martedì 6 agosto 2019

Una sera di luna piena (racconto inedito) di Ezio Scaramuzzino



Quando io ero bambino, al paese nessuno aveva in casa impianti di riscaldamento o condizionatori. Nessuno se ne lamentava, perché nessuno ne avvertiva l’esigenza, o, più probabilmente, perché nessuno sapeva che esistevano e, se anche qualcuno lo sapeva, li riteneva roba da ricchi e lussi da pregustare solo nei film.
Al caldo dell’estate non si pensava proprio di porre rimedio. Il caldo era considerato un fatto ineluttabile, al quale era inutile opporsi. Al più ci si spogliava, riducendo al minimo l’abbigliamento, e, quando proprio non se ne poteva più, si faceva un’escursione in Sila, “a cambiamento d’aria”, come si diceva allora.
        Ma una piccola Sila l’avevamo pure in loco: una Sila modesta e casereccia, tutto sommato, a ridosso delle prime case del paese, prima dell’espansione urbanistica degli anni successivi. Era il Timpone, questa oasi di fresco, "U Timpuni", come lo chiamavano al paese.
        Il Timpone era in realtà una collina, cui si poteva accedere da ogni lato, ma che, vista dal lato Sud, dalla parte più bassa dell’abitato, assumeva un aspetto imponente e molto simile a quello di una vera montagna.
        Il Timpone per noi bambini era un vero e proprio mondo da esplorare. Lungo le pareti era pieno di anfratti dove era piacevole giocare, sulla sommità aveva un largo spiazzo e dappertutto c’erano grandi ulivi che protendevano i loro rami.
       Lì, preferibilmente, andavo a giocare a nascondino. Lì, qualche volta, io e i miei piccoli amici ci rinchiudevamo in qualche cavità naturale. Ci sentivamo felici, perché ci sentivamo separati e lontani dal mondo esterno. Soprattutto a me, che magari avevo letto qualche libro più degli altri, toccava di raccontare favole e altre storie,  più o meno inventate, ad un pubblico di bambini incantati e riconoscenti. Saremmo rimasti lì fino alla fine del mondo, ma poi, quando incominciava a far sera, ritornavamo mesti alle nostre case.
        Ancora lì, sullo spiazzo popolato di ulivi, davamo i primi calci ad un pallone, perché quello era l’unico campo di calcio del paese. C’era qualche inconveniente però. Spesso il pallone andava a finire tra i rami degli ulivi e, quando non bastavano i lanci di pietre, con frequenti rimbalzi delle pietre sulla testa  di un malcapitato, era necessario che qualcuno si arrampicasse tra i rami per il recupero. Poi qualche volta il pallone volava oltre il limite dello spiazzo, precipitava lungo i declivi e bisognava andare a recuperarlo lontano, tra forre, burroni, strade e sentieri. Ma nessuno se ne lamentava e non nascevano litigi, perché avevamo stabilito una norma rigorosa: il recupero del pallone toccava a chi ce l’aveva mandato.
Lì, su quella collina, qualche volta giocavamo alla lippa, “u vettu e ra squigghia”, come si diceva al paese. Si giocava con due legni di lunghezza diversa, con il vettu che colpiva la squigghia e la faceva volare lontano e talvolta sulla testa di qualcuno, con frequenti, successive corse all’ambulatorio, dove il medico Mauro e l’infermiere don Gustino erano sempre pronti a suturare ferite.
Lì, su quella collina, quando il caldo dell’estate bruciava perfino l’erba tutt’intorno, non era infrequente trovare qualcuno che “prendeva il fresco” all’ombra degli ulivi. E spesso, anche di notte, qualcuno andava a dormirci, per sfuggire al caldo dei muri delle case arroventate dal sole.
Quando poi c’era maltempo e pioveva, in una zona argillosa del Timpone spuntavano lunghi fili d’erba, da noi chiamati chissà perché “ricottegghre”,  che formavano un  manto su cui era piacevole scivolare, stando in piedi e cercando di mantenere l’equilibrio, come in una gara di sci.
Ricordo che, pur tra luci ed ombre,  tutto sommato ero felice allora. Ero un’autentica schiappa al pallone, me la cavavo appena con il vettu e la squigghia, ma ero bravo a raccontar favole, che mi venivano richieste frequentemente dai miei piccoli amici e compagni di scuola. E comunque qualcosa mi angustiava.
Frequentavo la quinta elementare ed avevo lettoIl piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry. La storia mi era piaciuta molto, ma non capivo perché il protagonista, che poi era un bambino, si fosse innamorato di una rosa. Anche un bambino poteva innamorarsi, certo, ma perché innamorarsi di una rosa?
Avevo deciso che anche io mi sarei innamorato, ma non di una rosa. Io mi sarei innamorato di una bambina. C’era solo un problema: che, per essere innamorato di una bambina, bisognava almeno dirglielo e sperare che anche lei si innamorasse. Ma la sola idea di dire una cosa del genere ad una bambina mi spaventava, perché ero molto timido. A questo comunque si poteva pensare pure in seguito, ma intanto bisognava pur trovarla questa bambina che facesse per me.
La mia era una delle poche classi miste del paese. Passai in rassegna le mie compagne e mi accorsi, con rammarico, che nessuna di esse mi piaceva. S. mi faceva sempre dispetti; T. era bruttina ; L. invece era piuttosto graziosa ed alta, ma , proprio per questo, si sentiva una diva e disdegnava tutti; F. poi si permetteva pure di prendermi in giro qualche volta e, proprio per questo, la detestavo.
