mercoledì 1 febbraio 2012

Colloquio con Paolo Guzzanti


Ezio Scaramuzzino scrive: 
23 dicembre 2011 alle 21:22
Caro Guzz, ritorno nel tuo blog dopo due o tre anni, quando, pur di parlar male del Cavaliere, inventavi improbabili moralismi antiputin. Ero, te lo confesso, disgustato dal tuo comportamento. Ma adesso mi ritrovo a passare per caso dal tuo blog e vi trovo un articolo su Havel, bello e convincente. E’ questo il Guzz che ricordo e che ho sempre letto con piacere.
Ti ritrovo efficace e intenso come un tempo, ma, ti prego, tieni presente che ad una certa età le capriole non sono più consentite o almeno non sono più esteticamente ammissibili. Riprenderò a leggerti e a frequentarti, se me lo consenti, con l’ammirazione di una volta, ma tu non cambiare da quello che sei ritornato ad essere da qualche tempo.
Sia ben chiaro:il Cavaliere ci ha messo molto di suo nell’affrettare il suo declino politico, ma la campagna denigratoria, alla quale è stato sottoposto, è una delle pagine più vergognose e nauseanti della storia politica italiana. Ti saluto con affetto.

GUZZ – IL CAVALIERE CON LE SUE SCIAGURATE SCEMPIAGGINI HA DISTRUTTO UNA PROSPETTIVA CHE NON GLI APPARTENEVA, che era nostra e che aveva giurato di portare a compimento. Tutto quel che ho scritto su di lui è confermato, anche se gli riconosco un fegato da combattente eccezionale e oggi tutti vedono che non era l’uomo nero che faceva salire lo spread. Riconfermo con disgusto tutto ciò che ho documentato nei libri, libri mai smentiti, non chiacchiere, sui rapporti fra P e B e non ho nulla di cui fare ammenda. Non faccio capriole: le capriole le fa chi non vede la stella polare davanti al naso e la barra del timone sotto il polso. L’età, contrariamente a quel che pensa, è un elemento di enorme libertà, di sana sfrontatezza, di bruciante sincerità. E se ho da fare capriole, perdio, le farò. Comunque grazie e resti con noi, vecchio Scaramuzzino.

