mercoledì 14 novembre 2012

Plenilunio(Racconto) di Guy de Maupassant



Plenilunio

Portava bene il suo nome battagliero, don Marignan. Era un sacerdote alto e magro, fanatico, di animo retto ma in continua esaltazione. La sua fede era salda, senza oscillazioni. Era sinceramente convinto di conoscere il suo Dio, di capirne i disegni, le volontà, le intenzioni.
Talvolta, mentre passeggiava a gran passi lungo il vialetto del suo piccolo presbiterio di campagna, gli nasceva nella mente una domanda:«Perché Dio ha fatto questo?». Cercava, con ostinazione, mettendosi nei panni di Dio, e finiva quasi sempre col trovare la risposta. Non era lui la persona da mormorare, in uno slancio di pia umiltà:«Signore, i vostri disegni sono impenetrabili...». Diceva tra sé:«Sono il servo di Dio, quindi devo sapere i motivi delle sue azioni, e prevenirli se non li so».
In natura tutto gli appariva creato secondo una logica assoluta ed ammirevole. Domande e risposte si equilibravano sempre: l'alba esisteva perché il risveglio fosse allegro, le giornate perché le biade maturassero, le serate per preparare al sonno e le notti buie per dormire.
Le quattro stagioni coincidevano con tutte le necessità dell'agricoltura; mai lo avrebbe sfiorato il sospetto che la natura non abbia intenzioni, che tutto ciò che vive si sia dovuto piegare alle dure necessità delle epoche, dei climi, della materia.
Odiava la donna, inconsciamente, la disprezzava per istinto. Spesso ripeteva le parole di Gesù Cristo:«Donna, che v'è tra me e te?», aggiungendo:«Si direbbe che anche Dio sia scontento di questa sua opera». Per lui la donna era proprio la fanciulla dodici volte impura di cui parla il poeta. Era il tentatore che aveva trascinato al peccato il primo uomo e seguitava nella sua opera di dannazione; l'essere debole, pericoloso, che misteriosamente turba. E più ancora del loro corpo, abisso di perdizione, odiava il loro animo amoroso.
Aveva sentito spesso il loro amore riversarglisi addosso, e benché fosse sicuro d'essere inattaccabile, lo faceva andare in bestia quel bisogno di amare che sentiva fremere continuamente in esse.
Secondo lui Dio aveva creato la donna soltanto per tentare l'uomo e metterlo alla prova. Ci si doveva accostare a lei con cautele difensive, temendola come una trappola. E difatti ella era come una trappola, con le sue braccia tese e le labbra dischiuse verso l'uomo.
Era indulgente con le suore, perché i voti le avevano rese innocue; ma nonostante questo le trattava con durezza, perché sentiva sempre vivo, in fondo a quei loro cuori incatenati ed umiliati, l'eterno amore che giungeva fino a lui, benché fosse prete. Lo sentiva nei loro sguardi, più intrisi di pietà degli sguardi dei monaci, nelle loro estasi in cui si mischiava il sesso nei loro slanci verso Cristo, che lo indignavano perché si accorgeva che quello era amor di donna, amor carnale; sentiva quel maledetto amore anche nella loro docilità, nella dolcezza della voce quando gli parlavano, nei loro occhi bassi, nelle loro lacrime rassegnate quando le rimproverava con durezza.
Quando usciva dal convento scrollava la sottana e se ne andava svelto svelto, come se fuggisse un pericolo.
Aveva una nipote che viveva con la madre in una casetta vicino a lui. S'era ficcato in capo di farla diventare suora di carità.
Era graziosa, spensierata, allegra. Quando lo zio le faceva la predica, rideva: quand'egli si offendeva con lei, lo abbracciava di slancio, stringendoselo al cuore, mentre lui senza volere cercava di svincolarsi da quell'abbraccio che gli faceva godere una dolce gioia, risvegliando in lui quel senso della paternità che dorme in tutti gli uomini.
Le parlava spesso di Dio, del suo Dio, quando camminavano insieme nei sentieri in mezzo ai campi. Lei non lo ascoltava e guardava il cielo, le erbe, i fiori, con una tale felicità di vivere che le sprizzava dallo sguardo. Ogni tanto si slanciava ad acchiappare un insetto e quando l'aveva preso gridava: - Ma guarda, zio, com'è carino, mi viene voglia di baciarlo... - Quel bisogno di baciare le mosche o dei fiori irritava e sconvolgeva il sacerdote, che vi ritrovava una volta di più l'insopprimibile amore che germina sempre nel cuore femminile.
Un giorno la moglie del sagrestano, che gli sbrigava le faccende di casa, gli venne a dire con una certa cautela che la sua nipote aveva l'innamorato.
Provò un turbamento terribile, restò col fiato sospeso, col viso tutto insaponato, perché si stava facendo la barba.
Quando si riprese e poté riflettere e parlare esclamò:
- Non è vero, Mélanie; questa è una bugia!
La contadina si posò una mano sul cuore:
- Che il Signore mi fulmini se dico una bugia, signor curato. Vi dico che si vedono tutte le sere, dopo che la vostra sorella è andata a letto. Si trovano al fiume. Se volete vederli andateci, dalle dieci a mezzanotte.
L'abate smise di grattarsi il mento e cominciò a passeggiare furiosamente, come faceva quand'era oppresso da gravi pensieri. Quando volle ricominciare a radersi si tagliò tre volte, dal naso fino all'orecchio.
