domenica 22 maggio 2011

La valigia dei miei sogni(Racconto) di Ezio Scaramuzzino



      Chi oggi si trova ad affrontare la strada che lungo la Sila porta da Crotone a Cosenza, se volge lo sguardo sulle fiancate dei ponti che collegano i vari tratti, può vedervi scritto a caratteri giganteschi CIDONIO SPA. Quel nome non è per me senza rilievo e talora mi induce, quando mi ritrovo a guidare su quei tornanti, a riandare con la mente ad una vicenda di tanti anni fa.
Era una prima di Ottobre e, all’età di diciannove anni, alle otto del mattino, varcai il portone della Scuola Media di Scandale. Non andavo a frequentare le lezioni. Vi andavo invece ad insegnare i fondamenti della poesia e della letteratura ai ragazzi e alle ragazze del paese. Non c’erano allora molti laureati in giro ed il Preside della scuola mi aveva affidato un incarico annuale, nonostante fossi solo uno studente universitario.
Con qualche emozione affrontai le  prime ore di insegnamento della mia vita. Verso le dieci, a causa di un buco nell’orario, mi diressi verso la sala docenti, che, nel suo grigiore e nel suo abbandono, dava  l’idea di una sala d’attesa di terza classe nelle stazioni ferroviarie di una volta.
C’era lì, seduta intorno ad un tavolo, una giovane donna, che a me sembrò subito bellissima. Saluti, presentazioni ed ogni mio interrogativo venne subito chiarito. Marilù Properzio, così si chiamava, con quello strano cognome che ricordava il grande poeta latino, era una Pugliese di Taranto, anche lei universitaria e con un incarico annuale. Era già sposata, senza figli, e con il marito ingegnere, che lavorava con l’impresa Cidonio nella costruzione della nuova strada Silana-Crotonese, si era stabilita in una villetta alla periferia del paese. Poi tirò fuori un pacchetto di sigarette, me ne offrì una e, tra una boccata e l’altra, incominciò a lamentarsi della vita che, già da qualche giorno, stava conducendo al paese. Non conosceva ancora nessuno, mi disse, non parlava mai con nessuno, tranne che con qualche esercente di bottega, dove andava a fare la spesa. Finì con l’invitarmi a casa sua, “a prendere il caffè” tenne a precisare sorridendo, cosa che non mi feci ripetere due volte, anche se il mio piacere fu in parte attenuato dalla sua ultima precisazione:“ Ovviamente verrai al Sabato pomeriggio, verso le cinque, quando ci sarà pure mio marito”.
La rividi, con molto piacere, il giorno successivo a scuola e poi ancora il Sabato mattina, quando l’invito fu riconfermato. Aspettavo con ansia mista a curiosità quel pomeriggio e mi accorsi che mi capitava, più di una volta, di pensare a lei. La rivedevo mentre parlava, mentre fumava, mentre accavallava le gambe, cosa che faceva di frequente, ed ero costretto ad ammettere che sì, era proprio una bella donna e che, soprattutto, mi piaceva. Forse nel suo atteggiamento c’era qualcosa di affettato, ma l’attribuii al fatto che, a quanto lei stessa mi aveva detto, poter recitare su un palcoscenico era stato uno dei grandi sogni della sua vita e quindi, almeno per il momento, si limitava a recitare un pochino sul grande palcoscenico della vita.
Quel Sabato pomeriggio, prima di recarmi da lei, mi fermai un po’ al Bar Centrale, ove il mio amico Romano Cizza mi vide e mi disse che mi trovava un po’ teso. Certamente aveva ragione, ma io non gli rivelai nulla di quanto occupava la mia mente.
Alle ore diciassette e qualche minuto, con la mia Cinquecento, ero davanti al portone della villetta. Mi accorsi che i coniugi mi stavano aspettando, perché li intravidi dietro le tendine spostate di una finestra al piano superiore. Dopo un po’ il portone si aprì automaticamente ed io affrontai una piccola rampa di scale. Sul pianerottolo tutti e due mi accolsero con un sorriso e potei vedere per la prima volta il marito. Era un signore che dimostrava molti più anni della moglie, con i capelli lunghi alla nazarena e una barba incolta, venata di qualche filo grigio. Si chiamava Vladimiro Lenin Delgado ed era di Napoli. Una volta seduti in salotto, mi invitò subito a dargli del tu e tenne a precisare che i suoi antenati erano baroni di discendenza spagnola, trapiantati in Italia nel Settecento. Aggiunse che da un bel po’ ormai il titolo non era più usato in famiglia e che anzi suo padre gli aveva dato il nome del famoso rivoluzionario russo e lui stesso si sentiva impegnato a professare ideali progressisti, se non proprio rivoluzionari.
Poi prendemmo il caffè e insomma trascorsi un piacevole pomeriggio. Da parte mia feci di tutto per compiacerli. Recitai la parte dell’ascoltatore attento, mi dissi genericamente d’accordo, seppur con qualche distinguo, con i suoi ideali progressisti, apprezzai il caffè e finsi di interessarmi ad una collezione di monete antiche, che egli volle farmi vedere ad ogni costo. In particolare mi interessai, ma questo non mi costò alcuno sforzo, ad una incredibile collezione di dischi in vinile nei quali era raccolta l’intera storia della canzone napoletana. Ad un certo punto anzi egli mise sul giradischi una versione di Core ‘ngrato interpretata  da Enrico Caruso e si mise a canticchiare, dimostrando una discreta voce tenorile. Poi allacciò la moglie e con lei si esibì in alcuni passi di danza. Infine si fermò, riattaccò il disco e mi invitò a fare altrettanto con la moglie. Mi sentivo in imbarazzo, anche perché ballare non mi attraeva già allora e non mi avrebbe mai attratto per il resto della vita. Ma lui insistette, mi costrinse, mi spinse quasi tra le braccia della moglie, sorridendo e un po’ maledicendo la ritrosia dei Calabresi.
Ad una certa ora, mentre eravamo ancora accaldati e vagamente eccitati dall’euforia, fui invitato a pranzo per una delle domeniche successive. Poi fui invitato un’altra volta ancora, poi un’altra. Finii col diventare quasi uno di famiglia e le mie visite aumentarono quando io e Marilù decidemmo di preparare insieme un esame di Latino.
