giovedì 9 dicembre 2021

Un termometro al Donegani

 






Negli anni, purtroppo ormai lontani, del mio insegnamento al Donegani di Crotone, non sono mancati, pur nelle pieghe di un lavoro a volte poco gratificante, momenti di rilassamento e di abbandono al piacere quotidiano del vivere: momenti che ancora oggi ricordo quasi con rimpianto, come trasgressioni tutto sommato esilaranti del mio rapporto affettuoso con i tanti alunni che si sono imbattuti in me nel corso del loro faticoso apprendimento.

Eravamo nell’anno di grazia 1995, in una quarta A Chimici, nel corso del secondo quadrimestre.  Ero allora alquanto indulgente nei confronti degli alunni, avendo superato, già da parecchio tempo, quella mia ingenua convinzione dei primi anni di insegnamento, quando ritenevo che, pur nel mio piccolo, potevo validamente contribuire al miglioramento della scuola italiana, mentre ormai la scuola era già orgogliosamente avviata lungo quella china che di lì a pochi anni l’avrebbe condotta all’attuale sfacelo.

Il mio lento adeguamento alle nuove condizioni della scuola non mi aveva però ancora portato alla completa rassegnazione, sicché, pur di fronte all’evidente impreparazione degli alunni, non mi rassegnavo del tutto e mi scervellavo a trovare uno stratagemma, qualcosa, fosse pure uno shock, che li inducesse a cambiare rotta ed a raggiungere una preparazione meno sconfortante.

Ogni tanto, anzi abbastanza spesso, mi rivolgevo agli alunni con il pistolotto di rito  e mi trovavo a dire le eterne parole che tutti i professori rivolgono in simili circostanze:

-Cari ragazzi, mi raccomando, studiate di più… blablabla… trovarvi bene nella vita… lo studio è indispensabile… blablabla… colloquio di lavoro… come farete?...

Inutile dire che queste parole in genere non sortivano nessun effetto, anche perché, diciamolo pure chiaramente, a parte poche eccezioni, la stragrande maggioranza degli alunni, non è che non avesse voglia di studiare, magari studiava pure, ma era condizionata da tante e così gravi lacune di base per cui spesso essi erano proprio incapaci di mettere insieme e scrivere quattro parole di senso compiuto.

Altre volte, un po’ per giustificare psicologicamente me stesso, un po’ per non indurli allo sconforto, mi rivolgevo a loro in questi termini:

-Cari ragazzi, avrete notato che da un po’ di tempo i vostri voti sono molto bassi. Vi prego, non prendetevela con me o con una mia presunta severità. Il fatto è che io non posso abbassare più di tanto l’asticella del rendimento, perché, qualunque sia questo livello, voi subito vi adeguate e vi limitate a vivacchiare rendendo la metà. Per cui debbo pretendere 10 per ottenere 5 e, se pretendessi 6, voi vi adagereste e vi adeguereste al 3.

Ma anche queste parole, il più delle volte, ottenevano scarsi risultati. Non sapevo proprio che fare ed ero veramente sconfortato, anche perché il sacro furore dei miei primi anni di insegnamento riusciva in parte a sopravvivere in me, impedendomi di diventare un automa che si accontentava  soltanto di guadagnarsi onestamente uno stipendio.

Un giorno mi sentii più sconfortato del solito. Ero entrato in classe e, dopo  gli adempimenti preliminari dell’appello e delle trascrizioni sul registro, avevo inutilmente cercato qualche volontario disponibile a farsi interrogare. Non si sentiva una mosca volare in classe, come del resto riuscivo ad ottenere con grande facilità. Poi avevo fatto qualche nome e mi ero limitato a segnare sul registro una i (impreparato) a fianco dei  malcapitati di turno. Ero pienamente consapevole del fatto che questo rito era del tutto inutile, come era inutile il registro, come forse erano inutili anche le mie lezioni su Petrarca e Leopardi. D’altra parte non volevo rassegnarmi ed ero pienamente convinto del fatto che la scuola non serve senza le verifiche e che, come dice Dante, “ non fa scienza sanza lo ritenere avere inteso”, cioè senza tenere a mente quello che si impara.

Ebbi un’idea.

Il giorno dopo arrivo a scuola con un certo anticipo e passo dal laboratorio di Chimica Organica. Vi trovo Masino Mazza, scomparso di recente e cui va il mio affettuoso ricordo. Mi fa, gentile come sempre,:

-Che fai da queste parti?

-Proprio te cercavo…

-Azz… ed in che cosa ti posso essere utile?

-Mi dovresti fare un favore…

-Dimmi…

-Mi è capitato di vedere in questo laboratorio alcuni termometri abbastanza grandi. Penso servano a misurare la temperatura di alcune reazioni chimiche. Bene. Me ne dovresti prestare uno. Te lo riporto alla fine della prossima ora di lezione.

-Questo è tutto? Ma levami una curiosità: a che ti serve?

-Te lo dico dopo.

-Ah… come vuoi.

-Mi dovresti fare il favore di avvolgerlo bene in un involucro, in modo che non si veda subito che cosa è.

