giovedì 2 marzo 2017

Lo scambio (racconto inedito) di Ezio Scaramuzzino

Don Luigi Bommese poteva ritenersi soddisfatto. Ora che incominciava a sentirsi vecchio, amava ogni tanto riandare con il pensiero agli anni trascorsi e poteva concludere che la fortuna era stata benigna con lui. Viveva a Scandale da tanti anni, dopo essere nato a Savelli nel lontano 1892, da dove si era trasferito con il padre Francesco, rimasto vedovo, e i suoi fratelli Armando e Giovanni. Nel suo nuovo paese era diventato una persona importante, tanto che i paesani avevano istintivamente preso l’abitudine di rivolgersi a lui con il “don” e, quando lo incontravano, si toglievano il cappello e lo salutavano per primi. Grazie alle sue vaste proprietà ed al mulino che gestiva con l’aiuto di alcuni contadini del luogo, era diventato anche ricco e si era costruito una sontuosa villa, in una zona appartata del paese, dove viveva insieme con i suoi due fratelli, scapoli impenitenti e piuttosto restii ad intrecciare rapporti con la gente del luogo. Lui invece, grazie alle sue relazioni, era stato nominato podestà tanti anni prima, anche se questo lo aveva obbligato ad iscriversi al Partito Nazionale Fascista, dal quale lui, vecchio liberale e massone, si sentiva piuttosto lontano. Aveva poi sposato una brava donna del luogo, Angelina, che gli aveva sfornato tre figli già nei primi anni del matrimonio, seppure con un unico inconveniente: erano tutte femmine e questo lo aveva amareggiato non poco. Si era quasi rassegnato ormai, ma, poco prima che arrivasse a 50 anni, la moglie gli comunicò che forse era di nuovo incinta. Glielo disse una mattina, mentre lui stava prendendo il caffè.
- Luigi, ho un ritardo. Forse sono incinta.
- Speriamo e soprattutto speriamo che sia un maschio. Intanto domani ti porto a Crotone a farti visitare da uno specialista. E poi questa volta faremo anche un voto alla Madonna di Condoleo e non solo un voto.
Saranno state le visite dallo specialista di Crotone o il voto alla Madonna, fatto sta che dopo nove mesi venne alla luce un bel maschietto, un po’ gracile a dire il vero, al quale fu imposto il nome del nonno, Francesco.
Francesco frequentò le scuole elementari a Scandale, poi studiò a Catanzaro abitando presso alcuni lontani parenti e infine studiò all’Università di Napoli dove si laureò in Giurisprudenza. In tutta la sua carriera scolastica non aveva creato problemi ed i risultati, magari non particolarmente brillanti, erano però di piena soddisfazione.
Dopo la laurea Francesco tornò al paese ad aspettare di poter ereditare un giorno le ricchezze del padre e quasi certamente anche quelle degli zii scapoli. Di esercitare la professione di avvocato non avvertiva nessuna voglia e al massimo, se proprio doveva fare qualcosa di concreto, era disponibile a qualche impiego pubblico che potesse assicurargli uno stipendio vita natural durante, in cambio di un modesto impegno. Una cosa però preoccupava i genitori: Francesco non dimostrava nessun interesse al matrimonio. Fidanzate non ne aveva e non ne cercava e, quando un giorno un amico gli chiese cosa pensasse dell’amore, la sua risposta fu pronta:- L’amore è qualcosa di utile solo per le servette ed io non sono un servo. Un’altra volta qualcuno gli chiese se avesse mai avuto una fidanzata e anche questa volta rispose prontamente: - Io le donne sono abituato a pagarle, non a conquistarle, perché a conquistarle si perde troppo tempo e io  tempo da perdere non ne ho.
E non ne aveva davvero, perché era troppo impegnato ad andare a caccia, sua autentica passione, per cui portava eternamente degli stivali; per essere pronto a partire in qualunque momento con i suoi adorati cani, diceva, anche nei periodi in cui la caccia era chiusa, aggiungevano le malelingue. Quando poi gli restava del tempo, preferiva giocare a poker in alcuni circoli privati di Crotone, dove pare fosse diventato un generoso finanziatore delle tasche altrui.
In queste condizioni il padre prese a preoccuparsi sempre di più e un giorno decise di affrontare la questione direttamente con lui. Lo bloccò al mattino subito dopo che egli aveva fatto colazione e lo invitò a sedere un’altra volta, ripromettendosi di mantenersi calmo con quel figlio, con il quale non era mai riuscito a stabilire un vero rapporto confidenziale.
– Francesco, iniziò, hai ormai 25 anni ed è il caso che tu pensi seriamente a sposarti. Non vorrai fare la fine dei tuoi zii, che fanno tristezza a vederli sempre soli e senza la compagnia di una donna che li assista, anche se io faccio quello che posso per loro. Anche le tue sorelle da quest’orecchio non ci sentono, a parte Edvige, che è l’unica ad avere un fidanzato, mentre le altre due pensano solo ad andare in chiesa e a recitare Paternostri e Avemmarie.  Per chi ho lavorato io? Vuoi che i nostri beni, i nostri soldi vadano a finire a qualche lontano parente, che se li papperà alla faccia nostra?
Francesco si limitò ad ascoltare, senza interrompere. Non aveva alcuna voglia di sposarsi, proprio ora che si sentiva libero, indipendente e quasi felice, almeno per quanto la vita consenta di essere felice. D’altra parte non voleva nemmeno mettersi contro il padre, per il quale nutriva un sacro rispetto, che a volte sconfinava in una sorta di timore, di vera e propria paura. Si limitò a fare qualche cenno con la testa e solo alla fine rispose:
- Hai ragione, papà, hai proprio ragione. Ma non mi dare fretta, ci debbo pensare un pochino.
Il padre si accontentò. Temeva di peggio e invece quella risposta gli sembrò un segno della disponibilità del figlio, una prima disponibilità ad arrivare ad una conclusione. Si sentì rinfrancato e la stessa sera volle renderne partecipe la moglie, a letto, prima che lei si addormentasse. La sfiorò sotto l’ombelico in una parte che lei, timorata di Dio, gli aveva sempre consentito di toccare ma mai di vedere, la svegliò completamente e le rivelò la sua soddisfazione.
Nei giorni seguenti don Luigi stette a spiare il figlio con la coda dell’occhio, in attesa di una risposta che però tardava ad arrivare. Il figlio anzi sembrava sfuggirlo e coglieva ogni pretesto per allontanarsi da lui il più lestamente possibile. E allora don Luigi capì che doveva prendere la questione di petto e si risolse a bloccare nuovamente il figlio, questa volta subito dopo cena e prima che Francesco prendesse l’auto per andare a Crotone.
- Fermati un attimo, gli disse. Per una sera i tuoi amici del poker possono pure aspettare di incassare i soldi che io ti passo. Ma non è questo il punto. Il punto è che io aspetto una risposta da te sulle tue intenzioni matrimoniali e tu questa risposta non ti decidi a darla. Io posso pure capirti: non ti manca niente e non vuoi complicarti la vita, ma tu devi sposarti.