Scartate anche le altre, ne rimaneva una sola, R.T., una bambina piuttosto cresciuta e che sedeva di lato al banco dopo il mio. Più di una volta l’avevo aiutata nei compiti ed ero convinto che di questo lei mi fosse riconoscente. Ecco, R.T. era la bambina di cui mi sarei innamorato, anche perché era graziosa, con gli occhi stranamente verdi ed i capelli neri raccolti in lunghe trecce. C’era solo il problema che, prima o poi, bisognava pur dirglielo che ero innamorato di lei.
R.T. era figlia di un muratore, di un capomastro come diceva lei, ed abitava nel rione Villetta, in una delle prime case del paese, proprio a ridosso del Timpone, da cui la separava un breve ed agile sentiero. Per andare o venire da scuola, ogni giorno, faceva un lungo tratto a piedi e passava sempre davanti casa mia. Mi capitava di vederla spesso lungo il tragitto, ma mai mi era capitato di fare un tratto insieme con lei, per un semplice motivo: io, allora, non ero solito camminare, perché, semplicemente, correvo e quindi lasciavo indietro tutti gli altri.
Mi dissi che per prima cosa  dovevo smettere di correre e poi avrei cercato di avvicinarla. Ma questo era il meno. C’era poi che io non sapevo proprio come dirle che ero innamorato di lei. Come si dicono certe cose? E con quali parole? E poi con quale tono? Non era certo la stessa cosa di quando raccontavo favole ai bambini nascosti negli anfratti del Timpone. Forse dovevo dirle che dovevamo fidanzarci? O sposarci come fanno le persone grandi? Ma noi non eravamo grandi.
Avevo idee abbastanza confuse, ma, ad evitare di fare errori o brutte figure, mi preparai l’intero discorsetto da fare, lo scrissi addirittura e l’imparai a memoria. Le avrei detto così, immaginando pure le sue domande  e le sue risposte.
-       Ciao. Sai, ho letto un libro di recente in cui si parla di un piccolo principe.
-       Ah, sì? Bello! Me lo fai leggere?..........
E poi mi dissi che non dovevo essere timido, che non dovevo arrossire, che non dovevo avere esitazioni mentre parlavo. Ah se le donne, tutte le donne, grandi o piccole che siano, conoscessero il dramma di una simile condizione… Comunque io dovevo solo trovare il momento opportuno, che ovviamente non tardò a presentarsi.
        Già il giorno dopo, al mattino, la vidi sopraggiungere da lontano. Potevo aspettarla, spifferarle il discorsetto che avevo preparato, ma non ne ebbi il coraggio. Mi misi a correre, come al solito, e giunsi a scuola prima di lei. All’uscita feci forza a me stesso e mi misi a camminare lentamente. La vidi subito e mi accostai. Il cuore mi batteva, forte, ma meno di quanto temessi.
-Ciao.
-Ciao.
-Sai, ho letto un libro di recente in cui si parla di un piccolo principe.
-Purtroppo io riesco a leggere solo i libri scolastici. Con tutti i compiti da fare a casa…
Capii subito che tutto il discorsetto che avevo preparato non serviva a niente e che dovevo improvvisare… Un altro problema per la mia emozione…
-Comunque era un bel libro. Il piccolo principe si era innamorato di una rosa…
-Di una rosaaa? Ma tu l’hai capito bene il libro?
-Difatti…Come ci si può innamorare di una rosa? Se proprio ci si innamora, ci si innamora di un’altra persona…Come me. Io pure sono innamorato…
-Ah, sì? Di una margherita?
-Ma no, che dici! Indovina un po’…
-Come faccio ad indovinare? Dimmelo tu.
-Di te, proprio di te.
Ce l’avevo fatta. Mi sentii improvvisamente calmo, rilassato, come nella quiete dopo la tempesta.
-Scordatelo! Io non mi posso innamorare di nessuno, perché sono ancora piccola.
-E con questo? Anche i bambini si innamorano….Così…Senza niente altro…
-E no! Se ci innamoriamo, poi ci dobbiamo baciare qualche volta e mia madre mi dice sempre che, se do un bacio a qualcuno, faccio peccato e poi vado all’inferno.
Di fronte alla paura dell’inferno, intuii che forse non era il caso di insistere,  perché, forse, di quella bambina io mi ero innamorato un po’, e la cosa mi dispiaceva ….certo…quanto mi dispiaceva! Era il mio primo tentativo ed era andato a vuoto…
Proseguimmo senza dire più una parola e, arrivato vicino casa mia, la salutai con un velo di tristezza. Ciao…Ciao…
        Per qualche giorno cercai di non pensare più a R.T., ma qualcuno provvide a farmi ricordare di lei, perché, certamente, lei ne aveva parlato in giro…
Fu proprio S., quella che mi faceva sempre i dispetti, ad uscirsene con una battuta.
- Ma è vero che i principi si innamorano delle rose?
Non le risposi nemmeno ed in più mi accorsi che la stavo odiando.
Dopo qualche tempo, mentre ritornavo da scuola, fui accostato da Totò Greco, un ragazzino, pure lui del rione Villetta, mio compagno abituale nelle partite di pallone. Mi disse con naturalezza, certamente senza alcun riferimento personale,
-La sai l’ultima? R.T. se la fa con Michele, mio amico e nostro vicino di casa, più grande di lei.
Conoscevo appena questo Michele e comunque, visti i precedenti, stentavo a crederci.
-Non ci credo, gli replicai.
-Non ci credi? Credici pure, perché li ho visti io.
-Non ci credo, insistetti.
-Se vuoi, puoi vederli anche tu.
-E dove?
-Da quando è incominciato il caldo, dopo il tramonto del sole, ogni sera, i due sono soliti fare una passeggiatina sul Timpone. Non ci vuole molto da casa loro, cinque minuti e sono lì.