-Certo… lo metto nella sua custodia…  ci va perfettamente…

-Ti ringrazio, Masi’,…a dopo.

Masino mi prende il termometro, un grande termometro, pienamente adatto allo scopo e lo ripone nella sua custodia. Con fatica riesco ad infilarlo nella mia borsa solo togliendo un paio di libri. Vado nella sala docenti dove mi fermo a parlare con alcuni colleghi. Al suono della campanella mi avvio verso l’aula della IVA Chimici, quasi al centro del corridoio.

Entro nell’aula, chiacchiericcio sommesso, scrivo sul registro di classe e sul registro personale, annoto quel che c’è da annotare, poi mi rivolgo agli alunni:

-C’è qualcuno che vuole essere interrogato?

Silenzio di tomba, forse lo stesso silenzio che avvolgeva l’universo prima della creazione. Attendo un pochino, un paio di minuti, nei quali il silenzio sembra ancora più pesante ed impenetrabile. Una macchina da presa, che si trovasse a riprendere la scena, scorrerebbe su volti stupiti, altri semiaddormentati, altri rassegnati all’inevitabile.

Riprendo il discorso:

-Ah… quindi non c’è nessuno disponibile. Vabbè…c’è di peggio nella vita.

Prendo in mano la borsa appoggiata di lato sulla cattedra. Lentamente sfilo l’involucro, poi lo apro, tolgo il grande termometro e lo depongo davanti a me, con l’atteggiamento ieratico di un sacerdote che sta celebrando messa. Sempre silenzio di tomba. Alcuni spostano la testa di lato o la sollevano e si sistemano meglio nel banco per poter vedere e capire di che si tratta.

        Incomincio:

-Cari ragazzi, vedo che anche oggi, come ieri e come l’altro ieri, non siete preparati e quindi nessuno è disposto a venire all’interrogazione. D’altra parte capite bene che io ho assoluto bisogno di una valutazione numerica, perché siamo già verso la fine del secondo quadrimestre e prossimamente ci saranno gli scrutini finali. Ed io agli scrutini che faccio? Mi presento con una sfilza di i e dico che siete tutti impreparati? Sapete che significa quella i? Significa preparazione nulla, inesistente, e quindi in queste condizioni dovrei rimandarvi tutti a settembre e magari bocciarvi a seconda di come andate nelle altre materie. Ma non voglio essere così cattivo e voglio salvare la maggior parte di voi. Lo so…Ve lo state chiedendo… Come faccio a salvarvi? E questo è il punto, questo è il momento in cui entra in gioco questo oggetto che io ho deposto sulla cattedra e che certamente voi conoscete, perché viene usato nei laboratori. Magari vi state chiedendo: “E che c’entra questo termometro con la nostra valutazione?” Ed io vi rispondo: “C’entra, c’entra”. Voi sapete che questo termometro serve a misurare la temperatura in alcune  reazioni chimiche. Orbene, mi sono detto, temperatura per temperatura, perché non utilizzarlo per misurare un’altra temperatura non meno importante? Voi sapete che di un alunno che non studia e non si impegna, spesso, nel linguaggio comune, si dice che si limita a riscaldare il banco. E qui sta il punto. Io mi impegno a premiare quelli tra voi che almeno il banco lo riscaldano bene.

Commenti sottovoce, incredulità, sorpresa mista a meraviglia, speranza per qualcuno di potercela comunque fare, anche se la faccenda è ancora nebulosa e poco chiara. Faccio una pausa. Mi accorgo che la tensione e lo stupore aumentano. Poi riprendo:

-Qualcuno si chiederà: “Ma come fa il prof a verificare questo?” E qui entra in gioco il termometro. Il termometro serve, perché, oltre a misurare la temperatura delle reazioni chimiche, può misurare anche la temperatura dei banchi, magari con qualche approssimazione, ma pur sempre in modo significativo e tale comunque da consentirmi di valutare il vostro comportamento a scuola.

Noto alcune perplessità , ben visibili soprattutto sul volto delle alunne, che fanno fatica ad accettare il sistema di misurazione di questa benedetta temperatura a metà strada tra il loro didietro ed il banco sottostante.

Continuo:

-Ovviamente ci si deve organizzare bene e procedere con diligenza. Io personalmente provvederò alla misurazione di cui sopra, con l’ausilio di un segretario scelto tra di voi, che avrà il compito di trascrivere con immediatezza il risultato della misurazione su apposito registro da me controfirmato. Intanto vi obbligo, onde evitare imbrogli e raggiri, al rispetto di alcuni comportamenti, come di seguito indicati. (Ed intanto noto con piacere che il linguaggio paludato e vagamente  allusivo a criteri burocratici ed amministrativi ha l’effetto  di dissipare le perplessità di alcuni  che appaiono un po’ esitanti ed incerti.)

1-   Al mio segnale tutti vi dovete sedere e rimanere seduti per quattro minuti.

2-   In questi quattro minuti è vietato muoversi e/o sfregare con il didietro il banco sottostante. (Nessuno, come pensavo, ha da ridire sul fatto che il legno è cattivo conduttore di calore e che pertanto la variazione di calore in relazione al calore umano è del tutto trascurabile, per non dire inutile ed insignificante).