- Papà, hai ragione, ma per sposarsi bisogna essere in due ed io ancora non ho trovato quella che cerco.
- Finché non trovi, diventi vecchio. Basta che ti guardi attorno, perché in  paese non mancano le ragazze che possono fare per te. C’è la figlia del sindaco, poi la figlia di don Carlo Roma…Certo, non sono alla nostra altezza, soprattutto quanto a ricchezze, ma tu hai bisogno di una moglie, non di un’ereditiera. Se posso darti un consiglio, io ti suggerisco Elisa, la figlia di don Carlo. E’ meno carina dell’altra, però è più ricca. Ma deciditi, devi scegliere tu e, se per caso la cosa ti crea problemi, basta che tu scegli e al resto provvediamo noi.
-Io non ho niente da scegliere. Decidete voi, per me una vale l’altra.
Era quello che don Luigi voleva sentirsi dire. Non perse tempo, ci mise in mezzo il parroco, don Renato, e in meno di un mese il matrimonio con Elisa Roma fu combinato. In un giorno d’Aprile del 1965 i due novelli sposi convolarono a giuste nozze con una cerimonia che fu celebrata nella chiesa madre del paese e che sarebbe rimasta famosa per numero di invitati, per sfarzo, perché il celebrante lesse un telegramma di auguri del Papa e perché fu testimone di nozze l’onorevole Ernesto Pucci, esponente di primo piano della Democrazia Cristiana del tempo.
I due andarono a vivere in un’ala della villa che don Luigi aveva provveduto a ristrutturare e i primi tempi del matrimonio furono abbastanza tranquilli, o almeno così sembravano. Francesco aveva diradato i suoi impegni con la caccia e con gli amici del poker per poter rimanere vicino alla moglie, la quale però non sembrava aver acquisito quella calma, quella placidità bovina che in genere caratterizza la vita delle novelle spose. Da subito anzi Elisa sembrava in preda ad un certo nervosismo, difficilmente spiegabile per chi la osservasse dal di fuori. C’erano delle ambasce segrete nel suo cuore, ambasce che lei non riusciva a sfogare con un’amica, perché lei non aveva una vera amica cui confidare le sue pene.
E queste pene riguardavano il rispetto dei doveri coniugali da parte del marito, il quale marito non si sottraeva certo a tali doveri, ma li espletava appunto come dei doveri, ai quali non poteva sottrarsi, di fretta e senza entusiasmo, e dei quali avrebbe fatto volentieri a meno, se solo avesse trovato una scusa plausibile.
Francesco era fondamentalmente un pigro ed era pigro anche nelle faccende d’amore e di sesso. Ma per lui, educato e svezzato in queste pratiche dalle prostitute di alto bordo di Napoli, anche il sesso doveva sfociare nella sublimazione del sesso e doveva comportare raffinati virtuosismi, che soli potevano svegliare il suo corpo indolente ed il suo carattere svogliato. Ogni tanto gli capitava di ricordare i suoi dialoghi con le cortigiane nei quartieri eleganti del Vomero o di Posillipo. – Che cosa preferisci stasera?, gli chiedeva una. E lui non aveva che da chiedere ed era sempre accontentato, perché disponeva di tanto denaro. Da loro aveva imparato che la pratica dell’amore e del sesso poteva diventare ridicola, se non era irrorata dalla fantasia e dalla curiosità. E lui, debole e facilmente suggestionabile, si era lasciato convincere facilmente, fino a farne una filosofia di vita. –Tu non sei solo la mia amica, sei anche la mia maestra di vita, era solito ripetere ad una delle sue amiche che maggiormente gli avevano svelato e insegnato i segreti del talamo.
Imbevuto di queste idee, era arrivato al matrimonio e non ci voleva molto a capire che, con questi presupposti, il matrimonio era destinato al fallimento. La moglie Elisa in vita sua non aveva avuto altre frequentazioni che quelle della parrocchia e delle Figlie di Maria, di cui per un certo periodo era stata anche Presidente, e non poteva nemmeno lontanamente immaginare quel che frullava nella testa del marito. Finì col diventare sempre più nervosa, poi divenne abulica, incominciò a trascurarsi, non aveva voglia di pulire la casa o di cucinare.
La cosa non poteva passare inosservata e la prima ad accorgersi del profondo cambiamento della nuora fu la suocera Angelina, donna semplice ed incapace di profonde intuizioni, che un giorno si fece coraggio.
- Che hai?, le chiese, c’è qualcosa che non va? Il matrimonio fila bene?
- Niente, niente, rispose lei. Sono solo un po’ stanca. E’ che un matrimonio ti impone tante cose, pulire, cucinare, lavare, stirare ed io mi accorgo che non sempre ce la faccio, anche se Francesco è poco esigente, è comprensivo e mi vuole bene.
- Ma perché non l’hai detto prima?, benedetta figliola. Ti ci vuole una donna di servizio, una che ti dia una mano.
E fu così che qualche giorno dopo Francesco si vide arrivare in casa una  ragazza, di circa 20 anni, un po’ grassottella, con neri capelli corvini, un po’ trasandata, ma che, tutto sommato, a Francesco sembrò piacente e gradevole.
-E’ Natalia, la nostra nuova domestica, la presentò Elisa. E’ figlia della fornaia e fornaia pure lei, ma da oggi farà solo la domestica e vivrà con noi. Le ho assegnato la stanzetta nel corridoio in fondo a destra, dopo le scale.
Francesco espresse il suo gradimento, anche se la cosa in fondo gli era piuttosto indifferente, e non aggiunse altro.
Ma l’arrivo di Natalia non cambiò di molto l’atmosfera che regnava nella famiglia, anzi per alcuni aspetti la peggiorò. La presenza della domestica sembrò a Francesco una buona scusa per diradare la sua presenza a casa e questo lo indusse a riprendere le vecchie abitudini, che comunque non aveva mai del tutto abbandonato. Riprese ad andare a caccia con più frequenza, riprese le partite di poker nei circoli di Crotone ed anzi aggiunse a queste ultime altre partite con giocatori occasionali del paese, ai quali non sembrò vero di poter attingere a quelle risorse pecuniarie finora riservate ai circoli di Crotone.
Francesco sembrava la smentita vivente di un famoso proverbio, perché egli era ed appariva ugualmente sfortunato sia al gioco, sia in amore, ma  non se ne crucciava più di tanto, perché sapeva di essere una natura perdente, cosa alla quale si era ormai rassegnato. A volte anzi, più perdeva, più si incaponiva a giocare, con un atteggiamento chiaramente masochistico. Per vedere, diceva, fino a che punto la jella potesse perseguitarlo; e spesso concludeva che, perdere per perdere, era meglio che i suoi soldi restassero a Scandale, invece di prendere la via di Crotone.