In un  pomeriggio di Marzo io e lei eravamo seduti intorno ad un tavolo, intenti a tradurre un brano di Ovidio. Era, mi pare, la seconda volta che ci ritrovavamo insieme, da soli, in assenza del marito. Era una bella giornata, si avvertivano i primi tepori della Primavera ed io, tra una ricerca e l’altra sul dizionario, cercavo di stare comodo su quella sedia. Mentre ricercavo questa comodità, che una strana irrequietezza quel giorno non mi consentiva di raggiungere a pieno, appoggiai il ginocchio ad una gamba del tavolo. Dopo un po’ feci leva con il ginocchio per spostare la sedia, ma mi accorsi che quella gamba si muoveva, anzi aveva preso a dondolare leggermente. Rimasi come paralizzato, incapace di venir fuori da quella situazione imbarazzante in cui mi ero, seppur involontariamente, cacciato. Ci pensò Marilù a risolvere ogni problema: si alzò; mi mise una mano sulla fronte, stranamente, perché non aveva mai fatto una cosa del genere; infine notò un insolito rossore sul mio volto e mi chiese se mi sentivo bene. Notai, o credetti di notare, un certo tono canzonatorio nelle sue parole e mi sentii perduto. Capii chiaramente che cosa si intende quando si dice che il ridicolo uccide e che quello, che lei poteva ritenere un mio goffo tentativo di “provarci”, avrebbe potuto distruggere la nostra amicizia. Ma lei capì il mio imbarazzo, il mio sgomento quasi, e volle tranquillizzarmi. Allungò dolcemente la mano dietro la mia nuca e mi attirò a sé. L’irreparabile si consumò di lì a poco, su un divano posto lungo la parete, mentre i libri e i dizionari sul tavolo sembravano oggetti sprecati nella loro inutilità, come delle nature morte in un quadro di Morandi.
A circa cinquanta chilometri di distanza, nello stesso momento, in un cantiere dell’impresa Cidonio lungo la Silana Crotonese, l’ingegner  Delgado stava consultando una cartina topografica. Qualcuno gli aveva portato un caffè e lui, inavvertitamente, con un movimento brusco ne aveva fatto cadere una parte sulla cartina. Si affrettò a ripulire le macchie e, a operazione ultimata, non poté fare a meno di notare che l’alone lasciato dal caffè aveva una strana rassomiglianza con la testa di un cervo. Poi andò a seguire alcuni lavori nel cantiere, tranquillo come sempre e forse inconsapevole del fatto che le grandi tragedie della vita  possono verificarsi nei momenti più impensati, mentre tutto, intorno a noi, sembra svolgersi nella più disarmante e insignificante banalità.
Quando entrambi ci rialzammo e ci ricomponemmo, notai su una sveglia che erano le cinque del pomeriggio. Bisognava sbrigarsi, perché l’ingegnere poteva rientrare da un momento all’altro.
Da quel giorno i nostri incontri diventarono più frequenti, mentre noi diventavamo sempre più temerari, quasi che la pacchia fosse ormai un diritto acquisito e che la fine non dovesse mai arrivare. E invece arrivò, come per tutte le cose di questo mondo. Eravamo a Giugno ormai, verso la fine dell’anno scolastico, e un pomeriggio Vladimiro, forse messo all’erta da qualcuno, forse inseguendo un suo rovello interiore che gli aveva fatto intuire qualcosa, alle tre del pomeriggio era già con la sua auto davanti al portone di casa. Diversamente da quanto aveva fatto in altre circostanze simili, non aveva preavvertito la moglie per telefono.
Noi, dal piano superiore, forse storditi, forse solo incoscienti, non sentimmo l’arrivo dell’auto, non sentimmo lui che, silenziosamente, saliva lungo le scale. Vladimiro arrivò all’improvviso, aprì bruscamente la porta e ci colse sul fatto, in atteggiamento inequivocabile. Avrebbe potuto gridare e inveire, Vladimiro, ma non lo fece. Del resto non poteva rinnegare platealmente, con una scenata piccolo borghese, i suoi ideali progressisti, se non proprio rivoluzionari. Non disse una parola, anzi sembrò quasi chiedere scusa per il disturbo; si diresse verso un’altra stanza e richiuse la porta dietro di sé.
Rividi Marilù solo dopo qualche giorno, a scuola. Mi comunicò che il marito aveva deciso di trasferirsi, tanto più che il suo lavoro presso l’impresa Cidonio era ormai agli sgoccioli, e che la partenza era fissata per la fine del mese, alla chiusura dell’anno scolastico.
Una mattina di Giugno, mi ritrovai davanti alla loro villetta a salutare i due che partivano. Avevano riempito ogni più piccolo spazio dell’auto, nella quale non entrava più niente, e anzi mi lasciavano in custodia una valigia, che avrei dovuto spedire loro in seguito. Al momento dei saluti, Marilù mi abbracciò con trasporto, Vladimiro si limitò a stringermi la mano. Sapevo che non li avrei più rivisti.
A distanza di qualche mese, rovistando in un armadio, vidi la valigia che avrei dovuto spedire. La cosa, chissà perché, m’era del tutto passata di mente e d’altra parte nessuno me l’aveva più richiesta. Avvertii una stretta e capii, se mai ce ne fosse stato bisogno, che Marilù, che pure era passata come una meteora, aveva contato più di qualcosa nella mia vita e che il suo ricordo continuava a bruciarmi. Armeggiando con un temperino, riuscii ad aprire la valigia, curioso di vedere che cosa ci fosse dentro. Vi trovai dei libri, un mazzo di cartoline illustrate legate con un nastro, una busta che conteneva un paio di calze da donna e un rossetto, altre cianfrusaglie. Credetti di capire che quella valigia, quegli oggetti, mi legavano ancora ad un ricordo che mi faceva soffrire. Credetti di capire che, per non soffrire più, dovevo compiere un gesto, anche simbolico, di liberazione.
Misi la valigia nella mia Cinquecento e mi diressi a Crotone. Andai verso il mare alla ricerca di un punto solitario della spiaggia. Era da poco tramontato il sole, una nuvolaglia nera incominciava a ricoprire il cielo e c’era un fortissimo vento di tramontana, che spazzava via ogni cosa. Aprii la valigia sulla spiaggia e attesi. Il vento incominciò a disperdere le buste, poi singole pagine, poi i libri, poi le altre cose. Alla fine anche la valigia, alleggerita del suo peso, fu sollevata in aria, roteò tante volte su se stessa, si richiuse come per magia e finì col posarsi, come la bottiglia di un naufrago, sulla distesa infinita del mare.
Ezio Scaramuzzino













