Tre condizioni sono necessarie per la felicità: essere imbecilli, essere egoisti e godere di buona salute. Ma, se manca la prima, tutto il resto è inutile. (Gustave Flaubert)
martedì 18 settembre 2012
lunedì 17 settembre 2012
giovedì 26 luglio 2012
Esami di maturità (Racconto) di Ezio Scaramuzzino
Per tanti anni il mio incubo
ricorrente sono stati gli esami di maturità. Sognavo di fare gli esami e poi,
quando andavo a vedere i risultati, mi accorgevo di essere stato bocciato.
Oppure mi trovavo allo sportello di qualche ufficio e l’impiegato mi chiedeva
il certificato. Lo cercavo e mi accorgevo che in realtà io non avevo mai
superato quegli esami. Qualche volta mi svegliavo, contento di constatare che
era stato solo un brutto sogno. In realtà gli esami di maturità sono stati
veramente una gran paura, forse una delle prime grandi paure della mia vita.
Fu il 1962 l’anno dei miei
esami: USA e URSS si minacciavano a vicenda durante la crisi di Cuba, l’Italia
giocava in Cile i mondiali di calcio e si faceva eliminare ingloriosamente, Gianni
Morandi cantava dicendo di andare a cento all’ora, nei cinema si proiettava Divorzio all’italiana di Pietro Germi.
Da tanti anni mi alzavo ogni
mattina alle sei , per prendere l’autobus che mi portava a Crotone al Liceo
Pitagora, e la cosa non mi era mai pesata più di tanto. Ma in terza Liceo i
miei stabilirono che non dovevo più
stancarmi, per poter arrivare fresco agli esami, e così mi misero a pensione
presso un’ anziana vedova, donna Veneranda, che ricordo ancora con affetto per
quanto era premurosa e gentile nei miei
confronti. Viveva sola in un piccolo e modesto
appartamento e mi accolse solo
perché conosceva mia madre e, a quel che capii, intendeva sdebitarsi per
qualche favore ricevuto ai tempi lontani della guerra. Lavorava sempre ai ferri e, quando mi vedeva
rientrare, mi invitava a fermarmi e poi incominciava a pormi delle
domande. Non mi chiedeva mai come
andassi a scuola. Voleva invece sapere
se il cibo che mi preparava era di mio gradimento, se dormivo bene la
notte, se sentivo freddo nella mia stanza e immancabilmente finiva col
chiedermi se ero “regolare di corpo”. La rassicuravo con un sorriso e lei si
sentiva tranquilla e soddisfatta.
Verso il mese di Febbraio pagai
anche io il mio tributo ad una prassi ormai consolidata ed indiscutibile: in
terza Liceo, per arrivare preparati agli esami, bisognava andare a scuola
privata. Mia madre mi chiese se avevo bisogno di qualche ripetizione e io le
dissi che non ne avvertivo alcuna necessità. Mi accorsi di averla delusa,
perché lei si sentiva in colpa se non poteva fare quel che tutte le famiglie
facevano. Per non deluderla ulteriormente, cercai di capire in quale materia
avrei comunque potuto giovarmi di qualche approfondimento e mi accorsi che in Fisica
qualcosa non mi era del tutto chiara. E così un paio di volte alla settimana mi
ritrovai insieme con altri venti ragazzi a seguire un corso pomeridiano di
Fisica presso un vecchio insegnante, brava persona, ma che non poté fare più di
tanto, perché, dato il numero elevato di partecipanti, le lezioni pomeridiane
si risolsero in una stanca ripetizione delle lezioni mattutine.
Poi, verso la fine di Maggio,
iniziò un altro rito tribale: quello delle raccomandazioni. Allora, come oggi,
come sempre in Italia, non si andava agli esami senza una qualche
raccomandazione. Anche i miei, come in tante famiglie, come in tutte le
famiglie, mi chiesero se avevo bisogno di qualche raccomandazione e io risposi
semplicemente e banalmente che non ne avevo bisogno. Mi accorsi che si
sentirono tutti rinfrancati, perché, nonostante tutto, nonostante la
disponibilità, la mia era una famiglia semplice, dove si avvertiva
profondamente il disagio di un’azione riprovevole, che avrebbe comportato
umiliazioni e sotterfugi.
E finalmente venne il giorno
degli esami. Si facevano allora quattro
prove scritte, Italiano, Latino-Italiano, Italiano-Latino, Greco-Italiano. A distanza di tanti anni ricordo ancora la
traccia del tema d’Italiano: Il sentimento dell’infinito nella poesia
leopardiana. Svolsi il tema con passione e con grande intensità emotiva,
perché Leopardi era, come sarebbe stato, il poeta della mia vita. Rilessi il
tema tante volte, prima della consegna, tanto che, arrivato a casa, riuscii a
trascriverlo senza alcuna difficoltà:semplicemente l’avevo imparato a memoria.
La versione dal Latino era un brano di Tacito, che ormai non viene più dato
agli esami di maturità, perché considerato un autore troppo difficile.
Dall’Italiano in Latino traducemmo un pensiero di Guicciardini e dal Greco un
brano di Polibio, particolarmente ostico.
Agli
orali si portava tutto il programma dell’ultimo anno, oltre a parti di
programma dei due anni precedenti, con interrogazioni nelle singole materie. In
Italiano, ad esempio, fui interrogato solo sull’Inferno, che avevo
studiato in prima Liceo, invece che sul Paradiso, che avevo studiato in
terza.
La notte prima degli esami, sia
scritti sia orali, non andai al cinema, perché al mio paese c’era un solo
cinema, che ogni tanto rimaneva chiuso a
tempo indeterminato; non andai a spassarmela con una ragazza, perché il costume
del tempo, almeno nei paesi, non consentiva un simile spasso; non andai in giro
con l’auto, perché non possedevo
un’auto; non cercai di avere qualche dritta sulle tracce navigando in Internet,
perché allora, semplicemente, non esisteva Internet e non esistevano nemmeno i computer; mi limitai a studiare e a
ripassare per l’ennesima volta il programma d’esame. Allora era normale essere
bocciati alla maturità, anche a Settembre, agli esami di riparazione, ed era
considerato normale anche ripetere l’esame due o tre volte.