Una notte rientrò a casa più tardi del solito: era quasi mezzanotte. Era piena estate, faceva molto caldo e per le vie non c’era anima viva. Aprì dolcemente il portone, per non fare troppo rumore, salì una prima rampa di scale e si ritrovò nel corridoio. Sulla sinistra c’era la stanza della moglie, in fondo a destra quella della domestica. Si diresse verso la porta dell’unico bagno su quel piano, al centro, dove era solito sbrigare le ultime incombenze prima di andare a letto, ma la trovò chiusa. Dal rumore dei passi all’interno, capì trattarsi di Natalia, anche perché la moglie a quell’ora piombava di solito in un sonno profondo che ricordava quello della morte e da cui si ridestava solo alle prime luci dell’alba. Decise di aspettare con pazienza e in silenzio, appoggiandosi alla parete della stanza di Natalia, anche se a piano terra c'era un altro bagno di cui avrebbe potuto servirsi.
Quando la porta del bagno si aprì, nel buio si stagliò netta la sagoma di Natalia, che avanzò verso la porta della sua stanza e lo intravide nel buio.
-Voi qui?
-Zitta!, sussurrò Francesco, mettendogli una mano sulla bocca.
Poi nessuno dei due capì con chiarezza quello che stava accadendo.
Natalia si avviò lentamente verso la sua stanza e Francesco la seguì come inebetito. Ad un certo punto la donna accese la luce di un abat jour e Francesco ebbe come un brivido. Aveva davanti a sé le braccia candidissime e marmoree di Natalia, che sembravano fare da corona ad un petto prorompente, quale egli forse non aveva mai visto in vita sua. Avvicinò il naso all’ascella sinistra di Natalia e ne avvertì un odore che lo fece impallidire e che non smetteva di emettere richiami. Il lenzuolo bianco del letto si stendeva sotto di loro come un abisso marino pronto a riceverli. Dopo alcuni annaspamenti i due caddero sul letto.
        Qualche giorno dopo, approfittando di un’assenza della moglie che era andata in chiesa, Francesco affrontò con piglio deciso Natalia.
-L’altra notte è stata la nostra prima volta. Ma non sarà l’ultima.
-Come volete, rispose Natalia. Siete voi il padrone.
-Brava. Però io ti ricompenso. Ti darò cinque mila lire ogni volta. E’ giusto, per te è come un lavoro straordinario.
- Come volete voi. Siete il padrone.
- Solo che i soldi non te li devi spendere. Anzi. Per essere sicuro che li conservi, ci metterò una sigla di sopra, FB, e ogni tanto me li dovrai far vedere, tutti, fino all’ultima banconota. Ti ci farai la dote con questi soldi, per quando ti sposerai. Come vedi, sono buono con te e mi preoccupo del tuo futuro.
- Come volete voi. Siete il padrone.
- Un’ultima cosa. Verrò a trovarti tre volte la settimana, almeno per i primi tempi. Facciamo Lunedì, Mercoledì e Venerdì. Se qualche volta non posso venire, ti avviso prima. Di mia moglie non c’è da preoccuparsi: a mezzanotte non la svegliano nemmeno le cannonate.
        E così tre volte la settimana Francesco, di ritorno dalle sue scorribande notturne, passava da Natalia, faceva con lei quello che non faceva con Elisa e poi andava a dormire, assicurandosi ogni volta che la moglie dormisse profondamente. Era una vera e propria pacchia che, come tutte le pacchie, era però destinata a finire.
Una notte Elisa non si sentì bene: a cena aveva mangiato dei peperoni che le erano rimasti sullo stomaco. Verso mezzanotte avvertì il bisogno di andare al bagno, si alzò e, avanzando nel corridoio, sentì nel silenzio dei rumori e dei respiri ansimanti e affannosi provenire dalla stanza di Natalia. Si avvicinò, si pose ad origliare, capì tutto, ma non intervenne e, dopo aver usato il bagno, ritornò a letto.
Il giorno dopo Elisa convocò Natalia.
- Non c’è bisogno che tu mi dia spiegazioni, perché ho già capito. Sarai subito licenziata, a meno che tu non collabori con me e non mi racconti veramente tutto.
- Dura da un mese circa, rispose Natalia. Viene tre volte la settimana, mi dà cinque mila lire ogni volta e sono soldi che io debbo conservare, perché lui ci mette una sigla di sopra e ogni tanto li vuole vedere.
- Interessante!, replicò Natalia. Ma per la prossima volta, per Venerdì prossimo, devi aiutarmi. Tu ti nasconderai nel ripostiglio ed io dormirò nel tuo letto. Il resto te lo farò sapere.
Al Venerdì, poco prima di sera, Elisa provvide a togliere una valvola dall’impianto elettrico e fece mancare la luce in tutta la casa. Al marito disse che per il giorno dopo dovevano far venire l’elettricista e che per quella sera si sarebbero arrangiati con qualche candela. Francesco uscì tranquillo, pregustando in cuor suo i piaceri da assaporare nel buio totale della notte. Rientrò alla solita ora, si diresse a tentoni verso la stanza di Natalia, si spogliò alla meglio, si infilò nel suo letto. Fece quel che doveva fare, ma gli rimase qualche perplessità. Natalia non aveva detto una parola, non aveva quasi fatto sentire il suo respiro e poi aveva uno strano ed insolito profumo, mai avvertito in precedenza. Le lasciò sul comodino le solite cinque mila lire siglate, poi passò dal bagno ed infine si infilò nel letto matrimoniale, dove sua moglie dormiva già profondamente.
Il giorno dopo, a pranzo, Francesco notò che sua moglie era stranamente euforica. Aveva mandato fuori la domestica con una scusa, serviva il pranzo al marito lanciandogli grandi e sorprendenti sorrisi e volle perfino chiudere il pranzo con un liquore ed una fetta di torta. Quando alla fine la moglie tolse via le stoviglie, Francesco si accorse con meraviglia che sotto il piattino della torta era rimasta una banconota di cinque mila lire e soprattutto, guardando meglio, si accorse con sgomento che quella banconota aveva in un angolino una sigla, la sua, FB.
- Ti restituisco i soldi che mi hai dato stanotte, gli disse Elisa, perché io non sono una puttana, come quelle cui sei abituato tu. Inutile dirti che tra noi due è ormai tutto finito, che da stanotte tu dormirai solo in una stanza a pianterreno che ti ho già fatto preparare e che il mio corpo, che tu hai disprezzato, o almeno hai dimostrato di non volere o non sapere apprezzare, ti sarà negato per sempre, per tutto il resto dei tuoi giorni.
        Dal matrimonio di Francesco ed Elisa non nacquero figli. Ricordo che, negli ultimi tempi che sono vissuto al paese, mi capitava ogni tanto di vedere Francesco, don Ciccio come lo chiamavano, con gli immancabili stivali e al guinzaglio uno dei suoi cani. Al paese si diceva con meraviglia che lui e la moglie dormivano in letti separati, come nei film americani. Della antica famiglia dei Bommese al paese quasi non sono rimaste tracce. Qualche anno fa, in una delle periodiche visite al cimitero, mi è capitato di vedere una cappella con l’indicazione “Famiglia Bommese”. C’era il cancelletto aperto e sono entrato per curiosità. In alto sulla destra, su una lastra di marmo bianchissimo, era possibile leggere una targhetta: Elisa Roma coniugata Bommese 18/02/1935-31/08/2005 Il marito, addolorato, pose.
Ezio Scaramuzzino