domenica 17 aprile 2011

La visita (Racconto) di Ezio Scaramuzzino


I miei vecchi riposano, già da tanto tempo, nel piccolo cimitero di Scandale. Ci vado ogni anno, come tutti, nel periodo della commemorazione dei defunti. Evito di andarci nei momenti di maggiore ressa e di solito faccio passare qualche giorno. Quando arrivo, vado diritto alle tombe, depongo qualche fiore nei vasi già pieni per precedenti visite di altri familiari e poi mi soffermo un po’, davanti agli ovali dei loro volti con lo sguardo perso nel vuoto.
Infine faccio un giro tra i viali solitari del cimitero, incontro qualche sconosciuto, più raramente qualche vecchio amico con cui scambio un saluto affettuoso, mi soffermo con attenzione ad osservare le tombe dei trapassati dell’ultimo anno. E’ una rassegna a volte meravigliata, a volte curiosa, a volte dolorosa: mi scorrono davanti agli occhi i volti di persone  sconosciute, oppure amiche e familiari.
L’ultima volta, già da lontano, ho intravisto un volto noto, quello di Mario Panza. La foto lo rappresentava sorridente e d’altra parte egli aveva sempre sorriso nel corso della sua vita, anzi si può dire che fosse  vissuto ridendo o sorridendo. Avvicinatomi, ho letto la data di nascita, 29 Febbraio 1936, ma ho visto che mancava quella della morte. Non sapevo spiegarmi la cosa, ma, girando intorno alla tomba, ho notato un lato non rifinito, in mattoni grezzi. Ho capito che il caro, vecchio Mario non era per nulla scomparso e che soltanto, secondo  un’abitudine molto diffusa dalle nostre parti, si era già preparata la tomba, per eliminare, o ridurre al minimo, il fastidio dei superstiti.
Mario Panza abitava vicino casa mia ed era un abile cercatore di funghi, di verdura selvatica e di tutto ciò che cresce in natura. Raccogliendo e rivendendo funghi, lumache e cicoria aveva mantenuto una famiglia, moglie e una figlia. Di quest’ultima si diceva che non fosse veramente sua figlia e comunque essa si dava arie da cittadina e disdegnava i modi rustici e contadineschi dei genitori.
Ricordo che una volta, avevo forse una decina d’anni, Mario mi portò con sé a cercar funghi. Egli mi guidava attraverso gli anfratti ed avevamo già fatto una buona raccolta, quando, dietro un cespuglio, trovammo due persone allacciate ed una di queste era la figlia. A sera, ritornato a casa, gridò ed imprecò a lungo contro quella figlia e fu forse l’unica volta della sua vita, perché per il resto egli aveva un eterno sorriso stampato sulle labbra. Sorrideva di quella sua strana data di nascita, 29 Febbraio, anno bisestile, che lo induceva a dire che in realtà egli faceva un anno di età ogni quattro anni. Sorrideva di quel suo strano mestiere, che  riteneva un po’ comico, per via del fatto che, come diceva, egli si limitava a vendere ciò che la natura produceva spontaneamente e che chiunque, con un po’ di buona volontà, avrebbe potuto raccogliere da solo.
Lo scorso Novembre, ultimato il giro al cimitero, mi è venuta voglia di andare a dare uno sguardo alla casa paterna, ormai disabitata da anni. L’ho trovata, come era facile attendersi, in evidente stato di incuria. Ho aperto con difficoltà e con qualche esitazione, poi ho fatto un giro .
In una stanza, impolverato, ho ritrovato il vecchio tavolo su cui studiavo tanti anni fa. Su quel tavolo, da bambino, scrivevo le lettere di zia Mariuzza. Vedova e con tutti i figli emigrati per il mondo, dal Canada al Brasile, veniva da me a farsi scrivere le lettere di risposta ai figli, che periodicamente le mandavano qualche dollaro e qualche cruzeiro acclusi nelle buste, nella speranza che i soldi potessero sfuggire alle grinfie degli impiegati postali di due continenti, cosa che non sempre avveniva. La zia Mariuzza mi diceva quel che io dovevo scrivere , ma più spesso parlava direttamente con i figli, come se li avesse a qualche metro di distanza. Spesso si lasciava prendere dalla commozione, parlava singhiozzando ed io, che non sempre riuscivo a dare un senso alle sue lacrime, la guardavo incuriosito. Lei si accorgeva della mia sorpresa, si ricomponeva e mi sorrideva.