3-   Quando mi avvicino, l’alunno si alza prontamente e resta in piedi accanto al suo banco.

4-   Io procedo immediatamente alla misurazione della temperatura del banco nell’arco di  dieci secondi, per evitarne il raffreddamento, e comunico il risultato.

5-   Con altrettanta celerità il segretario annota il risultato sull’apposito registro.

6-   Una volta esaurita la misurazione di temperatura dei banchi, si procede a stilare apposita classifica.

7-   Considerato che la temperatura media di noi umani si aggira intorno ai 36,5 gradi centigradi, che i voti di valutazione scolastica sono espressi in decimi e che la sufficienza corrisponde a 6/10, l’esame si intende superato, nel senso che il banco può considerarsi ben riscaldato, se la temperatura risulta non inferiore ai 37 gradi centigradi, con valutazioni progressivamente superiori nel caso di risultati superiori.

Detto questo, con fare solenne e ieratico, afferro il termometrone e do inizio alla procedura di misurazione della temperatura dei banchi. Nessun alunno si sottrae alla misurazione. Quando arriva il suo turno, ognuno si alza rispettosamente e si sposta; io poggio il termometro sul banco e  leggo una finta  temperatura; infine ognuno si risiede al suo posto, sempre con rispetto e compunzione. Il segretario trascrive il risultato ed io passo alla misurazione successiva. Tutto si svolge nella massima serietà, mentre io, ovviamente, baro in maniera sfacciata, anche se nessuno se ne accorge. I risultati, mentre faccio finta di leggere con attenzione, sono di pura fantasia e sono da me idealmente collegati ai rispettivi alunni, dei quali già conosco la preparazione ed il presumibile risultato finale. Alla fine della sfilata io e l’alunno-segretario ritorniamo verso la cattedra in maniera seria e paludata e teniamo stretti tra le mani i nostri strumenti di lavoro. Chissà perché mi vengono in mente il parroco ed il sagrestano che sfilano lungo le strade del paese, sotto il baldacchino, mentre il primo solleva tra le mani il Santissimo nella festività del Corpus Domini.

Alla fine della cerimonia, leggo i risultati e così concludo:

-Miei cari ragazzi, noto con rammarico che, anche nel riscaldamento del banco, alcuni di voi lasciano a desiderare, ma sento di poter dire che coloro che hanno una valutazione di riscaldamento uguale o superiore a 37 gradi centigradi, possono legittimamente aspirare alla promozione. Vi ringrazio per la collaborazione e vi saluto. A domani.

Ovviamente la cosa non finì lì. Il fatto divenne subito di pubblico dominio, almeno nella scuola, e se ne parlò per molti giorni. Ci fu anche qualche collega che mi chiese delucidazioni ed approfondimenti, perché ne aveva sentito parlare, ma non aveva un quadro convincente dell’accaduto e manifestava delle perplessità. Mi limitai, come con tutti, a rispondere in maniera vaga e talvolta volutamente ambigua.

Ma ricordo ancora più distintamente quanto mi capitò con il collega Giovanni Pizzimenti. Mi venne incontro il giorno successivo con una certa sollecitudine e mi disse:

-Ho saputo tutto. Ma cosa hai fatto? Ma sei impazzito?

-Perché, Giova’, che ho fatto di tanto grave? Che è successo?

-Ma ci pensi che, se viene a saperlo qualche genitore, può venire qui a farti un casino?

Non nascondo che queste parole mi fecero preoccupare un pochino, ma non più di tanto. La scuola, proprio in quegli anni, stava cambiando, molto cambiando e, già allora, qua e là scoppiavano casi clamorosi, seppure ancora isolati, di genitori che protestavano per molto meno.

Ma mi sentivo tranquillo. Quel che avevo fatto in fondo lo avevo fatto a fin di bene e i primi a sorriderne sarebbero stati proprio i miei alunni.

Come ne sorrido io adesso, a distanza di tanti anni, ora che i ricordi della mia vita trascorsa sono molto più numerosi delle mie speranze. Ho ancora un vivo ricordo di quei fatti e soprattutto di quel fatto, come di un episodio in fondo tenero e affettuoso di anni indimenticabili e come della parte irripetibile di un rapporto affascinante che mi ha legato ai miei alunni nel corso della mia vita nel mondo della scuola.

Ezio Scaramuzzino

giovedì 2 dicembre 2021

NO SPID

 


Possibile che nel nostro Paese, accanto ai tanti movimenti no, nati  negli ultimi tempi e per lo più rivelatisi inutili e dannosi, tipo NO TAV, NO TAX, NO VAX, NO PONTE, NO QUESTO e NO QUELLO, nessuno abbia trovato il modo e il tempo per lanciare un sacrosanto movimento NO SPID? Immagino che tutti sappiate che cosa è questo famigerato SPID, acronimo di Sistema Pubblico di Identità Digitale, che ormai è diventato il grimaldello ineliminabile per entrare in tutti i siti della Pubblica Amministrazione.

