venerdì 26 maggio 2017

La collezione di francobolli, parte I (racconto inedito) di Ezio Scaramuzzino


Nel 1960 fu girato a Scandale il film Il brigante e molte scene ebbero come sfondo gli interni e gli esterni del palazzo dei baroni Drammis. Ho letto da qualche parte che in tali circostanze ebbe inizio la spoliazione del palazzo, perché furono saccheggiati molti reperti e, addirittura, il regista Renato Castellani trafugò due ritratti ottocenteschi di Giuseppe Garibaldi e di Vittorio Emanuele II, di cui si impossessò senza avvertire mai più l’esigenza di restituirli ai legittimi proprietari. Sarà così, non dico di no, ma, arrivato a tal punto della mia vita, ora che ho la spiacevole seccatura di avere qualche annetto di troppo, avverto l’esigenza di confessare che in realtà la spoliazione era incominciata già in precedenza, ad opera di chi scrive, e che, per capire come andarono le cose, bisogna fare un salto a ritroso, a circa dieci anni prima.
A me il gusto ed il piacere di collezionare qualcosa venne abbastanza presto, quando avevo non più di 8-9 anni. Erano gli anni 50 del secolo scorso e da qualche tempo frequentavo la sezione dell’Azione Cattolica di Scandale. A dire il vero andavo in sezione soprattutto perché lì c’era l’unico Calcio Balilla del paese e solo lì potevo dare sfogo alla mia insaziabile voglia di giocare e di divertirmi, talché, quando era l’ora di chiusura, interrompevo di mala voglia e non vedevo l’ora che arrivasse l’orario di apertura del giorno successivo.       All’ Azione Cattolica ci si divertiva molto allora, sotto l’amorevole guida di Gino Scalise,  “il Presidente” lo chiamavamo, il quale però, tra un divertimento e l’altro, non tralasciava di insegnarci i fondamenti della religione e soprattutto non tralasciava di trasmetterci alcuni interessi e comportamenti utili per la vita.
-Ehi tu, mi chiese, che cosa fai durante il giorno, quando non sei impegnato con la scuola o qui in sezione?
-Presidente, che vuoi che faccia? Non faccio nulla d’importante. Le uniche ore libere al pomeriggio le passo con mio cugino Franco. Con lui vado a caccia di lucertole e di uccelli. Lui è molto bravo con la fionda: è capace di colpire un passero a 100 metri di distanza, e anche io me la cavo.
-Ma, invece di andare a caccia, perché non ti impegni in qualcosa di più serio?
-Per esempio?
-Beh, potresti fare una collezione di francobolli, tanto per cominciare.
-Ma a casa mia non è che arrivino tante lettere. Giusto, ogni tanto, qualche lettera dai parenti dell’America.
Mi rimase in testa una specie di fruscio per quella collezione. Certo, non avevo idee precise su dove e come procurarmi dei francobolli interessanti, che non fossero quelli, comunissimi e conosciutissimi, attaccati alle solite lettere di corrispondenza ordinaria. Ma, intanto, si poteva tentare, vedere, cercare un po’. Chissà, poteva venirne qualcosa di utile e di interessante, tanto più che si diceva in giro che con i francobolli si poteva diventare pure ricchi, anche se io non mi ci vedevo proprio a diventare ricco in quel modo.
        Un giorno, mentre rimuginavo su quella benedetta collezione di francobolli, mi venne in mente che, grazie alla mia amicizia con Guglielmo, il primogenito di don Antonio, mi capitava spesso di frequentare il palazzo dei baroni Drammis. Ci andavo spesso, specie nei pomeriggi d’estate, a bighellonare, a giocare, a rovistare, perché tutto, in quel palazzo, suscitava la mia curiosità e la mia voglia di conoscere. Beh, in quel palazzo certamente avrei potuto trovare materiale interessante per la mia collezione.
Incominciai ad andarci più spesso, cercando di evitare lo sguardo perennemente serio e pensieroso del padre don Antonio, mentre mi faceva piacere imbattermi nel volto sorridente e aperto della madre donna Angelina. Poi con Guglielmo mi avviavo nel salone centrale, ampio e luminoso, dove a volte era possibile trovare qualcuno dei numerosi fratelli minori, in particolare Salvatore, che cercavo di sfuggire perché lo trovavo incazzoso e poco incline a stabilire rapporti con coloro che probabilmente egli riteneva soltanto degli intrusi.
Un pomeriggio, come tante altre volte, mi ritrovai nel salone con Guglielmo, mentre in casa sembrava non esserci nessun altro. Provammo a strimpellare i tasti di un pianoforte, chiaramente bisognoso di qualche riparazione, ma lo avevamo già fatto altre volte e la cosa non ci allettava più di tanto. Poi ci affacciammo al balcone che dava sull’attuale piazza San Francesco, poi rientrammo e Guglielmo volle farmi vedere alcuni vecchi fucili. Aprì una rastrelliera, dove erano appesi alcuni archibugi di un tipo che io non avevo mai visto e ne afferrammo anche uno, mettendoci a simulare una fucilazione e premendo più volte il grilletto. Non erano carichi quei vecchi e polverosi archibugi, ma, se anche lo fossero stati, non so fino a che punto avrebbero potuto ammazzare qualcuno, nelle condizioni in cui si trovavano.