Dietro i vetri di quella finestra, spesso appariva zia Elena, vicina di casa. Anche lei vedova, veniva a riportare a casa l’una o l’altra delle numerose figlie, che amavano di tanto in tanto  trascorrere un po’ di tempo a casa nostra, in compagnia dei cugini. Non stava bene allora questa promiscuità, anche tra parenti, perché così  si viveva allora e così  si pensava che bisognasse vivere, specie quando si avevano in casa ragazze da marito e la gente, fuori, era sempre pronta a tagliuzzare. La stessa cosa del resto succedeva a me, che amavo stare con le mie cuginette e spesso con una scusa mi recavo a casa loro. Zia Elena tollerava per qualche tempo, poi, inesorabilmente, mi rispediva a casa ed io, un po’ mogio e con la coda tra le gambe, mi ritiravo, con il dubbio e la sensazione di aver compiuto chissà quale misfatto.
Su quella sedia, in cucina, spesso si sedeva zio Amedeo. Tra i tanti fratelli di mio padre, era il solo ad avere studiato fino alla  licenza media e faceva quindi un lavoro intellettuale per quei tempi: era l’unico dipendente della locale esattoria comunale. Di ritorno dalle sue solitarie passeggiate, durante le quali si spingeva fino alle ultime case del paese, amava fermarsi a casa nostra. Afflitto da leggera balbuzie, non era di certo un gran parlatore, ma immancabilmente trovava il modo di chiedermi qualcosa sui miei studi. Non appena io accennavo una risposta, egli trovava il pretesto per parlare dei suoi studi e di come la scuola fosse cambiata in peggio, con i professori che ormai non insegnavano più nulla.
Ad un angolo del focolare, su quella sedia che ora appare un po’ sbilenca, durante le lunghe e fredde sere d’Inverno, si sedeva ogni tanto zia Silvia, unica non sposata della numerosa famiglia e che con il suo malinconico sorriso sembrava come rassegnata alla sua condizione di eterna zitella. E’ morta qualche anno fa zia Silvia, ultima dei tanti fratelli e sorelle, e negli ultimi tempi della sua vita, mentre era ricoverata in ospedale, sono andato spesso a trovarla, ad alleviare la sua solitudine. E lei mi accoglieva sempre con il suo eterno, malinconico sorriso, per dimostrarmi la sua gratitudine e talvolta mi faceva trovare pure dei pasticcini, che io fingevo di apprezzare e che conservavo, dicendole che li avrei mangiati a casa la sera.
Le stanze spoglie e mute sembrano ancora risuonare delle loro voci, ormai dissolte dal tempo. Mentre giro per la casa, mi ritrovo nella stanza dei miei genitori. C’è ancora un vecchio letto a baldacchino, solenne come un catafalco. Apro istintivamente un comodino, ne tiro fuori un vecchio pitale arrugginito, che resiste quasi come a volere sfidare il tempo, mentre tante altre cose sono sparite o comunque non ci sono più. Ogni volta che ritorno in quella casa, trovo che mancano alcune cose, piccole e povere cose per lo più, come il resto dei mobili che sarebbe troppo costoso restaurare o trasportare altrove.
Era una vita semplice quella portata avanti dai miei vecchi. Mia madre, figlia di un farmacista di Casabona, si era trasferita nel nuovo paese dopo il matrimonio con mio padre, che era un piccolo possidente agricolo. Qui si era trovata bene ed era  benvoluta, cosa non infrequente nel mio paese, dove tutti hanno una naturale propensione ed un istintivo rispetto per quelli che vengono da “fuori”, come ancora oggi si usa dire.
Ho ancora l’impressione di risentirli, di rivederli, come una volta, quando entrambi si facevano segno di parlare a bassa voce, per non disturbare me, che dovevo studiare e non dovevo perdere tempo. Mia madre, in particolare, nutriva grandi progetti su di me e nelle sue parole si avvertiva tutto l’orgoglio possibile, quando  con amici e parenti parlava di me e dei miei successi scolastici.
Ora la rivedo quasi, mentre insieme con mio padre sembra incamminarsi su una strada che non conosco. Ogni tanto si volta verso di me e mi fa un cenno con la mano, invitandomi chiaramente a non seguirla. Poi riappaiono anche zia Mariuzza, zia Elena, zio Amedeo, zia Silvia. Tutti insieme continuano su quella strada, parlottano insieme a bassa voce, come un tempo, svoltano l’angolo e si dissolvono nel nulla.
Ezio Scaramuzzino

