In seguito, anche
all’Università, mi è spesso capitato di perdere l’appetito per due o tre giorni
prima di un esame, ma quella volta, prima della Maturità, credo di aver avuto
difficoltà con il cibo per almeno una settimana. Ricordo in particolare che la
mattina degli orali, poco prima di essere chiamato, ebbi un conato di vomito,
che mi costrinse a rifugiarmi in un bagno, dove riuscii ad eliminare solo della
schiuma biancastra, l’unica cosa rimasta nel mio stomaco sconvolto.
L’esame andò bene. Avevo fatto delle buone prove
scritte e all’orale, che si svolgeva in due fasi, gli esaminatori, dopo le
prime domande, cui risposi con disinvoltura, incominciarono a chiedermi
argomenti fuori programma, perché avevano voglia di rompere la monotonia delle domande
ricorrenti. La novità destò l’attenzione
di alcuni ragazzi, che si avvicinarono
al tavolo degli esami, spinti dalla curiosità e dalla voglia di fare quasi il
tifo. Fui interrogato sui miei gusti musicali e cinematografici e finii col
divertirmi anche io. Ma, appena uscito, fui costretto a correre un’altra volta
in bagno, anche se per motivi diversi da quelli della prima volta.
La tensione dell’esame si era
sciolta e mi sentivo ormai tranquillo e rilassato, ma, assieme alla tensione
dell’esame, si era sciolta anche la tensione che fino a quel momento aveva
inesorabilmente bloccato la mia povera vescica, ormai libera di reclamare i suoi
diritti. Mi misi quasi a correre verso un bagno e alla svolta di un corridoio
travolsi rovinosamente il Preside Bellusci, che non ero riuscito ad evitare. Il mitico Preside Francesco Bellusci,
che con la sua “cara e buona imagine paterna” aveva accompagnato generazioni di
studenti del Liceo Pitagora di Crotone verso il traguardo degli esami di
maturità. In tanti anni non lo avevo mai sentito imprecare, ma quella volta,
nel mentre mi rialzavo da terra dove entrambi eravamo finiti, feci in tempo a
sentire la sua voce baritonale e arrochita dal fumo che gridava “Minerale!”,
come egli era solito chiamare gli studenti scavezzacollo.
Senza preoccuparmi di lui,
ripresi a correre a precipizio ed infilai per la fretta un
vicino bagno femminile, incrociando una ragazza, che mi guardò allarmata. Non richiusi nemmeno la porta. Mi
sentivo felice finalmente. Forse più per la liberazione della mia vescica, che
per la liberazione dalle mie paure e per
l’esame felicemente superato.
Ezio Scaramuzzino
martedì 12 giugno 2012
Guerra di sarti(Racconto) di Ezio Scaramuzzino
Negli anni Cinquanta e Sessanta c’erano al mio
paese solo due sarti, Candido Morigi e Giulio Correale, miei parenti e anche
parenti tra di loro, seppure alla lontana. I due si guardavano in cagnesco,
nonostante la parentela, certo per motivi di concorrenza, ma anche perché molto
diversi di carattere. Un po’ chiuso e introverso il primo, estroverso e gioviale
il secondo. Entrambi sposati e con figli, ed il secondo ne aveva una nidiata,
sopravvivevano alla meno peggio, cucendo qualche vestito nuovo per Natale e per
Pasqua e per il resto dell’anno limitandosi a qualche piccolo lavoro di
riparazione o rivoltando qualche cappotto e qualche giacca. Anche nel modo di
lavorare erano diversi. Metodico e tradizionale Candido, sempre rintracciabile
nella sua bottega artigiana e puntuale nelle consegne, piuttosto eccentrico
Giulio, che si concedeva un qualche tocco di originalità nelle sue
creazioni e che lavorava in modo
irregolare e soprattutto quando non era distolto da altri impegni più importanti. Entrambi avevano imparato il
mestiere da bambini, frequentando le
botteghe di altri sarti, ed anche loro tenevano a bottega un nugolo di
mocciosi, che avrebbero dovuto imparare il mestiere, mentre in realtà erano
tenuti lì dai genitori solo perché si
sentissero impegnati a fare qualcosa, nelle lunghe ore del pomeriggio, libero
da incombenze scolastiche.
Anche io, da bambino, frequentai la bottega di Candido
Morigi, ma solo per qualche mese e fino a quando non mi convinsi che a me, di
fare il sarto da grande, importava poco o niente. Abbandonai la bottega senza
alcun rimpianto, felice di poter dedicare i miei pomeriggi alla lettura dei
libri che tanto amavo, ma soprattutto inconsapevole del fatto che di lì a
qualche tempo le vicende della vita mi avrebbero un’altra volta coinvolto nel
mondo dei sarti e delle sartorie.
I due sarti
continuavano intanto a lavorare ed il loro duopolio sembrava destinato a
durare per decenni, anche se il lavoro diventava sempre più precario, perché
incominciavano a spuntare dovunque i negozi di moda pronta e anche a Scandale,
chi voleva un capo nuovo trovava molto più comodo andare a Crotone e rifornirsi
da Capuano o da Macirella.
Passarono gli anni e una mattina di Aprile di tanti anni
fa, tra una partita e l’altra di Terziglio, apparve al Bar Centrale Giovanni Parrilla, trentenne, che non vedevo
da qualche tempo, perché era emigrato a Milano. Eravamo stati amici una volta,
nonostante la differenza di età, e, quando mi vide seduto sulla veranda a
guardare annoiato la piazza circostante, venne a sedermi vicino, con
spontaneità e naturalezza, quasi a voler riprendere un discorso interrotto. Mi
raccontò che a Milano aveva lavorato nella sartoria del Teatro alla Scala, dove inizialmente era stato assunto con
umilissime mansioni, riuscendo però ad imparare benissimo il mestiere ed a
farsi apprezzare dalle maestranze. Da qualche anno però aveva dei problemi all’apparato
respiratorio ed i medici gli avevano sconsigliato l’aria di Milano, inducendolo
quindi a ritornare al paese natio, dove aveva intenzione di aprire una bottega
artigiana e continuarvi la sua attività di sarto per uomo e per donna.