Restò taciturno per tutta la giornata, pieno d'indignazione e di collera. Al suo furore di sacerdote davanti all'invincibile amore si aggiungeva l'esasperazione del padre morale, del tutore, del reggitore d'anima, ingannato, derubato, preso in giro da una ragazzina; l'egoistica sensazione dei genitori ai quali una fanciulla annuncia che senza di loro e malgrado loro, ha scelto il suo sposo.
Dopo cena si sforzò di leggere un po', ma non ci riuscì; e la sua furia cresceva. Quando suonarono le dieci prese il bastone, un enorme bastone di quercia che usava sempre nelle sue uscite notturne, quando andava da qualche malato. Sorridendo guardò il grosso randello, col suo solido pugno di campagnolo gli fece fare dei minacciosi mulinelli. Ad un tratto lo alzò, e digrignando i denti lo fece piombare su una seggiola la cui spalliera, spezzata, cadde sul pavimento.
Aprì la porta e si fermò sulla soglia, sorpreso dallo splendore del plenilunio, tale che di rado capitava di vederlo.
E poiché la sua mente era eccitabile, come dovevano averla quei poeti sognatori dei padri della Chiesa, egli fu subito distratto e commosso dalla grandiosa e serena bellezza della pallida notte.
Nel suo giardinetto immerso in quella dolce luce, gli alberi da frutta allineati disegnavano sul viale, con l'ombra, le loro gracili membra di legno appena rivestito di foglie; e il caprifoglio gigante arrampicato sul muro della casa esalava un olezzo delizioso, come zuccherino, facendo ondeggiare nell'aria tiepida e limpida della sera una sorta di anima profumata.
Respirò profondamente, bevendo l'aria come gli ubriachi bevono il vino, e cominciò a camminare a passi lenti, meravigliato, estasiato, quasi dimentico della nipote.
Appena fu in aperta campagna, si fermò per contemplare la pianura inondata da quella luce carezzevole, immersa nell'incantesimo languido e dolce delle notti serene. I rospi, senza interruzione, lanciavano nell'aria il loro verso corto e metallico, e gli usignoli lontani mischiavano la loro musica che fa sognare senza pensare, musica lieve e vibrante fatta per i baci, alla seduzione del plenilunio.
Don Marignan riprese a camminare, sentendosi quasi mancare senza motivo. Era come improvvisamente indebolito, stremato; aveva voglia di mettersi seduto e di star fermo a contemplare, ad ammirare Dio attraverso la sua opera.
In fondo, seguendo le ondulazioni del fiumicello, serpeggiava una lunga fila di pioppi. Un vapore fine e bianco, solcato, tinto d'argento e reso lucente dai raggi della luna, era sospeso intorno e sulle sponde avviluppando il corso tortuoso dell'acqua con una specie di ovatta leggera e trasparente.
Il sacerdote si fermò un'altra volta, pervaso da una commozione crescente ed irresistibile.
Lo prese un dubbio, una vaga inquietudine; sorgeva in lui una di quelle domande che talvolta si poneva.
Perché Dio aveva fatto tutto ciò? Se la notte è destinata al sonno, all'incoscienza, al riposo, all'oblio di tutto, perché farla più bella del giorno, più dolce dell'alba e della sera; e perché quell'astro lento e incantevole, più poetico del sole, che pare destinato, per la sua discrezione, a illuminare cose troppo delicate e misteriose per la luce del sole, perché rendeva le tenebre così trasparenti?
Perché il più bravo degli uccelli cantori non si riposava come gli altri e gorgheggiava nell'ombra inquietante?
Perché quel mezzo velo gettato sul mondo? Perché quei brividi nel cuore, quella commozione nell'anima, quel languore della carne?
Perché un tale sfoggio di seduzioni, che gli uomini non potevano vedere, se dormivano nei loro letti? A chi era destinato un così sublime spettacolo, una simile abbondanza di poesia gettata dal cielo sulla terra?
Don Marignan non capiva.
Ed ecco che in fondo alla prateria, sotto la volta di alberi bagnati di nebbia lucente, apparvero due esseri che camminavano stretti.
L'uomo era più alto, teneva per la spalla la sua compagna e ogni tanto la baciava sulla fronte. Essi animarono d'un tratto l'immobile paesaggio che li circondava come una divina cornice fatta apposta per loro. Parevano un essere solo, a cui quella notte calma e silenziosa fosse destinata; e camminavano in direzione del sacerdote come una vivente risposta, la risposta che il suo Signore dava alle sue domande.
Il sacerdote restò immobile, col cuore che gli batteva forte sconvolto; gli pareva di assistere ad una scena biblica, come gli amori di Ruth e Booz, al compiersi della volontà divina in mezzo a uno di quegli scenari grandiosi di cui parlano i sacri libri. Cominciarono a ronzargli per il capo i versetti del Cantico dei Cantici, le grida ardenti, i richiami dei corpi, tutta la calda poesia del poema ardente d'amore.
«Forse Dio ha creato queste notti per velare con l'ideale gli amori degli uomini», disse tra sé.
E indietreggiò davanti alla coppia allacciata che seguitava a camminare. Eppure era la sua nipote; ma si chiedeva se non avrebbe disubbidito a Dio. Dio non permette l'amore, se lo circonda d'un simile splendore?
Fuggì smarrito, quasi vergognandosi, come se fosse penetrato in un tempio nel quale non aveva diritto d'entrare. 