        Finsi di non dare molto peso a quello che mi diceva, lo salutai e mi affrettai verso casa. Seduto a tavola, davanti ad un piatto fumante di pasta, mi accorsi che non avevo fame e scansai il piatto, con molta meraviglia di mia madre. Già allora, evidentemente, come poi sarebbe continuato a succedermi nel corso della vita, il primo sintomo delle mie preoccupazioni era la perdita dell’appetito. Mangiai poco e di malavoglia quel giorno e ripensai spesso a quello che mi aveva detto Totò Greco.
Non potevo capacitarmene. Non potevo credere che R.T., con le sue storie sul peccato e sull’inferno, potesse aver ceduto ad un ragazzino, che, per quel poco che lo conoscevo, appariva, e probabilmente era, un buzzurro ed un violento col quale era meglio non avere a che fare. Eppure non riuscivo a non pensarci e, fino a sera, ondeggiai continuamente tra l’idea di lasciar perdere e la tentazione di salire sul Timpone, di vederli e possibilmente parlare con lei, anche con lui eventualmente, così, per capire e magari per rassegnarmi e non pensarci più.
Ad un certo punto mi decisi. Sarei andato lì, prima di tutto per sapere se era vero quel che mi era stato detto. Uscii di casa e per prima cosa, istintivamente, guardai in cielo. Il sole non c’era più, ma al suo posto c’era una luna piena, che a me sembrò grandissima, immensa, e che illuminava il paese tutt’intorno. Verso occidente spiccava nettamente il pianeta Venere e nel buio della sera si distinguevano i profili delle case, delle persone, dei contadini che si ritiravano dalla campagna, degli animali che si avviavano vero i recinti e le stalle.
Mi diressi al Timpone imboccando il primo sentiero incontrato, subito dietro la cappelletta di San Leonardo. Presi a salire, mentre non si sentiva un alito di vento e tutt’intorno la natura sembrava addormentata. Nel rasentare la zona umida del Timpone, là dove eravamo soliti giocare allo scivolo, sentii il gracidio delle rane, che improvvisamente si tacquero al mio appressarsi. Continuavo a salire, a salire, velocemente, non perché avessi fretta di arrivare, ma perché avevo una sorta di tumulto nel cuore. Ogni tanto però mi fermavo. Osservavo dall’alto le luci del paese che sembrava distendersi per lungo come un serpente sinuoso e poi spaziavo con lo sguardo lungo i declivi della montagna, per cercare di vedere, chissà, qualche sagoma, qualche ombra…
Poi arrivai allo spiazzo in cima. Dovunque c’era silenzio. Tutt’intorno potevo osservare gli ulivi che erano stati i muti testimoni della mia fanciullezza e che continuavano a protendere i loro rami contorti, tra i quali si intravvedeva la luna tranquilla, luminosa lassù in cielo. Non c’era una nuvola.
Improvvisamente sentii il canto di un usignolo, nitido e sonoro come in pieno giorno e venne da chiedermi perché la natura consentiva che quell’uccellino melodioso, solo quello, continuasse i suoi gorgheggi solitari mentre tutti gli altri erano assopiti. Sentii il bisogno di dire una preghierina, come facevo la sera a letto, prima di addormentarmi. Ma non ne ebbi il tempo.
In fondo, da dietro un albero, erano apparse due figure. Si tenevano per mano, ogni tanto si fermavano, si guardavano negli occhi e poi riprendevano il cammino, lentamente, molto lentamente, come volessero assaporare ogni attimo del tempo che trascorreva inesorabile. Erano R.T. e Michele. Loro non potevano vedere me, perché mi ero nascosto dietro il tronco di un ulivo, ma io li vedevo distintamente al chiarore della luna, anche se non riuscivo a percepire chiaramente le loro parole.
Mi passai una mano sul volto, come per cacciare un cattivo pensiero e la ritrassi bagnata. Non era sudore il mio, erano lacrime, semplicemente lacrime. Mi vergognai, non tanto per quello che stavo facendo, ma per le mie lacrime, e capii che il mio posto non era lì, tra quelle piante, in quel silenzio. Mi ritrassi lentamente, cercando di non far rumore, e infine mi misi a correre, disperato, mentre la grande luna in cielo continuava ad assistere muta ed impassibile alle mie pene.
 A distanza di tanti anni, qualche tempo fa, trovandomi al paese, sono andato a rivedere quei luoghi. Una stradina asfaltata, al posto del sentiero di una volta, consente oggi di arrivare facilmente sullo spiazzo del Timpone. Non ci sono più alberi oggi ed in particolare non ci sono più gli ulivi  che una volta protendevano i loro rami. Al loro posto ci sono dei fabbricati, anonimi anche se pretenziosi. Ho fermato l’auto dove una volta giocavamo al pallone, o alla squigghia. Un signore mi è venuto incontro, apparentemente della mia età, quasi calvo, con pochi capelli bianchi, alto e magro. Mi dice:
-Ma voi non siete il…?
-Sì certo, sono io. Ma io non mi ricordo di voi. Voi chi siete?
-Io sono Michele, non so se vi ricordate di me. Un mio figlio è stato anche  alunno vostro.
-No, non mi ricordo. Scusatemi. Sono passati tanti anni…
Stavo per aggiungere:- Ma per caso vostra moglie è…? Ma non gliel’ho chiesto, perché improvvisamente mi è venuto di pensare che non volevo sapere niente di quella storia e di quella mia infantile pena d’amore. Era meglio non sapere, era meglio che tutto rimanesse sfumato, come in un sogno senza fine…
Ho acceso l’auto, ho innestato la marcia e, lentamente, mi sono avviato. Una parte della mia vita di fanciullo era finita per sempre e  preferivo non ricordare e non sapere, anche se quella mia fuga con l’auto mi ricordava un’altra fuga di tanti anni prima, sul Timpone del paese, sotto i raggi della luna, tra il silenzio degli ulivi ed il canto solitario di un usignolo.
Ezio Scaramuzzino