Giovanni non impiegò molto ad affermarsi, tanto che
i due vecchi sarti, che prima si detestavano cordialmente, non tardarono a
capire che dovevano allearsi contro il “Milanese”, così i due lo chiamavano per
dileggio, se volevano avere qualche speranza di sopravvivere. Ma ogni alleanza
fu vana: il nuovo arrivato spopolò, grazie soprattutto alle signore, che pregustavano
il piacere proibito di farsi manipolare da un giovane sarto piuttosto che da
una delle vecchie sarte di paese. Inoltre egli non aveva esitato a praticare
prezzi stracciati, tanto da riuscire concorrenziale perfino rispetto ai nuovi
magazzini di moda pronta. Il “Milanese” aveva decisamente successo ed il coronamento di tale successo fu
il suo fidanzamento con Luisa, la figlia un po’ attempata di uno dei benestanti
del paese, che, una volta resasi conto che stava per rimanere zitella, aveva
deciso di ripiegare su Giovanni, accettandone le discrete, ma molto
interessate profferte amorose.
Anche io un giorno varcai la porta della sartoria
di Giovanni. Non ci tenevo a farmi confezionare un vestito da lui, anche perché
non volevo guastare i rapporti di parentela, che mi legavano a Candido e a
Giulio, ma finii col cedere alle sue insistenze.
Appena varcai la soglia, Giovanni interruppe ogni
altra incombenza e si dedicò a me. Mi fece scegliere un modello su un catalogo,
decise lui il tipo e la qualità della stoffa, mi prese le misure e poi,
riprendendo a lavorare, mi intrattenne sugli ultimi accadimenti della sua vita,
informandomi in particolare sul suo recente fidanzamento. Notai che la sartoria
era piuttosto modesta: un unico vano, piuttosto ampio, ma che era diviso in due
parti disuguali da un grande tramezzo dietro il quale, evidentemente, i
clienti, ma soprattutto le clienti, potevano spogliarsi per i necessari cambi
d’abito. Avvicinatomi al tramezzo, notai che in un angolo era stato praticato
un foro, non molto ampio, ma che dava la possibilità di sbirciare, senza essere
visti. Non potei fare a meno di pensare, conoscendo Giovanni, su quanti glutei
e quanti fianchi debordanti egli avesse posato lo sguardo attraverso quel foro.
Notai anche una porta laterale, attraverso la quale sentivo provenire una voce
di donna e quella cinguettante di alcuni bambini. Mi spiegò che quella donna
era la padrona di casa, una delle tre fornaie del paese, che arrotondava le sue
entrate con il modesto ricavato di quella stanza in affitto.
Conoscevo quella donna, come conoscevo le altre due
fornaie del paese, un po’ perché nei paesi ci si conosce un po’ tutti, ma soprattutto perché le
fornaie allora, dalle nostre parti, erano conosciute ed apprezzate per delle
qualità particolari. Non ho mai saputo o capito per quale motivo o in virtù di
quali antiche consuetudini ciò avvenisse, ma le fornaie non si limitavano a produrre
e a sfornare un pane fragrante e
saporitissimo, ma si consideravano ed erano da tutti considerate le uniche
donne veramente “libere” del paese. Era normale che chi praticava quel mestiere
avesse figli ottenuti con uomini diversi:
la cosa non costituiva scandalo ed era considerata nell’ordine delle cose
naturali, come il sole che sorge al mattino o la pioggia che bagna i prati.
Chiesi a Giovanni se anche lui avesse deciso di
contribuire alla riproduzione della specie con quella donna ed egli mi confidò
che non solo era caduto nella tresca, ma che non sapeva come uscirne fuori. Mi
scongiurò di non dire niente in giro e mi salutò con un abbraccio. Ma non ci fu
bisogno che io parlassi. In vece mia parlava, in maniera fin troppo eloquente,
la pancia della fornaia, che di lì a
qualche mese prese ad aumentare di volume, un po’ come la pasta levitata
che lei utilizzava per preparare il pane. Nel paese non si parlava molto di
quella gravidanza, considerata quasi
ovvia e naturale, ma ne incominciarono a parlare con insistenza i due vecchi
sarti, i quali, senza dimostrare alcuna incertezza, ne indicavano l’origine nel
loro giovane rivale e non tralasciavano di informarne con ricchezza di particolari la sua
promessa sposa .
Un giorno di Luglio mi trovavo nella bottega di
Giovanni. Ero andato a provare dei pantaloni di lino, che egli aveva voluto
cucirmi senza essere pagato e solo, diceva, in nome della nostra vecchia
amicizia. Avevo già provato i pantaloni, li avevo riposti su una corda che
fungeva da appendiabiti e mi apprestavo
a rivestirmi. Improvvisamente si sentì un colpo secco all’uscio: le due ante si
aprirono con violenza ed apparve nella stanza Luisa, che afferrò al volo un
forbicione e si diresse risoluta verso il fidanzato. Giovanni non seppe far di
meglio che saltare da una finestra fortunatamente aperta per il caldo e sparì
nel vuoto. Restavo io che ero come
inebetito di fronte alla furia della donna e mi ritrovavo ancora bloccato,
con una gamba già infilata nei pantaloni ed una gamba fuori. La donna,
lanciandosi come un toro inferocito, riversò la sua furia verso di me, gridando
che io ero complice delle malefatte del fidanzato e puntandomi col forbicione.
Feci appena in tempo a svegliarmi dal mio torpore ed a spostarmi con uno scarto improvviso,
nonostante fossi ostacolato dai pantaloni che ancora reggevo con una mano.
Arretrando, feci un capitombolo su me stesso e finii riverso sul pavimento. Ero
riuscito ad evitare il colpo di Luisa,
ma non riuscii ad impedire che lei, trascinata dalla sua rincorsa, centrasse
con le forbici proprio i miei nuovi pantaloni di lino appesi alla corda e li
bucasse da parte a parte.
Dopo un po’ apparvero sull’uscio anche Candido Morigi e Giulio Correale,
che certamente non si trovavano lì per caso. Sorreggevano Giovanni, che
avevano raccolto ammaccato e sanguinante
sotto la finestra, e lo adagiarono su una poltrona. Mi accorsi che, nel far
questo, non mancavano di dare qualche strattonata supplementare e qualche
calcetto non richiesto negli stinchi del malcapitato, provocandone altre
sofferenze ed altri lamenti. I due poi si dedicarono a Luisa, che riuscirono a
calmare e a riportare via.
Infine restammo soli io e Giovanni: lui che continuava a lamentarsi
delle ammaccature e dei dolori che avvertiva in tutto il corpo, io, ancora
mezzo nudo e steso per terra, che non riuscivo ad infilare quei benedetti
pantaloni. Poi mi avvicinai a lui e
cercai di consolarlo. In fondo non ci potevamo lamentare: alla fin fine
io ci avevo rimesso solo un paio di pantaloni nuovi e lui ci aveva rimesso solo
una fidanzata. Poteva anche andare peggio.