Da quando esso è diventato obbligatorio, lo scorso 1 settembre 2021, al posto dei precedenti userid e password  facilmente gestibili, non ho difficoltà ad ammettere che la mia vita è diventata un po’ meno tranquilla. Capisco le esigenze di sicurezza e segretezza che debbono caratterizzare gli accessi ai vari siti pubblici, ma non capisco perché queste legittime esigenze debbano rendere l’uso dello SPID una sorta di caccia al tesoro o una corsa ad ostacoli, che di fatto rendono lo stesso SPID inutilizzabile a buona parte degli utenti.

Io stesso, che pure ho una certa dimestichezza con gli strumenti informatici, spesso ho delle difficoltà non facilmente superabili. Intanto, proprio a causa di queste difficoltà, ormai decido di entrare raramente nei siti pubblici (era questo che volevano?), tranne che per esigenze non eludibili e non rinviabili. E, quando proprio non posso farne a meno, seguo un rito che, più che di tipo psicologico, mi appare di tipo sciamanico o propiziatorio.

 So che un certo giorno debbo entrare nel sito dell’INPS o dell’Agenzia dell’Entrate per seguire o sbrigare una certa pratica? Orbene, già dal mattino incomincio a prepararmi. Mi ripeto mentalmente i vari passaggi dello SPID, per evitare errori che potrebbero farmi perdere tempo o, peggio, farmi innervosire, ipotesi, quest’ultima, che pregiudicherebbe fatalmente per quel giorno le mie possibilità. Per maggiore tranquillità, a volte, scrivo i vari passaggi su un fogliettino da esporre in bella evidenza accanto al pc. Una mezz’oretta prima mi preparo una bella camomilla; qualche minuto prima accendo il pc; controllo che tutto funzioni alla perfezione; nelle occasioni importanti non mi nego la recita di un’ Ave Maria; poi faccio quattro profondi respiri e via.

Incomincia la caccia al tesoro, tra codici da immettere, pulsanti da premere entro una manciata di secondi, pena un annullamento dell’operazione, avvisi che giungono con i sistemi più varî, dagli SMS o da qualche applicazione. Dopo varie esperienze e varî allenamenti ho raggiunto uno standard più che dignitoso: riesco a portare a termine l’operazione nel novanta per cento dei casi.

Personalmente non mi lamento, ma non posso fare a meno di pensare con un sorriso ai tanti che rischiano di grosso con queste esperienze.  Ho letto da qualche parte che nel nostro Paese è in pauroso aumento nelle cliniche neurologiche il numero di ricoverati afflitti da una nuova malattia che gli specialisti chiamano “ Sindrome di  Hikikomori”, dal nome di un Giapponese che passava le sue giornate a scervellarsi davanti ad un pc.

Ma a tutto c’è rimedio: basta allenarsi ed io stesso mi sono  spesso allenato e continuo ad allenarmi. Come? E’ presto detto. Si sceglie un sito pubblico di cui non frega molto e si prova continuamente ad entrare con lo SPID. Tanto, anche se si sbaglia  a ripetizione, non succede niente.

Per i miei allenamenti io ho scelto (e lo consiglio) il sito della LOTTERIA DEGLI SCONTRINI. La conoscete, sì? La lotteria che promette premi milionari a coloro che pagano con la carta di credito, sopravvissuta all’altra lotteria, quella del cashback, prematuramente deceduta. Aggiungo, per onestà, che ho scelto il cellulare, più facilmente disponibile ed accessibile in ogni momento, ma che prevede qualche difficoltà in più rispetto al pc, dove le difficoltà sono già tante, troppe.

Io mi sono allenato lì e mi sono divertito anche a fare dei calcoli. Orbene. Ho calcolato che, pure dopo essere diventato bravo ad entrare, impiego non meno di due minuti e sono necessari 14 passaggi. Li elenco per chi avesse voglia di imitarmi:

1-click su Lotteria degli scontrini

2-accetto

3-prosegui

4-menù in alto a destra

4-accedi all’area riservata

5-entra con spid

6- scelta del fornitore di spid

7-accedi più rapidamente

8-codice spid

9-chiudi

10-chiudi app fornitore

11-elimina app fornitore

12-richiama o attendi login

13-acconsento

14- area acquirente.

Finalmente ci sei, sei entrato. Scorri un pochino i tuoi dati, verifichi che non hai vinto nessun premio e che non sei diventato milionario. In compenso hai fatto un po’ di pratica con lo SPID. Bisogna sapersi accontentare. Non si può avere tutto dalla vita.

Ezio Scaramuzzino

 

 

lunedì 17 maggio 2021

Orgoglio LGBT

 


 

Per i pochi che ancora non lo sapessero, oggi, in tutto il mondo si celebra la giornata dell'orgoglio LGBT.

       Uno dei motivi ricorrenti degli officianti di tale rito è che la diversità sessuale, ben lungi dall'essere una menomazione, costituisce motivo di arricchimento della specie e tale da conferire alla vita di ogni individuo elementi di orgoglio e di soddisfazione.

        Mi voglio unire anche io a tale celebrazione, al di là delle mie modeste possibilità di contributo, essendo io etero, anche se non avversario rispetto a chi dissente dalle mie preferenze.