martedì 31 gennaio 2012

Violetta spensierata(Racconto) di Ezio Scaramuzzino


Ogni domenica a mezzogiorno, al paese, la famiglia Bersi andava a Messa in fila indiana. I paesani, raccolti davanti al bar, potevano così assistere ad una strana processione: c’era lei, Violetta, una ragazza bellissima; poi  Radamès, il fratello, di professione venditore ambulante di frutta e verdura; chiudeva la fila l’anziana madre, Dorotea, una donna minuta e quasi insignificante, sempre vestita di nero. Mancava il padre, morto qualche anno prima, appassionato melomane, che si era compiaciuto di dare  ai due figli quei nomi così insoliti dalle nostre parti.
 Era voce comune che nel sangue di quella famiglia scorresse un filo sottile di follia e la cosa sembrava confermata da alcuni atteggiamenti, che allora apparivano stravaganti. Il fratello andava in giro a vendere la sua merce, sempre un po’ alticcio, e le donne si consentivano con lui delle strane confidenze, alle quali egli replicava con fare apparentemente risentito, che muoveva al riso e allo scherno.
La ragazza era  nel pieno del suo splendore giovanile. Alta, slanciata, con dei neri capelli corvini, sembrava  un fiore venuto da chissà dove ed approdato misteriosamente, attraverso strani incroci di razze e di generazioni, in una landa  desolata, dove splendeva nella sua solitaria bellezza. Era in età da marito ormai e  non si rassegnava a restare zitella. Ogni domenica, durante la sfilata in piazza, lanciava ai giovanotti  delle occhiate furtive e audaci nello stesso tempo, che erano degli espliciti inviti a farsi avanti, a osare, a cogliere quel fiore. Ma quel fiore sembrava destinato a rimanere incolto. Nonostante la sua bellezza, Violetta non riusciva a trovare un cane che si interessasse a lei. I paesani la guardavano sfilare, pensavano a quel che si diceva in giro su quella maledetta tabe familiare, a volte la commiseravano, a volte sorridevano alle sue occhiate provocatorie.
I mesi e gli anni passavano, Violetta era  ormai quasi una donna, Radamès continuava a vendere la sua frutta tra gli sberleffi delle comari, la madre sembrava rimpicciolirsi sempre di più, i paesani continuavano ad assistere, come ad  un rito preparatorio della Messa, alla sfilata domenicale. Ma non succedeva niente. Eppure, un giorno di maggio, una notizia incredibile si sparse per il paese: Violetta aveva trovato il suo uomo. C’era chi diceva che era un vecchio, chi diceva che proveniva da Cerenzia, chi diceva che si trattava solo di un poveruomo in cerca  di una sistemazione. Una cosa era certa: la domenica successiva, alla sfilata domenicale, tutti avrebbero potuto vedere e toccare con mano.
E, la domenica successiva, l’attesa non fu delusa. A mezzogiorno in punto, la famiglia Bersi affrontò la curiosità popolare e sfilò in processione, aperta questa volta da Violetta che aveva al suo fianco il nuovo arrivato. C’ero anch’io quel giorno, giovane di quindici anni, ad assistere alla parata. Ricordo che la curiosità era altissima: chi era in strada faceva ala al passaggio del corteo, chi era in casa accorreva all’uscio e dietro molte persiane socchiuse tante altre persone  osservavano senza essere viste. Del fidanzato di Violetta si scoprì e si seppe  tutto: si chiamava Alfredo, quasi che il  destino avesse voluto rinverdire le vicende della Traviata verdiana, era di Caccuri, un paese vicino Cerenzia, era un contadino a giornata, d’età  chiaramente molto più grande  di Violetta, ma in compenso  molto più basso di lei, tanto che riusciva appena a sfiorarle la spalla.
Le nozze furono celebrate in sordina di lì a qualche mese. Poi le sfilate domenicali si diradarono  fino a sparire del tutto e anche di Violetta e di suo marito a un certo punto non si parlò più. Figli non ne venivano e la famiglia viveva nella modestia, come in fondo era sempre vissuta. Alfredo ogni tanto faceva qualche lavoro a giornata, Radamès continuava a vendere la sua frutta in giro, la vecchia madre godeva forse di una modestissima pensione. Violetta, da parte sua, era andata incontro ad una incredibile trasformazione: il matrimonio le aveva dato una certa tranquillità, che si rifletteva nelle rotondità del suo viso soddisfatto e del suo corpo appagato.
Ma i tempi erano difficili e tanti incominciavano a partire per la Germania. Dopo le prime partenze isolate, fu la volta di intere famiglie che si spostavano un po’ dovunque al Nord. Un bel giorno partì anche Alfredo, per Milano. I primi tempi ritornò abbastanza di frequente, poi incominciò a diradare i suoi ritorni, alla fine non tornò quasi più, mettendo in ambasce Violetta.
Una notte di giugno dei primi anni sessanta, alle primissime luci dell’alba, stavo ritornando a casa, reduce da qualcuna delle mie scorribande notturne con gli amici, e mi trovavo a passare proprio davanti alla porta di casa  della famiglia Bersi. Ne uscì una persona che conoscevo fin troppo bene, il macellaio del paese, un energumeno, che prima si allontanò di fretta, credendo di non essere stato visto, poi tornò sui suoi passi e mi venne decisamente incontro. Non disse una parola, solo mi appoggiò una mano sulla spalla, poi la spostò verso il collo e strinse dolcemente, mentre sollevava l’altra mano verso la sua bocca e metteva il  dito indice di traverso sulle  labbra, invitandomi con quel gesto eloquente a tenere la bocca chiusa.
Non c’era bisogno che me lo imponesse lui: non dissi una parola. Ma parlò qualcun altro, evidentemente, perché di lì a qualche giorno tutto il paese riprese a parlare di Violetta. La quale,  una volta assaporate le gioie del matrimonio, non era più disposta a rinunziarvi. E non vi rinunziò, allietando le notti non del solo  macellaio, ma anche di  altri dopo di lui. Il tutto con grande scandalo del paese, dove ormai non si parlava d’altro e dove ci si chiedeva quale ruolo giocassero in queste tresche la madre ed il fratello di Violetta, considerati poco meno che  una maîtresse e  un paraninfo.
Dopo il macellaio, fu la volta del vecchio daziere, che probabilmente, in un rigurgito di giovinezza, assaporò con Violetta gli ultimi piaceri proibiti della sua vita. Il vecchio, vedovo da tanti anni e con i figli emigrati,  avrebbe continuato a lungo la sua tresca, se solo fosse stato più giovane. Ma una notte, proprio mentre si intratteneva con Violetta, fu colpito da un ictus e ci rimase secco. Qualcuno, per evitare lo scandalo, lo portò fino a casa sua e lo adagiò sul letto, chiamando  il medico che si limitò a constatarne il decesso.
Poi arrivò il turno del sagrestano, un uomo tutto casa e chiesa, sposato e con otto figli. Aveva costui un andamento molle e rilassato, un volto vagamente malaticcio e in tanti si chiedevano  dove  trovasse l’energia per tenere a bada la moglie ormai disfatta dagli anni e dalle numerose gravidanze, oltre a Violetta, la quale evidentemente non andava troppo per il sottile nelle sue scelte. Ogni mattina  il sagrestano andava in chiesa a pulire e a preparare la prima Messa del parroco. Chi, anche da lontano, l’avesse osservato in queste sue incombenze, avrebbe potuto notare che, prima del rito, quasi sempre egli confabulava con il parroco, il quale alla fine gli faceva il segno della Croce e gli dava evidentemente l’assoluzione dal peccato commesso qualche ora prima.
E poi arrivò il turno di Demetrio Barbuto, giovane carabiniere, originario di San Mauro Marchesato. Demetrio, mandato in forze presso la locale stazione dei carabinieri, appena arrivato, per prima cosa  si diede uno sguardo attorno per trovare qualche preda da destinare alle sue insaziabili velleità amatorie. Non si sa come, finì col cadere nelle reti di Violetta, ma con una differenza fondamentale rispetto ai precedenti spasimanti: egli pretendeva l’esclusiva. Era ossessionato dall’idea che la donna potesse tradirlo e questa ossessione lo indusse a sorvegliarla.
Comunicò falsamente  a Violetta che per tre giorni sarebbe stato in missione e invece, una notte di Settembre, si appostò dietro la casa. Attese a lungo nel buio, mentre poco lontano dei cani ululavano alla luna piena, ma verso le due vide muovere  un’ombra. Si impose di aspettare un po’, poi si avvicinò all’uscio, aprì dolcemente con le chiavi di cui era già fornito e si diresse decisamente verso la stanza da letto. Con una mano estrasse la pistola e con l’altra accese improvvisamente la luce. Quello che si presentò davanti ai suoi occhi sembrò la scena di un film d’altri tempi, in un fotogramma bloccato: Violetta era in piedi sul letto, con il lenzuolo tirato alla meglio per coprirsi, con la bocca aperta ma incapace di emettere un grido,  mentre nell’altra metà del letto c’era il sagrestano, rannicchiato su se stesso e nudo come un verme. Il carabiniere, calmo e quasi in una sorta di trance, impose al sagrestano di rivestirsi e di andarsene, poi rivolse lentamente l’arma contro Violetta, mirò alla fronte ed esplose un unico colpo, mortale. Infine si diresse quasi di corsa  alla caserma, come per liberarsi del peso che l’opprimeva, confessò tutto e fu arrestato dai  colleghi.
Il pretore di Santa Severina, giunto di lì a  qualche ora, effettuò un minuzioso sopralluogo sulla scena del delitto, poi interrogò la madre ed il fratello di Violetta, accorsi subito dopo lo sparo, e fece sequestrare quanto ritenuto utile per il processo.
Alfredo, come marito della vittima, fu convocato dal giudice ed arrivò  velocemente un pomeriggio, giusto in tempo per il funerale, che si svolse sotto una pioggerellina fastidiosa e incessante. Alla fine passò dalla stazione dei carabinieri, ove era stato invitato per la restituzione di alcuni beni personali della moglie.  Tra tali beni erano compresi  un libretto bancario al portatore, con circa ventimila lire ed  un sacchettino con circa dieci monete di  cinquecento lire d’argento. Ma l’attenzione di Alfredo fu attratta soprattutto da  uno strano oggetto, che egli non aveva mai visto, di cui non riusciva ad indovinare l’uso e che era descritto, nel linguaggio burocratico del tempo, come “oggetto in  avorio, ad uso delle cortigiane”. Chiese timidamente qualche delucidazione al maresciallo, ma non ottenne risposta. Poi firmò velocemente la ricevuta di consegna e si risolse a pensare subito alla partenza. A Milano aveva messo su una piccola impresa di pulizie e da qualche giorno  aveva preso in appalto un lavoro, che non poteva assolutamente rinviare.
Ezio Scaramuzzino