Ezio Scaramuzzino
Ezio Scaramuzzino
martedì 29 maggio 2012
Bozzetto di paese(Racconto) di Ezio Scaramuzzino
Bozzetto di paese
Tra i giuochi della mia
fanciullezza c’era quello d’ “u vettu e ra squigghia”, oggi del tutto scomparso
e sostituito da ben altri giochi e passatempi. A quel che ne so, il giuoco ha
tanti nomi diversi nei vari dialetti, come “lippa” o “scianco”, ed era anche praticato
con un’infinità di regole diverse. Al mio paese si giocava con due legni, di
cui uno più lungo, il vettu, e l’altro più corto e appuntito sui due lati, la
squigghia. Si scavava per terra una piccola fossa lunga e stretta, dove si
poneva la squigghia, che veniva fatta rimbalzare e colpita in aria con il
vettu, allo scopo di farla andare il più lontano possibile. Vinceva chi mandava
la squigghia più lontano degli altri. Ma c’erano alcune varianti e soprattutto
esso era molto pericoloso. Quella squigghia spesso volteggiava in modo
inaspettato e non era infrequente che cadesse sulla testa di qualcuno, ma anche
il vettu faceva la sua parte, perché era spesso maneggiato in modo maldestro e
tante volte, invece di colpire la squigghia, colpiva la testa di qualche
malcapitato, quando non sfuggiva dalle mani di qualcuno, con esiti del tutto
imprevisti.
In genere, proprio per evitare
incidenti agli estranei, si andava a giocare su una collinetta fuori paese,il “timpone”, oggi deturpata
dalla speculazione edilizia, ma allora ricoperta interamente di ulivi. Tra i
rami di quelle piante spesso finiva col
posarsi la squigghia, che poi cercavamo di recuperare con un fitto
lancio di pietre e con qualche pericolo supplementare per le nostre teste.
Allora i bambini erano spesso
rasati a zero, forse per motivi di prevenzione, perché i pidocchi non erano
degli animaletti del tutto sconosciuti nelle aule scolastiche, ma anche per
motivi economici, perché così si poteva maggiormente diluire nel tempo il
successivo taglio di capelli. In quelle circostanze, i bambini esibivano le
cicatrici sulla testa come dei trofei di
guerra e non era da escludersi che qualcuno, che si fosse trovato con la testa
completamente liscia, se ne vergognasse un pochino.
Ogni tanto, dopo l’uscita da
scuola, specie in inverno quando le giornate erano corte e al pomeriggio
non si aveva molto tempo a disposizione,
non disdegnavamo di fare una partitella veloce, anche per strada o addirittura
nella piazzetta principale del paese. Le strade erano in terra battuta ed era facile scavare la
fossetta di partenza per la squigghia. Le auto erano rare e, quando se ne
vedeva qualcuna, ci si fermava per un po’. Più frequenti erano gli asini, ma in
quel caso ci si limitava solo a qualche precauzione, consapevoli del fatto che
gli asini, abituati alle legnate dei contadini, probabilmente non avrebbero
fatto caso all’eventuale colpo della squigghia. Qualche volta passavano greggi
di capre o di pecore, di ritorno dalla campagna, e allora l’interruzione era
lunga, perché in quel caso bisognava anche aspettare che si diradasse il
polverone suscitato da centinaia di animali, chiaramente non disposti a
sollevare le zampe per consentirci di riprendere subito il giuoco.
Se poi passava qualche persona, ci
si regolava di volta in volta, a seconda
della suscettibilità e della pericolosità degli interessati. Quando passava nonna Betta, c’era poco da scegliere:
ad evitare guai, bisognava solo smettere. Nonna Betta era una simpatica
vecchietta di circa ottanta anni, vispa e incline a scherzare un po’ con tutti,
ma che non sopportava in alcun modo gli schiamazzi e gli strilli dei bambini. Sembrava
farlo apposta: non appena si accorgeva che noi stavamo giocando nello spiazzo
antistante la cappelletta di San Leonardo, appariva sulla porta di casa e noi
ci facevamo subito un cenno d’intesa. Poi, lentamente e con apparente
noncuranza, andava a fermarsi proprio sulla fossetta della squigghia, che lei
ricopriva completamente con la sua gonna
larga a campana e lunga fino ai piedi. Non si moveva da lì e allora qualcuno,
impaziente di riprendere il giuoco, infilava una mano sotto la sua gonna per
riprendere la squigghia, che però risultava quasi sempre bagnata, mentre la
fossetta a terra era inumidita o ripiena di un liquido giallastro chiaramente
identificabile.
Con tanta pazienza provvedevamo a
creare un’altra squigghia e a scavare un’altra fossetta. Ma, dopo un po’, lei
abbandonava la sua postazione e, come nel gioco dei Quattro cantoni, si posizionava
sulla nuova fossetta e sulla nuova squigghia, che provvedeva subito ad irrorare
con il contenuto di quella che a noi
appariva come una vescica gigantesca ed inesauribile. Il giochino poteva
essere ripetuto all’infinito, perché evidentemente nonna Betta aveva
un’incredibile capacità di immagazzinamento, di controllo e di distribuzione diretta
e senza ostacoli dei suoi liquidi, talché il più delle volte decidevamo
di ritirarci, pur con qualche imprecazione, rinviando il tutto a momenti più
fortunati.
Si giocava così al tempo della
mia fanciullezza, in modo semplice e con giuochi costruiti interamente da noi
stessi. Non si pretendeva molto dalla
vita e si era felici quando si poteva giocare
e si poteva trascorrere qualche ora in modo spensierato. Ma qualche
volta i problemi nascevano e comportavano spiacevoli conseguenze.
In un giorno particolarmente
rigido di Dicembre, le fontanelle pubbliche erano ghiacciate e presentavano al posto
dell’acqua delle strane stalattiti
che consentivano ai bambini un insolito
passatempo. Anche lungo le strade, là dove una volta si formavano delle pozze
d’acqua, si vedevano delle incredibili lastre di ghiaccio, ma questo non ci
aveva impedito, all’uscita da scuola, di dedicarci un po’ al nostro giuoco preferito. Quando
arrivò il mio turno di battuta, dopo aver fatto rimbalzare la squigghia,
riuscii a colpirla con precisione. Il
legnetto volteggiò nell’aria, favorito anche dal leggero vento di tramontana,
poi, con una parabola morbida e sinuosa, roteò su se stesso e sembrò finalmente
volersi posare per terra. Ma finì su una lastra di ghiaccio, schizzò un’altra
volta in aria e ultimò la sua rincorsa su una finestra della bottega artigiana
di mastro Eugenio, calzolaio, che
proprio dietro quella finestra stava dando gli ultimi colpi di martello ad una
scarpa che aveva appena finito di aggiustare.
