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domenica 18 febbraio 2024

80 anni. Grazie.

 


Sono ottanta anni oggi. 80 anni…a pensarci bene, non so se gioirne o esserne triste. Intanto sono contento che tutto sia filato liscio, perché qualche pericolo l’ho corso durante il giorno. Il pericolo più grosso è stato quello di un parente che voleva mandarmi una torta con 80 candeline da accendere al momento opportuno. Sono riuscito a dissuaderlo, perché da qualche mese hanno variato le rotte degli aerei diretti all’aeroporto  Sant’Anna di Isola. E che c’entrano gli aerei?, direte voi. C’entrano, c’entrano. Fate conto che un aereo della Ryan Air si trova a passare, mentre io, sulla veranda, mi trovo a festeggiare. La Ryan Air è una compagnia low cost con piloti low cost che magari confondono le 80 candeline accese con una pista d’atterraggio. Ci avete pensato alle conseguenze?

Comunque, a parte le facezie, i miei anni me li porto bene e quasi quasi mi vien voglia di toccare ferro. Il segreto? Ve lo rivelo gratis. E’ solo un fatto psicologico, che prescinde dalle diete, dalle cure, dagli esercizi fisici e da tutto ciò che in discorsi del genere viene sopravvalutato. Il segreto, (ma vi prego di non dirlo troppo in giro), è quello di contare gli anni fino a venti e poi riprendere il conteggio da uno. Io, per dire, oggi non festeggio 80 anni, ma 20 anni per la quarta volta. E così il problema aritmetico è superato. Una variante di questa ipotesi è quella di convincersi e poi dire che si festeggiano i 20 anni, con 60 anni di esperienza alle spalle. Non vi pare?

Certamente non bisogna però esagerare con la storiella dei 20 anni, perché si deve pur ammettere che qualche segno del tempo traspare. Io, per esempio, sono quasi completamente pelato, ma ho incominciato ad essere pelato già da giovane. Anzi, a dirla tutta, ci sono nato pelato. E poi? Ci sono anche dei vantaggi in questa condizione.  Vuoi mettere l’assillo per la cura dei capelli, che io non ho mai avuto? Le lozioni che non ho usato, i barbieri che non ho frequentato se non raramente,… Unico inconveniente è che ho speso qualche soldo in più in saponi per il viso. E sì, perché il mio viso incomincia dal mento e finisce alla nuca… purtroppo.

Comunque, non potendolo fare singolarmente, perché siete  in tanti, ringrazio tutti quelli che mi hanno espresso gli auguri, che certamente mi hanno fatto piacere, e, a pensare che 80 anni fa sono venuto alla luce, ringrazio pure l’ENEL… per la collaborazione. Grazie di nuovo e, ricordatelo per il futuro, io non sono vecchio… sono soltanto diversamente giovane…

 


venerdì 11 novembre 2016

Padrone e Sotto (racconto inedito) di Ezio Scaramuzzino

Il rione  Villetta a Scandale, negli anni 50, in un quadro di Nicola Santoro. Sulla sinistra si intravede il "biviere".