        Personalmente non mi sento ostile al mondo LGBT, perché ho sempre ritenuto che ognuno è, e deve potere essere, libero di fare quel che vuole in ambito sessuale, soprattutto in privato e sotto le lenzuola.

        Qualche volta, è vero, mi infastidiscono certe esibizioni sguaiate e volgari, ma tutto ciò offende il mio senso estetico, non certo il mio senso morale.

        Detto questo, e puntualizzato il mio atteggiamento in merito, mi permetto qualche ulteriore considerazione, spero non superflua.

        Prima di tutto dico che trovo riduttiva e semplicistica la sigla LGBT. Se la diversità è un arricchimento, perché non diversificare ed arricchire la stessa sigla? L'acronimo in questione sta per Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender, di chiaro intendimento, tranne, forse, per Transgender, con cui si intende la percezione sessuale che uno ha di sé, al di là dei suoi attributi fisici.

        Lesbian sta per Lesbica, ma perché non distinguere tra Lesbica attiva e Lesbica passiva? Poi si sa quel che vuole dire Gay, ma perché non distinguere tra Gay attivo e Gay passivo? Bisexual potrebbe non aver bisogno di precisazioni, ma, volendo, si potrebbe distinguere tra preferenze attive o passive. E anche nel caso di Transgender si potrebbe fare quest’ultima distinzione.

E poi, vogliamo dimenticare quelli che rivendicano il diritto all’incesto o alla pedofilia, da molti considerati forme legittime di rapporto amoroso?

Quanto all’incesto, sulla base di quanto stabilito in altre circostanze similari, perché negare la liceità di un rapporto tra consanguinei adulti e consenzienti? Non dimentichiamo che il consenso e la maggiore età per molte persone costituiscono da qualche tempo l’unico discrimine per stabilire la legittimità di una relazione sessuale.

E quanto alla pedofilia, possiamo dimenticare che essa era largamente praticata nel mondo greco-romano, fino ad essere considerata degna soltanto degli spiriti nobili? L’imperatore Adriano non si faceva scrupolo di esibire in pubblico il suo amante, il giovinetto Antinoo, addirittura divinizzato dopo la sua morte prematura. E nell’Iliade, Achille e Patroclo sono chiaramente rappresentati da Omero per quello che effettivamente sono, cioè due giovani amanti.

Perciò, ricapitolando, la sigla LGBT dovrebbe essere cambiata in L(a)L(p)G(a)G(p)G(a)G(p)B(pa)B(pp)T(pa)T(pp)I(c)I(nc)P(pm)P(pf), dove a=attivo, p=passivo, pa= preferibilmente attivo, pp=preferibilmente passivo, c=consenziente, nc=non consenziente, pm=preferibilmente maschio, pf=preferibilmente femmina, I= incestuous, P=pedophile.

Trovo che la sigla corretta, pur un po’ troppo lunga, sarebbe più adeguata ai tempi che viviamo e al diffuso bisogno di varietà e differenziazione. Trovo altresì che, nella sua nuova veste, essa potrebbe costituire un più severo monito per gli omofobi di ogni specie.

 Ed anche quel vecchio omofobo di Ugo Foscolo, che negli ultimi versi dei Sepolcri celebra Ettore come simbolo dell’eroismo sconfitto e della gloria eterna che ne deriva (E tu onor di pianti, Ettore, avrai…), avrebbe avuto di che vergognarsi.

Fosse vissuto oggi, nella scelta tra la coppia Achille-Patroclo, giovani amanti, e la coppia Ettore-Andromaca, vecchi bacucchi e sposati, Ugo Foscolo, il grande maschilista omofobo, non avrebbe avuto esitazioni.


sabato 9 gennaio 2021

Addio, tesoro mio.

 


Stanotte è morto il mio tesoro, Vittoria Celsi. I funerali si svolgeranno domani, domenica 10 gennaio 2021, alle ore 15,30, alla Parrocchia del Carmine di Crotone, con il rispetto delle norme anti covid. Il corteo muoverà dall'abitazione in Viale Gramsci, 154, dove la salma è esposta.

Addio, tesoro. Mi hai lasciato, ci hai lasciati, di notte, mentre tutto intorno era silenzio. Mi avevi chiamato, per chiedere aiuto, poi eri stata meglio, ma alla fine il tuo cuore ha incominciato a non reggere più. Eravamo soli io e te ed avevamo come muti testimoni del nostro destino i contorni delle ombre, mentre la città dormiva e noi eravamo l'uno accanto all'altro.

        Mi sono alzato, per un attimo ti ho lasciata sola e mi sono avvicinato alla finestra, aprendola un po'. Proprio in quel momento, pur tra una foschia che ne attenuava la luce, la luna stava sorgendo, come a simboleggiare il corso eterno della vita che continua. Ho avvertito che improvvisamente le cime degli alberi erano mosse da un fremito leggero del vento e le onde del mare di fronte, da calme che erano, altrettanto improvvisamente avevano preso a muoversi ed a infrangersi leggermente sugli scogli. Mi è parso che  la natura avesse incominciato a piangere, rattristata dal tuo imminente addio.