domenica 1 gennaio 2012

La chiave (Racconto) di Ezio Scaramuzzino

In quei primi giorni di un tiepido ottobre del ’55 Enzino era contento di essere venuto nel collegio dei preti salesiani di Siberene. Si era già procurato tanti nuovi amici, si divertiva, studiava ed imparava con regolarità, insomma si accorgeva di non rimpiangere la vita libera e selvaggia che fino ad allora aveva condotto al suo paese.
Certo non erano tutte rose e fiori. Il cibo era abbondante, ma non di eccelsa qualità o almeno non sempre di suo gradimento, le camerate e le varie stanze del collegio erano molto fredde, ma niente sembrava procurargli particolari problemi. Tutto gli sembrava un gioco e a questa atmosfera giocosa egli si adeguò con l’entusiasmo dei suoi anni di ragazzo che si affacciava alla vita.
Gli sembrò un gioco divertente e curioso anche una strana consuetudine che i preti avevano imposto ai collegiali, per disabituarli a parlare in dialetto. Esprimersi in Italiano era allora considerato indice di perbenismo, quasi una promozione sociale, anche se pochi tra i ragazzi sapevano farlo decentemente e molti anzi sbandavano paurosamente nell’uso dei congiuntivi e delle proposizioni subordinate. In conseguenza di tutto ciò ogni mattina il prefetto incaricato della disciplina, in genere un prete molto giovane, consegnava una certa chiave a chi per primo fosse stato sorpreso a parlare in dialetto. Chi riceveva la chiave aveva la possibilità di passarla a sua volta ad un altro, in una sequenza di trasferimenti che si esaurivano la sera all’ora di cena. Chi si ritrovava con la chiave veniva inesorabilmente punito.
Il primo giorno il prefetto di disciplina si premurò di avvisare i convittori, ma, nonostante l’avviso, non ebbe alcuna difficoltà dopo qualche minuto a piazzare la chiave. La quale passò di mano in mano parecchie volte e verso mezzogiorno andò a finire nelle mani di Enzino. Un amico del suo stesso paese, Guglielmo, gli si era rivolto con molta naturalezza facendogli una domanda in dialetto e lui, senza nemmeno pensarci, aveva istintivamente risposto in dialetto. Avrebbe potuto protestare per l’evidente tranello che gli era stato teso, ma non protestò e non si preoccupò più di tanto. Era convinto che alla fin fine si trattava di un gioco, con una punizione simbolica, quindi accettò in consegna la chiave e la conservò diligentemente in tasca, ripromettendosi di trovare una vittima in seguito.
Non ci pensò più. Quel pomeriggio studiò, preparò i compiti per l’indomani, recitò le preghiere comuni con gli altri convittori e, verso sera, si ritrovò con tutti nell’ampio giardino interno, dove si faceva una breve sosta prima della cena.
Improvvisamente avvertì la sensazione indistinta di qualcosa da fare, di cui non riusciva ad avere piena consapevolezza. Certo, la giornata era trascorsa colma di impegni vari e a lui sembrava di non aver trascurato nulla, eppure continuava ad avere quella strana sensazione. Come un lampo gli tornò in mente la chiave che era rimasta nella sua tasca, il che significava che per lui poco più tardi ci sarebbe stata la punizione.
Più di ogni altra cosa, a bruciargli fu il pensiero dell’umiliazione che avrebbe patito di fronte ai suoi compagni per quella che era considerata quasi un’onta. Ma ormai era tardi e non avrebbe trovato il modo di lasciare il “fardello” che, forse troppo leggermente, aveva immaginato di potere scaricare presto su qualcun altro.
La mano, infilata in tasca, continuava a rigirare quel piccolo oggetto che sembrava scottare. Si chiese perché fosse stata scelta proprio una chiave per un gioco all’apparenza banale ma che, a quel che aveva appreso in giro, era da tempo immemorabile una tradizione di quel collegio. Che cosa poteva significare quella chiave? C’era una spiegazione logica a tutto ciò o si trattava di una fatto casuale e senza importanza?
Pensò che una chiave serve per aprire qualcosa. Forse doveva aprire la sua mente ai tesori della conoscenza ? O era il caso di ricordare che una chiave serve semplicemente ad aprire una serratura? Era possibile, certo…una serratura…ma quale?
Si accorse che era solo nella sala da studio, né riusciva a ricordare come ci fosse finito, mentre i suoi compagni si erano diretti al refettorio per la cena. Si guardò attorno, come per cercare qualcosa, ma dovette ammettere che nemmeno lui sapeva che cosa cercare.
Il collegio faceva parte di un antico monastero e quella sala era ricca di stucchi e decorazioni. Le pareti erano divise in riquadri di pannelli di legno, ognuno dei quali riproduceva una scena di vita dei santi. La sua attenzione fu attratta dall’immagine di San Giuseppe da Copertino, in basso a destra, sulla quale campeggiava la scritta Scientiae Ianuam Apĕri .
Guardò con attenzione quella figura sulla quale il suo occhio era già passato tante volte in modo distratto e notò un foro nel rilievo della cornice. Un’idea gli attraversò la mente e quasi istintivamente inserì nel foro la chiave che aveva in mano. In modo naturale questa si adattò e scivolò verso l’interno , andando a cercare l’incastro giusto con un movimento rotatorio che fece scattare un meccanismo. Il pannello si allontanò di qualche centimetro dalla sua sede e bastò una leggera spinta perché, con un cigolio lamentoso, esso si aprisse come una porta su un ambiente polveroso e buio.
I suoi occhi si adattarono presto all’oscurità rischiarata appena dalla luce che entrava dalla sala da studio e scoprirono quello che forse per secoli era rimasto nascosto: una biblioteca. Entrò con qualche precauzione e si guardò attorno. In ogni scaffale, identificato da una targhetta posta al centro in alto, erano diligentemente riposti antichi codici, incunaboli, papiri, pergamene. Si avvicinò alla targhetta fin quasi a toccarla e lesse Homeri opera omnia . Su un’ altra lesse Vergilii opera omnia. Fu preso dall’entusiasmo per queste scoperte e sentì la smania di guardare gli altri scaffali, affrettandosi, mettendosi quasi a correre. Attraversò stanze, corridoi, non sapeva più dove si trovasse di preciso e pensò che forse avrebbe avuto qualche difficoltà a ritornare indietro. Si sentiva come Teseo nel labirinto di Minosse a Creta, ma avvertiva altresì con angoscia che nessuna Arianna lo avrebbe aiutato.
Ad un certo punto si accorse che stava ansimando e fu preso dal panico. Cercò di trovare una via d’uscita, ma , dopo aver girato a lungo, si ritrovò al punto di partenza. Nella penombra intravide che da uno scaffale pendeva il capo di un gomitolo e pensò che gli sarebbe stato utile per orientarsi. Allungò una mano per afferrarlo, ma non ci riuscì. Quel capo oscillava mollemente e, ogni volta che egli si accostava con la mano, sembrava sfuggirgli come per un influsso malefico. Decise di appoggiarsi ad uno stipite, per sollevarsi ancora un po’, e ne afferrò il pomello. Ma con terrore si accorse che lo stipite gli stava crollando addosso e allora emise un grido lungo, disperato, straziante.
Dopo un po’ aprì gli occhi e vide altri occhi, che lo guardavano preoccupati dall’alto in basso. Riconobbe il volto di Guglielmo, del prefetto di disciplina e di tanti altri. Quest’ultimo gli chiedeva se per caso non si sentisse bene e allora Enzino capì che era stato solo un brutto sogno, un incubo.
Si sentì risollevato, tranquillizzò tutti, spiegò che non era successo niente e tutti ritornarono ai loro lettini. Solo il prefetto si soffermò ancora un po’, scrollò la testa e gli disse:"Enzino, domani ne riparleremo!".
Ezio Scaramuzzino

sabato 26 novembre 2011

La fine del mondo(Racconto) di Ezio Scaramuzzino




Nella società agricolo-patriarcale di una volta era sufficiente che un buontempone incominciasse a diffondere la voce su una prossima fine del mondo e, nell’arco di pochi giorni, almeno a livello locale, il più era fatto. Molti si preparavano, o facevano finta di prepararsi, ad ogni evenienza, perché tutti gli uomini, chi più chi meno, avevano ed hanno una paura atavica per i novissimi.

