venerdì 3 febbraio 2017

Ci sono più poeti che lettori di poesia di Franco Federico



                                                                                   
       Ad essere maggiormente penalizzata dalla crisi odierna della lettura è, senza dubbio, la poesia, il cui posto tra i consumi librari risulta come uno dei più bassi in assoluto. Quel poco di poesia che si legge, si legge a scuola. E molto raramente è accaduto che un libro di poesia abbia uguagliato il numero delle tirature di uno di narrativa.
     Pare che siano più le persone che scrivono poesia che quelle che la leggono. Il fatto paradossale è che la poesia non viene letta neppure da coloro che la “fanno”. Molti, infatti, di coloro che ai giorni nostri si fregiano indebitamente del titolo di poeta hanno letto le ultime poesie sui banchi di scuola.
       E’ semplicistico affermare che la disaffezione alla poesia nasca solo dalla difficoltosità della lettura del testo poetico. Essa è sicuramente la conseguenza di un insieme di fattori, il più influente dei quali è costituito dalla scuola, ovvero dalle prime ed - ahimè - spesso incancellabili impressioni scolastiche. Il primo (e, purtroppo, in più casi unico) approccio con la poesia, nel secolo dell’istruzione obbligatoria, avviene - come si sa -  tra le pareti scolastiche.
       Notoriamente, la scuola è giudicata come il principale imputato della scarsa diffusione della lettura nel nostro Paese. Si ritiene che la presentazione scolastica del prodotto letterario che, come è noto, si trova in posizione preminente rispetto ad ogni altro genere di lettura, sia tale da fare associare l’atto del leggere più ad un dovere che ad un piacere.  Per ovvie ragioni, a risentire dell’inadeguatezza delle modalità di trattamento del fatto letterario è principalmente la poesia, per il fatto che essa, più di ogni altro tipo di testo, risulta esposto a mistificazioni di varia natura. A queste si deve, in fondo, se la maggior parte dei “provetti” e, spesso, giovanissimi poeti odierni sono persuasi che una frase dal contenuto sentimental-melanconico, le cui parole siano disposte a mo’ di versi, rappresenti una bella poesia. Che va, comunque, definita, se non un’illusione bell’e buona, quanto meno un grossolano fraintendimento, del quale divengono complici i tanti Concorsi di poesia, che risultano organizzati da questa e da quella Associazione in diverse città del nostro Paese e che, in più di un caso, si avvalgono di “giurie” piuttosto improvvisate – a volerle definire con un aggettivo eufemistico.
       Nella scuola sovente accade che della poesia venga considerato solo l’aspetto contenutistico; che della stessa ci si serva per impiantare i discorsi più diversi, senza tuttavia sfiorare, neppure minimamente, la “fisicità” dell’oggetto poetico. Jacqueline Risset ha definito tale procedimento la “dissoluzione dell’oggetto letterario”: il docente, cioè, molto spesso racconta la vita dell’Autore di una poesia; parla dell’epoca in cui questi è vissuto; illustra la Corrente di cui lo stesso ha fatto parte; aggiunge qualche considerazione di sapore impressionistico o moralistico sul contenuto della poesia, per poi, puntualmente, tracciarne la parafrasi. Lo stesso itinerario è tenuto inevitabilmente a percorrere il discente. 
       Maurizio Cucchi, uno dei maggiori poeti contemporanei, rispondendo ad uno studente che gli aveva richiesto un parere sulle modalità di presentazione della poesia da parte della scuola, così si esprimeva: “La scuola, purtroppo, ci ha insegnato fin da quando eravamo piccolissimi a fare la prosa della poesia, a farne il riassunto per estrarre quello che il poeta voleva dire. Come se il poeta fosse un imbecille, un pazzo, oppure un originale che invece di dire le cose in maniera normale le dice in maniera arzigogolata e difficile. Allora capire una poesia vorrebbe dire riuscire a decifrarla, per estrarne una comunicazione pratica, un messaggio chiaro. Ma se si cerca una comunicazione chiara ed immediata, è meglio leggere il giornale piuttosto che una poesia”.
       Se la preoccupazione più diffusa tra docenti è quella di far conoscere la storia dell’oggetto letterario, lasciando nella quasi più completa incertezza la caratterizzazione dell’oggetto stesso, risulta allora inesatto voler definire quello realizzato a scuola uno studio letterario, trattandosi piuttosto di uno studio storico.  Quando uno dei più autorevoli poeti della seconda metà del Novecento, come Andrea Zanzotto, si scaglia contro l’operazione scolastica della “parafrasi”, se la prende in fondo con l’uso strumentale che del testo poetico viene fatto dagli insegnanti, che credono in questo modo d’insegnare a scrivere meglio e che poco preoccupati si mostrano del fatto che agli occhi dello studente la poesia possa riduttivamente  apparire  come una sorta di rebus da sciogliere appunto attraverso la parafrasi, ovvero come un testo che meglio avrebbe fatto il poeta a far nascere sotto forma di prosa.  Se alla poesia di Ungaretti ci si rivolge, dopo aver letto decine e decine di pagine di storia, di documenti e testimonianze, perché interessa conoscere il parere di un così importante poeta sugli effetti funesti dell’ultima guerra, si fa solo del sociologismo infarcito di moralismo, che poco o niente ha a che vedere con la poesia. La poesia - è vero - è anche documento storico, ideologico, ma non solo questo!
 Franco Federico