Un sordo rumore di vetri infranti
fu l’ultima cosa che sentimmo, perché, già un attimo dopo, tutti eravamo
scappati via e la strada si presentava incredibilmente e misteriosamente deserta. Ma mastro Eugenio
non impiegò molto a sapere quel che era successo e soprattutto chi era il
colpevole. Lo capii un paio d’ore dopo, quando mi decisi a rientrare a casa, cercando
di assumere un atteggiamento che avrebbe voluto essere disinvolto. Mia madre,
come talvolta faceva in circostanze del genere, me le diede di santa ragione. Incominciai
a covare un sordo rancore nei confronti di quell’omino basso e spelacchiato,
che oltre tutto aveva preteso anche la riparazione del danno, cosa che, in quei
tempi di ristrettezze, non era senza conseguenze per i bilanci familiari.
Qualche giorno dopo, quando il
mio rancore era ancora ben lontano dall’essere sopito, sul far della sera, vidi
mastro Eugenio che aveva chiuso la bottega e si apprestava al ritorno a casa.
Nascosto dietro un muretto, tirai fuori la fionda che portavo sempre con me, la
caricai con un bel ciottolo, presi la mira e lanciai. Forse mai in precedenza
mi era riuscito un tiro migliore. Il ciottolo si diresse inesorabile verso il
bersaglio, ma sfiorò soltanto la testa di mastro Eugenio, colpendo in pieno il
bel Borsalino nero che egli portava sulla capoccia, certo per difendersi dal
freddo, ma soprattutto per nascondere la calvizie, che molto lo angustiava. Il
calzolaio sentì solo il soffio del ciottolo che l’aveva sfiorato, ma vide il
suo cappello rotolare nel fango e fece una rincorsa per recuperarlo. Gridò
disperato, quando vide che il suo bel Borsalino nero e ancora nuovo, che aveva
comprato solo qualche giorno prima a Crotone da Macirella, pagandolo ben
tremila Lire, orbene quel Borsalino presentava sulla parte posteriore un ampio strappo,
che l’aveva irrimediabilmente rovinato. Poi si girò attorno, per cercare di
capire quel che era successo, da dove era arrivato quel ciottolo, ma non vide
nulla: la strada era deserta e poco si poteva distinguere nelle ombre della sera.
Mastro Eugenio andò a protestare
un’altra volta a casa mia, ma questa volta non aveva prove e soprattutto non
aveva testimoni. Mio padre lo cacciò fuori di casa in malo modo e questo fu
solo l’inizio di una lunga serie di incomprensioni, e talvolta di litigi, che
alla fine sfociarono in una vera e
propria inimicizia, che in seguito avrebbe caratterizzato i rapporti tra le due famiglie.
Non so se mastro Eugenio si
rassegnò mai alla perdita del suo Borsalino nuovo. Qualche tempo dopo, mentre
ero intento a gustare per strada dei “crustoli” natalizi, mi sentii afferrare
dalla collottola. Era lui. Mi venne l’istinto di scappare, ma lui non mollò la
presa con le sue mani che odoravano di sego e di cuoio, mi tranquillizzò sulle
sue intenzioni e mi disse: “Senti! Tu puoi giocare quanto vuoi con la squigghia
o con la fionda, ma di questo a me non
interessa proprio niente. A me non interessa niente neppure del cappello.
L’unica cosa che mi sta a cuore è quella di non passare per fesso e io non
voglio passare per fesso e non voglio
stare con questo rovello che mi frulla continuamente nella testa. Tu mi devi
solo dire se sei stato tu a bucare il mio Borsalino e poi
ti lascio andare, amici come prima. Perciò, guardami negli occhi e
dimmelo. Sei stato tu?”
Fui costretto a deglutire a vuoto
prima di rispondere. Poi inghiottii il “crustolo” che avevo ancora in bocca e,
quando finalmente mi sentii tranquillo e libero di rispondere, avevo già preso
una decisione sulla risposta. Riuscii a guardarlo negli occhi e gli dissi: “Mi
dispiace, mastro Eugenio, ma non sono stato io e non so chi è stato. Mi
dispiace”. Mastro Eugenio mi strattonò un poco, poi mollò la presa e si allontanò,
sbraitando: “Tutti uguali questi ragazzi di oggi, tutti, tutti uguali. Ma non è
ancora finita! Tutti uguali, tutti…”.
Ezio Scaramuzzino
Ezio Scaramuzzino
lunedì 23 aprile 2012
Gli anni perduti (Racconto) di Ezio Scaramuzzino
Sono al paese, che
non rivedo da un po’ di tempo. Non mi è facile trovare un posteggio, cosa una
volta facilissima. Giro tutt’intorno, in lungo e in largo, e alla fine trovo un angolino in piazza Oberdan, di
fianco alla colonnina del carburante, dove una volta le auto si fermavano a
fare il pieno con un paio di migliaia di Lire. Gaetano Citriniti, il gestore, interrompeva ogni altra
attività del suo multiforme esercizio commerciale ed accorreva ogni volta che
qualche autista impaziente lo chiamava a colpi di clacson. Ricordo le risate
tra amici, quando qualcuno raccontava del contadino che, vista per la prima
volta quella colonnina che misurava il carburante con delle lancette, si fermò
a regolare il suo orologio. Ora Gaetano non c’è più, anche la pompa di benzina
sembra abbandonata ed è chiusa anche la porta di quella sua cantina, dove una
volta tanti paesani andavano a bere un bicchiere di vino, magari con un rametto
di sedano che faceva capolino da una delle tasche della giacca.