Ricordo che al mio paese una delle ricorrenti voci su una prossima fine del mondo aveva fissato tale data alla mezzanotte tra il 14 ed il 15 Novembre del 1952. Non ricordo e non so per quale motivo fosse stata scelta proprio quella data: ero un bambino allora, andavo alle scuole elementari e la mia cognizione dell’evento è legata soprattutto ai ricordi e alle impressioni che me ne derivarono dal mondo degli adulti.

Quella mattina, a scuola, il maestro D’Alfonso notò con rammarico che mancavano parecchi alunni: era un Venerdì e la classe era più che dimezzata. Facemmo poco a scuola e il maestro ci fece notare che era una bella giornata autunnale, con un sole tiepido che indorava e riscaldava le fredde aule. In effetti non si avvertiva nemmeno la necessità di utilizzare la stufa a carbonella, che già da qualche giorno accendevamo per riscaldare le nostre mani e cercare di prevenire la sofferenza dei geloni che allora colpivano e tormentavano indistintamente tutti i bambini.

Verso le dieci il sole si nascose dietro una nuvola solitaria, ma non ci si fece caso più di tanto. Qualcuno notò che improvvisamente si era alzato il vento, ma anche questo fu considerato un fatto normale. Dopo un po’ altre nuvole nere coprirono il cielo, che ne fu completamente oscurato. Sembrava che dovesse piovere da un momento all’altro, ma caddero soltanto alcune gocce. I bambini eravamo un po’ preoccupati, ma anche contenti all’idea che in quelle circostanze difficilmente il maestro potesse assegnarci dei compiti, o, peggio, farci svolgere uno dei temutissimi esercizi di Analisi logica o di Aritmetica. Verso le undici però, all’improvviso, una strana luce giallognola riempì la nostra aula a pianterreno, una delle tante aule disseminate per il paese, al posto dell’edificio scolastico unico ancora considerato un lusso in quei tempi di ristrettezze. Un oh di meraviglia uscì dalla bocca di tutti noi, che istintivamente ci precipitammo alla finestra per cercare di capire l’origine di quella strana luce, mentre il maestro cercava inutilmente di farci ritornare ai nostri posti.

Il maestro D’Alfonso, il mitico maestro D’Alfonso, terrore degli alunni e al quale va la mia riconoscenza, per le tante cose che ho imparato sotto la sua guida. Quel giorno si arrese anche lui: cercò di tenerci calmi, di farci capire che quella strana luce gialla non era né tanto strana, né tanto gialla, ma fu tutto inutile. Avevamo paura. Dai discorsi degli adulti avevamo anche noi percepito qualcosa sulla imminente fine del mondo ed avevamo paura. Dopo un po’ alcune mamme si presentarono in classe per prelevare i figli ed il maestro non si oppose, anzi verso mezzogiorno decise di mandare tutti a casa e raccomandò ai pochi che eravamo rimasti di affrettarci sulla via del ritorno. Presi la mia pesante cartella e di buona lena mi diressi verso casa. Abitavo all’altro capo del paese e fui costretto ad attraversarlo quasi per intero.

Ad un crocicchio, all’uscita di una cantina, vidi Ciccio Larino, il più famoso ubriacone del paese. Zigzagava paurosamente, mentre la moglie cercava di tenerlo in piedi e di riportarlo a casa. Quel giorno Ciccio, per ubriacarsi, non aveva aspettato la sera, come era solito fare: aveva anticipato i tempi, nella paura che l’imminente fine del mondo potesse impedirgli l’ultima grande bevuta della sua vita. Mentre la moglie lo risospingeva verso casa, egli protestava ad alta voce, blaterando frasi sconnesse nelle quali si potevano distinguere solo alcune parole, “fine del mondo…ultima…ultima volta…mai più”.

Più in là incontrai Sandrino, un giovane buono e sempliciotto, con il quale ogni tanto mi intrattenevo, divertendomi anche a prenderlo in giro. Mi chiese dove fossi diretto così di fretta, perché tanto stava per arrivare la fine del mondo e saremmo morti tutti. Gli dissi che doveva cercare un riparo, che doveva mettersi in salvo. E lui, con il suo dire lento e strascicato, mi replicò:” Sì… sì, te la sai tu…vai, vai tu, che sei valente…Io non mi muovo. Se non c’è rimedio, perché preoccuparsi?... E se poi il rimedio c’è, perché preoccuparsi?”.

Il suo discorso forse non faceva una grinza, ma io avevo fretta di arrivare a casa e lo piantai in asso. Feci in tempo a vedere Mario Panza, tutto indaffarato a bussare alle porte dei vicini ed a chiedere notizie della figlia Luigina, che già allora aveva preso l’abitudine di sparire ogni tanto. Da lontano vidi mia madre che mi veniva incontro, mentre continue folate di vento le scompigliavano i capelli e lo scialle che teneva addosso. A casa trovai uno strano fermento. Franca, la donna di servizio che viveva con noi, mi abbracciò con trasporto e mi disse: “Zinnì,(così mi chiamava), non aver paura, ché ci sono io”. Ero il più piccolo di casa e forse proprio per questo ero trattato dagli altri con particolare affetto. I miei fratelli intanto guardavano all’insù attraverso i vetri della finestra e cercavano anche loro di capire il perché di quello strano chiarore giallastro.

Si pranzò di malavoglia quel giorno anche perché i nostri pensieri, se anche nessuno era disposto ad ammetterlo, erano tutti rivolti a quella benedetta o maledetta fine del mondo che sembrava preannunziarsi in modo cosi sinistro. Passarono le ore e solo dopo il tramonto quel chiarore giallastro si dissolse per lasciare il posto alle prime ombre della sera. Per le strade non si vedeva nessuno, perché tutti erano tappati in casa ad aspettare la mezzanotte. Anche gli animali erano partecipi della comune paura e sembravano spariti. Fritz, il nostro indimenticato e meraviglioso cane Fritz, se ne stava tutto mogio in un angolo, accanto al caminetto, e mugolava pietosamente. A sera mio padre, nel frattempo ritiratosi dalla campagna, cercò di risollevare inutilmente l’atmosfera triste che aleggiava intorno e durante la cena si consentì qualche battuta spiritosa, ma tutti i suoi tentativi caddero nel vuoto.