Sono vissuto al Paese fino all’età di 30 anni e, come ho già raccontato in altri testi ed in altre circostanze, ho dedicato molto tempo della mia vita al giuoco delle carte. Si giocava tanto allora, in attesa che il tempo e la vita sciogliessero il groviglio delle nostre speranze e delle nostre passioni ed in attesa che ognuno di noi potesse spiccare il volo verso altri lidi e verso altri destini.
Si giocava soprattutto a Poker, anche se questo giuoco era riservato alla notte ed ai luoghi privati; ma noi avevamo bisogno di giocare anche di giorno ed in questo caso il luogo deputato era il Bar Centrale, nella principale piazza di Scandale. Qui si giocava soprattutto a Terziglio e qualche volta, quando avevamo voglia di rilassarci e di giocare senza troppa fatica, non disdegnavamo di fare una partitina a Briscola o al più impegnativo Tressette.
In questo caso si giocava quasi sempre in sei, suddivisi in coppie, con i primi quattro che incominciavano la partita e gli ultimi due che subentravano alla coppia perdente, finché alla fine restavano due vincitori e quattro perdenti che pagavano da bere a tutti. Ma, a prescindere dalle vicende del giuoco, che non interessavano più di tanto, quello che maggiormente ci coinvolgeva era la fase finale dedicata alla bevuta, di birra per lo più, e che era regolata dal Padrone e dal Sotto.
Questi erano scelti e designati con un altro giuoco di breve durata, la Primiera, per cui chi otteneva il punteggio più alto diventava Padrone, mentre il secondo  diventava Sotto. Quest’ultima fase del giuoco aveva regole ferree, inderogabili, e, nella sua molteplice varietà di furbizie, ammiccamenti, spavalderie, rassegnazioni, sembrava quasi diventare una scuola di vita o almeno uno specchio, seppur deformato, della vita reale.
Il Padrone era padrone soltanto di una cosa: di bere lui stesso, quanto e come voleva e per tutto il resto dipendeva dal Sotto, che in tal modo finiva col diventare il vero arbitro della situazione. Solo il Sotto poteva proporre che bevesse lui stesso o qualcun altro, mentre il Padrone poteva solo replicare o controproporre e in tal modo, perché qualcuno potesse bere, era necessario il benestare di entrambi. Se qualcuno alla fine non era riuscito a bere nemmeno un goccio, si diceva che era rimasto “all’ombra”.
In questo scambio di inviti, finte proposte, giuochi di parole, ripicche e battibecchi si poteva sempre cogliere il riflesso delle antipatie personali, delle amicizie, delle invidie e non era raro il caso che ne nascessero dei rapporti improntati a inimicizia o a cordialità e stima reciproca, che poi avevano un seguito nella vita di ogni giorno.
Il giuoco era seguito anche dagli estranei, che apparentemente si limitavano ad assistere, ma che in realtà erano emotivamente coinvolti nel sottile gioco delle parti e nell’alterna fortuna di coloro che vi partecipavano.
Si vinceva o si perdeva, si beveva o si rimaneva “all’ombra”, ci si ubriacava qualche volta ed era comune opinione che era bravo soprattutto chi riusciva a far ubriacare qualcuno contro la sua volontà, perché gli inviti a bere non potevano essere rifiutati, oppure, meglio ancora, quasi senza che lui se ne rendesse pienamente conto.
Ai tavoli del Bar Centrale io ho preso le mie prime ubriacature, o “piche” come erano comunemente chiamate, e non mi ci voleva molto per ubriacarmi, perché, a differenza di quanto mi sarebbe accaduto in seguito, allora non reggevo l’alcool ed un paio di birre erano più che sufficienti per mandarmi in estasi.