domenica 3 aprile 2011

Gli immigrati

       Svuotata Lampedusa, ma sono in arrivo nuovi barconi.
     Ma vogliamo prenderci in giro? E' come imitare i bambini, che vogliono svuotare il mare con il secchiello. Vogliamo risolvere veramente il problema? Spiace dirlo, ma, pur con tutta la simpatia umana possibile, siccome l'Italia non può farsi carico dei problemi dell'umanità intera e, se anche lo volesse, non ne avrebbe i mezzi, l'unico sistema è quello di schierare la marina intorno alle coste e bloccare i barconi con ogni mezzo. La Spagna del socialista Zapatero qualche anno fa l'ha già fatto. L'Italia perché non lo può fare? Berlusconi perché non lo può fare? Qualcosa non mi quadra.

mercoledì 30 marzo 2011

Partite di carte e di cuore(Racconto) di Ezio Scaramuzzino


Si giocava soprattutto a carte allora a Scandale. In un angolo del Bar Centrale io ed i miei amici davamo fondo alle nostre energie, in attesa che la vita ci aprisse qualche spiraglio sul nostro futuro. Eravamo giovani, disponevamo di pochi soldi, ma quei pochi soldi avevamo il gusto di fregarceli a vicenda, in un andirivieni senza fine che per il momento dava un po’ di sapore alle nostre giornate.