Fa molto caldo e il
sole picchia in maniera inclemente sulle persone e sulle cose. Ho bisogno di un
po’ d’ombra e mi dirigo sul lato opposto della piazza, sulla veranda, dove una
volta era l’ingresso del Bar Centrale. In quel bar, ancora ragazzo, ho giocato
le mie prime partite di Terziglio e, insieme con gli amici di un tempo, ho dato
alimento ai primi sogni della mia vita. Lì ho conosciuto alcune persone, che
ricordo ancora con gratitudine e simpatia, come l’avvocato Giuseppe Barca o il truffatore Cesarino Moncalvo. Lì ho trascorso una parte della mia
giovinezza ad osservare il passeggio sulla piazza antistante o a scambiare
quattro chiacchiere con Gigi Paparo, il proprietario del bar. Gigi
gestiva contemporaneamente il bar ed un negozio di alimentari posto sul retro e
correva da una parte all’altra, sempre con una biro appoggiata sull’orecchio
destro, che afferrava velocemente per
fare conti e riponeva subito dopo in miracoloso equilibrio. Quando c’erano
pochi avventori ed il lavoro era ridotto al minimo, Gigi ne approfittava per
leggere la sua immancabile ed amata Domenica
del Corriere, che teneva sempre al suo fianco e che metteva a disposizione
dei clienti solo quando usciva il nuovo numero. Ricordo ancora con affetto
Gigi, che sarebbe scomparso prematuramente, lasciando nel dolore la moglie e i
tre figli.
Sulla veranda non ci
sono più le sedie e i tavolini di un tempo e la porta di ingresso è
malinconicamente chiusa. Mi siedo all’ombra sul marciapiede antistante e
osservo da lontano, sul lato opposto della piazza, le finestre e la porta
chiusa del Bar Sportivo. Solo l’insegna in alto, scolpita in cemento, ricorda
che lì c’era un altro ritrovo di noi giovani, che vi andavamo a giocare al
flipper o al calcio balilla. Il gestore era un giovane come noi, Gaetano, e passava più tempo con noi a
giocare, che dietro il bancone a servire i rari clienti. Si giocava molto al
flipper allora e il premio per il vincitore dei vari tornei era quasi sempre
una piccola torta Fiesta, che vinsi più di una volta, suddividendola poi con
gli amici e bevendoci sopra un bicchiere di birra. Gaetano un giorno, assunto
come vigile urbano, avrebbe cessato di fare il barman, preferendo giustamente
lo stipendio modesto, ma sicuro, alla fine del mese, piuttosto che gli incassi
aleatori della sua attività commerciale.
Mi alzo e mi incammino lungo viale Puccini, la strada
della mia fanciullezza. Su quella strada abitavano i Garieri, i De Biase, i Tallarico. Vedo venirmi incontro Peppe Coriale, detto “’U Zaré”. Faccio un rapido
calcolo e penso che dovrebbe essere ultracentenario , mentre la sua immagine
sembra essersi fermata al tempo di
quando io ero bambino. Mi sorride e io ricordo di quando, ragazzo, sotto un
grande albero posto di fronte casa mia, in Estate, gli leggevo la novella di Mazzarò e lui ascoltava incantato ed affascinato. E
non si stancava mai e mi chiedeva di leggergli e raccontargli ancora una volta
la novella di Mazzarò, che da uomo povero e miserabile era finito col diventare
il padrone di tutto il paese. Questa volta però Peppe non mi chiede di
raccontargli ancora una volta quella storia. Mi tocca sulle braccia, come se
volesse controllare la mia consistenza, poi si limita ad accennare un saluto
con la mano e infine, silenziosamente, scivola via. Mi giro indietro a seguire
con lo sguardo il suo cammino e non lo vedo più, come se si fosse dissolto nella nebbia del tempo.
Arrivo allo spiazzo
antistante la cappelletta di San Leonardo. Nella luce accecante del primo
pomeriggio ho l’impressione di vedere sull’uscio di casa Nonna Betta, vispa e incline a scherzare un po’
con tutti, ma che non sopportava in alcun modo gli schiamazzi e gli strilli dei
bambini. Quante storie con lei e quante fughe, quando ci inseguiva con la scopa e ci costringeva ad
interrompere i nostri giochi! Altri tempi e altri trastulli, quelli della mia
fanciullezza, quando ci bastava poco per essere felici e un semplice ramo
appuntito bastava a farci sentire invincibili come Zorro. Costruivamo degli aquiloni
ritagliando la carta dei giornali, che poi incollavamo con farina e acqua.
Eppure quegli aquiloni, incredibilmente pesanti, volavano e si libravano in
aria leggeri come farfalle: forse erano sospinti in alto dai nostri desideri di fanciulli che si
affacciavano alla vita. Mi volto a
guardare ancora nonna Betta, ma l’uscio è deserto e ho l’impressione di
avvertire soltanto il cigolio lamentoso di
un’anta che sembra richiudersi su se stessa.
Sulla sinistra, ad una
biforcazione, c’è un viale che porta all’edificio scolastico, dove tanti anni
fa ho mosso i primi passi di insegnante. Non opero alcuna scelta nel decidere
la mia direzione e muovo i miei passi
verso quel viale. Non so perché succeda: forse sono alla ricerca della mia
identità perduta, forse voglio solo recuperare le ombre e i fantasmi di una
vita che non c’è più. Sollevo gli occhi e vedo una signora che mi sorride e mi
saluta. Qualche piccola ruga che increspa il suo volto non mi impedisce di
riconoscerla:è Marilù. Mi prende
sottobraccio e mi invita dolcemente a
ritornare indietro. Vorrei farle tante domande, chiederle dove si trova, dirle
che l’ho ricordata a lungo, ma mi accorgo che un pizzico di emozione, ancora
dopo tanti anni, mi rende impreparato e incredulo. Camminando, ci guardiamo in
silenzio: lei è ancora bella, come una volta, come in quella Primavera di tanti
anni fa, quando entrambi eravamo meravigliati della nostra felicità e
procedevamo insieme, senza sapere e senza preoccuparci di quello che la vita ci
avrebbe riservato. Quando ci fermiamo, Marilù si stacca dolcemente dal mio
braccio, mi accarezza il volto, continua a sorridere, si allontana e infine
sembra dissolversi, ombra tra le ombre. Non la vedo più.
Affronto una leggera
salita, quella che porta verso la strada
Nazionale. Ho voglia di fermarmi un pochino e mi appoggio ai tubi e al muretto
basso dove una volta, in Estate, ascoltavamo tutti insieme le avventure
dell’avvocato Barca. Vedo arrivare in
lontananza Romano, Romano Cizza, e ho un tuffo al cuore. Quanti
giorni della nostra vita abbiamo trascorso insieme! Quanti ricordi! Caro
Romano! Come è possibile che tu sia qui? Viene con decisione verso di me e,
quando mi è accanto, gli chiedo degli altri. Gli dico che ogni tanto vedo Totò al paese, ma gli altri, gli altri certo,
Ciccio e Nino Simbari, Ciccio Rizzuto, e Totò Rizzuto, “il capitano” come lo chiamavamo, e
Leonardo e Mimmo, e tutti gli altri, dove sono?