giovedì 18 luglio 2019

A proposito di Camilleri


Dei morti non si può che parlar bene ed anche di Andrea Camilleri, che ci ha lasciati ieri, quindi, non si può che parlar bene. A patto di non esagerare, però. L’orgia di incensamento, che imperversa su quasi tutti i media, rischia di diventare ridicola, se non grottesca.
Mi è capitato di sentire di tutto, in questi due giorni. C’è chi lo ha paragonato a Verga, chi, addirittura, non si è fatto scrupolo di accostarlo a Dante Alighieri. E perché non accostarlo, già che ci siamo, a William Shakespeare, ad Omero, a Giovanni Boccaccio?
La verità su Camilleri aleggia in spazi molto più angusti e si mantiene su livelli molto più modesti. E forse non è inopportuno dirne qualcosa, per evitare di cantare nel coro.
Camilleri era un modesto scrittore, rispettabile nel complesso, ma modesto, ed il fatto stesso di aver raggiunto il successo in età veneranda dovrebbe pur significare qualcosa. Non che Camilleri in precedenza non lo avesse cercato, questo successo, ma gli era andata buca. Forse non tutti sanno che i suoi primi manoscritti egli li aveva mandati a Leonardo Sciascia, per averne un giudizio ed un appoggio, ma Sciascia, che pure era suo amico o forse proprio per questo, glieli aveva restituiti, consigliandogli di lasciar perdere e di continuare a fare quello che stava già facendo, cioè l’impiegato/funzionario di Mamma Rai.
Poi, quando era prossimo ai settanta, arrivò il successo, rapido, incredibile, strepitoso, travolgente. Come si spiega questo successo? Come si spiegano i milioni di libri venduti?
Ho motivo di ritenere che il successo non fosse dovuto ai suoi meriti letterari, ma al fatto che Camilleri spuntò dalla parte giusta, al momento giusto, con le idee giuste.
Cercai anche io di capirlo, ma non ci riuscii e, dopo aver letto solo un paio dei suoi libri, lo accantonai, consapevole  del fatto che, ad ignorarlo, non si perdeva molto. Le storie che egli inventava non erano molto diverse da quelle reperibili in qualunque giallo di livello medio, ma mi creava un ostacolo insormontabile la sua grossolana lingua siculo-italiana, che egli utilizzava nell’assurda presunzione di avvicinarsi all’inavvicinabile Verga.
Eppure Camilleri continuava ad imperversare nelle classifiche e questo poteva destare meraviglia solo in chi non sa come funziona il mercato editoriale. In questo mercato i padroni del vapore sono sempre i soliti noti e, se vuoi avere successo, è necessario, ma non sufficiente, che tu scriva qualcosa di decente, ma è molto più importante che tu parli in un certo modo e dica certe cose.
E Camilleri in questo fu insuperabile. Si scoprì militante antifascista quando il fascismo non c’era più; fu prima antiberlusconiano e poi, giustamente e coerentemente, antisalviniano e favorevole all’immigrazione clandestina, ai centri sociali, alle dittature, purché di sinistra. Insomma fu il condensato di tutti gli ideali indispensabili a quella sinistra sempre in cerca di miti da coltivare. Al suo confronto impallidiscono Mimmo Lucano e la capitana Carola Rackete.
Camilleri non lascerà tracce durature nella letteratura italiana e sono convinto che prima o poi egli sarà ridimensionato. A voler esagerare lo si può considerare un bravo scrittore, ma non più di questo. Che riposi in pace.
Ezio Scaramuzzino