Si incominciava già al mattino e si giocavano delle interminabili partite di Terziglio. Alla fine si tiravano le somme, i soldi passavano da una tasca all’altra e ci si salutava, dandoci appuntamento per il pomeriggio. Così si viveva allora, tra partite a carte, sfottò, beffe e dispetti. Intorno ai vari tavoli di Terziglio c’era sempre qualche spettatore, alla giusta distanza ovviamente, perché non tutti i giocatori, specie nei momenti di iella, tolleravano la presenza di qualcuno alle proprie spalle.

Era una giornata in cui tutto mi andava per il verso giusto. Potevo anche giocare distrattamente, ma finivo per vincere. Apparve alle nostre spalle un signore anziano, dall’età incerta, che si mise a seguire il gioco. Ci facemmo dei cenni d’intesa, mentre lo sconosciuto, avvicinandosi sempre di più, dava a vedere di essere molto interessato. Arrivò a prendere una sedia e a sistemarsi tra i due giocatori che perdevano, ma entrambi gli fecero capire che non era gradito, girando le carte ed impedendogli di seguire. Finì col sistemarsi dietro di me, che non avevo di questi problemi, anche perché quel giorno vincevo e forse avrei vinto anche giocando a carte scoperte.

Interrompemmo verso l’ora di pranzo, ma alle due del pomeriggio ero già al Centrale, in attesa dell’arrivo di qualcun altro. Ero stato il primo ad arrivare, come spesso mi capitava, e nell’attesa avevo preso un mazzo di carte, che mi divertivo a mescolare continuamente oppure a sistemare sul tavolo, in un abbozzo di Solitario, da interrompere ad ogni evenienza. Guardavo sempre verso l’ingresso, in attesa dell’arrivo di qualcuno, quando vidi entrare il signore sconosciuto del mattino. Mi vide solo e si avvicinò, presentandosi.”Avvocato Barca, Giuseppe Barca, avvocato in pensione”, disse.

Ero incuriosito, come sempre mi succede quando mi si scopre uno spicchio di umanità. In pochi minuti mi raccontò gli aspetti salienti della sua vita. Nato nel paese, era emigrato da giovane a Milano, dove aveva studiato, si era laureato ed aveva esercitato. Sposato e senza figli, aveva deciso di far ritorno “alla terra degli avi”, come diceva, perché era diventato insofferente della vita di città. Aveva ereditato una villetta alla periferia del paese e lì si era stabilito con la moglie da qualche giorno, in attesa di ristrutturarla. Mi chiese anche se potevo indicargli il nome di qualche impresa edile, cosa che feci ben volentieri, e, vista la mia disponibilità, ritenne opportuno ricambiare con qualche complimento, dicendo che mi aveva molto apprezzato al mattino tanto che, confessava, mi aveva subito considerato un grande giocatore di Terziglio.

La sua cordialità si spinse fino al punto di chiedermi se ero disposto a fare una partita con lui, solo con lui. Ero un po’ perplesso: l’esperienza mi suggeriva una certa diffidenza a giocare con chi non conoscevo bene, ma accettai lo stesso. Eravamo solo in due e lui mi chiese di giocare a Briscola, cosa che accettai senza alcuna difficoltà. Stabilimmo la posta, cinquecento lire a partita di 120 punti, con rivincita di altre cinquecento ed eventuale spareggio finale di millecinquecento complessive.

Vinsi facilmente la prima partita e rivinsi, seppur con qualche difficoltà, la seconda. L’avvocato mi chiese di giocare ancora ed io accettai subito, anche perché nel frattempo le mie perplessità erano del tutto svanite. Giocava male, distrattamente, senza contare le carte e i punti e, in quelle condizioni, alla lunga era destinato a perdere. La mia spavalderia mi indusse a perdere di proposito qualche partita, per illuderlo, e non trascuravo di aggiungere di tanto in tanto che, se perdeva, era un po’ colpa della iella che quel giorno lo perseguitava.