N.B. Eventuali riferimenti a nomi, persone o fatti reali sono da ritenersi del tutto casuali.



martedì 28 febbraio 2017

Come fossi un uomo (romanzo) di Giuseppe Pipino


Ho ricevuto da un amico un bel libro, Come fossi un uomo, di Giuseppe Pipino, ed. L’Espresso, 2012, che ho letto quasi d’un fiato. Lo consiglio a chi ha voglia di distogliere ogni tanto lo sguardo dalla TV e di dedicare qualche mezzoretta del suo tempo alla lettura di qualcosa di bello e di intelligente. L’autore è un ingegnere nucleare e sostiene che la conoscenza derivante dall’intuizione è non meno importante di quella derivante dall’osservazione, che è figlia della scienza. Giuseppe Pipino poteva rivolgere la sua attenzione allo studio di protoni, elettroni e neutroni e invece ha preferito occuparsi, almeno in questo lavoro, di argomenti storico-religiosi.
Il libro infatti è una rivisitazione della vita di Cristo, fondamentalmente nella sua dimensione umana, raccontata secondo un interessante ed originale punto di vista: molti capitoli, specie all’inizio, sono dedicati ciascuno ad uno dei personaggi che hanno contato qualcosa nella vita di Gesù ed ognuno di essi racconta in prima persona le vicende di cui ha avuto la fortuna di essere privilegiato testimone. Come in un gigantesco Rashomon, le varie testimonianze si compongono fino a formare il puzzle che fa da sfondo all’avventura umana di Gesù, l’unico a non fornire la sua personale versione dei fatti. L’autore inoltre dimostra di avere una vasta ed approfondita conoscenza dei testi sacri e quindi si muove sempre molto agevolmente tra i fatti, storici, privati, a volte quasi oscuri, di quei primi decenni della nostra Era.
E’ una sorta di nuovo Vangelo, avvincente, alla stregua di uno dei tanti vangeli apocrifi che nel corso dei primi secoli sono nati intorno alla figura del Cristo, anzi lo si potrebbe definire il Quinto Evangelio, se non fosse per il fatto che tale denominazione è stata già utilizzata dallo scrittore Mario Pomilio in un suo famoso libro.
Ci passa davanti agli occhi la vita di Gesù, dalla nascita a Betlemme alla  crocifissione sul Golgota. E questa vita è raccontata, descritta, ampliata, collegata, trasfigurata, come in un grande affresco, da un autore che ha la voglia di raccontare e sa farsi capire da un pubblico che vuole conoscere e, soprattutto, vuole sapere di più rispetto a quello che già si sa dalla lettura dei cosiddetti libri canonici.
Il libro non ha pretese scientifiche e non mancano alcune ricostruzioni che possono suscitare perplessità nel lettore più legato al tradizionale racconto della vita di Gesù, fino al sorprendente finale, decisamente fuori del comune  e tale da risultare la spia più sicura e convincente delle capacità narrative  dell’autore. Il libro insomma si presenta esplicitamente come un romanzo, secondo quanto lo stesso autore indica in copertina, ma, dopo gli abusi e gli sproloqui degli ultimi anni, si tratta di un romanzo che ritorna alle migliori tradizioni di questo genere letterario. Lo si potrebbe definire un romanzo storico, secondo una tradizione letteraria che ha il suo più illustre esponente in un autore che, scusate se è poco, si chiama Alessandro Manzoni.
Quanto allo stile, non si può che dirne bene. L’autore non segue le mode dei nostri giorni, che indulgono allo sperimentalismo linguistico. Egli scrive e racconta con l’atteggiamenti tipico di chi ha il piacere di raccontare. Semplicemente scrive in lingua italiana e lo fa con l’intenzione di farsi capire e di rendere agevole la lettura, aggiungendo di suo un tono tra il poetico e il favoloso, che costituisce secondo me il fascino non ultimo della bellezza di questo libro.
Difetti? Forse qualche refuso di troppo e una certa tendenza a presentare un numero eccessivo di  personaggi, anche secondari, con il rischio di creare un po’ di confusione nel lettore meno attento, con tutti quei nomi ebraici, che spesso si ripetono pur appartenendo a persone diverse. Se poi si vuole essere particolarmente pignoli, è anche possibile rilevare una certa forzatura ideologica, che induce a presentare alcuni personaggi, in particolare Giuda,  almeno nella fase della loro prima attività, più come dei guerriglieri in lotta contro l’occupazione romana, che non come apostoli di una nuova religione. Un’ultima annotazione: quando ho finito il libro, mi è dispiaciuto, perché avrei voluto che continuasse. Ho pensato che il libro fosse troppo breve, poi ho controllato il numero delle pagine, 208, ed ho capito che ero stato io troppo veloce.
Il libro è facilmente reperibile ed acquistabile in Internet, immettendo i dati in un qualunque motore di ricerca. Giuseppe Pipino è anche autore di altri due romanzi:
Il volto oscuro del Signore (Edicom, 1998);
Aspro-monte. Un sottile, instabile crinale (L'Espresso, 2012).