domenica 19 maggio 2019

Il Tricolore



Negli USA ogni villetta, ogni casa che si rispetti, espone quasi sempre una bandiera a stelle e strisce sulla facciata principale.
In Italia c’era una volta l’abitudine, quando si costruiva un palazzo, un condominio, una qualunque singola abitazione, di esporre un Tricolore sulla sommità dell’edificio, per indicare che i lavori erano finiti.
Oggi quest’abitudine si è persa, non so per quale motivo, forse perché l’esposizione del drappo avrebbe precluso per il futuro un eventuale nuovo piano aggiuntivo e abusivo.
Oggi del Tricolore ci si ricorda solo in occasione delle partite della nazionale di calcio, a parte qualche altra rara occasione. L’altro giorno, per esempio, il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, ha pensato bene di utilizzare una bandiera come straccio, ripulendo dalla polvere una lapide commemorativa e fregandosene bellamente  del codice penale che prevede il reato di vilipendio alla bandiera.
Non mi va di fare retorica sui simboli, sul sentimento patrio, sul comune destino di noi Italiani, sul rispetto che si deve alla propria e alle altrui bandiere. Dico solo che chi non rispetta la bandiera, non rispetta se stesso, non rispetta gli altri, non rispetta il luogo dove è vissuto ed è diventato cittadino.
A tal proposito, anche per andare un po’ contro corrente rispetto ai tempi calamitosi che stiamo vivendo, ho deciso di costituire al più presto un gruppo Facebook, il cui regolamento è di seguito esposto e per il quale mi permetto di chiedere  l’adesione delle tante persone che su questo social mi onorano della loro amicizia. Il numero delle adesioni mi indurrà a dare seguito all’iniziativa oppure, in alternativa, a porvi fine. Ringrazio comunque tutti coloro che aderiranno. Se saremo in tanti, potremo far meglio sentire la nostra voce. Se saremo in tanti, c’è da augurarsi che nel nostro Paese l’esposizione del Tricolore possa non essere più un fatto isolato, episodico, eccezionale, ma un fatto normale, quotidiano, come si addice ad un popolo che avverta l’orgoglio di quello che è stato, di quello che è e di quello che vuole essere per il futuro.

REGOLAMENTO
1-   In data……..è costituito il gruppo  facebook “Il Tricolore”.
2-   Scopo del gruppo è quello di diffondere la conoscenza della storia della  bandiera italiana e di favorirne il prestigio, il rispetto, l’amore.
3-   Il gruppo è apartitico. Chiunque può farne parte, a prescindere dalle sue idee politiche. Non è richiesta l’appartenenza o l’iscrizione ad un qualsiasi gruppo, partito, movimento politico.
4-   Non è richiesto alcun contributo in denaro per il pagamento di tessere.
5-   Chi aderisce al gruppo assume l’unico impegno di tenere esposta una bandiera italiana in un qualunque punto esterno della propria abitazione (balcone, finestra, ringhiera, ecc…)
6-   L’esposizione di cui al punto precedente deve essere possibilmente continua. Può essere interrotta solo nel caso di eventi eccezionali.
7-   L’adesione al gruppo richiede nel proprio profilo facebook, o comunque in posizione ben visibile, una foto della bandiera esposta, con l’individuazione dello sfondo e, possibilmente, dell’aderente.
       Ezio Scaramuzzino