Era allora parte del nostro gruppo Leonardo Audia, che non vedo da tanti anni e del quale conservo un grato e affettuoso ricordo. Noi lo chiamavamo anche Lusì (Lucie in francese) dal nome di un personaggio di Morti senza tomba, un dramma di Jean Paul Sartre, che noi, pur di fare qualcosa di diverso, avevamo deciso di rappresentare. Erano i primi anni ‘60, era la prima volta che al paese si faceva qualcosa del genere e noi, non riuscendo a trovare qualche ragazza disponibile ad interpretare l’unica parte femminile del testo, costringemmo quasi Leonardo a vestirsi da donna e ad interpretare il ruolo drammatico di Lucie, cosa che egli fece molto bene e con grande disinvoltura. Ma si tratta di una storia che mi riprometto di raccontare in futuro con ben altro fiato e con ben altro impegno.
Bene. Leonardo era un ragazzo estroverso, gioviale e spavaldo che non si tirava mai indietro quando si trattava di bere. Un pomeriggio, d’accordo con l’altro mio grande amico Romano Cizza, io Padrone e lui Sotto, lo costringemmo a bere qualcosa come 7 o 8 birre da mezzo litro. Leonardo bevve con apparente disinvoltura, ma, al momento di accomiatarci, ci accorgemmo che barcollava vistosamente.
-Facciamo quattro passi, ci chiese Leonardo;
-D’accordo, rispondemmo noi, per fargli passare la sbornia, o farlo “rifinare” come si diceva allora;
-Arriviamo almeno fino alla villetta, replicò Leonardo;
-Ma tu resta in mezzo al gruppo, concludemmo. E ci avviammo tutti. 
Io e Romano gli stavamo alle costole, per evitargli qualche caduta sul selciato, ma, giunti  verso le prime case del paese, Leonardo approfittò di una nostra disattenzione, scartò a destra e si diresse  decisamente verso il “biviere” colà posto, dove a sera  si abbeveravano gli asini di ritorno dalla campagna.
-Voglio solo sciacquarmi e rinfrescarmi un po’ la faccia, incominciò a protestare, gridando.  Ma non l’avesse mai fatto! Perse l’equilibrio, barcollò paurosamente e finì disteso nell’ ampia  vasca completamente ricolma d’acqua, dove lo ripescammo con qualche difficoltà.
Per fortuna non faceva molto freddo (si era a settembre) e Leonardo, inzuppato come un pesce, dopo aver aggiunto alla birra qualche abbondante sorsata d'acqua destinata agli asini, fu sistemato e trasportato a braccia. Ogni tanto si lamentava in uno stato di semiincoscienza e un paio di volte ebbe bisogno di rigirarsi e di lanciare dalla bocca una poltiglia che rischiò di colpire in pieno qualcuno di noi. Intanto si era formato uno strano corteo, con l’aggiunta di molti bambini, che si erano accodati con l’intento di fare caciara. Alcuni si affacciavano alle porte e alle finestre e, nel vedere quella insolita processione con Leonardo trasportato a braccia, chiedevano allarmati che cosa fosse successo. Poi fu il turno di Nonna Betta, che, avendoci visti passare ed avendo temuto il peggio, bloccò il corteo ed incominciò a piangere ed a gridare come un’ossessa, sicché ci toccò spiegarle qualcosa, riaccompagnarla a casa sua ed affidarla alla cura di una nipote, tra gli schiamazzi dei monelli.
Cercammo di tranquillizzare tutti insomma, facendo chiaramente intendere che si trattava solo di una “pica”, anche se solenne. Alla fine, come Dio volle, riuscimmo a portare Leonardo fino a casa sua tra la paura di alcuni di noi, ma anche tra i lazzi, le risate e gli sberleffi di tanti altri.
P.S. Io non so e non ho idea di dove si trovi, dove viva oggi Leonardo Audia. Se per caso egli si trova a leggere questo racconto, lo prego di mettersi in contatto con me, in qualunque forma, con un commento in coda al racconto o al link su Facebook. Ciao, Leonardo.
da facebook:
Domenico Franco · 5 amici in comune
Ti ringrazio di avermi riportato indietro piu' di mezzo secolo con il racconto , bello come una foto in bianco e nero di vita spensierata,leonardo purtroppo non e' piu' con noi
Mi piaceRispondi7 h
Ezio Scaramuzzino Ti ringrazio di avermelo fatto sapere. Vorrei saperne di più, ma preferisco fermare la sua immagine per come essa è impressa nella mia memoria. Il mio racconto vale anche come un omaggio affettuoso ad un amico che non c'è più. Ciao.