Eravamo partiti insieme, quasi tenendoci
per mano, per affrontare meglio le tempeste e poi ci siamo persi, lungo le
strade e i sentieri della vita. Romano mi sorride mestamente, ma non parla e si
avvia da solo lungo la strada. Istintivamente mi viene voglia di seguirlo, per
fargli altre domande, per chiedergli se ha qualche rimpianto, qualche
desiderio. Vorrei anche chiedergli se ha
qualche segreto da svelarmi ora che, nella sua condizione, avrà
certamente capito il senso della vita e ancora se si trova bene dove si trova. Romano si
gira improvvisamente, mette un dito sulle labbra, come per suggerirmi il
silenzio, e con la mano mi fa chiaramente capire che non debbo seguirlo.
Avverto un senso di
smarrimento e di vertigine e, mentre mi appoggio ai tubi del muretto basso,
chiudo strettamente gli occhi. Li riapro con fatica, perché la luce del sole
intorno è ancora abbagliante, e vedo che accanto a me c’è un bambino. Avrà sei
o sette anni quel bambino e mi guarda con l’atteggiamento di un monello di
strada, quasi con un senso di sfida. Poi mi fa marameo con la mano sinistra,
puntando il pollice sul suo nasino affusolato e con la destra accenna un
saluto. Lo osservo con attenzione: ha i capelli castani, qualche ricciolo in
testa, le guance paffute, dei pantaloncini
sporchi di sabbia, un ginocchio sbucciato, una fionda che fa capolino
dalla tasca posteriore.”Mi riconosci?”, mi chiede. Gli rispondo gentilmente
che, purtroppo, non so chi sia. E lui ancora: “Possibile che non mi
riconosci?”. Lo guardo ancora e noto che sulla palpebra sinistra ha una piccola
cicatrice, quasi impercettibile. E allora lo riconosco: è lui, giunto fino a me
attraverso i sentieri del tempo e dello
spazio. Allungo una mano e gli scompiglio affettuosamente i capelli, lo
accarezzo, prendo la sua piccola mano.
Vorrei tanto
trattenerlo con me, perché l’ho tanto cercato. Ma in lontananza appare una
giovane donna e mi accorgo che ci sta
osservando. Una strana ed improvvisa folata le scompiglia i capelli che
ondeggiano al vento. Lei si aggiusta i capelli e con una voce dolcissima chiama
a lungo: ”Ezioooooo…”. Rivedo in un attimo, come in un flashback, la mia vita,
gli anni perduti. Il bambino lascia dolcemente la mia mano. “Debbo andare”, mi
dice. Poi se ne va e si dirige verso quella giovane donna, porgendole la sua
piccola mano. Entrambi si avviano, si girano indietro per l’ultima volta, come
per un ultimo saluto, poi si allontanano e spariscono nel nulla.
Ezio Scaramuzzino
Ezio Scaramuzzino
martedì 3 aprile 2012
La guerra dei fuochi (Racconto) di Ezio Scaramuzzino
La guerra dei fuochi
Il 19 marzo, festa di San Giuseppe, al paese ogni rione
accendeva il fuoco, ma i preparativi
incominciavano qualche giorno prima. Nel rione Colla, che era il mio,
soprattutto i bambini eravamo in fermento da almeno una settimana. Bisognava
raccogliere legna e frasche, in abbondanza, perché era considerato vergognoso
approntarne uno modesto e ancora più
vergognoso risultare l’ultimo rione nella classifica dei falò. All’uscita da
scuola, tutti i bambini ci ritrovavamo insieme a scorazzare in lungo e in largo
sulle colline dei dintorni. Raccoglievamo sterpaglie e cespugli e non disdegnavamo di spezzare rami e talvolta
di abbattere modesti alberelli che con la loro presenza avevano contribuito a
spezzare l’aridità di quelle lande desolate. Anche gli adulti e le donne spesso
davano una mano, per il prestigio del rione e con la segreta speranza che il
proprio fuoco alla fine sarebbe durato più degli altri, oltre a risultare il
più bello e il più grande. Verso l’ora
del tramonto si potevano vedere lunghe file
di persone che ritornavano in paese portando a spalla fascine di legna. Tutto veniva poi depositato in
luoghi preposti, dove si formavano cataste che crescevano a vista d’occhio,
giorno dopo giorno.
Ma non finiva qui.
Dopo aver depositato la legna, erano necessari dei turni di guardia, anche
durante la notte, perché era considerato lecito rubare quella degli altri, se
rimaneva incustodita, e non era ritenuto vergognoso rimediare botte in
eventuali tentativi di furto andati a male. Ovviamente per questi compiti di sorveglianza
si facevano avanti sempre i ragazzi più robusti, i quali, oltre a dar prova di
coraggio, consideravano un onore il poter difendere in tal modo la “proprietà”
ed il buon nome del rione. Si formava ogni anno una vera e propria classifica.
Franco, mio cugino, era il capo riconosciuto dei sorveglianti: era lui a
distribuire responsabilità e turni di guardia. In tale classifica io mi ero
rassegnato ad occupare sempre uno degli ultimi posti. Ero più piccolo d’età e poi
ero gracile e scarsamente incline alla violenza, tanto che, le poche volte che
facevo a botte, riuscivo sempre ad avere la peggio ed a ritornarmene a casa
piangendo. Ma non potevo rifiutare i turni di guardia e
quando Franco, che pure spesso mi risparmiava qualche compito particolarmente
gravoso, mi assegnò il turno della
vigilia, non battei ciglio ed accettai. Avevo un po’ di timore, perché in
quella notte le cataste di legna erano
al massimo e richiedevano grande attenzione, ma
con me c’erano anche Franco ed Albertino, un altro ragazzo che non gli
era da meno.