A quel punto Guglielmo si accorse che aveva una necessità impellente.   –Mi assento un pochino, mi disse, penso di fare subito.
-Ma non avere fretta, fai con comodo; io non mi annoio di certo a rimanere solo. Con tutte le cose che ci sono da scoprire qui.
-Va bene, ma non combinare guai.
-Stai tranquillo! Vai, vai pure.
Rimasto completamente solo, mi guardai attorno e rimasi colpito da una grande vetrina in fondo con molti sportelli ed un’ampia scrivania, sul davanti, con un numero incredibile di cassetti e cassettini. Mi avvicinai con precauzione e cercando di fare il minor rumore possibile, appoggiai la mano su un pomello e delicatamente aprii uno sportello con i vetri affumicati. Mi si parò davanti agli occhi uno spettacolo incredibile: una montagna di carte, di documenti, di lettere di ogni tipo era distesa davanti a me. Afferrai a caso una busta e vidi che sul francobollo era raffigurato il volto inconfondibile di Vittorio Emanuele II, con i lunghi e arrotolati mustacchi: roba di almeno cento anni prima.
Forse avevo risolto il problema della mia collezione di francobolli: si trattava solo di convincere Guglielmo a lasciarmi fare quello che intendevo fare in un piano di azione fulmineamente elaborato.
Al suo ritorno Guglielmo mi trovò ancora imbambolato davanti alla vetrina.
-Ma che stai facendo lì? Ci sono solo carte vecchie dietro quegli sportelli.
-Saranno pure carte vecchie, ma ho dato pure uno sguardo e mi interessano molto. Anzi, sai che ti dico? Ho visto che ci sono molte lettere con dei francobolli. Ti dispiace se ne prendo qualcuno? Magari non oggi, che è già tardi. Verrò nei prossimi giorni, a ritagliarli con calma, per evitare di danneggiare le buste.
-Certo che puoi prenderli, li puoi prendere pure tutti. Ma che te ne fai? E’ tutta roba vecchia. E poi i francobolli sono pure timbrati, non è che li puoi usare un’altra volta.
- Guglie’, faccio collezione di francobolli: è una moda nuova e mi piace molto.
-Fa’ come vuoi. Sono tutti tuoi.
        Era fatta, ormai, e d'altra parte non avevo dubbi sulla generosità di Guglielmo. Nei giorni seguenti aumentai sensibilmente il numero delle mie visite al palazzo. Portavo in tasca un paio di  forbici, andavo diritto e senza perdere tempo alla vetrina e alla scrivania e con calma prendevo le lettere ad una ad una, ritagliavo il francobollo con parte della busta sottostante e conservavo il tutto in una cartellina che mi ero portato appresso. Spesso Guglielmo mi aiutava nel lavoro ed arrivava anche a darmi qualche suggerimento, pur non tralasciando di sfottermi per quella strana mania, che mi era presa, di raccogliere francobolli vecchi.
Posso dire con certezza che tutte le lettere dell’antico palazzo Drammis furono raccolte, esaminate, ritagliate ed infine rimesse al loro posto senza i preziosi francobolli. Solo un giorno, uno degli ultimi giorni, per la fretta, anziché ritagliare il francobollo, portai via una lettera intera con l’intenzione di completare il lavoro, con calma, a casa mia.
 Tutti quei francobolli, una volta portati a casa, furono poi manipolati e qualche volta danneggiati dalle mie mani inesperte. I francobolli venivano da me immessi in una bacinella d’acqua, per essere staccati più facilmente dalla busta sottostante, e poi messi ad asciugare. Spesso, nell’asciugarsi, diventavano duri e legnosi e maggiormente soggetti a strappi e danneggiamenti vari. Infine preparavo la colla, l’unica che allora si conoscesse, quella formata da acqua e farina di grano. Mescolavo a lungo l’impasto per renderlo più omogeneo, ne spargevo un po’ sul retro di ogni francobollo ed infine attaccavo il tutto su un quadernone delle dimensioni di un registro. Inutile dire che con tutta quella colla il quadernone finì col pesare quanto un dizionario, e forse anche qualcosa di più.
Ma a me quella collezione, grezza, pesante e ruvida, sembrò comunque bellissima. La prendevo spesso, la sfogliavo, mi estasiavo soprattutto davanti ai volti conosciuti degli eroi del Risorgimento: Vittorio Emanuele II, Giuseppe Garibaldi, Camillo Cavour diventarono per me dei volti familiari e qualche volta mi ritrovai a sfiorarli con le dita, ad accarezzarli perfino.
Un giorno mi venne curiosità di leggere anche il contenuto di quella lettera, che in uno degli ultimi giorni avevo portato a casa mia e che, per una serie di strane e fortuite circostanze, a distanza di tanti anni ancora possiedo e qualche volta vado a riprendere e a rileggere con piacere. Ne riporto qui di seguito il contenuto, senza cambiare neppure una virgola.
Regno d’Italia
Governo Italiano
Il ministro dell’Interno Ubaldino Peruzzi
Al Signor Barone Salvatore Drammis - Scandale
(Continua)
N.B. Il racconto, per la sua lunghezza, viene pubblicato in due parti. La seconda parte sarà pubblicata nei prossimi giorni.
Ezio Scaramuzzino