martedì 9 ottobre 2012

Io e la montagna(Racconto) di Ezio Scaramuzzino



Sono nato e ho vissuto i primi trent' anni della mia vita in un paese di collina, dal quale era possibile scorgere in lontananza il mare Ionio e sul lato opposto, ancora più in lontananza, i monti della Sila. Quelle colline, dove  mi divertivo a fare lunghe corse con i miei compagni di gioco e  spesso  a rincorrere lucertole e talvolta a piazzare trappole per uccelli, erano per lo più scabre, tranne che per qualche uliveto che qua e là punteggiava il paesaggio. Da bambino pensavo che tutto il mondo fosse simile al mio mondo  e quindi ero convinto che i paesaggi di tutti i paesi, di tutti i luoghi abitati del mondo, presentassero colline scabre e macchie di uliveti.
Quando all’età di sei anni circa vidi da vicino la  Sila, ospite di una mia zia che colà villeggiava, rimasi incantato soprattutto dalle infinite distese dei pini. Già durante il viaggio  in macchina avevo osservato incredulo quegli alberi che non finivano di scorrere davanti ai miei occhi ed avevo chiesto a mia madre perché il Signore avesse fatto crescere lì tutti quegli alberi e non ne avesse piantati anche sulle nostre colline. Poi mi destò qualche perplessità il fatto che quei grandi alberi non producessero un frutto sostanzioso, a parte quei pinoli poco appariscenti  e difficili da sbucciare, il che me li faceva apparire belli e maestosi, ma tutto sommato inutili. Nella civiltà contadina e patriarcale le piante e la terra dovevano servire soprattutto a produrre frutti ed a sfamare la gente, non  a produrre foglie e fiori, che erano  belli, ma  non riempivano la pancia. Vissi quella vacanza in Sila come un sogno  ad occhi aperti, che mi consentì di conoscere da presso quegli alberi maestosi, sotto i quali mi trovai a correre e a giocare insieme con le mie cuginette.
In seguito e per molti anni ancora, durante tutta la mia fanciullezza, le mie escursioni in Sila si ridussero al giorno della Pasquetta. Sembrava quasi un rito allora. Intere famiglie, che spesso si allargavano a tutto il parentado,  alle prime luci dell’alba partivano con le auto piene della immancabile pasta al forno e di altre cibarie. La montagna, che per il resto dell’anno  sembrava essersi addormentata, quel giorno si svegliava in un rumore assordante di auto e di voci, che creavano un clima di festa invitante e contagioso. Si girava in lungo e in largo e poi, verso l’una, si sceglieva   il posto per il pranzo. Che doveva essere rigorosamente nei pressi di un ruscello, sotto un pino secolare e possibilmente con lo sfondo di un lago.
Le donne stendevano  le tovaglie, apparecchiavano, tutti si sdraiavano rigorosamente sull’erba e si dava inizio al pranzo. Il vino scorreva a fiumi e per tutti gli uomini e i ragazzi era un punto d’onore essere o apparire, se non proprio ubriachi, almeno brilli. A una certa ora saltava fuori una chitarra o una fisarmonica, si cantava e si facevano quattro salti. Verso l’ora del tramonto ci si preparava al ritorno e soprattutto si coglieva un rametto di pino da sistemare sul cofano: al paese il rametto sarebbe stato il segno distintivo dei “Silaioti”, di quelli cioè che erano andati in Sila per la Pasquetta.
Le vicende della vita mi indussero poi a lasciare il mio paese e a stabilirmi a Crotone, in una città di mare, anzi in una casa proprio di fronte al mare. Ma quei monti, quei pini, quei paesaggi, che spesso d’inverno apparivano imbiancati di neve, mi erano rimasti nel cuore. Con i primi soldi guadagnati, pensai a comprare anche io, come tanti, una casetta in montagna.
La Sila non era più quella della mia fanciullezza: discutibili villaggi turistici e improbabili condominî nelle più importanti località avevano favorito un turismo di massa, che riversava sulle montagne frotte di villeggianti. Anche io nei weekend portavo la mia famiglia in montagna: speravo che nascesse un amore per  quei luoghi. Ma l’innamoramento fu lento e contrastato fino ad interrompersi del tutto quando le mie figlie, ormai adolescenti, mi dissero chiaramente che in montagna non volevano più andarci. Avevo sperato che imparassero a sciare, ma erano rimaste ai primi rudimenti dello sci, facendo comunque meglio di me, che non ero mai andato al di là di un copertone con cui qualche volta mi lasciavo andare lungo brevi e facili tornanti. Negli ultimi tempi, pur di andare in montagna, di tanto in tanto mi ero anche risolto ad andarci da solo,  con qualche  pericolo, specie in inverno, quando le strade erano ricoperte dalla neve  o dal ghiaccio, invisibile e perciò tanto più insidioso.
Ho qualche ricordo non esaltante  di quegli ultimi viaggi, nonostante ricorressi ad ogni precauzione e procedessi piuttosto lentamente. Una volta per il ghiaccio  l’auto sbandò, sfondò il guardrail e rimase in bilico sul ciglio della strada all’altezza di un paio di metri dalla scarpata sottostante. Riuscii ad uscire dal portello posteriore ed avvisare tramite una rara e provvidenziale auto di passaggio un carro attrezzi che venne a tirarmi fuori.
Un’altra volta, in un autunno particolarmente ricco di funghi, ne raccolsi talmente tanti che mi feci prendere dall’entusiasmo e mi allontanai troppo. Ad un certo punto mi accorsi che non mi orientavo più. Fui preso dallo sconforto ed accelerai il passo, quasi che, correndo, potessi risolvere il problema. Mi sentii perso, anche perché  ero munito solo di una piccola bussola che non mi fu di alcun aiuto perché non funzionava bene e inoltre  il cielo era completamente ricoperto di nuvole e minacciava pioggia. Vidi, o credetti di vedere, un filo di fumo a qualche centinaio di metri di distanza. Abbandonai il paniere pieno di  funghi per  poter essere più veloce e corsi verso la mia salvezza. Trovai un pastore  che mi ospitò per la notte e la mattina dopo mi riportò alla mia  casa in Sila.
Avventure certo, che mi hanno fatto amare e qualche volta odiare la montagna. Ma sempre ne sono uscito fuori, senza troppi danni, mentre esse facevano nascere in me un sentimento di amore-odio che  mi avrebbe segnato per il resto della vita. Poi per motivi di salute non andai più in montagna e decisi di vendere quella casetta, che aveva  bisogno di continue cure. Trovai un acquirente, che mi chiese di vederla. Presi le chiavi e partii. L’acquirente rimase soddisfatto, concordammo il prezzo, il rogito e ci salutammo cordialmente.
Infine mi preparai  a chiudere la porta di casa. Con sgomento intuii che  probabilmente quella  era l’ultima volta  che chiudevo quella porta. Girai lentamente la chiave nella toppa, poi mi guardai attorno e rividi  quelle finestre, quello spiazzo, quei cespugli, di là da un ruscello, tra gli alberi. Sollevai lo sguardo e rividi quei pini giganteschi, poco distanti, che mi erano così familiari. Mi venne voglia di andare a vederli da vicino per l’ultima volta, di toccarli, di abbracciarli, come per dare ad essi l’ultimo saluto. Lentamente mi mossi e, dopo una breve salita, mi ritrovai in mezzo a loro.
Il silenzio era assoluto: non un alito di vento, o il fruscio di una foglia, o il tramestio improvviso  di un uccello o  di un qualunque altro animale. Mi venne da pensare che in quel luogo e in quel momento si avvertiva l’atmosfera arcana e religiosa che aveva avvolto la natura un attimo dopo la creazione.
Fui afferrato da un senso di vertigine  ed avvertii l’esigenza  istintiva di sdraiarmi per terra come per assaporarne  l’ultima volta gli odori e i sapori. Mi inchinai e poi mi stesi supino, con lo sguardo rivolto verso le cime dei pini. Ebbi l’impressione che essi cominciassero a muoversi lentamente, quasi con difficoltà,  e poi prendessero a girare in maniera sempre più veloce, quasi vorticosamente, intorno a me. Le pigne sembravano le loro mani, i rami  le loro braccia e sembrava volessero afferrarmi con le mani, sollevarmi in alto  e  stringermi affettuosamente tra le loro braccia. Chiusi gli occhi istintivamente, temendo di impazzire. Poi riaprii gli occhi e vidi che quegli alberi erano sempre lì, solenni, giganteschi ed immobili, come sempre.
Mi alzai e mi diressi verso  la mia auto ferma poco lontano. Misi in moto e poco prima dell’ultima svolta frenai, aprii il vetro e con un movimento sommesso della mano salutai per l’ultima volta quei luoghi.
Ezio Scaramuzzino