Quella sera, dopo la cena, dissi chiaramente che durante la
notte avrei sorvegliato la legna di San
Giuseppe. Mia madre non si oppose, ma mi obbligò a infilare un altro maglione
sopra quello che normalmente portavo, mi procurò un berretto di lana e si
limitò a darmi qualche consiglio, raccomandandomi soprattutto di trovare un
buon riparo e di non prendere troppo freddo. Verso le 11 mi ritrovai con Franco
e Albertino a dare il cambio al turno precedente. Su un fianco della catasta
era stata ricavata una sorta di grotta, nella quale ci mettemmo al riparo,
mentre le frasche tutte attorno ci proteggevano un pochino dal freddo della
notte. Albertino aveva portato una grossa pila, rimediata chissà dove, che
tenevamo accesa per far sapere ad eventuali “visitatori” che “noi c’eravamo”. Parlammo
a lungo quella notte, per evitare di addormentarci e Franco ci intrattenne con
storie di fantasmi e di morti, che contribuirono non poco a tenerci svegli. Verso
le tre del mattino, la pila, ormai esaurita, si spense, mentre Franco ed Albertino, che avevano cessato di lottare contro il sonno, si erano
addormentati. Io cercavo ostinatamente di tenere gli occhi aperti e ci riuscivo
solo perché ero rimasto abbastanza scosso dai racconti di Franco.
In questo dormiveglia credetti di sentire, anzi sentii
distintamente un rumore attutito di passi. Poi sentii delle voci sommesse e non
mi ci volle molto a capire che c’erano dei “visitatori”. Senza gridare, diedi
uno strattone ai miei due compagni e li svegliai subito. In silenzio
sgattaiolammo fuori della grotta e vedemmo
un gruppo di ragazzi, riconosciuti
distintamente come provenienti dal rione Chiano, che stavano portando via legna
e frasche. Erano cinque o sei quei ragazzi ed erano capeggiati da Salvatore Drappi,
autentica ira di Dio e famoso per quanto
era considerato pericoloso:bastava la sua presenza per tenere alla larga dal
suo rione tutti gli altri ragazzi del paese, che, quando lo vedevano da
lontano, a volte preferivano perfino cambiare
strada. Ma quella sera Salvatore non ci fece paura. Sarà stata l’incoscienza, ma ci mettemmo a
gridare e ci lanciammo a corpo morto contro quei ragazzi, che in un primo
momento presero a lottare per difendere quel che avevano rubato, ma poi, ad un
fischio lanciato da Salvatore, abbandonarono tutto e se la diedero a gambe. Eravamo
esausti, ma felici per essere riusciti a sventare il colpo, e stavamo riportando indietro la legna
trafugata, quando mi accorsi di avvertire una strana sensazione di calore sul
volto. Mi toccai con una mano e mi accorsi che il mio volto era pieno di
sangue, anzi capii quasi con terrore che da un occhio non ci vedevo più.
Mi misi a correre verso casa, mentre Franco e Albertino mi
correvano dietro. Caddi perché non ci vedevo bene, poi mi rialzai e ripresi a
correre, ma caddi un’altra volta e
allora quei due, piangendo, mi sollevarono, mi presero in braccio e mi portarono fino a casa. Quando mia madre,
svegliata dalle grida e dai pianti, vide il mio volto lordo di terra e di
sangue, lanciò un grido lungo e straziante, che mi sarebbe rimasto nel cuore
per il resto della vita. Fui portato a braccia, di notte, dal medico Mauro, che
per noi del paese allora era tutto. Egli era il
medico, il chirurgo, il farmacista, ma era anche un padre, una madre,
uno zio affettuoso, al quale ricorrere per ogni esigenza. Il medico non si
spazientì quella notte, per essere stato svegliato a quell’ora:con calma e
premura mi ripulì il volto e vide che sulla palpebra sinistra avevo una ferita,
da cui sgorgavano numerose gocce di sangue. Mi suturò la ferita ed io non emisi
neppure il più piccolo lamento, tanto ero atterrito.
La sera successiva, gli altri ragazzi accesero il fuoco di
San Giuseppe. Dopo circa mezz’ora arrivai anche io, con una benda che mi
ricopriva la sutura, ma mi fasciava anche la testa, come un turbante. Tutti avevano saputo degli
incidenti della notte e mi osservavano con curiosità. E io avanzavo e giravo
intorno al fuoco con lentezza, quasi volessi assaporare intensamente il mio
momento di gloria. Guardavo a mia
volta gli altri e mi veniva voglia di
dire che, se essi avevano potuto accendere il fuoco e godere delle sue fiamme e
del suo calore, lo dovevano a me, che avevo lottato per quel fuoco e per quelle
fiamme. Poi vidi il gruppo dei miei compagni tutti assieme, in piedi e stranamente silenziosi: mi sentivo come un
generale che passa in rassegna le sue truppe. Ma fu un attimo. Tutti insieme,
gridando, corsero verso di me e mi abbracciarono. Poi ci unimmo ai cori delle donne che invocavano San Giuseppe:
San Giuseppi, mastro d’ascia, chi facia
tavuti e casci, li facia senza dibruni , San Giuseppi ni pirduna.
E nu m’indi vaiu di ccà, si la grazza nun mi
fa,e fammilla, Madonna mia, chi ‘ndaiu ‘na grandi necessità.
Qualcuno ballava, accompagnato dalla fisarmonica di Silvio Scalise, considerato
allora al paese insuperato ed insuperabile fisarmonicista, mentre altri
pensavano ad alimentare il fuoco. Ad un
certo punto arrivò il convito, cioè un pentolone di pasta e ceci, accompagnato
da altre cibarie: era il culmine della
festa. A distanza di tanti anni, ricordo ancora quella pasta e quei ceci, così
squisiti, così gustosi, che non avrei mai più mangiato per il resto della vita.
Poi a gruppi ci si spostava nei vari rioni, per vedere i fuochi degli altri,
per mangiucchiare qualcosa e alla fine compilare quella classifica ideale, che
non vedeva vincenti e perdenti, ma tutti ci accomunava nel gioco della vita,
dove ogni cosa era semplice e dove tutti
in fondo erano felici, magari senza saperlo. Verso mezzanotte i fuochi si
spegnevano. Qualche vecchietta raccoglieva in un secchio un po’ di braci da
portare a casa, qualche ragazzo provava a camminare sulla cenere, che
incominciava ad essere sollevata e dispersa dal vento. Alla fine anche i
ritardatari decidevano di ritirarsi e anche io, tra gli ultimi, rientravo a casa. Quella
sera, mentre cercavo di addormentarmi, sentii
il canto di un viandante solitario e quel canto, allontanandosi lungo le strade e i sentieri, moriva a poco a
poco. Sentii una stretta al cuore.
Ezio Scaramuzzino
Ezio Scaramuzzino
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