 Il famoso "biviere" a Scandale in una foto by ros del 2012







martedì 23 agosto 2016

Un posteggio per la mia auto (racconto) di Ezio scaramuzzino


  Oltre che cittadino crotonese, sono anche un modesto azionista di Comune di Crotone SpA. Qualcuno si chiederà: “Ma per caso il nuovo Sindaco Ugo Pugliese ha deciso di quotarsi in borsa?” Nulla di tutto questo, ovviamente. Io contribuisco soltanto con le periodiche multe per divieto di sosta, che hanno l’unico merito di rimpolpare un pochino le esangui casse della nostra amministrazione comunale.
     Ogni anno pago mediamente due o tre multe, per un ammontare di circa 70-80 euro, che non sono certamente una gran cifra, non dissestano certamente nessun bilancio familiare, ma consentono comunque ai nostri amministratori di fare qualche spesuccia in più. E poi 80 euro di qua, 80 euro di là, alla fine si riesce a racimolare un bel po’ di soldini, tanto quanto basta per qualche altra sagra della salsiccia o per qualche cantante reduce dal festival di San Remo o dal festival di Rocca Cannuccia.
Fino a qualche tempo fa ero rassegnato: questi contributi periodici erano addirittura messi in conto e previsti nel mio bilancio personale. D’altra parte è risaputo che, tra i tanti vantaggi di quelli che abitiamo sul lungomare, tra i rumori dell'originale e cervellotico fondo stradale e delle grate dissestate lungo il percorso, c’è anche quello non trascurabile di poter trovare un tranquillo posteggio, specie d’estate, solo se si dispone di un potente binocolo che consenta di bucare gli spazi siderali, superare il Sistema Solare ed approdare sulle lande desolate di qualche lontano pianeta sperduto nell'Universo.
Ma non nascondo che da un po’ di tempo ho forse trovato il bandolo della matassa e non caccio più un centesimo (stavo per dire una lira). Certo ci ho riflettuto a lungo, ma alla fine una soluzione l’ho trovata, un po’ come per la scoperta dell’acqua calda. Siccome il mio garage è lontanuccio, mi limito a fare il cacciatore di posti di parcheggio liberi. Come ne vedo uno, ci piazzo l’auto e non la sposto più. L’ultimo l’ho trovato una settimana fa, proprio vicino casa mia. Era da qualche giorno che lasciavo l’auto in posti precari, sempre a rischio di multa. Un pomeriggio mi sono appostato e sono riuscito a precedere di qualche secondo una signora inviperita, che aveva adocchiato lo stesso posto.
Non è mancato un piccolo diverbio. ”Lei non sa chi sono io”, mi fa la signora. Al che io, serafico e calmo: “E’ vero, signora, io non so chi è lei, ma nemmeno lei sa chi sono io. In questo piccolo-vasto mondo noi non sappiamo chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, per che cosa viviamo”. La signora, un po’ perplessa, probabilmente mi ha considerato un po' tocco, mi ha guardato di traverso, ha innestato la prima e si è allontanata velocemente.
    Da allora la mia auto è là, inamovibile come una cariatide, incolonnata e perfettamente allineata al bordo della strada secondo quanto previsto dal Codice della strada e dai regolamenti di Polizia urbana, tranquilla e sicura di sé e, ciò che non guasta, perfettamente controllabile dal mio balcone. L’auto non la prendo più. Mi sposto solo a piedi, per qualunque motivo, ed evito di andare fuori città. Risparmio un bel po’ di soldi e ci guadagno pure in salute. Ogni tanto mi affaccio dal balcone e passo un’oretta a guardarmi la mia auto. Me la coccolo, me la squadro, me la controllo, spasimo per lei. Addirittura qualche volta mi viene la tentazione di scendere, di infiocchettarla, di accarezzarla, di lisciarla, di cullarla. Che goduria!
 Ma non sono tutte rose e fiori!: c’è anche il rovescio della medaglia. Intanto io sono diventato una specie stanziale. Per trovare la foca monaca, bisogna cercare lungo le coste della Sardegna e, per trovare lo stambecco, bisogna cercare sulle Dolomiti. Orbene, se qualcuno vuole trovare me, deve cercare solo entro la cinta urbana di Crotone e, preferibilmente, lungo il tratto che va da Viale Gramsci a viale Cristoforo Colombo. Ma non è solo questo. Da un po’ di tempo, una volta che ho trovato un bel parcheggio, evito di accettare inviti di amici o parenti. Sono io che preferisco invitare gli altri.
Qualche tempo fa ero stato invitato ad una cena da vecchi amici che volevano fare una rimpatriata. Ho trovato scuse, ho abbozzato, poi, visto che ci tenevano tanto, li ho invitati a venire a trovarmi a casa mia. Mi sono piombati tutti a casa, una ventina di persone, alle otto di sera. E’ vero: ho evitato di spostare l’auto, ma la rimpatriata mi è costata un bel po’ di soldi, almeno dieci volte in più di quanto mi sarebbe costata una multa per divieto di sosta. Ho capito, e non ci voleva molto, che forse è il caso di rifare qualche calcolo.