martedì 18 settembre 2012

Violetta spensierata

giovedì 26 luglio 2012

Esami di maturità (Racconto) di Ezio Scaramuzzino



Per tanti anni il mio incubo ricorrente sono stati gli esami di maturità. Sognavo di fare gli esami e poi, quando andavo a vedere i risultati, mi accorgevo di essere stato bocciato. Oppure mi trovavo allo sportello di qualche ufficio e l’impiegato mi chiedeva il certificato. Lo cercavo e mi accorgevo che in realtà io non avevo mai superato quegli esami. Qualche volta mi svegliavo, contento di constatare che era stato solo un brutto sogno. In realtà gli esami di maturità sono stati veramente una gran paura, forse una delle prime grandi paure della mia vita.
Fu il 1962 l’anno dei miei esami: USA e URSS si minacciavano a vicenda durante la crisi di Cuba, l’Italia giocava in Cile i mondiali di calcio e si faceva eliminare ingloriosamente, Gianni Morandi cantava dicendo di andare a cento all’ora, nei cinema si proiettava Divorzio all’italiana di Pietro Germi.
Da tanti anni mi alzavo ogni mattina alle sei , per prendere l’autobus che mi portava a Crotone al Liceo Pitagora, e la cosa non mi era mai pesata più di tanto. Ma in terza Liceo i miei stabilirono che non dovevo  più stancarmi, per poter arrivare fresco agli esami, e così mi misero a pensione presso un’ anziana vedova, donna Veneranda, che ricordo ancora con affetto per quanto era premurosa  e gentile nei miei confronti. Viveva sola in un piccolo e modesto  appartamento e  mi accolse solo perché conosceva mia madre e, a quel che capii, intendeva sdebitarsi per qualche favore ricevuto ai tempi lontani della guerra.  Lavorava sempre ai ferri e, quando mi vedeva rientrare, mi invitava a fermarmi e poi incominciava a pormi delle domande.  Non mi chiedeva mai come andassi a scuola. Voleva invece sapere  se il cibo che mi preparava era di mio gradimento, se dormivo bene la notte, se sentivo freddo nella mia stanza e immancabilmente finiva col chiedermi se ero “regolare di corpo”. La rassicuravo con un sorriso e lei si sentiva tranquilla e soddisfatta.
Verso il mese di Febbraio pagai anche io il mio tributo ad una prassi ormai consolidata ed indiscutibile: in terza Liceo, per arrivare preparati agli esami, bisognava andare a scuola privata. Mia madre mi chiese se avevo bisogno di qualche ripetizione e io le dissi che non ne avvertivo alcuna necessità. Mi accorsi di averla delusa, perché lei si sentiva  in colpa se non poteva fare quel che tutte le famiglie facevano. Per non deluderla ulteriormente, cercai di capire in quale materia avrei comunque potuto giovarmi di qualche approfondimento e mi accorsi che in Fisica qualcosa non mi era del tutto chiara. E così un paio di volte alla settimana mi ritrovai insieme con altri venti ragazzi a seguire un corso pomeridiano di Fisica presso un vecchio insegnante, brava persona, ma che non poté fare più di tanto, perché, dato il numero elevato di partecipanti, le lezioni pomeridiane si risolsero in una stanca ripetizione delle lezioni mattutine.
Poi, verso la fine di Maggio, iniziò un altro rito tribale: quello delle raccomandazioni. Allora, come oggi, come sempre in Italia, non si andava agli esami senza una qualche raccomandazione. Anche i miei, come in tante famiglie, come in tutte le famiglie, mi chiesero se avevo bisogno di qualche raccomandazione e io risposi semplicemente e banalmente che non ne avevo bisogno. Mi accorsi che si sentirono tutti rinfrancati, perché, nonostante tutto, nonostante la disponibilità, la mia era una famiglia semplice, dove si avvertiva profondamente il disagio di un’azione riprovevole, che avrebbe comportato umiliazioni e sotterfugi.
E finalmente venne il giorno degli esami. Si facevano allora  quattro prove scritte, Italiano, Latino-Italiano, Italiano-Latino, Greco-Italiano.  A distanza di tanti anni ricordo ancora la traccia del  tema d’Italiano: Il sentimento dell’infinito nella poesia leopardiana. Svolsi il tema con passione e con grande intensità emotiva, perché Leopardi era, come sarebbe stato, il poeta della mia vita. Rilessi il tema tante volte, prima della consegna, tanto che, arrivato a casa, riuscii a trascriverlo senza alcuna difficoltà:semplicemente l’avevo imparato a memoria. La versione dal Latino era un brano di Tacito, che ormai non viene più dato agli esami di maturità, perché considerato un autore troppo difficile. Dall’Italiano in Latino traducemmo un pensiero di Guicciardini e dal Greco un brano di Polibio, particolarmente ostico.
              Agli orali si portava tutto il programma dell’ultimo anno, oltre a parti di programma dei due anni precedenti, con interrogazioni nelle singole materie. In Italiano, ad esempio, fui interrogato solo sull’Inferno, che avevo studiato in prima Liceo, invece che sul Paradiso, che avevo studiato in terza.
La notte prima degli esami, sia scritti sia orali, non andai al cinema, perché al mio paese c’era un solo cinema, che ogni tanto rimaneva chiuso  a tempo indeterminato; non andai a spassarmela con una ragazza, perché il costume del tempo, almeno nei paesi, non consentiva un simile spasso; non andai in giro con l’auto, perché  non possedevo un’auto; non cercai di avere qualche dritta sulle tracce navigando in Internet, perché allora, semplicemente, non esisteva Internet e non esistevano nemmeno i computer; mi limitai  a studiare e a ripassare per l’ennesima volta il programma d’esame. Allora era normale essere bocciati alla maturità, anche a Settembre, agli esami di riparazione, ed era considerato normale anche ripetere l’esame due o tre volte.
In seguito, anche all’Università, mi è spesso capitato di perdere l’appetito per due o tre giorni prima di un esame, ma quella volta, prima della Maturità, credo di aver avuto difficoltà con il cibo per almeno una settimana. Ricordo in particolare che la mattina degli orali, poco prima di essere chiamato, ebbi un conato di vomito, che mi costrinse a rifugiarmi in un bagno, dove riuscii ad eliminare solo della schiuma biancastra, l’unica cosa rimasta nel mio stomaco sconvolto.