Gli amici, che nel frattempo erano arrivati, si limitavano ad osservare da lontano e capirono che quel giorno non avrei giocato con loro e che, anzi, non dovevano proprio disturbare. Dopo qualche ora di gioco mi trovavo a vincere cinquemila lire, una cifra interessante per quei tempi. Il Barca a un certo punto si alzò, scostò la sedia, estrasse con eleganza il suo portafogli, mi consegnò il denaro e, con l’atteggiamento e la solennità di un cavaliere antico, mi chiese se il giorno successivo poteva avere l’onore di una rivincita. Gli accordai la rivincita naturalmente e non solo quella. Avevo capito che quel signore poteva alimentare a lungo le mie fonti di reddito, cosa di cui approfittai con moderazione, ma a lungo e senza alcuno scrupolo.

Si era verso la fine degli anni sessanta, in una calda giornata di giugno. Avevo giocato con lui per tutta la mattina, ci eravamo lasciati per il pranzo ed io mi ritrovavo già con le carte in mano, al pomeriggio, in attesa del suo arrivo. Avevo ultimato un primo Solitario e stavo per iniziarne un secondo, quando arrivò trafelato Totò Trivieri, uno dei miei amici, a gridare:” L’avvocato Barca è morto”. Tutti i presenti, interrotta ogni cosa, ci dirigemmo quasi di corsa verso la casa del “defunto”. La moglie ci accolse con molta trepidazione e ci introdusse in una stanza, dove, su di un letto matrimoniale all’antica, in parte disfatto, il marito era disteso, seminudo, ma ricomposto alla meglio.

L’avvocato non era per nulla morto, ma respirava con difficoltà e faceva segno di avvertire un forte dolore al petto. Non ci voleva molto a capire che si trattava di un infarto e che bisognava fare qualcosa per cercare di salvargli la vita. Fu scartata l’ipotesi di chiamare il medico del posto, che per altro con gli scarsi mezzi a sua disposizione si sarebbe limitato a constatarne il decesso, e si decise di tentare il tutto per tutto, trasportandolo direttamente all’ospedale di Crotone, distante una ventina di kilometri.

Si trovò subito un’auto adeguata, si reclinò il sedile anteriore a fianco dell’autista e lì, per lungo, fu disteso il malato, così com’era, seminudo, per non perdere tempo a rivestirlo. Ad accompagnarlo nel tragitto fui scelto io, da tutti considerato il suo migliore amico e anche come colui che più di ogni altro aveva l’obbligo di sentirsi riconoscente e quasi in debito con lui. Mi sedetti sul sedile posteriore e, mentre lui si lamentava, cercavo di consolarlo e gli massaggiavo il petto, cosa che sembrava calmarlo e fargli piacere. Lo portai vivo al pronto soccorso, dove mi fermai quel giorno fino a quando mi fu assicurato che ormai era da considerarsi fuori pericolo.

Al paese la vita aveva ripreso il suo corso ed io mi ero rimesso a giocare a Terziglio con gli amici. Ma giocavo spesso svogliatamente ed anzi qualche volta rifiutavo di giocare e stavo seduto a prendere il fresco su una veranda che dominava la piazza principale. Era passato circa un mese e, in un torrido pomeriggio di luglio, vidi fermare un ‘auto, da cui lentamente e con molta difficoltà vidi scendere il Barca. Dimagrito e con la pelle flaccida e cadente, avanzava verso di me, quasi irriconoscibile. Lo invitai a sedere e lui mi sembrò quasi grato dell’invito. Mi dimostrai premuroso e gli chiesi come stava. Parlò con voce stanca, come di chi non ha più interesse alla vita.

“Grazie a te , mi disse, che sei stato il mio migliore amico. Io non so se potrò ancora fare la vita di prima e soprattutto non so se potrò ancora fare la partita a carte con te, perché i medici mi hanno detto di evitare ogni emozione e quelle partite, anche se non lo davo a vedere, erano per me un’emozione, forse una delle ultime emozioni della mia vita. Avevo da dirti qualcosa e lo faccio adesso, prima che sia troppo tardi. Intanto ti dico che quel pomeriggio, quando mi hai atteso inutilmente, sarei arrivato comunque in ritardo, perché…ricordi come mi hai trovato? Basta, tra uomini ci si capisce. E poi un’altra cosa volevo dirti, alla quale tengo particolarmente. Lo so che forse ti meraviglierai, ma, per i soldi che ho persi in tutti questi mesi giocando a carte, sono contento di averli persi con te. Per fortuna, ho potuto mettere da parte un bel po’ di soldi nel corso della mia vita e io a chi li debbo lasciare questi soldi? Non ho figli, ho solo qualche nipote di mia moglie, che quasi non conosco neppure, sicché, pur senza dirtelo, ti ho quasi adottato. Se ti avessi offerto dei soldi in regalo, forse li avresti rifiutati per orgoglio. Ho fatto finta di perderli al gioco: io sono stato contento di perderli e tu ti sei sentito orgoglioso di vincerli. Certo, ho dovuto recitare un pochino, ma mi sono ritrovato bene nella parte e non mi è dispiaciuto. Ho dovuto far finta di non saper giocare, di non saper nemmeno tenere le carte in mano, di essere smemorato, con il rischio di essere considerato una macchietta da te e dai tuoi amici. Ma ora sai come sono andate le cose. Se poi un giorno vorrai sapere chi è stato veramente l’avvocato Barca, vallo a chiedere in giro, nei circoli più esclusivi di Milano. Questo volevo che tu sapessi. Se io non dovessi farmi vedere al Centrale, ti aspetto. Potremo sempre fare un’altra partita a briscola ed io sarò contento di interrompere per un attimo una partita a scacchi, ben più importante, che da oggi sarò costretto a combattere con la nera signora della morte”.