Si erano fatte le otto, poi le nove: mancavano solo tre ore alla fine del mondo. Tutt’intorno c’era un silenzio assoluto, interrotto soltanto dal sibilo del vento, che continuava a soffiare. Ad un certo punto si avvertì sulla strada un tramestio di passi, come di gente che si dirigesse in fretta da qualche parte. Mia madre si affacciò sulla porta per avere notizie, per capirci qualcosa, e delle donne in gruppo, con la corona del Rosario in mano, la invitarono ad andare con loro verso la piazza principale del paese, di fronte alla Chiesa madre. Quando mia madre ci comunicò la notizia, fu solo un attimo. Tutti, come se non aspettassimo altro, in fretta uscimmo di casa e, senza neppure richiudere l’uscio, ci accodammo. Man mano che avanzavamo, le file si ingrossavano e, quando arrivammo in piazza, ci si presentò davanti agli occhi uno spettacolo incredibile.

Centinaia di donne pregavano ad alta voce, imploravano la Madonna, piangevano. Uomini, che forse non avevano mai pregato in vita loro, in quelle ore si battevano il petto e recitavano il Rosario. Persone, che si erano sempre odiate nel corso della loro esistenza, stavano le une accanto alle altre, accomunate da un’unica paura e da un’unica speranza. Inimicizie secolari si erano improvvisamente dissolte. Ma non mancavano persone, per lo più uomini, che in un angolo della piazza pensavano a ben altre cose. Costoro avevano apparecchiato dei tavoli, ammonticchiandovi cibarie di ogni genere: vino, salsicce, soppressate, capicolli, formaggio pecorino, frutta. Molti, tra una preghiera e l’altra, andavano a rifocillarsi e tanti altri davano fondo alle loro capacità masticatorie per quella che, con tutta evidenza, consideravano l’ultima mangiata e l’ultima bevuta della loro vita.Verso le undici molti erano già avvinazzati e non mancavano di quelli che, ormai satolli ed incapaci di ingurgitare altro, si erano pure appisolati. La confusione, il tramestio, le voci biascicate, imploranti e preganti, le urla qualche volta, sembravano aver creato un’atmosfera da bolgia dantesca, ma, quando si appressò la mezzanotte, improvvisamente un silenzio spettrale ricoprì la piazza.

L’orologio della chiesa incominciò a battere i rintocchi. Uno, due, tre. Al sesto rintocco una voce solitaria implorò, gridando, il perdono di Dio. Sette, otto, nove, dieci, undici…dodici. Non era accaduto niente. Eravamo tutti lì a constatare che il mondo continuava come prima. Tutti piansero, gridarono, gioirono, si abbracciarono. Donne, che in vita loro non avevano mai baciato altro uomo, che non fosse il loro marito, si trovarono intrecciate e scambiarono baci con sconosciuti, con gente del popolo, con giovani invasati. Qualcun altro tirò fuori una fisarmonica e quelle stesse persone, che fino a poco prima si erano battute il petto ed avevano implorato la pietà divina, ora ballavano e si facevano trascinare dai ritmi giocosi di una tarantella.

Si ballò e si cantò a lungo quella notte, fino all’alba, mi pare di ricordare. Ricordo bene comunque, ed in maniera nitida, che il giorno successivo non si andò a scuola. Il mondo aveva rischiato di scomparire e, di fronte ad un fatto del genere, il maestro D’Alfonso poteva pure aspettare. La vita sarebbe continuata lo stesso ed avrebbe conservato il suo fascino, anche con qualche esercizio in meno di Analisi logica o di Aritmetica.

Ezio Scaramuzzino

Quei poveri studenti ostaggio del test misura-ignoranza di Giorgio Israel

Ho sotto gli occhi un quiz volto ad addestrare gli studenti all’analisi dei testi letterari a scuola. È un esempio tra i tantissimi, rappresentativo di una tendenza generale.
Si elencano cinque verbi che indicherebbero tutti un «modo di ridere», ovvero un unico stato psicologico che si differenzia soltanto per intensità: 1. Sbellicarsi dalle risate; 2. Sorridere; 3. Ridacchiare; 4. Ridere; 5. Sghignazzare. Si chiede di metterli in «ordine crescente di intensità». La risposta è: 2, 3, 4, 5, 1. In tal modo l’alunno acquisirebbe la «competenza» di distinguere le «sfumature di significato».

Il dramma è che esista la necessità di spiegare perché sia profondamente idiota ritenere che queste cinque manifestazioni siano differenziazioni di intensità di un unico stato psicologico. Chi ha proposto questo quiz evidentemente non ha mai sentito parlare di un «sorriso amaro», di un «sorriso di simpatia», di un «sorriso ironico», e anche di un «triste sorriso». Nessuna relazione necessaria col ridere che, a sua volta, può esprimere tante cose: allegria conviviale, una reazione al comico ma anche sarcasmo, derisione. E se forse quest’ultimo atteggiamento ha qualcosa a che fare con lo sghignazzare, anche lo sghignazzare ricopre una gran varietà di atteggiamenti specifici. Forse soltanto lo sbellicarsi dalle risate può essere considerato un’intensificazione del ridere; non certamente il ridere un’intensificazione del ridacchiare.

Fermiamoci qui per chiederci quali giovani s’intende formare con un simile avvilente appiattimento della ricchezza del linguaggio che trasforma l’interpretazione dei testi nella compilazione di ordinamenti numerici che in me, matematico, suscita un moto di antipatia per l’aritmetica. La risposta è: macchine rincretinite. E si noti che l’esempio proposto non è isolato, bensì tipico.

Nei test Invalsi proposti ai licei si usava un brano di un racconto di Mario Rigoni Stern, in cui una ragazza cadeva sugli sci davanti a un soldato, che la risollevava e poi le chiedeva scusa mentre lei riprendeva la discesa «indispettita e crucciata», come dirà dopo, «arrabbiata per quella stupida caduta». Perché - chiede il quiz - la ragazza se ne va senza dire grazie? Mettere la crocetta su una di queste risposte: A. È seccata dall’invadenza del militare; B. Si vergogna del proprio aspetto; C. È irritata con se stessa per essere caduta; D. Si è fatta male cadendo. Mettiamo la crocetta su C? E perché non anche su A, e non anche un poco su B? Perché il suo stato psicologico non può essere visto come una miscela dei tre e anche di qualcos altro? Quale competenza misura un test del genere a risposta chiusa? Nessuna. Chi ha risposto in maniera «esatta» può essere un perfetto imbecille mentre chi non trova una sola risposta può essere la persona più capace di cogliere la ricchezza e l’ambiguità dell’analisi psicologica proposta da un testo letterario di autentico valore.