  

domenica 10 luglio 2016

La scoperta del mare (racconto inedito) di Ezio Scaramuzzino


Θάλαττα!, θάλαττα! (Senofonte, Anabasi, 4,7,24)
Sono nato ad appena 15 km dal mare in linea d’aria, in un paese sulle prime colline del Marchesato di Crotone, ma ho visto il mare per la prima volta all’età di 6 anni, o almeno questo è quanto mi è rimasto in mente, perché non ne ho alcun ricordo anteriore. Mia madre mi portò al mare da una mia zia, che aveva in fitto una cabina presso uno stabilimento balneare. Ho un ricordo limitato ma nitido di quella mia prima esperienza: mi rivedo mentre affondavo i piedini nella sabbia; poi mia madre mi spogliava e tutto nudo mi adagiava nell’acqua; io annaspavo un po’ e infine mi ritrovavo un’altra volta tra le braccia di mia madre che mi rivestiva.
Negli anni successivi mi ritrovai tante altre volte al mare. Compagnie quasi fisse di queste mie escursioni  erano mia madre, la zia che aveva in fitto la cabina ed un’altra mia zia, zia S., unica zitella della numerosa famiglia di mio padre. Allora nelle case i servizi igienici erano piuttosto  rudimentali ed una vasca da bagno o una doccia erano considerati un lusso da nababbo. Il bagno lo si faceva in una tinozza oppure, più semplicemente e comodamente, si andava a farlo al mare, dove ci si portava perfino il sapone da casa, perché le abluzioni fossero più efficaci.
Erano i primi anni ’50 e sulle spiagge di Crotone solo gli uomini indossavano il costume da bagno e prendevano la tintarella. Le donne, quasi tutte, indossavano una lunga sottoveste che le ricopriva fino alle caviglie e si abbronzavano solo alle braccia e sul volto. Quando volevano fare il bagno, salivano su una specie di palafitta e si calavano in una botola dove, al riparo da occhi indiscreti, potevano entrare a contatto diretto con l’acqua del mare.
Nel corso degli anni, man mano che crescevo e diventavo un ragazzo, ho avuto modo di assistere, anno per anno, alla lenta evoluzione del costume. Verso la fine degli anni 50, un giorno vidi mia madre e mia zia che indossavano, forse per la prima volta in vita loro, un costume da bagno, intero e castigatissimo. Solo mia zia S. continuava ostinatamente ad indossare la lunga sottoveste, refrattaria anche ai rimbrotti di mio padre, che un giorno, ricordo, incominciò a prenderla amabilmente in giro. Credo che zia S. in vita sua non abbia mai scoperto qualcosa al di sopra delle caviglie e che solo in tarda età, quando dovette subire un intervento chirurgico, sia stata costretta a spogliarsi completamente.
Quando cominciai a frequentare il Liceo a Crotone, il mare smise di essere per me quel punto di riferimento che in precedenza era stato. Altri interessi, altre esigenze occupavano allora la mia mente. Riscoprii il mare quasi improvvisamente una notte d’estate nell’anno degli esami di maturità. Mi sentivo quella notte, per tanti motivi, in guerra con l’umanità intera ed avevo deciso di non rientrare a casa, da donna Veneranda, quella signora presso la quale vivevo a pensione, come ho già raccontato da qualche altra parte. Che si preoccupassero pure, che mi venissero pure a cercare, se ci riuscivano. Ma nessuno si preoccupò e nessuno venne a cercarmi per il semplice motivo che donna Veneranda  quella sera era andata a letto prima del solito e non si era neppure accorta della mia assenza.
Quella notte girovagai a lungo per le strade deserte  e buie della città, con il novilunio che quasi impediva di vedere a qualche metro di distanza. Evitai accuratamente tutti i luoghi frequentati, anche se questo non mi evitò l'incontro con alcuni equivoci personaggi della notte. Fui accostato da due strani figuri, che mi invitarono a partecipare ad "un colpo", così lo chiamavano, non meglio precisato. Mi allontanai in fretta e finii in una zona della città a me completamente sconosciuta, dove un'attempata prostituta mi invitò inutilmente a fermarmi e ad approfittare delle sue "grazie". Mi venne da pensare che mi ritrovavo quasi nelle stesse condizioni di Andreuccio da Perugia nell'omonima novella di Boccaccio. Ed intanto si erano fatte quasi le tre di notte e mi sentivo stanco: avevo saltato la cena, non avevo una lira in tasca e, se anche avessi voluto, non avrei potuto comprare niente. Ero in giro già da molte ore e capii che l’unica cosa da fare era trovare qualche anfratto, qualche giaciglio dove trascorrere il resto della notte ed aspettare l’alba. Nel buio fitto trovai delle tavole e qualcosa di morbido che ricordava vagamente un materasso.  Mi distesi, mi sgranchii, mi addormentai.
Quando mi svegliai, vidi  con gli occhi socchiusi, in lontananza, una piccola luce che sembrava voler rischiarare le tenebre della notte. Avvertivo il dolce rumore di qualcosa che sembrava scivolare sulle morbide pendenze della sabbia. Dopo qualche minuto quella piccola luce prese a diventare sempre più nitida: era il sole che incominciava a rischiarare il cielo. Il rumore di poco prima prese sempre più decisamente le parvenze delle onde del mare che scorrevano sulla sabbia e si ritiravano poi in una dolce risacca. Mi stropicciai gli occhi, mi sollevai, mi ritrovai in ginocchio. La distesa del mare mi dava la sensazione dell’infinito e mi faceva intuire l’essenza sacra e religiosa della vita.
Ritornai a casa da donna Veneranda, che non mi chiese niente.
A distanza di tanti anni, oggi, mi ritrovo ad abitare proprio di fronte al mare con il suo spettacolo, che una volta era per me qualcosa di insolito e di eccezionale, mentre adesso costituisce lo sfondo normale della mia vita quotidiana. Non faccio più tanto caso al mare, non lo osservo più con l’intensità di una volta. Ma ancora oggi, specie nelle giornate invernali, quando il mare muggisce, è in tempesta e sembra voler travolgere il mondo, mi ritrovo ad osservarlo, incantato, dal balcone di casa mia. In quei momenti ho l’impressione di ritrovare in esso quella scintilla che mi incantava da bambino e che ancora continua ad incantarmi con il fascino misterioso della sua distesa infinita.

