessario cambiamento relativo alla posizione insostenibile degli esodati ancora numerosi. Ed anche per la Flat Tax, proposta dalla Lega, sarà bene essere prudenti e valutarne bene le conseguenze.
Ho sempre pensato, e l’ho ripetuto di recente, che l’Italia ha un sacco di problemi, ma che i due problemi fondamentali, su cui bisognerebbe essere intransigenti e da cui dipende la soluzione di tutti gli altri, sono l’immigrazione clandestina, con ricadute sulla qualità della vita e sull’ordine pubblico, ed il debito pubblico. Ora capisco che, mentre è facile fare promesse sul primo problema, nessuno sembra disponibile ad impegnarsi seriamente sul secondo. Che anzi, se un politico dicesse chiaramente di voler ridurre il debito, probabilmente non riuscirebbe nemmeno ad avere il voto della moglie e dei figli, figuriamoci degli altri. E questo spiega anche il perché di tanti politici, che, pur senza dichiararlo apertamente, con le loro proposte ammettono implicitamente di volerlo aumentare, avvicinandoci sempre più al baratro.
Eppure da questo non si sfugge ed i Tedeschi hanno ragione, quando ci criticano, anche ferocemente, e ci tacciano di irresponsabilità. Proviamo a metterci un po’ nei loro panni e cerchiamo di capire il birraio bavarese che non vuole sentire ragioni, quando gli si dice che deve pagare anche lui per i ventimila forestali della Regione Sicilia o per i vitalizi e gli sperperi della classe politica italiana, spesso corrotta ed incapace, per non dire altro.
Quando l’Italia aderì all’Euro, lo fece ad ogni costo ed anche con un senso di liberazione quasi. La classe politica italiana aveva incominciato ad avvertire la sua inadeguatezza a gestire il debito e quindi sembrò voler affidare all’Europa ogni responsabilità in merito, con la rinuncia a stampare moneta e con tutto quello che ne sarebbe seguito. Solo che l’Italia affidò all’Europa la gestione del debito, ma non quello che stava alla base del debito, continuando allegramente la corsa verso l’abisso. Questo spiega perché, nonostante la tassazione feroce, al limite dell’usura, nonostante i continui sacrifici richiesti all’Italiano medio, il debito è sempre aumentato in maniera continua ed uniforme, sia con i governi di destra, sia con i governi di sinistra.
In queste condizioni, il dibattito politico sull’Euro assume a volte toni surreali. Non adottare l’Euro non è peccato mortale e tanti Stati, che pure fanno parte della Comunità europea, ne fanno tranquillamente a meno. Uscire dall’Europa si può,  non è peccato mortale e la Gran Bretagna di recente l’ha fatto. Ma uscire dall’Euro nelle nostre condizioni, con il nostro debito pubblico, non è peccato mortale, è semplicemente criminale e chi lo sostiene andrebbe ricoverato in una clinica psichiatrica. Bisognerebbe prima ridurre il debito, risanare i fondamentali dell’economia, evitare l’eccessivo ricorso al mercato dei titoli che rischiano di diventare carta straccia e poi se ne parla. Farlo adesso, nelle nostre condizioni, significherebbe nella migliore delle ipotesi fare la fine dell’Argentina. O della Grecia.
Salvini, Di Maio, Conte, Savona, e tutti gli altri, guardatevi un po’ attorno e chiedetevi se veramente è il caso di uscire dall’Euro, ammesso che (stento a crederci) qualcuno l’abbia veramente pensato. Non pretenderemo che riusciate ad abbassare il debito, ma pretenderemo che almeno non lo facciate aumentare. E poi lasciate perdere i sogni, le velleità, e mantenete i piedi per terra. L’Italia ve ne sarà grata. Coraggio!.
Ezio Scaramuzzino





martedì 15 maggio 2018

Il passero solitario


Di ritorno da un viaggio al Nord, mi fermo lungo l’autostrada. Mentre mangio un panino appena comprato all’ autogrill, mi accorgo che un passero si avvicina allo sportello. E’ proprio lui, il famoso “Passer Italiae”, che già nel suo nome scientifico ricorda il luogo in cui preferibilmente nasce e vive la sua breve esistenza. Lo incoraggio lanciandogli qualche briciola e lui si avvicina sempre di più, senza alcuna paura. Scatto qualche foto e nemmeno i clic insistenti del cellulare possono indurlo ad allontanarsi.
Lo osservo con un misto di compiacimento e di sorpresa ed io, perennemente avvolto in una sorta di "correlativo oggettivo" di elliotiana o montaliana memoria, non posso fare a meno di andare alla ricerca del tempo perduto, del mio tempo perduto.
Nella mia infanzia il mio primo approccio con gli uccellini, e con i passeri in particolare, fu quello che mi derivava dal mio continuo scorrazzare nella campagna circostante, insieme con altri coetanei, a preparare contro di loro trappole e insidie di ogni genere. Di questa nostra caccia il tratto costante era un’inconsapevole crudeltà, che ci induceva ad infierire su quelle povere bestioline, fino a provocarne la morte tra indicibili sofferenze.
Quando, tanti anni dopo, mi ritrovai in Svizzera e notai, in un parco pubblico, che alcuni passerotti si avvicinavano tranquillamente agli altri, mentre sembravano sordi ai miei richiami e si mantenevano a rispettosa distanza da me, non potei fare a meno di pensare, con un amaro sorriso, che forse quegli uccellini si vendicavano delle mie crudeltà di fanciullo, o forse avvertivano istintivamente nel mio DNA qualcosa di sospetto, che li induceva ad essere diffidenti ed a restare alla larga.
Avrei forse potuto dire a quegli uccellini che ero cambiato, che non ero più uno spietato cacciatore e soprattutto avrei potuto dire che le vicende della vita mi avevano ormai definitivamente allontanato dal loro mondo di cinguettanti ed indifese creature.
E difatti, man mano che andavo avanti nella vita, i passeri continuai a conoscerli più che altro nelle mie letture.
Già nei Carmi di Catullo il passero è l’innocente trastullo con cui Lesbia, l’amante del poeta, sopisce le sue pene d’amore e che con la sua morte ne provoca il dolore e le lacrime.
Poi, nella tradizione letteraria italiana, da Petrarca a Poliziano, il passero avrebbe costituito spesso fonte d’ispirazione. Fino a Leopardi, che, con il suo genio immenso, avrebbe fatto del passero solitario il simbolo della condizione umana, della solitudine dell’esistenza e del male di vivere.
Forse anche oggi, di fronte allo spettacolo inatteso del passerotto che saltella di fronte allo sportello della mia auto, sarebbe necessario il genio di un Leopardi, che riuscisse a dire parole non caduche e non destinate ad essere disperse dal vento.
Ma io non sono Leopardi e soprattutto non ho la pretesa di esserlo. Nel nostro mondo disturbato dal fruscio e dal rumore di fondo che impediscono di percepire chiaramente il senso delle parole, mi limito ad osservare, a riflettere, a ritrovare qualche concetto forse non banale. In attesa di ciò che è ultimo e definitivo, in attesa del nulla.
Ezio Scaramuzzino