domenica 12 maggio 2019

Salvini sta sbagliando



Salvini sta sbagliando e non perché, secondo alcuni, pare che la Lega abbia perso 1 o 2 punti nei sondaggi. Certo, nel caso Siri, ha commesso alcuni errori tattici, mettendosi sulla difensiva invece di anticipare le mosse degli avversari ed ingaggiando una battaglia che sembrava già persa in partenza. Ma adesso sta sbagliando perché negli ultimi tempi sta concedendo troppo al M5S e, soprattutto, gli sta concedendo il diritto di insulto, senza alcuna contropartita.
Il M5S è un avversario politico, anche se Salvini qualche volta si illude e blatera di lealtà e di parola data, e agli avversari si può concedere tutto, la buona fede, l’incapacità, l’immaturità, ma non gli si può concedere il diritto di intaccare l’onore tuo e di coloro che ti seguono e ti votano.
Sentire, non tanto Di Maio, che, pur velenoso, almeno si sforza di apparire civile, ma un minus habens come Fico e altri grillini che straparlano di superiorità morale  nei confronti di coloro che sarebbero intaccati da tare ereditarie e da indegnità morale, prima che indignare, fa venire la nausea, il voltastomaco e il latte alle ginocchia.
Salvini deve incominciare a replicare a tono, non con il suo solito sorriso di sufficienza, che ormai appare mellifluo ed irritante. Capisco che mancano solo una decina di giorni alle elezioni e che una rottura in questo momento potrebbe danneggiarlo, ma personalmente ritengo che potrebbe danneggiarlo di più un’eccessiva arrendevolezza.
Una eventuale crisi di governo prospetterebbe alcune soluzioni.
La prima non è, come alcuni temono, un’alleanza tra PD e M5S, perché troppo fango e troppo livore c’è stato  tra di loro ed i tempi, secondo me, non sono ancora maturi per una riaggregazione tra i due corpi della sinistra.
Più probabile, invece, un incarico tecnico a Draghi, con la complicità di Mattarella e l’appoggio esterno di PD e M5S, all’unico scopo di far fuori Salvini, diventato ormai troppo ingombrante per i suoi avversari-nemici. Il tutto a prescindere dalle conseguenze politiche ed economiche che un simile incarico potrebbe comportare.
C’è poi una terza ipotesi, quella del riavvicinamento a Forza Italia e del ricompattamento del centrodestra a livello nazionale. Capisco pure che dopo le vicende  e le molte incomprensioni degli ultimi mesi una ipotesi del genere comporta qualche difficoltà per Salvini, ma, al momento , mi sembra questa la soluzione più conveniente oltre che la più caldeggiata dagli elettori di riferimento.
Se proprio deve scegliere tra M5S e Berlusconi, meglio quest’ultimo, non c’è paragone. E’ vero che al Cavaliere piacciono troppo le donne, è vero che qualche volta egli flirta con il PD, sono vere tante cose, ma con lui si può ragionare e governare, col M5S invece si può solo litigare, sragionare, sgovernare e mandare l’Italia in fallimento.
Salvini, datti una mossa. Sei ancora in tempo.
Ezio Scaramuzzino

giovedì 9 maggio 2019

Logica e follia



Ogni tanto mi capita, per vari motivi, di cambiare il tragitto del mio footing mattutino. Mi è capitato oggi e mi sono diretto verso la banchina esterna del porto, mai attraversata in precedenza. Ho posteggiato l’auto, con qualche perplessità, perché c’era un cartello di divieto di accesso e poi  mi sono incamminato.
 Ero convinto che la distanza fosse relativamente breve, ma con rammarico ad un certo punto mi sono accorto che incominciavo a scoraggiarmi ed a stancarmi, perché la fine sembrava non dovesse arrivare mai. Non c’era anima viva ed avevo l’impressione di trovarmi nelle stesse condizioni di uno che si fosse smarrito  in una galassia o ai confini dell’universo.
Quando, dopo una breve rientranza, mi è apparso di fronte un solitario signore in bicicletta, mi sono fatto coraggio, gli ho fatto segno di fermarsi e mi sono avvicinato.
-Scusi, signore! Quanto è lunga questa banchina? Ci vuole ancora molto?
-Ma no, saranno un paio di Kilometri. Comunque è quasi arrivato! Se ne accorgerà facilmente, perché finisce il cemento ed incomincia il mare.
-Ah grazie. Così evito di finire in acqua. Buon giorno!
-Buon giorno a lei. Buon proseguimento!
Ho ripreso di buona lena. Sorridendo. Perché mi è venuta in mente una storiella.
In un manicomio c’era un pazzo che ogni sera saliva a fatica su un palo molto alto posto al centro del giardino e, arrivato in cima, vi apponeva  con molta cura un cartello su cui era scritto qualcosa. Poi, lentamente, discendeva. Al mattino il pazzo risaliva sul palo, arrivava al cartello, lo toglieva, lo arrotolava con cura e lentamente ridiscendeva.
La scena  si ripeté per qualche giorno, suscitando la curiosità del direttore, dei medici, degli infermieri e degli altri ospiti del manicomio. Fino a quando il direttore decise di vederci più chiaro e, dopo l’apposizione serale, mandò un infermiere  a controllare più da vicino il cartello.
Sbuffando e imprecando, l’infermiere riuscì ad arrivare in cima al palo, prese il cartello e lesse:
-QUI FINISCE IL PALO!
L’autore del cartello si preoccupava, giustamente, di coloro che avevano voglia di salire in cielo, ma, soprattutto, si preoccupava del fatto che di notte, nell’oscurità, la punta del palo potesse non essere visibile. Santa follia!
P. S. Io comunque la fine della banchina l’ho vista chiaramente grazie alle informazioni del gentile ciclista. Non sono finito in acqua.
Ezio Scaramuzzino