mercoledì 24 maggio 2017

La Domenica (poesia inedita) di Alfredo Giglio


Come falena che s’innalza
Tra le stelle lieve
Così fa l’anima leggera
All’imbrunir di sera,
S’il giorno che già cede
Annuncia quella pace,
Che l’uomo affaticato
A Dio più deve.
L’alba silente vede
Il borgo addormentato,
Mentre ch’il sol saluta
I  sogni dileguati.
Poi  segue dolcemente
La fine degli affanni
Dei giorni appena andati.
Cessa nella mente
L’ansia dei pensieri usati
Per come spesso accade
Nei dì più tribolati.
Serenità  pervade
Il cor sempre dolente
E lieta  rende l’alma,
E par ch’il mondo
Ognor si sia fermato.
Tale è la domenica
Che  calma regala
A questa umanità,
Sempre più famelica
Di quiete  e di bontà.

Alfredo Giglio


sabato 20 maggio 2017

Postfazione



Mi consento un po’ di autopubblicità.
Per i miei 25 lettori: Per coloro che dovessero essere interessati, il mio libro Violetta spensierata ed altri racconti, normalmente reperibile  su Internet,  da oggi è acquistabile anche a Crotone, presso l’edicola sita in viale Gramsci 138 (30 metri prima di casa mia, per intenderci). Le copie a disposizione sono in numero limitato.
Ne riporto la postfazione:
L’autore al lettore:
Se sei arrivato alla fine dell’opera, ti ringrazio. Se non ci sei arrivato, vuol dire che il libro non ti è piaciuto, ma ti ringrazio lo stesso e ti ricordo che in ogni caso conveniva procurarsi questo libro per varie ragioni:
1-Se sei tra coloro che l’hanno ricevuto gratis, nessun problema, ma, se sei tra coloro che lo hanno acquistato, nella peggiore delle ipotesi avrai buttato via solo 12 €, prezzo modico che ho fortemente voluto. A richiesta, comunque, è previsto il rimborso.
2- Puoi sempre rifilarlo a qualcun altro, magari al tuo peggior nemico. Vuoi mettere la soddisfazione!
3-Il libro, per il suo formato e per la sua copertina, si adatta a qualunque ambiente e a qualunque scaffale. Potrai quindi riempirci uno spazio vuoto.
4-Il libro, grazie al suo volume medio, può essere usato come base per la gamba di un tavolino che traballa. L’ho già provato in tal senso e funziona benissimo.
Ciao. A presto.
Ezio Scaramuzzino