Del resto, quando l’uso dei test travalica la verifica di semplici capacità minimali - ortografia, regole grammaticali di base, capacità di far di conto - è inevitabile che si cada in queste miserie.
Risalta in modo evidente come, nel discorso programmatico del presidente del Consiglio, mentre anche sulle scelte più rilevanti in materia economica si sia mantenuta una notevole dose di ambiguità e di approssimazione, su un punto soltanto è stato fornito un riferimento preciso: sull’uso dei test Invalsi per «identificare i fabbisogni» scolastici, identificare le «aree in ritardo» (rispetto a che?), al fine generale di accrescere «i livelli d’istruzione della forza lavoro» e per «valorizzare il capitale umano». Non si dica poi che il sospetto di tecnocrazia è malizioso. Per una scuola che sta perdendo l’anima - declinando sempre più verso lo stato di carrozzone tormentato dal dirigismo burocratico in cui le ultime preoccupazioni sono la cultura, i contenuti, la dignità dell’insegnante e la formazione di soggetti consapevoli e motivati - non si trova di meglio che parlare di «test», nella cornice di un linguaggio economicista, a base di «capitale umano», «forza lavoro», «fabbisogni» e «aree in ritardo»? Invece di capire che ciò di cui ha bisogno l’istruzione è soprattutto la motivazione profonda e la restituzione del «senso» della propria missione? Davvero malinconico.

21 novembre 2011

giovedì 10 novembre 2011

Dieci lire per Ciccillo (Racconto) di Ezio Scaramuzzino

Ciccillo partiva da Mesoraca verso l’alba, per poter arrivare di primo mattino in uno dei paesi del Marchesato. Ma la sua meta preferita era Scandale, che egli visitava almeno una volta al mese. Viaggiava a piedi Ciccillo, un po’ perché allora i mezzi di comunicazione erano scarsi, ma anche perché, se pure ci fossero stati, egli non aveva i soldi per pagarsi un biglietto e, se anche li avesse avuti, avrebbe certamente preferito risparmarseli, evitando un viaggio in autobus, che considerava decisamente un lusso riservato a ben altre persone. Nel viaggio egli percorreva scorciatoie e sentieri che conosceva bene e solo di tanto in tanto, nei brevi tratti in cui si trovava su una strada pubblica, si azzardava a chiedere un passaggio a qualche contadino alla guida di un carretto.

Quando il passaggio gli veniva accordato, montava in fretta e faceva la prima sosta al bivio Lenza, dove una sorta di osteria a buon mercato costituiva una prima tappa obbligata per tutti coloro che si trovassero ad attraversare quelle strade. Qui Ciccillo non perdeva tempo. Si dava un’occhiata intorno e, se erano presenti almeno due o tre persone, saliva subito su una sedia, richiamava l’attenzione dei presenti e incominciava a recitare filastrocche e scioglilingua che solo lui conosceva.

Alla fine della recita scendeva dal suo piedistallo e chiedeva dieci lire. “M’e ‘ddu’ dece lire?”, diceva, non con l’aria di chi chiede l’elemosina, ma con l’atteggiamento di chi chiede il giusto compenso per un’ esibizione artistica.

Poi, se gli era possibile, proseguiva il viaggio sul carretto e verso le otto era in paese. Si fermava anche qui in un’osteria, si faceva offrire un bicchiere di vino, quasi a voler ritemprare le forze, e poi andava incontro al suo pubblico. La notizia del suo arrivo si diffondeva in un attimo. “E’ arrivato Ciccilluzzo”, si dicevano tutti. C’erano centinaia di Ciccilli nella zona, ma Ciccilluzzo era solo lui, unico ed inconfondibile.

Ciccillo avanzava, nella strada principale del paese, alla testa di un corteo formato per lo più da monelli, che durante tutto il tragitto lo spernacchiavano e lo tormentavano crudelmente, tirandogli dietro ciottoli, tirandolo per la giacca o facendogli lo sgambetto per cercare di farlo cadere. Tra quei monelli allora c’ero anche io.

Ma Ciccillo era impavido: resisteva ad ogni offensiva e, un po’ barcollando, un po’ zigzagando per evitare le trappole, riusciva a raggiungere la sua meta, che poi era la piazza principale del paese. Qui qualcuno andava a prendere una sedia, alla quale Ciccillo si avvicinava facendosi largo tra la folla sghignazzante. Una volta salito, egli dava fondo alle sue qualità di attore, recitando il meglio del suo repertorio.

La gente non lesinava gli applausi e si infervorava sempre di più. L’attore, da quella sedia che costituiva il suo palcoscenico, assecondava gli umori del pubblico e non si faceva pregare nel soddisfare le richieste. Ciccillo si accalorava, gesticolava, sudava, parlava, straparlava, ma immancabilmente, prima o poi, in un modo o nell’altro, arrivava a quello che era unanimemente considerato il suo pezzo forte, il suo cavallo di battaglia, il suo capolavoro.

Quando lui stesso preannunziava che stava per eseguire "A fimmina culinuda", la gente improvvisamente rimaneva zitta, perché non una parola doveva essere persa. In questo silenzio Ciccillo prima si rischiarava la voce, poi si dava una manata sulla coscia, come per darsi il tempo, ed infine attaccava, su un ritmo di tarantella, una specie di strambotto.


E quant’ è bella ‘a fimmina culinuda,
parà ‘na casa senza ceramidi,
ammenz’’i gambi cià ‘na grutta scura,
ci guardi cu ricriu e nu ci vidi.

E quant’ è bellu l’ominu culinudu,
parà ra casa di nu cavaleru,
ammenz’’i gambii tena ‘n’armatura,
fa strazi di li fimmini chi vida.


Alla fine della recita la folla andava immancabilmente in delirio. Ciccillo dal suo palcoscenico ringraziava con un inchino, stando ben attento a non ruzzolare, e poi chiedeva dieci lire ad ogni persona di buon cuore del gentile pubblico. Qualche carogna gli rispondeva con il lancio di ortaggi, ma non mancavano quelli che le dieci lire gliele davano davvero, anche se si divertivano a lanciargliele sulla testa. Ciccillo non si perdeva d’animo: si piegava per terra e si intrufolava tra le gambe della gente per raccogliere quelle sudatissime offerte.

Durante la mia infanzia, non c’era ancora la televisione, del cinema si sentiva solo parlare e gli unici divertimenti possibili erano quelli procurati da qualche scassatissimo circo equestre di passaggio e da qualche compagnia di attori girovaghi napoletani, oppure quelli offerti da Ciccillo. Ma il circo e gli attori girovaghi capitavano una volta ogni tanto, mentre Ciccillo era quasi un ospite fisso nella vita lenta e sonnacchiosa del paese.

Passarono gli anni, tanti anni. In una calda Domenica di Giugno, mi ritrovai con alcuni amici a San Mauro Marchesato, in occasione della festa della Madonna del Soccorso, una delle più importanti e famose tra le tante feste religiose del circondario. Da Scandale eravamo andati a piedi, tanto era breve la distanza, e ci eravamo ritrovati davanti al santuario nel momento culminante delle celebrazioni. Il grande quadro con l’effigie della Madonna aveva appena iniziato il suo giro attraverso le strade del paese e, quando la folla cessò di sfilare, notai che ai due lati del portone d’ingresso del santuario due ciechi erano fermi a chiedere l’elemosina.