L’esame  andò bene. Avevo fatto delle buone prove scritte e all’orale, che si svolgeva in due fasi, gli esaminatori, dopo le prime domande, cui risposi con disinvoltura, incominciarono a chiedermi argomenti fuori programma, perché avevano voglia di  rompere la monotonia delle domande ricorrenti. La novità  destò l’attenzione di alcuni  ragazzi, che si avvicinarono al tavolo degli esami, spinti dalla curiosità e dalla voglia di fare quasi il tifo. Fui interrogato sui miei gusti musicali e cinematografici e finii col divertirmi anche io. Ma, appena uscito, fui costretto a correre un’altra volta in bagno, anche se per motivi diversi da quelli della prima volta.
              La tensione dell’esame  si era sciolta e mi sentivo ormai tranquillo e rilassato, ma, assieme alla tensione dell’esame, si era sciolta anche la tensione che fino a quel momento aveva inesorabilmente bloccato la mia povera vescica, ormai libera di reclamare i suoi diritti. Mi misi quasi a correre verso un bagno e alla svolta di un corridoio travolsi rovinosamente il Preside Bellusci, che non ero riuscito ad evitare. Il mitico Preside Francesco Bellusci, che con la sua “cara e buona imagine paterna” aveva accompagnato generazioni di studenti del Liceo Pitagora di Crotone verso il traguardo degli esami di maturità. In tanti anni non lo avevo mai sentito imprecare, ma quella volta, nel mentre mi rialzavo da terra dove entrambi eravamo finiti, feci in tempo a sentire la sua voce baritonale e arrochita dal fumo che gridava “Minerale!”, come egli era solito chiamare gli studenti scavezzacollo.
Senza preoccuparmi di lui, ripresi a correre a precipizio ed infilai per la fretta  un  vicino bagno femminile, incrociando una ragazza, che mi guardò  allarmata. Non richiusi nemmeno la porta. Mi sentivo felice finalmente. Forse più per la liberazione della mia vescica, che per la liberazione dalle mie paure  e per l’esame felicemente superato.
Ezio Scaramuzzino