mercoledì 17 aprile 2019

Umbria docet



E alla fine Catiuscia Marini, governatore  PD della Regione Umbria, si è dimessa. Ha cercato di resistere, ma dopo la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche che la coinvolgevano pesantemente nel sistema corruttivo regionale, si è dimessa. E non poteva essere diversamente. Aspettiamo solo che il bubbone esploda anche in altre regioni, come Calabria e Puglia, ed il quadro potrà considerarsi completo.
Certo che la storia della Marini fa amaramente sorridere. Immagino, con quel nome (Catiuscia), la sua storia familiare e politica. Quel nome le sarà stato affibbiato da un padre iscritto al PCI, in un periodo in cui era normale  chiamare i propri figli Ivan, Tamara, Lenin, o Ernesto Che, con la consapevolezza orgogliosa di imprimere sui propri discendenti le tracce di un destino politico al quale non ci si poteva sottrarre. Ed in queste tracce Catiuscia ha forgiato e seguito il suo cursus honorum, fino alle lacrime dell’altro ieri, quando ha annunciato il suo ritiro.
Ora, sia ben chiaro, non ci si meraviglia di niente, ammesso che nel nostro Paese possa esserci ancora posto per la meraviglia, per la sorpresa, per l’invettiva e lo sdegno.  Forse si può soltanto sorridere, quando si ascoltano le intercettazioni telefoniche, dalle quali risultano soggette a baratto politico non soltanto le nomine dei primari ospedalieri e dei direttori generali, ma perfino quelle dei barellieri, degli infermieri e degli addetti alle pulizie.
Certo (sento già le obiezioni), tutti i partiti politici hanno fatto così e chi è senza peccato scagli la prima pietra. Ma quello che sconcerta è la metodicità, la programmazione, la pianificazione scientifica dell’occupazione da parte dei partiti di sinistra e del PD in particolare, perché in alcune regioni italiane l’occupazione è stata totale, implacabile, asfissiante. Ho letto in alcuni dossier che in Umbria, in particolare, dove il PD amministra da tempo immemorabile, il 70 % della popolazione viveva e vive di rendite, pubbliche o private, direttamente o indirettamente legate al potere politico.
Si tratta di un sistema chiuso, che si autoalimenta e che è finalizzato alla perpetuazione del potere politico. Va da sé che l’occupazione a macchia d’olio di ogni  spazio pubblico o privato, pur favorita da una certa improntitudine dei diretti interessati, è stata soprattutto alimentata da un certo andazzo politico del “così fan tutti” e da una sorta di sentimento di impunità e di  sicurezza del farla franca che costituisce il tratto distintivo di quasi tutti coloro che sono, o si credono, o sono considerati di sinistra.
Gran parte di colpa nel determinare questo atteggiamento è da assegnare anche a quello strano, oserei dire comico, insieme di leggi e di procedure che nel nostro beneamato Paese viene comunemente detto amministrazione della giustizia. Secondo questa amministrazione l’essere di destra è un’aggravante, mentre l’essere di sinistra è un’attenuante. Questo spiega perché Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace, si vanta dei suoi reati; spiega perché la nave ONG “Mare Ionio”, non soltanto persegue alla luce del sole la tratta di clandestini, ma non si perita di proclamare ad alta voce che non ha nessuna intenzione di porre fine al suo traffico. Questo spiega pure perché l’ex governatore della Lombardia Roberto Formigoni, considerato di destra, può essere condannato a 5 anni e 10 mesi e schiaffato tranquillamente in galera per aver fatto qualche vacanza  (gratuita?) con alcuni  fornitori di beni e servizi della Regione. Non sto esagerando, perché non esistono prove concrete di corruzione o di passaggi di denaro.
Detto ciò, bisogna pur dire comunque che negli ultimi tempi qualcosa sta cambiando. Le roccaforti della sinistra nel nostro Paese, ad una ad una, stanno crollando e c’è da presumere che le prossime elezioni europee certificheranno in maniera netta questo cambiamento. E’ finito il tempo della Destra che si vergognava di essere destra e che si camuffava fino a diventare irriconoscibile ed intercambiabile con la sinistra. Ma ciò che è più confortante è che qualche cambiamento profondo si sta verificando un po’ in tutto il mondo. Personaggi politici come Trump negli USA, Putin in Russia, Bolsonaro in Brasile, Netanyahu in Israele, Salvini in Italia, Orban in Ungheria, fanno sperare bene per il futuro. In Israele, per dire, Netanyahu ha vinto per l’ennesima volta le elezioni su una piattaforma chiaramente di destra ed il partito concorrente non era più il glorioso Partito Laburista dei tempi eroici, ma un partito di centro. E sapete perché? Perché oggi in Israele essere considerato di sinistra è un insulto. Che stia per succedere anche nel resto del mondo?
Ezio Scaramuzzino


mercoledì 27 marzo 2019

Ma quando studia Vittorio Sgarbi?