lunedì 13 giugno 2016

Io e Mohammed


Mi è capitato qualche mese fa di fare un lungo viaggio in pullman e di avere come vicino di posto un musulmano. L’avevo un po’ intuito dal suo abbigliamento, ma ne ebbi la conferma quando gli vidi tirar fuori un libro in lingua araba. Si trattava di un signore gentile e disponibile, che non ebbe difficoltà a rispondere ad una mia domanda iniziale  ed a raccontarmi poi tutto di se stesso in un italiano abbastanza fluente. Seppi così che il libro che stava leggendo era il Corano, che si chiamava Mohammed, che aveva 30 anni anche se ne dimostrava di più, che era di origine siriana, che era venuto in Italia per frequentare l’Università nella facoltà di Medicina.
Il viaggio era lungo e quindi l’evidente voglia di parlare di Mohammed, lungi dall’infastidirmi, mi coinvolse in un colloquio che trovavo abbastanza interessante. Si parlò un po’ di tutto, dell’Occidente, dell’Islam, di terrorismo, di cultura. Mohammed ci tenne a farmi sapere che il primo, vero ospedale del mondo a praticare l’anestesia  fu fondato a Damasco nel 709; che il primo grande chirurgo dell’antichità fu l’arabo persiano Rhazes, autore di un trattato in 20 volumi, al quale si ispirò poi tutta la medicina occidentale del Medioevo; che gli Arabi avevano inventato lo zero (sifr), che Greci e Romani non avevano intuito; che i filosofi arabi Avicenna ed Averroè avevano consentito la sopravvivenza di Aristotele e un po’ di tutta la filosofia greca durante il Medioevo.
Mi limitavo ad ascoltare, replicando di rado, anche perché alcune di quelle notizie mi erano sconosciute e mi incuriosivano, mentre altre erano di dominio pubblico e quindi abbastanza scontate. Alla fine del viaggio, ci salutammo con particolare intensità e Mohammed,  entusiasta della mia conoscenza  ed incline ad un’esuberante cordialità, tipica degli Arabi quando vogliono essere cordiali, volle anche offrirmi il caffè prima del commiato.
Mi è capitato in seguito di pensare talvolta a Mohammed, alla sua cordialità, al suo ingenuo entusiasmo nel difendere i valori dell’Islam con una passione di cui io forse non sarei stato capace, se avessi dovuto difendere i valori   dell’ Occidente cristiano. Ho ripensato a Mohammed, ho ripensato alla sua strenua difesa della “superiore” cultura dell’Islam anche l’altro giorno, quando mi sono imbattuto nella lettura di questo episodio, che non so se vero o inventato, ma che non ho difficoltà a ritenere verisimile.
Anno 640 dC. Nella loro impetuosa conquista i Musulmani, comandati dal generale Amr, conquistano l’Egitto. Amr è analfabeta e conosce solo il Corano a memoria. Ad Alessandria trova la famosa biblioteca con migliaia e migliaia di volumi ed è esterrefatto, perché non ha mai visto nulla di simile in vita sua. Chiede consiglio sul da farsi al califfo Omar, che dalla Mecca così gli risponde: “Se codesti libri concordano con quello del Profeta, sono superflui, e quindi è inutile conservarli. Se non concordano, sono dannosi, e quindi è necessario distruggerli”.