Ezio Scaramuzzino

domenica 26 febbraio 2017

Vola lo spirto (poesia inedita) di Alfredo Giglio




Vola lo spirto su nel vento
E l’anima si disperde
Nel tenue chiarore
D’una luna languente.
Il buio ammanta il dolore
E rende vota la mente,
Mentre il mio martiro
Dilegua  all’orizzonte,
Ch’il sospiro racchiude
D’una Terra agonizzante.
Muore anche la speme
D’un viver differente
Del futuro seme
E perisce l’ideale,
Che nato era nell’incanto
Del sogno mio più vero,
Ch’or manifesta il male.
Il silenzio d’una notte
Che sembra eterna
Spegne ogni rumore.
Anche le voci dell’etere,
Che non hanno più onore
S’acchetano,
Senza svelar la sofferenza
E l’arroganza
Di gente oppressa
Da vile minoranza.
Si rinnova la storia,
Mentre ch’il tempo scorre
Graffiando la memoria,
E rende l’ore
Ancor più corte,
E par che trascini l’avvenire
Nel sonno della morte.

Alfredo  Giglio


venerdì 24 febbraio 2017

Jendu Vinendu12: De Filippi-Roesch-Zeman-Le Pen


Maria De Filippi
La De Filippi non ha bisogno di essere presentata: è talmente popolare da essere forse diventata il simbolo stesso della Televisione. La trovi quasi in tutte le ore su qualcuno dei vari canali Mediaset, tanto che ti viene il dubbio se lei è una dipendente o la proprietaria di tale gruppo televisivo. Solo alla RAI ancora non aveva messo piede, ma, con la partecipazione a San Remo, ha colmato la lacuna.
Non c’è bisogno di dire che è brava, perché lo è veramente, sia come presentatrice, sia come autrice. Uno dei suoi programmi culto è senz’altro C’è posta per te, che sfrutta ampiamente l’industria del dolore e dei drammi familiari, con un successo ininterrotto che dura ormai da più di dieci anni.
E’ uno dei pochi programmi televisivi che seguo con un certo interesse e da qualche tempo ho notato che al successo contribuiamo quasi esclusivamente noi meridionali. Non ci fossimo noi, la trasmissione dovrebbe chiudere e difatti tutti i casi presentati da Maria hanno la loro origine nelle regioni del Sud, con netta prevalenza della Sicilia.
Da che dipende? Probabilmente dal fatto che noi meridionali siamo più inclini alla teatralizzazione del dolore, nella quale ritroviamo uno sfogo alle nostre passioni e al nostro male di vivere. I settentrionali, invece, sono più riservati e, se proprio debbono affrontare un dramma familiare, ricorrono all’avvocato. In alternativa non vanno a C’è posta per te

Paul Roesch
Se si chiede in giro chi è Paul Roesch, probabilmente nessuno sa rispondere ed è giusto che sia così. Ma siccome oggi ogni sconosciuto, per quanto idiota, ha diritto al suo quarto d’ora di notorietà, è bene allora far sapere che Paul Roesch è il sindaco, del partito dei Verdi, di Merano e che nei giorni scorsi è diventato famoso per aver pulito le scarpe ad uno dei tanti clandestini liberamente circolanti nel nostro Paese.
In fondo Roesch ha fatto lo sciuscià, quello che gli scugnizzi napoletani del secondo dopoguerra facevano con gli Americani vincitori. Nel caso specifico egli è risultato solo in anticipo sui tempi, perché, con questi chiari di luna, non penso ci siano dubbi su coloro che saranno i vincitori e i dominatori  tra qualche anno. Inoltre egli ha solo dato una rinfrescata ad una illustre tradizione, sempre fiorente nel nostro Paese, quella dei lustrascarpe, che  in Italia  hanno anche una qualità particolare: stare sempre con il naso all’insù, per capire come spira il vento ed essere pronti a posizionarsi. 
Da  Roberto Benigni che abbracciava Berlinguer a Sandro Bondi che dedicava le sue poesie a Berlusconi, solo per limitarmi ad un paio di esempi, in Italia c’è sempre stata una rigogliosa fioritura di lustrascarpe. E poteva mancare papa Bergoglio? Pur di farsi accettare all’Università Roma3, dove qualche anno fa avevano impedito di parlare a Benedetto XVI, ha lustrato le scarpe al corpo accademico ospitante, non vergognandosi di tenere un discorso in cui non ha mai nominato né Dio, né Gesù Cristo.
Un’ultima annotazione. I Meranesi, in netta maggioranza, si sono lamentati del gesto del loro sindaco. Di che si lamentano dopo averlo eletto? Era un Verde, Grün nell’altoatesina Merano.

Zdeněk Zeman
Leggo da qualche parte che la squadra di calcio del Pescara, dopo 43 partite di astinenza, riesce a vincere una partita in Serie A, domenica 19 febbraio 2017, e la vince con il risultato rotondo di 5 a 0. Si dà il caso che la vittoria arriva dopo il cambio dell’allenatore, da Oddo a Zeman. Tutti conosciamo Zdeněk Zeman, simpatico allenatore boemo giunto in Italia tanti anni fa e fautore di una sorta di calcio totale che poi avrebbe fatto la fortuna di Arrigo Sacchi. Zeman è bravo, ma lui stesso è il primo a riconoscere di non essere in grado di fare miracoli. Alla luce di queste dichiarazioni, come si spiega il clamoroso exploit del Pescara? Gli intenditori riferiscono di una congiura dei giocatori che, per una sorta di incompatibilità con il vecchio allenatore, giocavano a perdere. Inaudito! Giocatori, pagati fior di quattrini, che vigliaccamente facevano del male alla società, ai tifosi, alla città e anche a se stessi. Mi ricordano tanto quei mariti, che, per fare un dispetto alla moglie…