martedì 12 giugno 2012

Guerra di sarti(Racconto) di Ezio Scaramuzzino



Negli anni Cinquanta e Sessanta c’erano al mio paese solo due sarti, Candido Morigi e Giulio Correale, miei parenti e anche parenti tra di loro, seppure alla lontana. I due si guardavano in cagnesco, nonostante la parentela, certo per motivi di concorrenza, ma anche perché molto diversi di carattere. Un po’ chiuso e introverso il primo, estroverso e gioviale il secondo. Entrambi sposati e con figli, ed il secondo ne aveva una nidiata, sopravvivevano alla meno peggio, cucendo qualche vestito nuovo per Natale e per Pasqua e per il resto dell’anno limitandosi a qualche piccolo lavoro di riparazione o rivoltando qualche cappotto e qualche giacca. Anche nel modo di lavorare erano diversi. Metodico e tradizionale Candido, sempre rintracciabile nella sua bottega artigiana e puntuale nelle consegne, piuttosto eccentrico Giulio, che si concedeva un qualche tocco di originalità nelle sue creazioni  e che lavorava in modo irregolare e soprattutto quando non era distolto da altri impegni  più importanti. Entrambi avevano imparato il mestiere  da bambini, frequentando le botteghe di altri sarti, ed anche loro tenevano a bottega un nugolo di mocciosi, che avrebbero dovuto imparare il mestiere, mentre in realtà erano tenuti lì dai  genitori solo perché si sentissero impegnati a fare qualcosa, nelle lunghe ore del pomeriggio, libero da incombenze scolastiche.
Anche io, da bambino, frequentai la bottega di Candido Morigi, ma solo per qualche mese e fino a quando non mi convinsi che a me, di fare il sarto da grande, importava poco o niente. Abbandonai la bottega senza alcun rimpianto, felice di poter dedicare i miei pomeriggi alla lettura dei libri che tanto amavo, ma soprattutto inconsapevole del fatto che di lì a qualche tempo le vicende della vita mi avrebbero un’altra volta coinvolto nel mondo dei sarti e delle sartorie.
I due sarti  continuavano intanto a lavorare ed il loro duopolio sembrava destinato a durare per decenni, anche se il lavoro diventava sempre più precario, perché incominciavano a spuntare dovunque i negozi di moda pronta e anche a Scandale, chi voleva un capo nuovo trovava molto più comodo andare a Crotone e rifornirsi da Capuano o da Macirella.
     Passarono gli anni e una mattina di Aprile di tanti anni fa, tra una partita e l’altra di Terziglio, apparve al Bar Centrale  Giovanni Parrilla, trentenne, che non vedevo da qualche tempo, perché era emigrato a Milano. Eravamo stati amici una volta, nonostante la differenza di età, e, quando mi vide seduto sulla veranda a guardare annoiato la piazza circostante, venne a sedermi vicino, con spontaneità e naturalezza, quasi a voler riprendere un discorso interrotto. Mi raccontò che a Milano aveva lavorato nella sartoria del Teatro alla Scala, dove inizialmente era stato assunto con umilissime mansioni, riuscendo però ad imparare benissimo il mestiere ed a farsi apprezzare dalle maestranze. Da qualche anno però aveva dei problemi all’apparato respiratorio ed i medici gli avevano sconsigliato l’aria di Milano, inducendolo quindi a ritornare al paese natio, dove aveva intenzione di aprire una bottega artigiana e continuarvi la sua attività di sarto per uomo e per donna.
Giovanni non impiegò molto ad affermarsi, tanto che i due vecchi sarti, che prima si detestavano cordialmente, non tardarono a capire che dovevano allearsi contro il “Milanese”, così i due lo chiamavano per dileggio, se volevano avere qualche speranza di sopravvivere. Ma ogni alleanza fu vana: il nuovo arrivato spopolò, grazie soprattutto alle signore, che pregustavano il piacere proibito di farsi manipolare da un giovane sarto piuttosto che da una delle vecchie sarte di paese. Inoltre egli non aveva esitato a praticare prezzi stracciati, tanto da riuscire concorrenziale perfino rispetto ai nuovi magazzini di moda pronta. Il “Milanese” aveva decisamente  successo ed il coronamento di tale successo fu il suo fidanzamento con Luisa, la figlia un po’ attempata di uno dei benestanti del paese, che, una volta resasi conto che stava per rimanere zitella, aveva deciso di ripiegare su Giovanni, accettandone le discrete, ma molto interessate  profferte amorose.
Anche io un giorno varcai la porta della sartoria di Giovanni. Non ci tenevo a farmi confezionare un vestito da lui, anche perché non volevo guastare i rapporti di parentela, che mi legavano a Candido e a Giulio, ma finii col cedere alle sue insistenze.
Appena varcai la soglia, Giovanni interruppe ogni altra incombenza e si dedicò a me. Mi fece scegliere un modello su un catalogo, decise lui il tipo e la qualità della stoffa, mi prese le misure e poi, riprendendo a lavorare, mi intrattenne sugli ultimi accadimenti della sua vita, informandomi in particolare sul suo recente fidanzamento. Notai che la sartoria era piuttosto modesta: un unico vano, piuttosto ampio, ma che era diviso in due parti disuguali da un grande tramezzo dietro il quale, evidentemente, i clienti, ma soprattutto le clienti, potevano spogliarsi per i necessari cambi d’abito. Avvicinatomi al tramezzo, notai che in un angolo era stato praticato un foro, non molto ampio, ma che dava la possibilità di sbirciare, senza essere visti. Non potei fare a meno di pensare, conoscendo Giovanni, su quanti glutei e quanti fianchi debordanti egli avesse posato lo sguardo attraverso quel foro. Notai anche una porta laterale, attraverso la quale sentivo provenire una voce di donna e quella cinguettante di alcuni bambini. Mi spiegò che quella donna era la padrona di casa, una delle tre fornaie del paese, che arrotondava le sue entrate con il modesto ricavato di quella stanza in affitto.
Conoscevo quella donna, come conoscevo le altre due fornaie del paese, un po’ perché nei paesi ci si conosce  un po’ tutti, ma soprattutto perché le fornaie allora, dalle nostre parti, erano conosciute ed apprezzate per delle qualità particolari. Non ho mai saputo o capito per quale motivo o in virtù di quali antiche consuetudini ciò avvenisse, ma le fornaie non si limitavano a produrre e a sfornare  un pane fragrante e saporitissimo, ma si consideravano ed erano da tutti considerate le uniche donne veramente “libere” del paese. Era normale che chi praticava quel mestiere avesse  figli ottenuti con uomini diversi: la cosa non costituiva scandalo ed era considerata nell’ordine delle cose naturali, come il sole che sorge al mattino o la pioggia che bagna i prati.
Chiesi a Giovanni se anche lui avesse deciso di contribuire alla riproduzione della specie con quella donna ed egli mi confidò che non solo era caduto nella tresca, ma che non sapeva come uscirne fuori. Mi scongiurò di non dire niente in giro e mi salutò con un abbraccio. Ma non ci fu bisogno che io parlassi. In vece mia parlava, in maniera fin troppo eloquente, la pancia della fornaia, che di lì a  qualche mese prese ad aumentare di volume, un po’ come la pasta levitata che lei utilizzava per preparare il pane. Nel paese non si parlava molto di quella  gravidanza, considerata quasi ovvia e naturale, ma ne incominciarono a parlare con insistenza i due vecchi sarti, i quali, senza dimostrare alcuna incertezza, ne indicavano l’origine nel loro giovane rivale e non tralasciavano di  informarne con ricchezza di particolari la sua promessa sposa .
Un giorno di Luglio mi trovavo nella bottega di Giovanni. Ero andato a provare dei pantaloni di lino, che egli aveva voluto cucirmi senza essere pagato e solo, diceva, in nome della nostra vecchia amicizia. Avevo già provato i pantaloni, li avevo riposti su una corda che fungeva da  appendiabiti e mi apprestavo a rivestirmi. Improvvisamente si sentì un colpo secco all’uscio: le due ante si aprirono con violenza ed apparve nella stanza Luisa, che afferrò al volo un forbicione e si diresse risoluta verso il fidanzato. Giovanni non seppe far di meglio che saltare da una finestra fortunatamente aperta per il caldo e sparì nel vuoto. Restavo io che ero  come inebetito di fronte alla furia della donna e mi ritrovavo ancora bloccato, con una gamba già infilata nei pantaloni ed una gamba fuori. La donna, lanciandosi come un toro inferocito, riversò la sua furia verso di me, gridando che io ero complice delle malefatte del fidanzato e puntandomi col forbicione. Feci appena in tempo a svegliarmi dal mio torpore  ed a spostarmi con uno scarto improvviso, nonostante fossi ostacolato dai pantaloni che ancora reggevo con una mano. Arretrando, feci un capitombolo su me stesso e finii riverso sul pavimento. Ero riuscito ad evitare il colpo  di Luisa, ma non riuscii ad impedire che lei, trascinata dalla sua rincorsa, centrasse con le forbici proprio i miei nuovi pantaloni di lino appesi alla corda e li bucasse da parte a parte.
Dopo un po’ apparvero  sull’uscio anche Candido Morigi e Giulio Correale, che certamente non si trovavano lì per caso. Sorreggevano Giovanni, che avevano  raccolto ammaccato e sanguinante sotto la finestra, e lo adagiarono su una poltrona. Mi accorsi che, nel far questo, non mancavano di dare qualche strattonata supplementare e qualche calcetto non richiesto negli stinchi del malcapitato, provocandone altre sofferenze ed altri lamenti. I due poi si dedicarono a Luisa, che riuscirono a calmare e a riportare via.
  Infine restammo soli io e Giovanni: lui che continuava a lamentarsi delle ammaccature e dei dolori che avvertiva in tutto il corpo, io, ancora mezzo nudo e steso per terra, che non riuscivo ad infilare quei benedetti pantaloni. Poi mi avvicinai a lui e  cercai di consolarlo. In fondo non ci potevamo lamentare: alla fin fine io ci avevo rimesso solo un paio di pantaloni nuovi e lui ci aveva rimesso solo una fidanzata. Poteva anche andare peggio.
Ezio Scaramuzzino