venerdì 12 maggio 2017

Evasione ed elusione

E' tempo di dichiarazione dei redditi e ritengo che sia nota la differenza tra l’evasore fiscale e l’elusore fiscale. Evasore è chi evade le tasse, commettendo un reato, perché pagare le tasse dovute, purtroppo, è un obbligo. Né rileva il fatto che le tasse siano troppe ed elevate, perché le tasse, se ci sono, vanno pagate. Diverso invece è il caso dell’elusore, il quale si avvale di ogni mezzo, previsto dalla legge, per pagarne il meno possibile di tasse, non commettendo quindi nessun reato. E’ vero che nel nostro Paese spesso si fa confusione tra le due posizioni, confondendo l’evasore con l’elusore, ma spesso tale confusione è favorita dallo stesso legislatore, il quale non sempre distingue bene tra le due posizioni. Fino a qualche anno fa esisteva un illecito fiscale (non so se esiste ancora) che prevedeva una sorta di eccesso colposo di legittima difesa da parte del contribuente. Era come se il fisco ti dicesse: “Tu puoi avvalerti di ogni norma che ti consenta di pagare meno tasse, ma, se esageri, commetti un illecito”. Classico discorso a pera, come ognuno può vedere, buono solo ad aumentare la fiducia reciproca tra fisco e contribuente, perché è ovvio che un’azione o è sempre lecita, o è sempre illecita. Mi viene in mente quella mamma che, per giustificare le marachelle della figlia non sposata, diceva che era vero che la figlia era incinta, ma solo un pochino.
Personalmente ho sempre pagato le tasse e non ho mai avuto problemi con il fisco. Ma per questo non mi considero un eroe, né mi va di fare prediche a coloro che non le pagano o cercano di pagarne il meno possibile. Ho sempre pagato il dovuto perché fondamentalmente non mi va di complicarmi inutilmente la vita con contenziosi costosi e defatiganti, non perché fossi intimamente convinto della giustezza e della bontà implicite nel pagamento delle tasse. In altri termini, diversamente dall’ex Ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa, di recente passato a miglior vita, il quale sosteneva che le tasse sono bellissime, io penso che non soltanto non siano bellissime, ma, per come nel nostro Paese esse sono diventate asfissianti, complicate ed eccessive, già da gran tempo esse abbiano superato ogni limite dell’umana decenza e siano diventate vergognose e del tutto indecenti.
Sento già l’obiezione del cittadino virtuoso: “Ma, se tutti paghiamo le tasse, alla fine ognuno di noi pagherà di meno e quindi è anche nostro interesse che tutti le paghino”. Pia illusione, alla quale è facile rispondere. Forse mai, come negli ultimi anni, l’evasione fiscale è stata duramente combattuta con notevoli incrementi delle entrate, eppure le tasse continuano inesorabilmente a crescere ed il debito pubblico passa da un record all’altro. Dal che si deduce che il vero problema non è quello dell’evasione fiscale, pur notevole, ma quello della mancata riduzione delle spese, per cui sono più che convinto che, se per ipotesi l’evasione fiscale fosse azzerata, non per questo le tasse diminuirebbero. E allora il vero fine da perseguire non è quello di eliminare l’evasione o l’elusione fiscale, ma quello di affamare la bestia insaziabile che si nutre dei soldi e, verrebbe da dire, ”del sangue” dei cittadini. Perché una cosa è ormai chiara: la macchina dello stato, più soldi ha più vorrebbe averne, più soldi ha più ne spende. E allora bisognerebbe porre un aut aut a questa macchina, metterla con le spalle al muro e dirle: “O ti decidi a dimagrire, o muori, prima che tu faccia morire gli altri”.
D’altra parte, perché ti venga voglia di incazzarti, è sufficiente anche mettersi a riflettere un po’. A che cosa servono i soldi delle nostre tasse? Servono a tante cose, certo, ma, solo per fare qualche esempio e non in ordine di importanza, servono anche a
-pagare i milioni di stipendio a Fabio Fazio;
-pagare i venti uomini della scorta di Laura Boldrini;
-pagare i vitalizi a tutti i parassiti che infestano la scena politica;
-pagare le spese del Quirinale, la residenza del Capo dello stato più costosa al
 mondo dopo il Sultanato del Brunei;
-pagare le ONG e le COOP che si arricchiscono con il mercato degli immigrati clandestini.
Volevo continuare, ma a me è già venuta la nausea e, per evitare di farla venire anche ai miei 25 lettori, mi fermo qui. Volevo solo aggiungere un’ultima considerazione. Quando penso a tutto questo scialo e poi penso alle tasse che paghiamo, altro che elusione…Tante volte viene la tentazione di evaderle le tasse, per vedere di affamare la bestia. Altro che… 