Marine Le Pen
Una buona notizia. Mentre le periferie di Parigi bruciano per le rivolte dei migranti, la magistratura francese, non molto diversa da quella italiana, ha ordinato perquisizioni nella sede del Front National ed ha operato un paio di arresti. L’accusa, risibile, è che la Le Pen avrebbe pagato due impiegati con i fondi del parlamento Europeo invece di pagarli con quelli del partito. Dov’è la buona notizia? La buona notizia è che, se la magistratura ha deciso questa grottesca operazione, significa che la Le Pen ha buone possibilità di vincere, non solo al primo turno, ma anche al secondo, dove finora le previsioni la vedevano soccombere di fronte a Macron, espressione dell’establishment francese e soprattutto espressione della banca  Rotschild. L’operazione non ha inciso sui sondaggi, che restano sempre favorevoli alla Le Pen, anche se questo ovviamente non garantisce la sua elezione. 
Una cosa è certa: tutto l’andamento della campagna elettorale ci sta presentando una Marine Le Pen, donna, come unico candidato con gli attributi, specie se paragonata al gollista Fillon, colto con le mani nella marmellata a regalare stipendi ai suoi familiari, o a Macron, ex ministro di Hollande, il che è tutto dire.
      Di recente la Le Pen si è rivelata anche come campione della laicità. Durante una visita in Libano, si è rifiutata di coprire il capo con il velo ed ha fatto saltare un incontro con il Gran Muftì. Quanta differenza con le nostre femministe e con le nostre Boldrini, sempre pronte a firmare manifesti contro Trump e contro il sessismo, ma sempre pronte ad indossare il velo ed a farsi sottomettere, quando c’è di mezzo l’Islam.
Ezio Scaramuzzino



mercoledì 22 febbraio 2017

Siamo ancora liberi?

*
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. (art.21 della Costituzione Italiana). Ma è proprio così? Probabilmente qualcuno non sa che tale diritto patisce molte limitazioni.
Ad esempio provate a dire pubblicamente che la Shoah è una bufala, inventata dagli Ebrei per continuare tranquillamente a dominare il mondo. Ovviamente la bufala è dire che la Shoah è una bufala, anzi, a volerla dire tutta, un’idea del genere è roba da mentecatti. Ma si può impedire a qualcuno di dire scemenze? O meglio, si è ancora liberi di dire scemenze, oppure si è obbligati a ripetere quello che dicono i più? Beh, già in molti Paesi certe scemenze non si possono dire pubblicamente e, se le dici, commetti un reato.
Ancora. Provate a salutare qualcuno con la mano tesa ed il braccio alzato di circa 150°. La legge Mancino, n. 205 del 25 giugno 1993, sostiene che state facendo apologia del Fascismo e state commettendo un reato. Tutto questo in un mondo nel quale le uniche manifestazioni di autentico Fascismo sono quelle degli Antifascisti. Inutile dire che lo stesso reato non è previsto per chi saluta con il pugno chiuso.
Ancora. Provate a dire che due gay, che si baciano in pubblico, vi fanno schifo. Potete solo pensarlo, perché, se lo dite pubblicamente, commettete il reato di omofobia.
Ancora. Provate a dire che l’Islam è una religione violenta e che Maometto è assassino e pedofilo. Potete solo pensarlo, perché, se lo dite pubblicamente, commettete il reato di islamofobia.
Sia ben chiaro: in ambito europeo la legislazione varia da stato a stato, ma la tendenza è ormai consolidata ed è scontato ritenere che quanto prima i cittadini europei saranno tutti uniformati sugli stessi parametri legislativi, un po’ come è avvenuto per la misura delle banane e dei cetrioli.
Esistono poi tanti altri atteggiamenti e, quel che è più grave, tante altre opinioni, che ancora non sono reato e che per il momento sono solo condannati come riprovevoli e disdicevoli dal politicamente corretto, ma, c’è da giurarlo, quanto prima diventeranno reato.
Solo alcuni esempi.
Ritieni che l’Italia è invasa dai clandestini? Sei razzista e xenofobo.
Ritieni che le quote rosa nelle liste elettorali si addicono più alle batterie di polli che non agli esseri umani? Sei maschilista.
Ritieni che le sinistre sono alleate delle banche e del grande capitale? Sei populista.
Ritieni che Rosy Bindi è racchia? Sei sessista
Il PUD (pensiero unico dominante), diffuso dal politicamente corretto e dai media mainstream, non tollera eccezioni, tanto che ormai qualche idea  anticonformistica trova ricetto quasi esclusivamente nei social network (Facebook, Twitter, ecc.). Ma anche questo non so fino a che punto potrà durare, perché già i detentori del PUD hanno incominciato a protestare contro quelle che essi chiamano le false notizie (fake news) diffuse sul web. Prima o poi ci toglieranno anche questi ultimi spazi di libertà, non c’è da farsi illusioni.
E’ pur vero che il PUD negli ultimi tempi ha conosciuto qualche clamorosa sconfitta (vittoria di Trump, Brexit, sconfitta di Renzi al referendum), ma chi lo detiene e lo gestisce è ancora, e si sente, potente ed invincibile, sicché è da considerarsi il nemico primo, ultimo e definitivo della libertà degli esseri umani a livello planetario e bisogna essere vigili.
Verrà il giorno in cui per scrivere un libro, un articolo di giornale, per preparare una trasmissione o esprimere delle idee sarà necessario disporre del visto di conformità o del timbro della Boldrini, di papa Francesco o del giornale La Repubblica o del Corriere.
Saremo felici quel giorno perché saremo tutti omologati a livello planetario e non ci saranno più differenze genetiche tra gli individui: esisterà un solo tipo di ominide, l’homo oeconomicus consumptor, dedito esclusivamente a consumare, senza farsi troppe domande. Una sola differenza sarà consentita, anzi favorita, tra gli umani, quella relativa al reddito, per cui ci saranno pochi superricchi  tra i detentori del potere e folle sterminate di superpoveri, ma questo è un altro discorso.
Saremo tutti felici quel giorno anche per un altro motivo, perché diremo tutti le stesse cose. Diremo che non esistono più le mezze stagioni, che la vita è una valle di lacrime, che gli immigrati ci pagheranno la pensione, che  l’Euro è la salvezza ed il futuro dell’UE, che le Crociate furono un atto di aggressione contro il pacifico Islam, che i Partigiani ci hanno liberato dal Fascismo, che Trump è un razzista xenofobo, che Berlusconi è soltanto un puttaniere.
George Orwell in 1984 aveva previsto l’avvento di un regime con un Ministero della verità secondo cui “ La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è cultura”. Quel giorno Orwell si rigirerà nella tomba e sghignazzando potrà dire: ”Io avevo visto giusto”.
Ezio Scaramuzzino