martedì 29 maggio 2012

Bozzetto di paese(Racconto) di Ezio Scaramuzzino


Bozzetto di paese
Tra i giuochi della mia fanciullezza c’era quello d’ “u vettu e ra squigghia”, oggi del tutto scomparso e sostituito da ben altri giochi e passatempi. A quel che ne so, il giuoco ha tanti nomi diversi nei vari dialetti,  come “lippa” o “scianco”, ed era anche praticato con un’infinità di regole diverse. Al mio paese si giocava con due legni, di cui uno più lungo, il vettu, e l’altro più corto e appuntito sui due lati, la squigghia. Si scavava per terra una piccola fossa lunga e stretta, dove si poneva la squigghia, che veniva fatta rimbalzare e colpita in aria con il vettu, allo scopo di farla andare il più lontano possibile. Vinceva chi mandava la squigghia più lontano degli altri. Ma c’erano alcune varianti e soprattutto esso era molto pericoloso. Quella squigghia spesso volteggiava in modo inaspettato e non era infrequente che cadesse sulla testa di qualcuno, ma anche il vettu faceva la sua parte, perché era spesso maneggiato in modo maldestro e tante volte, invece di colpire la squigghia, colpiva la testa di qualche malcapitato, quando non sfuggiva dalle mani di qualcuno, con esiti del tutto imprevisti.
In genere, proprio per evitare incidenti agli estranei, si andava a giocare su una collinetta  fuori paese,il “timpone”, oggi deturpata dalla speculazione edilizia, ma allora ricoperta interamente di ulivi. Tra i rami di quelle piante spesso finiva col  posarsi la squigghia, che poi cercavamo di recuperare con un fitto lancio di pietre e con qualche pericolo supplementare per le nostre teste.
Allora i bambini erano spesso rasati a zero, forse per motivi di prevenzione, perché i pidocchi non erano degli animaletti del tutto sconosciuti nelle aule scolastiche, ma anche per motivi economici, perché così si poteva maggiormente diluire nel tempo il successivo taglio di capelli. In quelle circostanze, i bambini esibivano le cicatrici sulla testa  come dei trofei di guerra e non era da escludersi che qualcuno, che si fosse trovato con la testa completamente liscia, se ne vergognasse un pochino.
Ogni tanto, dopo l’uscita da scuola, specie in inverno quando le giornate erano corte e al pomeriggio non  si aveva molto tempo a disposizione, non disdegnavamo di fare una partitella veloce, anche per strada o addirittura nella piazzetta principale del paese. Le strade erano  in terra battuta ed era facile scavare la fossetta di partenza per la squigghia. Le auto erano rare e, quando se ne vedeva qualcuna, ci si fermava per un po’. Più frequenti erano gli asini, ma in quel caso ci si limitava solo a qualche precauzione, consapevoli del fatto che gli asini, abituati alle legnate dei contadini, probabilmente non avrebbero fatto caso all’eventuale colpo della squigghia. Qualche volta passavano greggi di capre o di pecore, di ritorno dalla campagna, e allora l’interruzione era lunga, perché in quel caso bisognava anche aspettare che si diradasse il polverone suscitato da centinaia di animali, chiaramente non disposti a sollevare le zampe per consentirci di riprendere subito il giuoco.
              Se poi passava qualche persona, ci si regolava  di volta in volta, a seconda della suscettibilità e della pericolosità degli interessati. Quando  passava nonna Betta, c’era poco da scegliere: ad evitare guai, bisognava solo smettere. Nonna Betta era una simpatica vecchietta di circa ottanta anni, vispa e incline a scherzare un po’ con tutti, ma che non sopportava in alcun modo gli schiamazzi e gli strilli dei bambini. Sembrava farlo apposta: non appena si accorgeva che noi stavamo giocando nello spiazzo antistante la cappelletta di San Leonardo, appariva sulla porta di casa e noi ci facevamo subito un cenno d’intesa. Poi, lentamente e con apparente noncuranza, andava a fermarsi proprio sulla fossetta della squigghia, che lei ricopriva completamente con la sua  gonna larga a campana e lunga fino ai piedi. Non si moveva da lì e allora qualcuno, impaziente di riprendere il giuoco, infilava una mano sotto la sua gonna per riprendere la squigghia, che però risultava quasi sempre bagnata, mentre la fossetta a terra era inumidita o ripiena di un liquido giallastro chiaramente identificabile.
Con tanta pazienza provvedevamo a creare un’altra squigghia e a scavare un’altra fossetta. Ma, dopo un po’, lei abbandonava la sua postazione e, come nel gioco dei Quattro cantoni, si posizionava sulla nuova fossetta e sulla nuova squigghia, che provvedeva subito ad irrorare con il contenuto di quella che a noi  appariva come una vescica gigantesca ed inesauribile. Il giochino poteva essere ripetuto all’infinito, perché evidentemente nonna Betta aveva un’incredibile capacità di immagazzinamento, di controllo  e di distribuzione  diretta  e senza ostacoli dei suoi liquidi, talché il più delle volte decidevamo di ritirarci, pur con qualche imprecazione, rinviando il tutto a momenti più fortunati.