Uno dei due era di corporatura robusta, aveva occhiali neri, un cartello appeso al petto con la scritta "Cieco di guerra", un bastone nella mano destra, un cappello nella mano sinistra e chiedeva la carità con voce lamentosa e strascicata. L’altro, più gracile ed apparentemente più vecchio del primo, si limitava a protendere silenziosamente un piattino, sperando nella generosità dei passanti. Non aveva occhiali ed era possibile vedere che dalle sue orbite fuoriusciva un liquido giallastro, rappreso all’altezza degli zigomi.

La mia attenzione fu richiamata in particolare dal fatto che il primo cieco mal sopportava la presenza del secondo e lo invitava continuamente ad andarsene o almeno a spostarsi un po’ più lontano. Il secondo però oltre che cieco doveva essere anche sordo, perché proprio non ci sentiva da quell’orecchio e continuava imperterrito, senza profferire parola, a tenere il braccio teso con il piattino.

Ma fu un attimo: il primo cieco, che poi tanto cieco non doveva essere, prese una breve rincorsa, roteò il suo bastone e assestò con precisione una legnata sulla testa del rivale. Il quale barcollò un attimo e poi cadde per terra, mentre l’aggressore se la svignava, approfittando della ressa e della confusione.

Fui il primo ad accorrere ed a prestare soccorso al malcapitato. Riuscii anche a superare la mia istintiva repulsione per quel liquido giallastro che gli colava sul volto e lo sorressi, riuscendo a risollevarlo e a rimetterlo in piedi, mentre altre persone assistevano o collaboravano in qualche modo all’opera caritatevole. Egli si lamentava flebilmente per il colpo ricevuto e cercava di toccarsi con la mano una ficozza bluastra che già incominciava ad infiorare la sua testa calva. Mentre lo sorreggevo, vidi che anche sul didietro, lungo la gamba destra, gli colava quella secrezione giallastra che già aveva impiastricciato il suo volto. Notai che da una tasca posteriore penzolava un piccolo contenitore di plastica, che nella caduta si era spezzato in due e lasciava fuoriuscire qualcosa che con tutta evidenza si presentava come un miscuglio liquido di uova strapazzate. Poi mi soffermai a guardare bene il volto di quel “cieco” ed ebbi la netta impressione di averlo già visto da qualche parte, forse anche di conoscerlo.

Cercavo di far luce nella mia memoria, di ricordare dove e come l’avessi conosciuto, quando egli incominciò ad articolare le sue prime parole dopo la caduta e disse con chiarezza:“M’e ‘ddu’ dece lire?”. Era lui, era Ciccillo, invecchiato, malconcio, ancora più a mal partito rispetto a tanti anni prima, ma era lui, decisamente.

Erano passati tanti anni da allora, forse trenta. C’era stato il miracolo economico degli anni ’60 e poi c’era stata la crisi degli anni ‘70, che aveva impoverito tanta gente. In seguito c’era stata la ripresa degli anni ’80, la ripresa del periodo di Reagan, tanto per intenderci, ma Ciccillo tutte queste cose non le aveva mai sapute e certamente non le sapeva ancora. Egli continuava imperterrito a chiedere dieci lire, quelle dieci lire con le due spighe da una parte e l’aratro dall’altra, che ormai non venivano nemmeno più coniate ed erano sparite dalla circolazione.

Mi frugai nelle tasche e trovai una moneta di cinquecento lire. Gliela regalai con piacere, un po’ per ringraziarlo, seppur tardivamente, degli spassi che mi aveva procurato quando ero bambino, un po’ anche per chiedergli scusa delle tante afflizioni che gli avevo procurate allora, con gli altri monelli della mia età.

Ciccillo afferrò la moneta con un brusco movimento e si mise ad osservarla con gli occhi sgranati, con quegli stessi occhi che fino a qualche minuto prima egli aveva tenuti ostinatamente chiusi. Poi si allontanò, senza voltarsi, zoppicando leggermente e di tanto in tanto mettendosi una mano sulla ficozza, mentre con l’altra mano teneva stretto il suo piccolo tesoro.

Qualche anno fa, nel suo paese di origine, Ciccillo è morto durante una freddissima notte di Dicembre all’età di circa novanta anni. E’ morto in perfetta solitudine, come in perfetta solitudine era sempre vissuto. I vicini di casa, che vedevano da un paio di giorni l’uscio sempre chiuso, si erano insospettiti ed avevano dato l’allarme. I volontari della Misericordia, che sono andati a prelevarlo per provvedere alle esequie, lo hanno trovato completamente vestito ed infilato nel suo letto sotto una montagna di coperte. I suoi scarponi erano allineati davanti al letto e sul tavolo c’erano ancora gli avanzi della sua ultima cena di un paio di giorni prima: un pezzetto di pane, qualche oliva, una buccia di formaggio, una mezza cipolla, un bicchiere con residui di vino. Gli stessi volontari, mentre cercavano di raddrizzarlo per sistemarlo nella bara, hanno trovato in una tasca interna della sua giacca, strettamente legato con uno spago, un libretto di risparmio postale al portatore. Su di esso risultavano depositati 112.342,26 Euro a nome e per conto di Ierardi Francesco, nato a Mesoraca il 15 Gennaio 1911.
Ezio Scaramuzzino