* Eugène Delacroix, La libertà che guida il popolo, 1830, Parigi Louvre. Olio su tela, 260x325 cm


lunedì 20 febbraio 2017

Anonimo veneziano

Anonimo veneziano, un film del 1970, con Tony Musante e Florinda Bolkan, regia di Enrico Maria Salerno, su una sceneggiatura di Giuseppe Berto. Fu il film dei nostri anni giovanili, delle nostre passioni, un film  di amore e morte che alimentò il romanticismo perenne di una generazione che amava contestare la società e la vita, ma era disperatamente innamorata della vita.
Il film è anche una meditazione sul senso della vita e della morte: laceranti entrambe e dolorose. Il tutto sullo sfondo di una città, Venezia, che sembra morire anch’essa e che qui assurge a simbolo di un mondo che sta per scomparire.
Il film ebbe un incredibile successo e provocò interesse ed emozioni profonde, più del contemporaneo, caramelloso e mieloso Love story. Al successo contribuì molto la fortunata colonna sonora, basata sul brano diretto dal protagonista in chiusura, il Secondo tempo, Adagio, dal Concerto in Do minore per oboe, archi e basso continuo di Benedetto Marcello, musicista veneziano del Settecento, e che divenne celeberrimo grazie e assieme al film.
Enrico è un oboista della Fenice di Venezia. Appreso di essere ammalato di un tumore incurabile, invita a Venezia sua moglie, da cui è separato da anni, e non le rivela che sta per morire. Lei, Valeria, acconsente, nonostante il timore che la richiesta possa rivelarsi un ricatto nei confronti del suo nuovo compagno di vita, con cui lei ha costruito una nuova famiglia.
Enrico e Valeria trascorrono la giornata in una Venezia splendida ma profondamente malinconica e decadente e alternano furiosi alterchi a teneri momenti. Lei capisce di amare ancora Enrico e, quando questi le confida di essere ammalato e di avere ancora poco da vivere, gli si concede un'ultima volta, nella consapevolezza che oramai è troppo tardi per tornare indietro e cambiare il corso delle loro vite.
Alla fine della giornata, i due si congedano, consapevoli del fatto che non si rivedranno più. Mentre lei si allontana in lacrime dalla chiesa sconsacrata trasformata in studio di registrazione, Enrico dirige un'orchestra di studenti nel concerto di un "anonimo" autore di origine veneziana. E questo concerto sembra scandire nel suo ritmo straziante i tempi di un amore finito e di una vita che sta per spegnersi, come una candela.  
Ezio Scaramuzzino
Di seguito è possibile vedere il finale del film. Anonimo veneziano.




sabato 18 febbraio 2017

Perché l’Italia affonda di Alfredo Giglio

Alfredo Giglio è un poeta crotonese, raffinato e gentile. Questo però non gli impedisce di guardarsi attorno e di cercare di capire i problemi del mondo che lo circonda. Proprio per tale motivo egli rivolge spesso la sua attenzione anche ai problemi economici del nostro tempo. Fatte le debite proporzioni, mi ricorda Ezra Pound, il grande poeta americano, che alternava la poesia dei Pisan Cantos alla composizione di saggi sui problemi della moneta e dell’usura.          Ezio Scaramuzzino 