Mi sono riavvicinato a te. Respiravi affannosamente ed il tuo cuore sobbalzava. Poi, a poco a poco, il respiro si è fatto leggero e tu hai cercato la mia mano, stringendola per quanto le tue povere forze te lo consentivano.

Hai sorriso, mentre le lacrime rigavano il mio volto, ed in quel tuo sorriso c'era il compendio, l’esito finale di una vita vissuta insieme, dei dolori, delle  gioie che avevano accompagnato il nostro cammino, del tuo grazie per quanto la vita ti aveva comunque concesso, nel bene e nel male. Nelle mie lacrime c'era invece il mio dolore immenso, non attenuato dalla consapevolezza di un destino ineluttabile e crudele: una lunga malattia ti aveva straziato nel corpo e nell'anima ed aveva offeso la tua bellezza e la tua dignità.

Ho chiuso i tuoi occhi, poi mi sono chinato su di te ed anche io ho sorriso. Ho sorriso perché, come qualcuno ha detto, la morte non è niente e in realtà tu non eri morta.

Tesoro mio,

sei soltanto passata dall’altra parte.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu.
Quello che eravamo prima l’uno per l’altro, lo siamo ancora.
Io continuerò a chiamarti con il nome che ti ho sempre dato e che mi è familiare; continuerò a parlarti nello stesso modo affettuoso che ho sempre usato.
Non cambierò tono di voce, non assumerò un’aria solenne o triste.
Continuerò a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano.
Continuerò a pensare a te.

Il tuo nome sarà sempre per me la parola familiare di prima ed io lo pronuncerò senza la minima traccia di ombra o di rimpianto.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, perché tra me e te c’è una continuità che non si spezza.
Tu non sei lontana, sei solo dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Rassicurati, va tutto bene.
Ecco, io asciugo le mie lacrime e non piango, perché continuo ad amarti ed il tuo sorriso è la mia pace.

 

 


martedì 15 dicembre 2020

I costi della pandemia di Max Del Papa

 


Non so se conoscete Max Del Papa. Se non lo conoscete, o se non avete mai letto un suo articolo, vi siete perso qualcuno o qualcosa nella vita. Ma si può sempre iniziare a conoscerlo. Riporto il suo ultimo articolo. Questa volta il suo atteggiamento non è indignato, come spesso gli capita, bensì dolente e quasi commosso, come di chi osserva da una specola lontana il formicolio disperato degli umani su questa terra e sa che quel formicolio è inutile e che presto nessuno resterà immune.

File chilometriche per la minestra dei poveri, lungotevere ridotto una baraccopoli, portici invasi da coperte. Questi costi sono umani, ma non c’è umanità per loro. Vuoti a perdere, costi non rimborsati, è andata così, sotto a chi tocca… Una epidemia mal curata, politicamente, socialmente, e si muore ogni giorno un po’. Gli strombazzati piani di Conte sono fuffa cotta e mangiata. Il potere è così: cava le sue di castagne, sul fuoco ci lascia i cittadini. E insistono, richiudono tutto, non sentono ragioni, non si preoccupano di niente. Questi sono i costi che sfuggono, non controllabili, non calcolabili

Quali sono i costi non controllabili di una pandemia? Sono quelli che sfuggono, che nessuno si prende la briga di calcolare: considerati inevitabili e lasciati là, alla mercé del fato. Questi costi sono umani, ma non c’è umanità per loro. Vuoti a perdere, costi non rimborsati, è andata così, sotto a chi tocca. Poi succede che un telegiornale, per una volta, si sofferma a raccontare la vita di quelli che prima del Covid bene o male tiravano avanti e poi le ultime funi si sono spezzate e si sono ritrovati sotto i ponti del Tevere, chiusi in una tenda, a sperare l’impossibile. Una e una sola volta: si spara il servizio patetico di quello salvato dagli amici, dalle raccolte su Facebook, che ha ritrovato un futuro, e finisce lì. Come se gli altri invece non restassero alla mercé del nulla. Non se ne parla più, l’informazione ha fatto il suo dovere, “voltiamo decisamente pagina”, come dice la speaker.

Ma se volti pagina, ne trovi una uguale: file chilometriche per la minestra dei poveri, lungotevere ridotto una baraccopoli, portici invasi da coperte con dentro esseri umani. Che uno non ci crede, uno pensa: ma non è possibile. E non vuole saperlo, perché quei “barboni” sono troppo vicini, sono a un passo dal destino: perché è toccato a loro e non a te? Perché non avevano una rete familiare come la tua, in grado di sopperire alla scomparsa del futuro? Ma ci sono di continuo “costi” che perdono la bussola, che non hanno più lavorato, hanno tenuto duro fino a che gli espedienti non sono bastati più. Poi, lasciarsi morire giorno dopo giorno o farla finita in un attimo, il solito biglietto di scuse per una colpa mai commessa, non fa tutta questa differenza.