Si giocava così al tempo della mia fanciullezza, in modo semplice e con giuochi costruiti interamente da noi stessi.  Non si pretendeva molto dalla vita e si era felici quando si poteva giocare  e si poteva trascorrere qualche ora in modo spensierato. Ma qualche volta i problemi nascevano e comportavano spiacevoli conseguenze.
In un giorno particolarmente rigido di Dicembre, le fontanelle pubbliche erano  ghiacciate e presentavano al posto dell’acqua  delle strane stalattiti che  consentivano ai bambini un insolito passatempo. Anche lungo le strade, là dove una volta si formavano delle pozze d’acqua, si vedevano delle incredibili lastre di ghiaccio, ma questo non ci aveva impedito, all’uscita da scuola, di dedicarci  un po’ al nostro giuoco preferito. Quando arrivò il mio turno di battuta, dopo aver fatto rimbalzare la squigghia, riuscii a colpirla  con precisione. Il legnetto volteggiò nell’aria, favorito anche dal leggero vento di tramontana, poi, con una parabola morbida e sinuosa, roteò su se stesso e sembrò finalmente volersi posare per terra. Ma finì su una lastra di ghiaccio, schizzò un’altra volta in aria e ultimò la sua rincorsa su una finestra della bottega artigiana di   mastro Eugenio, calzolaio, che proprio dietro quella finestra stava dando gli ultimi colpi di martello ad una scarpa che aveva appena finito di aggiustare.
Un sordo rumore di vetri infranti fu l’ultima cosa che sentimmo, perché, già un attimo dopo, tutti eravamo scappati via e la strada si presentava incredibilmente  e misteriosamente deserta. Ma mastro Eugenio non impiegò molto a sapere quel che era successo e soprattutto chi era il colpevole. Lo capii un paio d’ore dopo, quando mi decisi a rientrare a casa, cercando di assumere un atteggiamento che avrebbe voluto essere disinvolto. Mia madre, come talvolta faceva in circostanze del genere, me le diede di santa ragione. Incominciai a covare un sordo rancore nei confronti di quell’omino basso e spelacchiato, che oltre tutto aveva preteso anche la riparazione del danno, cosa che, in quei tempi di ristrettezze, non era senza conseguenze per i bilanci familiari.
Qualche giorno dopo, quando il mio rancore era ancora ben lontano dall’essere sopito, sul far della sera, vidi mastro Eugenio che aveva chiuso la bottega e si apprestava al ritorno a casa. Nascosto dietro un muretto, tirai fuori la fionda che portavo sempre con me, la caricai con un bel ciottolo, presi la mira e lanciai. Forse mai in precedenza mi era riuscito un tiro migliore. Il ciottolo si diresse inesorabile verso il bersaglio, ma sfiorò soltanto la testa di mastro Eugenio, colpendo in pieno il bel Borsalino nero che egli portava sulla capoccia, certo per difendersi dal freddo, ma soprattutto per nascondere la calvizie, che molto lo angustiava. Il calzolaio sentì solo il soffio del ciottolo che l’aveva sfiorato, ma vide il suo cappello rotolare nel fango e fece una rincorsa per recuperarlo. Gridò disperato, quando vide che il suo bel Borsalino nero e ancora nuovo, che aveva comprato solo qualche giorno prima a Crotone da Macirella, pagandolo ben tremila Lire, orbene quel Borsalino presentava sulla parte posteriore un ampio strappo, che l’aveva irrimediabilmente rovinato. Poi si girò attorno, per cercare di capire quel che era successo, da dove era arrivato quel ciottolo, ma non vide nulla: la strada era deserta e poco si poteva distinguere  nelle ombre della sera.
Mastro Eugenio andò a protestare un’altra volta a casa mia, ma questa volta non aveva prove e soprattutto non aveva testimoni. Mio padre lo cacciò fuori di casa in malo modo e questo fu solo l’inizio di una lunga serie di incomprensioni, e talvolta di litigi, che alla fine sfociarono  in una vera e propria inimicizia, che in seguito avrebbe caratterizzato  i rapporti tra le due famiglie.
Non so se mastro Eugenio si rassegnò mai alla perdita del suo Borsalino nuovo. Qualche tempo dopo, mentre ero intento a gustare per strada dei “crustoli” natalizi, mi sentii afferrare dalla collottola. Era lui. Mi venne l’istinto di scappare, ma lui non mollò la presa con le sue mani che odoravano di sego e di cuoio, mi tranquillizzò sulle sue intenzioni e mi disse: “Senti! Tu puoi giocare quanto vuoi con la squigghia o con la fionda, ma  di questo a me non interessa proprio niente. A me non interessa niente neppure del cappello. L’unica cosa che mi sta a cuore è quella di non passare per fesso e io non voglio passare per fesso e  non voglio stare con questo rovello che mi frulla continuamente nella testa. Tu mi devi solo dire se sei stato tu a bucare il mio Borsalino  e poi  ti lascio andare, amici come prima. Perciò, guardami negli occhi e dimmelo. Sei stato tu?”
Fui costretto a deglutire a vuoto prima di rispondere. Poi inghiottii il “crustolo” che avevo ancora in bocca e, quando finalmente mi sentii tranquillo e libero di rispondere, avevo già preso una decisione sulla risposta. Riuscii a guardarlo negli occhi e gli dissi: “Mi dispiace, mastro Eugenio, ma non sono stato io e non so chi è stato. Mi dispiace”. Mastro Eugenio mi strattonò un poco, poi mollò la presa e si allontanò, sbraitando: “Tutti uguali questi ragazzi di oggi, tutti, tutti uguali. Ma non è ancora finita! Tutti uguali, tutti…”.
Ezio Scaramuzzino