giovedì 10 marzo 2016

Omaggio a Fritz e Cicci









    Ho avuto pochi, pochissimi animali domestici nel corso della mia vita. Quando ero bambino, a casa mia c’era un cane, Fritz, ma ne ho pochi ricordi. Restano nella mia memoria immagini sbiadite di lui che correva e che superava altri cani. Era molto veloce, o almeno così dicevano i miei fratelli, che ne erano orgogliosi. Spesso si organizzavano delle gare fra cani e Fritz vinceva immancabilmente. Ricordo una sua particolare abilità, che allora era ritenuta una dote straordinaria per un cane. Gli si metteva sul muso un pezzo di pane e lui riusciva a mantenerlo in miracoloso equilibrio. Poi qualcuno  recitava una filastrocca che si concludeva così: tu ti mancerai ‘stu morzu di pani / quannu ndi senti tre tocchi di campane (tu mangerai questo pezzo di pane, quando sentirai tre tocchi di campane). Bum!Bum!Bum! Al terzo Bum Fritz lanciava in aria il pezzo di pane, lo riacchiappava al volo e lo ingoiava voracemente. Fritz, di certo, intuiva vagamente il suono del terzo bum, che per lui rappresentava il momento in cui doveva agire.
Non ricordo come e quando morì.
A distanza di tanti anni, per volontà delle mie figlie piccoline, ho poi avuto una gattina, Cicci, vissuta per tredici anni. L’ho amorevolmente trattata, l’ho protetta e l’ho curata sino alla fine. Negli ultimi tempi aveva molto sofferto per varie malattie.
Una mattina mi accorsi che non moveva le zampette posteriori e che avanzava sul pavimento trascinandosi. Con la morte nel cuore decisi di portarla dal veterinario, non per guarirla come avevo già fatto tante altre volte, ma solo per abbreviare le sue sofferenze. La avvolsi in un plaid e la richiusi nella sua gabbietta. Mentre guidavo, ogni tanto le davo un’occhiata e mi accorsi che mi guardava serenamente, come aveva sempre fatto. Morì quasi senza accorgersene, come addormentandosi.
Mi sono sempre chiesto se gli animali hanno coscienza della morte. Si raccontano vicende di cani che si soffermano sulla tomba dei loro padroni, di altri animali che si allontanano e vanno a morire in luoghi nascosti.
Gli animali hanno certamente consapevolezza della sofferenza, del dolore fisico, magari avvertono anche in maniera vaga e confusa la scomparsa degli altri esseri viventi, ma non penso che essi abbiano coscienza della propria morte.  Il cane, che si sofferma sulla tomba, quasi certamente attende che il padrone ritorni, così, semplicemente, come se nulla fosse successo. Questa consapevolezza della propria fine è un  triste privilegio della specie umana, è una dolorosa conseguenza dell’aver mangiato la mela della conoscenza nel giardino dell’Eden. Se si pensa a quante volte gli uomini vivono nel pensiero e nella preoccupazione della propria fine, forse c’è da invidiare gli animali. Almeno loro non sanno e, a guardarli negli occhi, avverti il sentimento dell’eternità. Come quel giorno, quando portavo Cicci dal veterinario a pochi minuti dalla sua scomparsa ed i suoi occhi mi guardavano tranquilli, come sempre.