Ezio Scaramuzzino 

venerdì 5 maggio 2017

Viaggiare sicuri

Tra le tante piacevolezze di questo nostro Paese c’è anche quella relativa alla circolazione stradale e alle sanzioni in caso di violazione delle norme. L’ideale sarebbe quello di non prendere mai l’auto, ma, siccome l’Italia, pur non essendo vasta quanto la Cina, ha comunque una superficie di 300 mila kmq, tante volte, purtroppo, prendere l’auto è indispensabile. E qui comincia il bello. Se ti va bene, nell’arco di una decina di kilometri vai incontro a due autovelox fissi, un autovelox mobile, una ZTL (Zona a traffico limitato), un tratto con la velocità controllata dal sistema Tutor,  un tratto con la velocità controllata col sistema Vergilius, un paio di semafori controllati elettronicamente da videocamere. Aoh, sia ben chiaro, tutti questi controlli sono fatti a fin di bene, per la nostra incolumità, perché possiamo evitare di correre e di farci la bua con qualche incidente. E il fatto che le multe per violazione del codice stradale siano decuplicate nel corso di pochi anni e che molti comuni siano riusciti solo in tal modo a risolvere i loro problemi finanziari è del tutto irrilevante. Ho letto da qualche parte che il comune di Fiumicino, nel cui territorio ricade il famoso aeroporto, con un paio di autovelox piazzati in punti strategici ha risolto i suoi problemi e anzi è uno dei pochi comuni italiani con il bilancio perennemente in attivo. Cose che capitano, certo, ma che sono da considerare solo l’altra faccia di una medaglia comunque largamente positiva. Perché tutti questi controlli, operati certamente a fin di bene, qualche conseguenza negativa ce l’hanno, sia per le nostre tasche, sia per la nostra salute. Per le nostre tasche c’è un prelievo forzoso equiparabile ad una tassazione occulta, anche se comunque la sofferenza per tale prelievo è largamente compensata  dalla legittima  soddisfazione di poterci sentire quasi dei piccoli azionisti dei vari comuni che ci troviamo ad attraversare. Per la nostra salute poi c’è il vantaggio di un continuo esercizio del nostro equilibrio psico-fisico, esercizio che ci tempera, ci irrobustisce e ci rende sempre più capaci di affrontare le procelle della vita e di sfuggire ai pericoli della selezione naturale della specie. Anche se poi…, beh, non è tutto oro quel che riluce ed io un segreto voglio confessarlo, perché l’esercizio è utile, certo, ma io un aiutino me lo do lo stesso. Non ho difficoltà a dirlo: io, ogni volta che debbo fare un viaggetto un po’ più lungo del solito, mi porto dietro una compressa di Tavor e sto tranquillo.
E, già che ci sono, confesso pure un’altra cosa: a me l’idea di contribuire al risanamento dei bilanci comunali con le multe non va proprio giù, anzi mi fa proprio girare i cosiddetti. A parte le tasse che già paghiamo, se penso che con i nostri soldi dovremmo contribuire a finanziare gli sciali di tante amministrazioni comunali e anche  qualche sagra paesana, mi viene da dire che le sagre se le paghino pure quelli che le vogliono. E con questi intendimenti cerco di sfuggire alla persecuzioni e sto attento, facendo slalom ed acrobazie per evitare i trabocchetti. Perché ormai di questo si tratta: di una gara, di una sfida tra “loro” che ti vogliono fregare  e te che cerchi di non farti fregare. Certo, ogni tanto ti fregano, perché l’attenzione non è mai troppa, però, onestamente, io non mi posso lamentare più di tanto e posso dire di essere al minimo sindacale quanto a sanzioni. Al di sotto del minimo è quasi impossibile arrivare.
Ho viaggiato a lungo di recente: tra strade ed autostrade ho attraversato quasi l’Italia intera e ne ho viste di tutti i colori. In un tratto c’erano contemporaneamente un Tutor, un Autovelox fisso ed un semaforo sorvegliato elettronicamente, per lavori in corso. Mi chiedo: in caso di violazione quante multe si sarebbero dovute pagare? A quali enti? Con quali proporzioni? Bisogna portarsi anche la calcolatrice appresso ed impostare un algoritmo? Ho solo capito che bisogna essere perennemente vigili e che ci tocca sperare anche nella protezione di San Cristoforo, il santo protettore degli automobilisti. Perché senza la sua protezione, mi sa tanto che non si sfugge e che il salvataggio non dura. Dura minga…
Ezio Scaramuzzino