Molti, non tutti, stanno nel commercio spicciolo, nella ristorazione, nelle opere di fatica, o nello spettacolo: musici, istrioni, attori un tempo di successo, una, che non vogliamo nominare per rispetto, si è appena umiliata alla sua età: quarant’anni fa era sulla bocca di tutti, straziante attrice comica, adesso è volata via da Roma, tornata a casa di sua madre e “mando provini, mi dicono le faremo sapere, ma nessuno mi fa sapere. E non so che sarà di me”. “Se poi è così difficile morire”, cantava Lucio Battisti. No, non è difficile: basta un morbo inatteso, una epidemia mal curata, politicamente, socialmente, e si muore ogni giorno un po’, pur restando vivi.

Il Lungotevere come una baraccopoli? Possibile? Sì, possibile e verissimo. Roma come la Parigi di Simenon, nei cui romanzi, nei cui Maigret non c’è mai una indagine senza i clochard: non dettaglio, non sfondo, ma carne viva e consunta del racconto, non quinta ma centro, sbandate esistenze i cui odori, le cui ruggini dicono tutto della precarietà dell’uomo. A Simenon servono per illustrare una verità troppo ingrata: che un giorno prima anche quei “barboni” avevano case riscaldate, mestieri, futuri in saldo, e poi sono rotolati sotto i ponti della Senna, allo stesso modo in cui un assassino è un uomo “normale” fino a un attimo prima: dopo, non sarà mai più come gli altri.

L’abissale sincerità di Simenon è un insegnamento quasi evangelico: non disprezzare, non condannare, perché sei troppo fragile di fronte al mare della vita, ogni momento un’ondata può spazzarti via. E adesso Roma è un romanzo di Maigret. Vai per il Lungotevere e trovi questa allucinante trama di stracci, di tende rotte, di carabattole di chi ha finito i giorni. E si allungherà, perché lo sappiamo, perché la verità è che nessuno sa bene cosa fare – gli strombazzati “piani di resistenza e resilienza” di Conte sono la quintessenza della fuffa cotta e mangiata – e i soldi non ci sono. È difficile sfiorare un barbone. Uno teme sempre che la sua fine sia contagiosa quanto e più del Covid; ma si sta facendo inevitabile. E “barboni” sono in tanti: quello che ha perduto il lavoro, quello che sta seduto al tavolino della trattoria, unico cliente di se stesso, quello che guarda fuori dalla vetrina e vede solo fantasmi, quello che aspetta un provino, un colpo di telefono o semplicemente un colpo che se lo porti via. Magari il giorno di Natale, questo Natale che non ci sarà, perché qualcuno ha voluto così. Ma la solitudine, quando si sta al limite, è più letale del virus, è una sirena irresistibile. Neppure la sventura è democratica, si accanisce sempre sui deboli, quelli col destino a pieno carico che, se ci si posa sopra un corvo, tutto schianta.

Noi siamo un Paese di statalisti molto sedicenti liberali, pretendiamo sempre sia un potere istituzionale a cavarci le castagne dal fuoco. Ma il potere cava le sue di castagne, sul fuoco ci lascia i cittadini, percepiti come numeri. Roma, Milano, Como, Palermo come la Parigi di Simenon: ma insistono, richiudono tutto, non sentono ragioni, non si preoccupano di niente. Questi sono i costi che sfuggono, non controllabili, non calcolabili. Sono “loro”, e noi siamo a un passo da quelle tende.

Max Del Papa

venerdì 13 novembre 2020

Addio, Salvatore

 

Si sono svolti questa mattina, a Belvedere Spinello, in forma privata e secondo la nuova normativa, i funerali di mio fratello Salvatore. Ad esequie celebrate, ne comunico la scomparsa, avvenuta il giorno 11/11/2020, a tutti ed in particolare a coloro che l'hanno conosciuto e stimato. Di seguito il testo del mio breve intervento nel corso della cerimonia.

Caro fratello mio, caro Salvatore, sei il secondo della famiglia che ha deciso di lasciarci, dopo Nando, che ha voluto precedere tutti e ci ha lasciati solo qualche mese fa.

La tua dipartita, giunta alla fine di un doloroso calvario di malattie che ha rattristato gli ultimi tempi della tua vita, per quanto potesse apparire ineluttabile, ci ha lasciati, mi ha lasciato sgomento e straziato.

Tu non eri uno dei miei fratelli, non eri uno della famiglia nella quale sono nato, ho visto la luce ed ho vissuto i primi trenta anni della mia vita. Tu eri qualcosa in più per me. Tu eri il mio fratello più grande, per molti aspetti eri il mio fratello per eccellenza. A te mi sentivo più vicino, pur nel generale legame di sangue e di affetto che tutti ci ha legati in un rapporto  indissolubile e che ha fatto della nostra una famiglia meravigliosa, nella quale è stato bello vivere e scoprire giorno dopo giorno il fascino, il mistero ed il senso della vita.

Io non dimenticherò mai, caro fratello, i giorni e le ore trascorse insieme. Quando, sotto un albero, nella calura estiva, tu mi leggevi un libro, qualunque libro, ed eri felice di essere con me e di insegnarmi tante cose, mentre io pendevo dalle tue labbra ed ero felice di stare con te e di imparare da te il “mestiere di vivere”.

Quando ritornavi dopo un periodo di assenza con un piccolo regalo per me, quasi sempre un libro, di cui mi impadronivo con avidità voluttuosa, perché lo consideravo come il più bel regalo che ci si potesse aspettare.