L’emozione e la commozione mi impedirono di dire una qualunque parola. L’avvocato si alzò lentamente, si avviò, si rimise in auto e sparì, per sempre.
Ezio Scaramuzzino

mercoledì 23 marzo 2011

Io ho amato la Patria

Io ho amato la Patria, sin da quando ero bambino e a scuola mi insegnavano che la Patria è la terra dei padri. L’ho amata perché tanti altri non l’amavano e avevano altre patrie, altre bandiere e altri ideali. L’ho amata perché tanti altri amavano sfilare per altre patrie, per altre bandiere e per altri ideali. L’ho amata perché tanti altri, nei momenti di dolore della nostra Patria, preferivano sbeffeggiarla e anzi augurarle 10, 100, 1000 dolori; 10, 100, 1000 stragi; 10, 100, 1000 Nassirya.

Poi, un bel giorno, quelli che una volta auguravano 10, 100, 100 Nassirya, hanno preso a dire che loro amavano la Patria e hanno incominciato a ripeterlo con tale insistenza, che quelli come me hanno avuto prima la nausea e poi almeno un dubbio.

Il dubbio che ci fosse qualcosa di losco in questo voltafaccia e in questa insistenza. Quelli come me hanno preso a chiedersi che cosa non quadrasse in tutto questo e a chiedersi se il losco fosse nascosto nella Patria o nei nuovi esaltatori e nella loro insistenza.

Ma il dubbio è durato poco.

giovedì 24 febbraio 2011

I due mali: il Cav e i suoi nemici

Man mano che il caso Ruby va avanti e che le carte del processo vengono conosciute, si assiste con sgomento e rabbia all’abisso di squallore, nel quale il Cavaliere si è cacciato con le sue stesse mani. Gli elettori di centrodestra non potranno mai perdonare a lui la stupefacente leggerezza con cui egli ha dimenticato che, a un certo livello dell’agire politico, la propria vita non appartiene più a se stessi, ma appartiene a buon diritto anche a coloro che hanno creduto in te e ti sono venuti dietro, senza chiedere nulla in cambio.

Detto questo, però, gli stessi elettori di centrodestra non possono non considerare la evidente faziosità, la perfidia, l’intolleranza, l’odio, l’obnubilamento cerebrale, la persecuzione, la continuità maniacale ed ossessiva con cui i nemici di Berlusconi, tra cui il partito dei giudici, hanno cercato di abbatterlo con mezzi extrapolitici. Talché alla fine il Cavaliere finisce con l’apparire, forse al di là dei suoi meriti, un perseguitato, meritevole della simpatia e dell’appoggio di cui in genere sono circondati coloro che subiscono un torto.

La maggioranza degli Italiani si è già fatta un quadro della situazione ed ha deciso: tra i due mali, quello di Berlusconi è certamente il minore. Questi Italiani magari si tureranno un po’ il naso, ma alla fine finiranno per sostenere il Cavaliere. I conti con lui li faranno alla fine, quando “la notte sarà passata”.

domenica 30 gennaio 2011

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi di Cesare Pavese


Cesare Pavese: Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
Vittorio Gassman: voce
Ludwig Van Beethoven: Al chiaro di luna, per chitarra
Da ascoltare questa interpretazione di Vittorio Gassman, in uno dei momenti più alti della poesia italiana del Novecento.
La voce del grande attore, lacerante, contenuta e sommessa come non mai, ha il ritmo straziante di un singhiozzo, di un lamento represso.
Buon ascolto!