Chi sia Vittorio Sgarbi non c’è bisogno di ricordarlo, ma non è inutile un veloce riepilogo della sua vicenda. Venuto a notorietà negli anni novanta grazie a Maurizio Costanzo, che lo lanciò nelle sue trasmissioni televisive, Sgarbi sorprese il pubblico per il modo nuovo di stare in scena e di rapportarsi col pubblico. Sorprese allora la figura di questo uomo, che parlava molto bene, che non indietreggiava nei dibattiti, che dimostrava grande competenza nella Storia dell’arte e che, soprattutto, non si faceva scrupolo di “scandalizzare” con il suo linguaggio a volte violento e con il coraggio delle sue idee anticonformiste.
Divenne, Sgarbi, uno dei personaggi più amati dal pubblico, specie di quello orientato politicamente a destra, sempre disposto a perdonargli qualche eccesso verbale, qualche incongruenza, qualche disinvoltura ideologica, come fosse un D’Annunzio redivivo. E lui riusciva a farsi amare, perché non deludeva mai le attese, in particolare di coloro che a destra avevano bisogno di un mito da coltivare e da contrapporre ai tanti, troppi miti della sinistra, che scorrazzavano e imperversavano impunemente nelle TV, nei giornali, nel mondo della cultura in genere.
Inutile dire che Sgarbi seppe alimentare abilmente il suo mito, perché era colto, abile nell’elocuzione, per nulla disposto a farsi intimidire dai tanti che cercavano di ostacolarlo.
Ancora oggi Sgarbi è un mito, ormai un po’ usurato, ma pur sempre un mito. Vedi la TV, in qualunque ora del giorno e della notte, e non c’è dibattito politico, culturale, non c’è trasmissione di intrattenimento in cui lui non sia lì a dire la sua. Non c’è giornale dove non appaia qualche suo articolo, o comunque un articolo o un giudizio dell’universo mondo su di lui. Qualche volta è presente fisicamente negli studi televisivi, qualche volta è collegato “in esterna”, ma lui è sempre lì. Si parla di politica e c’è lui, si parla di arte o di cultura o di qualunque altro argomento e c’è sempre lui.
E’ anche vero che di tanto in tanto la sua continua presenza in TV rischia di diventare controproducente, quando non fastidiosa,  ma lui riesce  a riciclarsi con disinvoltura, perché se c’è una cosa, nella quale è molto abile, è quella di non essere ripetitivo e banale. Ti aspetti, se poco poco lo conosci, che egli dica una cosa ed invece ti sorprende e dice il contrario. Magari per il gusto di apparire paradossale  e non scontato.
Negli ultimi tempi, lui, con le sue idee, si è messo a difendere l’ex sindaco di Riace, Mimmo Lucano, e la sua politica sull’immigrazione selvaggia, tirando fuori una supercazzola, che oltre tutto ripete continuamente, sull’articolo 10 della Costituzione (Lo straniero, … ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica …), da considerarsi ormai superato perché elaborato  quando i padri costituenti non potevano immaginare quel che sarebbe accaduto 70-80 anni dopo.
L’altra sera a Quarta Repubblica si discuteva della concessione della cittadinanza a Ramy e Adam, i due ragazzini-eroi del bus dirottato. Sgarbi se n’è uscito dicendo che non capiva quella discussione e che, per quanto lo riguardava, lui avrebbe volentieri fatto a meno della cittadinanza italiana che gli faceva schifo. C’è voluto un intervento puntuto di Nicola Porro che gli ha chiesto se lui era disposto a rifiutare la cittadinanza e la cultura italiana di Leonardo e Caravaggio, per chiedere magari quella dell’Uganda o del Camerun. Al che il nostro eroe, accortosi evidentemente della castroneria appena uscitagli di bocca, si è afflosciato come un pallone sgonfio e se n’è rimasto silenzioso e mogio mogio.

Qualcuno ha calcolato che sui principali canali TV la presenza di Sgarbi, tra dirette e registrate, è ormai quasi una presenza fissa, una componente ineliminabile del panorama.

Si aggiunga che quasi quotidianamente egli pubblica un articolo sui vari quotidiani e/o settimanali con i quali collabora e si aggiunga ancora che periodicamente, e comunque con una certa assiduità, egli pubblica qualche libro.
E allora una domanda sorge spontanea. Tra TV, collaborazioni giornalistiche e scritture di libri, dove lo trova il tempo per leggere, per approfondire, per studiare?
Da questo punto di vista Sgarbi ricorda da vicino Enzo Biagi, che quelli della mia generazione ricorderanno certamente con simpatia. Anche Biagi era quasi di casa in TV e sfornava articoli, riviste e libri a getto continuo. Siccome l’uomo non è un automa, qualcuno si prese la briga di indagare i misteri di una macchina editoriale così prolifica. Si scoprì che in realtà Enzo Biagi era una sorta di fabbrica, nella quale tanti sconosciuti lavoravano e scrivevano, mentre l’autore Biagi, una volta impartite le direttive generali, si limitava ad esercitare un controllo di massima e ad apporre la sua firma sul prodotto finito.
Sta succedendo lo stesso anche con Sgarbi? Il dubbio è legittimo.
Ezio Scaramuzzino