domenica 25 settembre 2011

Polvere di stelle (Racconto) di Ezio Scaramuzzino

Renato Castellani

Un giorno di Aprile dei primi anni sessanta, qualcuno al Bar Centrale diede la notizia che entro qualche mese, a Scandale, sarebbe stato girato un film, Il brigante. Si trattava di un film sull’occupazione delle terre nell’immediato secondo dopoguerra, tratto da un bel romanzo di Giuseppe Berto.
L’attesa era spasmodica e ai primi di Giugno arrivarono i camion con le attrezzature, arrivarono i tecnici e soprattutto arrivò il regista del quale tanto si parlava, il famoso Renato Castellani, e poi gli attori protagonisti, Adelmo Di Fraia e Serena Vergano, due giovani promesse di cui si raccontavano mirabilia. Di Castellani già allora si diceva che fosse omosessuale, cosa non infrequente nel mondo del cinema, e qualcuno dava per sicuro che il giovane attore protagonista fosse il suo amante segreto, il che solleticava ulteriormente la curiosità della gente. Aiuto regista era un giovane con i baffetti, che calzava sempre degli stivali, con qualunque tempo, un certo Eriprando Visconti, del tutto sconosciuto, ma che ai più informati evocava il nome del grande Luchino Visconti, del quale in effetti il giovane era nipote, come si venne a sapere subito.
In una piazza fu allestito il set e la vita del piccolo paese fu sconvolta: c’era da passare il tempo e inoltre, cosa che non guastava, c’era da guadagnare qualche soldino, che avrebbe fatto comodo alle nostre tasche in perenne crisi di astinenza. La produzione, a quel che si diceva, pagava bene e molti venivano sottoposti a provini per qualche particina secondaria o, in alternativa, per le scene di massa, che si preannunziavano spettacolari e numerose.
L’anno scolastico intanto era giunto al termine ed anche io mi preparavo a lasciarmi coinvolgere da quell’avventura. L’incipiente consumismo non costringeva ancora la gente a partire per le vacanze e, se qualcuno aveva voglia di un po’ di mare, si limitava a scendere a Crotone per mezza giornata e a sistemare un ombrellone su un tratto di spiaggia libera. Il film si preannunziava come un interessante ed elettrizzante diversivo in un’estate che non sarebbe quindi trascorsa come tutte le altre che l’avevano preceduta.
Per la prima volta nella mia vita potei vedere come si girava un film, conoscere i trucchi del cinema ed assistere dal vivo alle riprese di quelle scene che fino ad allora avevo potuto guardare solo nel chiuso e nel buio di una sala cinematografica. Al mattino, verso le otto, ero già pronto a sistemarmi in una posizione comoda per assistere alle riprese. Conobbi le macchine della pioggia e le macchine del vento, con il lancio di terra davanti alle loro enormi pale per simulare la polvere delle strade. Conobbi il trucco di sistemare dei mortaretti in una traccia sotto terra per simulare i colpi dei mitra e delle pistole. Conobbi l’uso della salsa di pomodoro che simulava il sangue dei morti e dei feriti. Vidi, con mia grande meraviglia, che alcuni attori, quando dovevano dire qualcosa, si limitavano ad elencare dei numeri senza senso, perché il sonoro sarebbe poi stato montato a parte nel chiuso degli studi cinematografici. Assistetti alla ripresa di scene di massa, in cui i contadini del luogo si muovevano seguendo gli ordini impartiti dal regista attraverso un megafono.
Assistetti incantato alle riprese di alcune scene in cui recitava la giovane attrice protagonista, che interpretava il ruolo della donna del brigante, destinata a morire tragicamente nello scontro a fuoco finale con i carabinieri. Quella giovane attrice a me sembrava particolarmente brava e bella e per qualche tempo essa alimentò i miei sogni di adolescente. Immaginai di poter recitare anche io e per qualche tempo sperai che la fortuna, o il caso, mi consentisse di dire almeno qualche battuta davanti alla macchina da presa accanto a lei. Decisi di sottopormi a dei provini, ma fui inesorabilmente scartato, con mio grande rammarico.
Miglior fortuna riusciva ad avere nel frattempo il sarto Giovanni Parrilla, mio amico anche se alquanto più grande di me, che aveva avuto qualche esperienza di lavoro nella sartoria del Teatro alla Scala di Milano e che già da qualche tempo, per motivi di salute, era ritornato al paese, dove aveva aperto una sua bottega artigiana. Nei primi giorni di lavorazione si era offerto di collaborare con le maestranze e, richiesto di qualche ritocco ai costumi di scena, aveva saputo farsi apprezzare, tanto che il regista a un certo punto gli chiese di creare un intero costume da contadina, da far indossare alla protagonista nell’ultima e drammatica scena del film.
Un giorno Giovanni mi informò, quasi senza riuscire a contenersi per la gioia, che l’indomani Serena Vergano sarebbe venuta nella sua bottega per delle prove e per le misure del costume che lui avrebbe dovuto creare. Lo pregai, lo implorai quasi di farmi partecipare all’evento in qualche modo e lui, in nome della vecchia amicizia, mi assunse seduta stante come semplice aiutante, fornendomi le necessarie ed indispensabili istruzioni.
Il giorno dopo la Vergano, accompagnata da Renato Castellani, verso mezzogiorno faceva il suo ingresso nella bottega artigiana del mio amico. L’attrice, che era una ragazza piuttosto semplice e con atteggiamenti tutt’altro che da diva, non si perse in preamboli e, seguendo le istruzioni del regista, si spogliò subito, rimanendo in sottoveste.
Io avevo l’incarico di avvolgerle le spalle con degli scampoli di velluto, fino alla scelta di quello definitivo, che, su indicazione del sarto, il quale osservava un po’ discosto , avrei dovuto richiudere con una spilla da balia.
Ero emozionato ed un po’ incerto nei movimenti, ma riuscii a nascondere il mio segreto turbamento. Quando sarto e regista concordarono nella scelta della stoffa ed io fui invitato a bloccarla con la spilla, la Vergano, forse per una sua disattenzione, forse per consentire una migliore aderenza della stoffa sulle sue spalle nude, con un gesto improvviso lasciò cadere la sottoveste, che prima sembrò impigliarsi nelle dita della sua mano e poi, scivolando dolcemente lungo i fianchi, andò a posarsi ai suoi piedi, afflosciandosi inerte.
Risollevai lo sguardo, che aveva seguito le evoluzioni della sottoveste, e vidi il petto della ragazza, candidissimo, completamente nudo.
Dovevo richiudere la stoffa con la spilla, ma probabilmente mi misi ad armeggiare con imperizia ed in maniera disarticolata e convulsa. Si sentì solo un grido acutissimo e subito dopo si vide la Vergano coprirsi il seno con una mano, mentre alcune gocce di sangue gocciolavano tra le sue dita.
Mentre Castellani imprecava contro di me, lanciandomi una pedata che mi colpì di striscio, qualcuno provvide a portare di corsa l’attrice dal medico Mauro, che la curò, iniettandole un’antitetanica, disinfettando la ferita e applicandovi una garza e un cerotto.
Qualche giorno dopo si stava girando una scena di massa sotto una pioggia artificiale. C’era molta confusione sul set e Castellani impartiva ordini, gridando in un megafono con la sua vocetta stridula, come fosse spiritato. Mi avvicinai a lui, approfittando della confusione, e mi fermai alle sue spalle. Studiai le sue mosse e, come mi accorsi che stava prendendo la rincorsa per precipitarsi chissà dove, infilai il mio piedino destro in mezzo ai suoi.
Il famoso regista, che era un ometto basso e magro, fece dapprima una capriola su se stesso, riuscendo quasi miracolosamente a rimanere in piedi, ma poi perse definitivamente l’equilibrio, navigò scivolando per un paio di metri in un mare di fango e cadde bocconi, lungo disteso sulla strada.
Chi lo soccorse e lo stesso Castellani, quasi irriconoscibile per il fango limaccioso che gli ricopriva il volto, erano convinti che la caduta fosse da addebitarsi alla concitazione del momento. Io intanto, sgattaiolando tra la gente, riuscivo ad allontanarmi. Mi ero vendicato della mancata assunzione come figurante e, soprattutto, cosa che mi bruciava particolarmente, mi ero vendicato della pedata di qualche giorno prima. Eravamo pari, finalmente, anzi, forse, potevo anche mettere in conto un piccolo, ma significativo vantaggio su di lui.
Ezio Scaramuzzino