domenica 30 aprile 2017

L'invasione


La vicenda del procuratore di Catania Carmelo Zuccaro è ormai diventata un caso esemplare. Egli ha detto, papale papale, che le ONG, che ci riempiono di clandestini, rispondono ad un disegno preordinato tendente all’invasione dell’Italia ed al dissesto della nostra economia. Apriti cielo! In Italia si era finalmente trovato un giudice disposto a dire la verità in merito, anche a costo di qualche sacrificio personale e di qualche contrasto con la marea montante dell’idiozia  e della mistificazione, e ne è venuta fuori una caciara indescrivibile. Come si è permesso questo giudice di dire la verità? Ma questo giudice lo sa o non lo sa che in Italia è vietato dire quello che si pensa e che l’unica idea consentita è quella che si adegua al PUD, il Pensiero Unico Dominante? Che venga punito, deferito al CSM, o almeno zittito, trasferito, messo nella condizione di non nuocere! Un insulto vergognoso, tipico di chi è abituato ad abbaiare in coro e che si fa forte del coro del conformismo e dell’idiozia. C’è stata qualche eccezione nella canea, come quella di Di Maio e dei 5Stelle, i quali però debbono avere l’accortezza prima di tutto di mettersi d’accordo con se stessi. Un giorno si gloriano di aver contribuito in maniera determinante all’abolizione del reato di immigrazione clandestina e il giorno dopo si lamentano del fatto che i clandestini sono troppi e che a portarceli in casa sono le ONG. O per caso si sentono ormai prossimi alla conquista del potere e, siccome si avvicinano le elezioni, hanno capito finalmente che la stragrande maggioranza degli Italiani ne hanno le scatole piene degli immigrati clandestini, a dispetto di quello che dicono Bergoglio, la Boldrini e tutti i parassiti che sul traffico dei nuovi schiavi stanno ingrassando?
D’altra parte c’è qualcosa che non quadra in tutta la vicenda e un giorno qualche storico, allorché si troverà a raccontare le vicende dei tempi nostri, dovrà pur dire qualcosa di convincente in merito, quando le passioni saranno sopite ed il naturale fluire del tempo consentirà di avere un quadro più obiettivo di quello che sta succedendo. Perché c’è qualcosa che obiettivamente non appare spiegabile. Mi sembra scontato che la stragrande maggioranza degli Italiani non ne può più di questa storia e che solo una sparuta minoranza, per di più disperatamente sulla difensiva, cerca di favorirne la prosecuzione, fino ad un’allucinata e masochistica volontà di annientamento del popolo italiano, contro il quale si ha l’impressione che essa (questa minoranza) porti avanti una sorta di guerra di sterminio non dichiarata. E’ anche vero che questa minoranza è formata da gente danarosa, che conta, che dispone dei mezzi di comunicazione, che dispone delle leve di comando, ma a tutto c’è un limite, soprattutto quando i limiti della decenza appaiono largamente superati ed attengono ormai ad una sorta di follia collettiva, che impedisce di ragionare.
Non si riesce a capire, o almeno io non riesco onestamente a capire, perché tanta gente apparentemente normale, che parla in TV, che scrive sui giornali, che “mangia e beve e dorme e veste panni”, come diceva Dante. Bene. Non riesco a capire come tutta questa gente possa dire impunemente, anzi anche con una certa altezzosità e sicumera a volte, che i clandestini sono il nostro futuro, che essi ci pagheranno le pensioni e che, siccome ci sono utili, ci tocca adeguarci al loro stile di vita, il tutto mentre il nostro governo stanzia 4,3 miliardi di Euro per mantenerli. “Non so se il riso o la pietà prevale”, diceva il grande G.L. allorché si trovava ad ascoltare i discorsi di chi era convinto del progressivo e sicuro incivilimento del genere umano.
E io non riesco a capire perché all’Italia non debba essere consentito quello che è consentito alla Germania, alla Gran Bretagna, all’Austria, a tante altre civili nazioni del mondo intero: proteggere i confini, programmare gli afflussi e, se proprio non è possibile debellare l’invasione, cercare almeno di controllarla, razionalizzarla, venirne a capo e renderla accettabile, ammesso che ormai, al punto in cui ci siamo ridotti, una cosa del genere sia ancora possibile.
O per caso gli Italiani si sono resi colpevoli di qualche crimine orrendo davanti a Dio e sono per questo obbligati alla pena, all’espiazione e all’estinzione?
Ezio Scaramuzzino