Vorrei ripercorrere brevemente la storia d’Italia dal 1980 ad oggi, per spiegare in modo semplice, senza ricorrere ad argomentazioni filosofiche, le vicende che ci hanno portato ad essere uno stato povero e vassallo della Germania.
Tutto questo si è potuto verificare, io credo, per il disegno criminoso della finanza mondiale, che ha favorito la distruzione dell’industria italiana, concorrente di quella tedesca, l’indebitamento dello stato italiano, realizzato oltretutto con la connivenza dei nostri politici, miopi e corrotti, e la globalizzazione dei mercati, con conseguenti delocalizzazioni incontrollate, disoccupazione, forti guadagni per gli speculatori finanziari.
In pratica si è verificato l’asservimento della politica alla grande finanza. Tutto questo è incominciato quando dall’economia keynesiana, che prevedeva una più equa distribuzione dei beni e aveva favorito anche in Italia la creazione di uno stato sociale, si è passati alla economia neoliberista di Milton Friedman, che teorizza il massimo profitto individuale, negando ogni diritto al lavoratore, che in tal modo ha solo doveri da onorare e nessun diritto da far valere.
Ma procediamo con ordine. Perché la grande Finanza prevalesse sulla politica e ne diventasse guida, bisognava togliere agli stati nazionali europei la sovranità monetaria, imponendo la moneta unica, l’Euro, gestita ed emessa solo dalla BCE. Alla creazione dell’Euro si è poi aggiunto il pareggio di bilancio, quasi imposto a tutti gli stati e raramente ottenibile se non a costo di grandi sacrifici. In fondo i guai dell’Italia sono la conseguenza di tali problemi: perdita della sovranità monetaria con conseguente ricerca di finanziamenti ad alto tasso d’interesse, globalizzazione senza regole, per cui tutto deve essere regolato dai mercati, pareggio di bilancio. Tutto ciò porterà, ed in parte ha già portato, ad una condizione generale per cui i ricchi saranno sempre più ricchi ed i poveri saranno sempre più poveri, dato che i mercati hanno regole imposte dai ricchi, non certo dai poveri. Avremo inoltre la grande fortuna di conoscere un nuovo Medioevo prossimo venturo, come recitava il titolo di un famoso libro di Roberto Vacca, con eventuali ritorni allo schiavismo ed alla servitù della gleba.
A voler essere un po’ più precisi, in Italia i guai iniziarono nel 1981, quando il ministro Andreatta diede la prima picconata al nostro sistema finanziario ordinando, con una semplice lettera e senza discussione parlamentare all’allora governatore Carlo Azeglio Ciampi, di sganciare la Banca d’Italia dal Tesoro, allo scopo, velleitario e pretestuoso se osservato col senno di poi, di ridurre il debito pubblico. Semplicemente Andreatta e Ciampi erano in malafede, perché il loro unico, vero intento era quello di spingere l’Italia nei parametri soffocanti dello SME, anticamera dell’Euro, e quindi di favorire una maggiore integrazione dell’Italia nel sistema Europa. Da allora il nostro debito pubblico ha cominciato a galoppare a briglie sciolte e solo in seguito si è venuti a sapere, ma senza eccessivo rilievo, che in realtà la Banca d’Italia è diventata una banca privata, ha i suoi maggiori azionisti nei grandi gruppi bancari come Unicredit, Banca Intesa e Monte dei Paschi di Siena, che la quota azionaria del Tesoro si è ridotta al solo 5%.
I nostri titoli di stato, piazzati pertanto sul mercato mondiale e non più prevalentemente interno come accadeva una volta, sono finiti soprattutto nella mani di Goldman Sachs, di Morgan Stanley e di JP Morgan ed anche la nostra sovranità monetaria ha cessato di esistere.
Recentemente si è appreso che persino l’oro della Banca d’Italia, la terza riserva mondiale, pari a 2.452 tonnellate di oro puro, ha preso il volo. Nei forzieri di via Nazionale a Roma ne sono rimasti solo 1.199 tonnellate e il resto si trova, si dice per ragioni di sicurezza, presso la Federal Reserve, presso la Banca Centrale Svizzera e presso la Banca d’Inghilterra. Ma ho motivo di ritenere che la scusa della sicurezza sia una bufala, grande quanto una casa, che copre, o cerca di coprire, problemi molto più serî.
Abbiamo visto come sia stato facile perdere la sovranità monetaria e far sparire metà dell’oro nazionale, di proprietà del popolo italiano e quindi inalienabile, grazie all’insipienza e alla connivenza di tanti esponenti politici, che hanno portato allo sfascio questa nostra Italia, nel complice silenzio dei grandi mezzi di comunicazione.
La situazione dell’Italia è certamente drammatica, ma ha avuto precedenti illustri, come nel caso della Grecia e quello, non meno famoso e drammatico, dell’Argentina, che ha dovuto ufficialmente dichiarare default. I guai degli altri però ci consolano poco: quello che sappiamo è che il nostro gigantesco debito pubblico ci pone costantemente sotto la spada di Damocle delle agenzie di rating, che fanno capo alla grande finanza americana, e della Germania, alla quale, vale la pena ricordarlo, fu condonato un debito di 15 miliardi di marchi nel 1953.
L’FMI e la BCE decidono dei destini degli Stati membri: entrambi hanno da sempre l’obiettivo di aumentare, non di risanare come ufficialmente dicono, l’indebitamento di alcuni paesi, in particolare quelli più deboli, come Argentina, Grecia, Italia e Portogallo. Il FMI, invece di operare secondo principi mutualistici, opera in modo palesemente vessatorio e, per fare ciò, si serve, nei suoi rapporti con l’Italia, di tre furbi paladini, che agiscono da vera e propria quinta colonna: Mario Draghi, Mario Monti e Pier Carlo Padoan.
 Tra l’altro Mario Draghi, dopo avere insegnato a Washington, è diventato consulente di Goldman Sachs e, insieme con i suoi due degni compari, ha suggerito alla Grecia, all’inizio del 2001, l’acquisto di alcuni prodotti finanziari diventati poi famosi con il nome di derivati, ideati e gestiti proprio da Goldman Sachs, JP Morgan e Merryl Linch. Alla fine dello stesso anno 2001 questi derivati hanno portato il governo greco al collasso, perché i profitti, alti in un primo momento come uno specchietto per le allodole, sono improvvisamente crollati, rivelandosi per quello che effettivamente erano, e cioè una solenne fregatura. Oggi in Grecia c’è una continua protesta popolare, che rischia di portare allo sfascio delle istituzioni, ma nessuno ne parla, perché è stato messo il bavaglio anche alla stampa.
Nell’estate del 2011 Mario Draghi è passato a dirigere la Bce e nel novembre dello stesso 2011 Mario Monti, imposto sempre dall’Europa, veniva chiamato da Giorgio Napolitano a formare un governo tecnico. Si consumava così il golpe ai danni di Berlusconi, che aveva avuto il grande torto di opporsi alle indicazioni dell’UE e, soprattutto, aveva rifiutato le offerte dell’FMI, dicendo che l’Italia era pronta a riprendersi la sua sovranità monetaria. Lo stesso Berlusconi però, piuttosto stranamente, avrebbe appoggiato il suo successore.
I danni del governo tecnico di Monti e del successivo governo di quel bullo di campagna che si chiama Matteo Renzi sono stati incalcolabili. Ne riparleremo.
Ci tocca solo aggiungere ai nomi dei già citati traditori del popolo italiano quello di Romano Prodi, che, pur di aderire allo sciagurato euro, svalutò la lira del seicento per cento e truccò i bilanci, con la complicità del ministro Carlo Azeglio Ciampi.
Questi quattro signori si trovano ora sul banco degli imputati presso il Tribunale di Trani, che, pur tra mille difficoltà, sta cercando di fare luce su molte oscure vicende italiane degli ultimi anni.
 Il 3 gennaio 2012 Mario Monti, presidente del Consiglio e ministro dell’economia e finanze, ha pagato alla Morgan Stanley, della quale il figlio Giovanni era vice presidente, la somma di due miliardi e mezzo di euro, sotto forma di sanzione, a causa del declassamento, falso e criminale, dichiarato da Standard & Poor’s, che, a sua volta, era controllata dalla Mc Graw Hill, della quale Morgan Stanley è tuttora azionista preminente. S&P  con il declassamento si era semplicemente vendicata, perché, dopo 17 anni, il governo italiano aveva interrotto un lucroso contratto di collaborazione.
Spero che la vittoria di Trump negli Stati Uniti, il “NO” deciso degli Italiani al referendum costituzionale e l’uscita coraggiosa della Gran Bretagna dall’Euro, diano una frenata a questo neoliberismo selvaggio e che si torni a parlare di lavoro, di diritti e di benessere per l’intera collettività. Sarà difficile, dato che la classe imprenditoriale è omologata alle teorie imposte dalla finanza globale e dato che noi non possiamo mettere in campo validi progetti di industrializzazione, non disponendo di quei capitali, che l’Europa continuerà a negarci. Rimane però la speranza che il buon senso e la politica riprendano a farsi valere e nulla ci vieta di sperare che il buon Dio ci dia una mano e ce la mandi buona..!
Alfredo Giglio