    Quando ero ammalato, per un qualunque motivo, e tu mi stavi vicino e mi tranquillizzavi con le tue parole esperte, pacate ed affettuose.

Quando, già adulto, mi accorgevo di aver bisogno di qualche cosa e io mi rivolgevo a te, prima che agli altri.

    Ora io sono qui, caro Salvatore, insieme a tutti gli altri superstiti componenti della nostra famiglia, a rivolgerti queste ultime parole di commiato. Sono triste. Ma so che la mia tristezza non ha motivo di essere. Perché tu, oltre ad essere stato un fratello affettuoso e comprensivo, oltre ad avere avuto il dono della bontà, della gentilezza, della estrema disponibilità, hai avuto in dono qualcosa che supera ogni ricchezza terrena, ogni contingenza della nostra esistenza quotidiana. Tu hai avuto il dono della fede, di una fede limpida, sincera, cristallina, che ti ha consentito di vivere in serenità e con fiducia le gioie ed i dolori dell’esistenza. Tu hai creduto.

Non mi è difficile immaginare che la tua vita non si conclude qui e che tu sei tra i pascoli del cielo, con mamma, con papà, con Nando. Tu vivi una nuova vita, col sorriso sulle labbra, là dove  l’esistenza terrena e le nostre lacrime sono soltanto “silenzio e tenebre”.

Addio, addio, fratello mio.

Che la terra ti sia lieve.

mercoledì 4 novembre 2020

L'ammuina

 

L’ultimo DPCM di Conte per sconfiggere il Covid-19?

Per capirlo, mi viene in mente quello che avvenne a Napoli durante l’impresa dei Mille. I generali dell’esercito Borbonico si sentivano impotenti a fermare l’avanzata dei Garibaldini e si rivolsero, per consigli, a S.M. il Re Francesco II di Borbone, il mitico Franceschiello.

- Maestà, nun sapimmu cchiù cche fare.

-E vi l’agge a rìcere io? Facite ammuina, guagliu’.

- E che sarebbe, Maestà?

- A prossima vota che site n’fronte a Garibardi, chilli ca su a dritta se spostano a sinistra e chilli ca su a sinistra se spostano a dritta.

-E poi, Maestà?

-E poi chilli chi su arete se spostan’ innanz e chilli chi su innanz se spostan’arete. Inzomma muviteve, facite finta che state facendo quarcosa. E accussì Garibardi se piglia paura e se ne scappa.

Sappiamo come è andata a finire poi tra Garibaldi e Franceschiello.

Qualcosa di simile deve essere avvenuto nei giorni scorsi tra Conte e Mattarella.

Di fronte all’avanzata impetuosa del virus, pare che Conte sia andato da Mattarella per chiedere qualche consiglio sul da farsi sotto l’aspetto istituzionale e politico. Non dimentichiamo infatti che sotto l’aspetto medico-scientifico egli si avvale già dei consigli di un migliaio di esperti e di un  centinaio di comitati.

Secondo indiscrezioni provenienti da fonti del Quirinale, il dialogo tra i due Presidenti si sarebbe svolto all’incirca in questi termini.

Conte – Presidente, siamo in cattive acque. Il Covid sembra inarrestabile, nonostante i molti sforzi per fermarlo. Lei che ne pensa?

Mattarella – Caro avvocato, non so proprio che dirle. D’altra parte non si può stare fermi e bisogna pur fare qualcosa.

Conte – E lei quale consiglio darebbe?

Mattarella – In mancanza di meglio, l’importante è dare l’impressione che non siamo rassegnati e che comunque qualcosa si fa. Ad esempio si potrebbe fare un po’ di ammuina.

Conte – E cioè?

Mattarella – Solo per fare degli esempi. Per 15 giorni al mese si potrebbero chiudere i locali pubblici nelle regioni a Nord e tenerli aperti nelle regioni a Sud. Viceversa, nei secondi 15 giorni, si potrebbero tenerli aperti a Nord e chiusi a Sud.

Conte – E poi?

Mattarella – Avvocato, ho fatto solo un esempio. Ma è chiaro che la stessa cosa si può fare all’infinito, per scuole, uffici, ristoranti, palestre…

Conte – Grazie, Presidente, mi ha dato un’idea.

Conclusione: Rivolgiamo una preghiera all’Altissimo e speriamo soltanto che questa volta all’Italia capiti qualcosa di meglio rispetto a quanto capitò al Regno dei Borbone.

Per i più curiosi riporto quanto previsto  nel 1860 dal Regolamento generale della Real Marina Borbonica del Regno delle Due Sicilie.

Art.27

All'ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann' a poppa

e chilli che stann' a poppa vann' a prora:

chilli che stann' a dritta vann' a sinistra

e chilli che stanno a sinistra vann' a dritta:

tutti chilli che stanno abbascio vann' ncoppa

e chilli che stanno ncoppa vann' bascio

passann' tutti p'o stesso pertuso:

chi nun tene nient' a ffà, s' aremeni a ‘cca e a ‘ll à".

N.B.: da usare in occasione di visite a bordo delle Alte Autorità del Regno.