sabato 29 aprile 2017

La Guerra del Peloponneso di Tucidide

Quando, nei miei anni di Liceo, lessi per la prima volta La guerra del Peloponneso di Tucidide, rimasi fortemente colpito. Posso dire che Tucidide ebbe su di me un’influenza non minore di quella che contemporaneamente esercitavano autori come Tacito, Machiavelli, Guicciardini, Pareto. Ho dimenticato molto di quel che ho letto allora, ma c’è un episodio narrato da Tucidide che ancora oggi, a distanza di tanti anni, è stabilmente fisso nella mia mente ed è da me considerato uno dei testi che maggiormente hanno influito sulla mia capacità di capire lo svolgimento della Storia e, più in generale, della vita degli uomini. E l’episodio è quello relativo all’occupazione da parte di Atene della piccola isola di Melo.
Siamo durante la Guerra del Peloponneso (431-404 a.C.), che vede le due potenze Atene e Sparta impegnate in una lotta mortale. Nel 421 è stata stabilita una tregua, ma le due città ne approfittano per cercare di consolidare le proprie posizioni. In particolare Atene non sopporta l’atteggiamento della piccola isola di Melo, che, pur alleata di Sparta per una comune origine etnica, decide di non intervenire nel conflitto e mantiene una posizione di stretta ed assoluta neutralità. Questa neutralità non sta bene ad Atene, la quale teme che l’esempio di Melo possa estendersi ad altre isole dell’Egeo, con il rischio che la sua superiorità navale possa rimanerne frustrata e che Sparta possa trarne indiretti vantaggi. Nel 416 gli Ateniesi mandano pertanto un’ambasceria a Melo: gli abitanti dell’isola sono invitati ad accettare la protezione della superpotenza ateniese, diventando alleati e tributari; possono anche rifiutarla, ma in tal caso avranno la guerra totale e saranno sterminati. Così Tucidide racconta l’episodio.
Poi gli Ateniesi mossero anche contro l'isola di Melo. I Meli, che sono coloni spartani, non volevano assoggettarsi al predominio di Atene e se ne stavano tranquilli, senza schierarsi né con gli uni né con gli altri.  I generali ateniesi, prima di mettere a ferro e a fuoco il paese, mandarono un'ambasceria per intavolare trattative. 
Ateniesi:-Vi proponiamo di diventare nostri alleati e tributari, ma non pretendiamo che voi diate una risposta immediata.
Meli:-Questo colloquio porterà a noi la guerra se, forti del nostro diritto, non cederemo; se invece accetteremo, avremo la schiavitù.
Ateniesi:-Da parte nostra, non faremo ricorso a frasi sonanti. Non diremo fino alla noia che è giusta la nostra posizione di predominio perché abbiamo debellato i Persiani e che ora marciamo contro di voi per rintuzzare offese ricevute: discorsi lunghi e che suscitano solo diffidenze. Però nemmeno voi ci potete convincere col dire che non vi siete schierati al nostro fianco perché eravate coloni di Sparta e che, infine, non ci avete fatto torto alcuno. Poiché voi sapete bene che, nei ragionamenti umani, si tiene conto della giustizia solo quando la necessità incombe con pari forze su ambo le parti. In caso diverso, i più forti esercitano il loro potere e i più deboli sono costretti ad adattarsi.
Meli:-Orbene, a nostro giudizio almeno, la convenienza stessa richiede che non distruggiate quello che è un bene di cui tutti possono godere. Ma, quando qualcuno si trova nel pericolo, non gli sia negato ciò che gli spetta ed è giusto. 
Ateniesi:-Siamo ora qui per consolidare il nostro impero e avanzeremo proposte atte a salvare la vostra città, poiché noi vogliamo estendere il nostro dominio su di voi e nello stesso tempo salvarvi dalla rovina, per l'interesse di entrambe le parti.
Meli:-E come potremmo avere lo stesso interesse, noi a divenire schiavi e voi ad essere padroni?.
Ateniesi:-Poiché voi avrete interesse a fare atto di sottomissione prima di subire  più gravi danni e noi avremo la nostra convenienza a non distruggervi completamente.
Meli:-Sicché non accettereste che noi fossimo in buona pace, amici anziché nemici, conservando intatta la nostra neutralità?.
Ateniesi:-No, perché ci danneggia di più la vostra amicizia, che non l'ostilità aperta. Quella, infatti, agli occhi dei nostri sudditi sarebbe prova manifesta di debolezza, mentre il vostro odio sarebbe testimonianza della nostra potenza.
Meli:-E i vostri sudditi sono così ciechi da porre sullo stesso piano le città che non hanno con voi alcun legame e quelle che, per lo più vostre colonie, e alcune addirittura ribelli, sono state sottomesse?.
Ateniesi:-Essi pensano che agli uni e agli altri non mancano motivi plausibili per difendere la loro causa, ma ritengono che alcuni siano liberi perché sono forti e noi non li attacchiamo perché abbiamo paura. Sicché, senza trascurare che il nostro dominio ne risulterà più vasto, la vostra sottomissione ci procurerà maggior sicurezza; tanto più se non si potrà dire che voi, isolani e meno potenti di altri, avete resistito vittoriosamente ai padroni del mare.
Meli:-E con una politica diversa non pensate di provvedere ugualmente alla vostra sicurezza? Poiché voi, distogliendoci dal fare appello alla giustizia, ci volete indurre a servire alla vostra convenienza, bisogna pure che noi a nostra volta cerchiamo di persuadervi, dimostrando qual è il nostro interesse e se per caso non venga esso a coincidere anche con il vostro. Or dunque, così facendo, tutti quelli che ora sono neutrali ve li renderete nemici, perché, osservando questo vostro modo di agire, si convinceranno che un giorno voi andrete anche contro di loro. E in questo modo, che altro farete voi se non accrescere i nemici che già avete e trascinare al loro fianco, pur contro voglia, coloro che fino ad ora non ne avevano avuto nemmeno l'intenzione?.
Ateniesi:-No, perché non riteniamo pericolosi quei popoli che abitano sul continente e che, per la libertà che godono, esiteranno a mettersi contro di noi. Sono piuttosto gli abitanti delle isole che ci fanno paura, quelli che, come voi, non sono sottomessi ad alcuno e quelli che mal si rassegnano ormai ad una dominazione imposta dalla necessità. Costoro, infatti, molto spesso affidandosi ad inconsulte speranze, possono trascinare se stessi in manifesti pericoli e noi con loro.
Meli:-Ordunque, se voi affrontate cosi gravi rischi per non perdere il vostro predominio e quelli che ormai sono vostri schiavi tanti ne affrontano per liberarsi di voi, non sarebbe una grande viltà e vergogna per noi, che siamo ancora liberi, se non tentassimo ogni via per evitare la schiavitù?. Ma noi sappiamo pure che le vicende della guerra prendono talvolta degli sviluppi imprevisti. Ad ogni modo, per noi cedere subito significa dire addio a ogni speranza; se invece ci difendiamo, possiamo ancora sperare che la nostra resistenza abbia successo.
Ateniesi:- Quelli, che alla speranza affidano tutto ciò che hanno, ne riconoscono la vanità solo quando il disastro è avvenuto; e, scoperto che sia il suo gioco, non resta più alcun mezzo per potersene guardare in futuro. Perciò voi, che non siete forti e avete una sola carta da giocare, non vogliate cadere in questo errore. Non fate anche voi come i più che, mentre potrebbero ancora salvarsi con mezzi umani, abbandonati sotto il peso del male i motivi naturali e concreti di sperare, fondano la loro fiducia su ragioni oscure: predizioni, vaticini e altre cose del genere, che incoraggiano a sperare, ma poi traggono alla rovina.
Meli:-Anche noi consideriamo molto difficile cimentarci con la potenza vostra e contro la sorte, se non sarà ad entrambi ugualmente amica. Tuttavia abbiamo ferma fiducia che, per quanto riguarda la fortuna che procede dagli dei, non dovremmo avere la peggio, perché, fedeli alla legge divina, insorgiamo in armi contro un ingiusto sopruso. Quanto all'inferiorità delle nostre forze, ci assisterà l'alleanza di Sparta, che sarà indotta a portarci aiuto, se non altro per il vincolo dell'origine comune e per il sentimento d'onore. Non è, dunque, al tutto priva di ragione la nostra audacia.
Ateniesi:-Se è per la benevolenza degli dei, neppure noi abbiamo paura di essere da essi trascurati, poiché nulla noi pretendiamo, nulla facciamo che non s'accordi con quello che degli dei pensano gli uomini e che gli uomini stessi pretendono per sé. Gli dei, infatti, secondo il concetto che ne abbiamo, e gli uomini, come chiaramente si vede, tendono sempre, per necessità di natura, a dominare ovunque prevalgano per forze. Questa legge non l'abbiamo inventata noi, non siamo nemmeno stati i primi ad applicarla. Così come l'abbiamo ricevuta e la lasceremo ai tempi futuri, ce ne serviamo, convinti che anche voi, come gli altri, se aveste la nostra potenza, fareste altrettanto. Da parte degli dei, dunque, com'è naturale, non temiamo di essere in posizione di inferiorità rispetto a voi. Per quel che riguarda poi l'opinione che avete degli Spartani e sulla quale basate la vostra fiducia che essi accorreranno in vostro aiuto per non tradire l'onore, noi vi apprezziamo per il vostro senso di lealtà, ma non possiamo invidiare la vostra stoltezza. Gli Spartani, infatti, quando si tratta dei propri interessi e delle patrie istituzioni, sono più che mai seguaci della virtù, ma sui loro rapporti con gli altri popoli, molto ci sarebbe da dire.
Meli:-Anzi, è proprio questa la ragione che ci infonde la massima fiducia in quello che è un effettivo interesse loro: non vorranno essi, tradendo i Meli che sono loro coloni, suscitare il sospetto fra i Greci amici e favorire in tal modo i loro nemici. Inoltre noi siamo sicuri che, per la causa nostra, essi affronteranno più volentieri anche i pericoli e meno gravi li giudicheranno in confronto agli altri, perché, come campo di azione, siamo vicini al Peloponneso e, per disposizione d'animo, data la comune origine, diamo una garanzia di fedeltà maggiore degli altri.
Ateniesi:-Non è tanto la simpatia di coloro che invocano aiuto che garantisce la sicurezza di chi si accinge a portarlo, quanto, piuttosto, la superiorità effettiva delle loro forze. A questo gli Spartani badano anche più degli altri (non si fidano, infatti, della propria potenza e, per marciare contro i vicini, hanno bisogno dell'appoggio di molti alleati); sicché non c’è da pensare che essi facciano uno sbarco in un'isola, quando siamo noi i padroni del mare.
Meli:-Potrebbero, però, incaricare altri dell'impresa: è vasto il mare di Creta e sarà meno facile ai padroni del mare intercettare i convogli nemici, che a questi mettersi in salvo se vogliono non farsi scorgere. E se anche in questo dovessero fallire, potrebbero volgersi contro il vostro paese e contro quelli dei vostri alleati che non sono stati attaccati. Così voi sareste costretti a combattere non tanto per un paese estraneo, quanto per difendere i vostri alleati e il vostro stesso paese.
Ateniesi:-Voi sapete bene che gli Ateniesi non si sono mai ritirati da alcun assedio per paura d'altri e converrete che non ha nulla di infamante il riconoscere la superiorità della città più potente di Grecia, che ha propositi di moderazione, e diventarne alleati e tributari, conservando la sovranità nel vostro paese. Dato che vi si offre la scelta tra la guerra e la vostra sicurezza, non ostinatevi nel partito peggiore: il massimo successo arriderà sempre a quelli che si impongono a chi ha forze uguali e quelli più deboli trattano con moderazione e giustizia. Riflettete, dunque, anche quando noi ci ritireremo; ripetetevi spesso che è per la patria vostra che deliberate; che la patria è una sola e la sua sorte da una sola deliberazione sarà decisa, di salvezza o di rovina.
Meli:-Noi, o Ateniesi, mai ci indurremo a privare della sua libertà, in pochi momenti, una città che ha già 700 anni di vita, e, fidando nella buona sorte che fino ad oggi, con l'aiuto degli dei, l'ha salvata e nell'appoggio degli uomini, specie di Sparta, faremo di tutto per conservarla. Vi proponiamo la nostra amicizia e neutralità, a patto che vi ritiriate dal nostro paese, dopo aver concluso degli accordi che diano garanzia di tutelare gli interessi di entrambe le parti.
Ateniesi:-A quanto pare, dunque, voi siete i soli a considerare i beni futuri come più evidenti di quelli che avete davanti agli occhi, mentre con il desiderio voi vedete già tradotto in realtà ciò che ancora è incerto e oscuro. Orbene, poiché vi siete affidati agli Spartani, alla fortuna e alla speranza e in essi avete riposto la fiducia più completa, altrettanto completa sarà pure la vostra rovina.
Gli inviati di Atene se ne tornarono, quindi, all'accampamento e i generali allora, vedendo che i Meli non volevano sentir ragione, subito si accinsero ad atti di guerra e, ripartitisi i vari settori, costruirono un muro tutto intorno ai nemici. Poi gli Ateniesi lasciarono in terra e sul mare un presidio formato di soldati loro e alleati. Quindi con la maggior parte delle truppe si ritirarono. La guarnigione rimasta sul posto continuò l'assedio.
Nell'inverno seguente venne da Atene una seconda spedizione, sicché, stretti ormai da un assedio molto rigoroso ed essendosi anche verificato nell’isola qualche caso di tradimento, i Meli si arresero senza condizioni agli Ateniesi. Questi passarono per le armi tutti gli adulti caduti nelle loro mani e resero schiavi i fanciulli e le donne. Più tardi vi mandarono 500 coloni.
Ora, fatte le debite proporzioni, mettete gli Americani al posto degli Ateniesi, i Russi al posto degli Spartani e i Siriani al posto dei Meli. Cambia qualcosa?
Ezio Scaramuzzino