giovedì 2 febbraio 2017

Le vite parallele3: Donald Trump e Silvio Berlusconi

Donald Trump, nato a New York il 14 giugno 1946, è un imprenditore, politico e personaggio televisivo, 45° Presidente degli Stati Uniti d'America. Silvio Berlusconi, nato a Milano il 29 settembre 1936, è un politico e imprenditore italiano, più volte Presidente del Consiglio. DT si iscrive alla "Wharton School" dell'Università della Pennsylvania e qui si laurea nel 1968, specializzandosi in Economia e Finanza. Nel 1961 SB consegue la laurea in Giurisprudenza, alla Statale di Milano, voto 110 e lode.  Nel 1971 DT rileva in prima persona la gestione dell’azienda paterna e fa costruire torri di uffici e grattacieli (tra cui la famosa Trump Tower), numerosi hotel e casinò, oltre a diversi campi da golf e altro ancora in tutto il mondo. SB inizia la sua attività imprenditoriale nel campo dell'edilizia. Nel 1975 costituisce la società finanziaria Fininvest e nel 1993 la società di produzione multimediale Mediaset. Dopo aver concorso senza successo alle primarie del Partito Riformista per le elezioni presidenziali del 2000, DT aderisce dapprima al Partito Democratico e poi al Partito Repubblicano. Nell'ottobre del 1993 SB scende in politica fondando il partito politico di centro-destra Forza Italia, confluito nel 2008 ne Il Popolo della Libertà e poi rifondato nel 2013, segnando la vita politica italiana dalla metà degli anni novanta in poi. Nel 2016 DT prende parte alle elezioni presidenziali come candidato del Partito Repubblicano ed imposta la sua campagna elettorale su posizioni conservatrici, attirandosi la violenta opposizione di tutto l’establishment americano. Smentendo gran parte delle previsioni della vigilia, vince le elezioni. Nel 1994 SB vince le elezioni politiche e diventa Presidente del Consiglio con una maggioranza di centro-destra formata da Forza Italia, An, Lega Nord e altri gruppi minori. Entrato in carica il 20 gennaio 2017, già nei primi giorni del suo mandato DT subisce la violenta e rancorosa opposizione della magistratura e dei suoi avversari politici, che non si rassegnano alla sconfitta e non accettano le sue decisioni. Nello stesso anno 1994 SB, mentre a Napoli presiede una conferenza internazionale sulla criminalità organizzata, riceve un invito a comparire da parte della procura milanese, per il cosiddetto Caso Telepiù da cui in seguito sarà ampiamente prosciolto. E’ il primo degli infiniti procedimenti giudiziari che la magistratura di tutt’Italia gli riserva per gli anni successivi.
Il paragone finisce qui. DT è da qualche giorno presidente degli USA e non sappiamo ancora come andrà a finire, anche se l’opposizione che gli stanno facendo, violenta ed ossessiva, ricorda molto da vicino quella che a suo tempo la sinistra italiana ed il partito dei giudici, strettamente collegati, organizzarono contro SB. Di SB invece possiamo dire di sapere ormai tutto, o quasi. Da quando ha presieduto il suo primo governo nel 1994, SB, prima incensurato, ha subito circa 60 processi, il che costituisce un record mondiale, presumo, qualcosa da Guinness dei primati. E’ riuscito a superare indenne i primi 57-58, ma gli ultimi gli sono stati fatali. Col senno di poi si può dire che, almeno nei vari processi Ruby, alcuni nei quali è stato assolto ed altri ancora in corso, egli ci ha messo un po’ del suo, con qualche atteggiamento disinvolto, anche se non penalmente rilevante, che ha contribuito non poco a deteriorare la sua immagine. Il fatto è che SB con una congiura di palazzo, spudoratamente orchestrata dall’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, è stato costretto prima alle dimissioni da Presidente del Consiglio, e poi, a causa di una condanna definitiva per evasione fiscale, lui, che era ed è il primo contribuente d’Italia, è stato dichiarato decaduto da senatore. Il resto è cronaca recente: un anno ai servizi sociali, una lenta ripresa, un’attesa infinita per l’ultimo ricorso alla Corte Europea dei diritti umani a Strasburgo, qualche velleità politica.
In questa sede, ovviamente, non si ha la pretesa di entrare nel merito dei suoi processi. SB aveva a sua difesa grandi avvocati, che certamente da un punto di vista tecnico avranno operato per il meglio. Quello che non quadra e non convince è la gestione politica delle sue vicende giudiziarie. Sin dall’inizio egli ha cercato di difendere la sua immagine politica piuttosto debolmente, apparendo incerto, esitante e ricorrendo a mezzi piuttosto discutibili e maldestri. Le varie leggi ad personam, da lui fatte approvare, si sono dimostrate deboli ed inutili, perché erano facilmente aggirate dalla Magistratura o fatte decadere dalla Corte costituzionale. Sembrava un gioco a rimpiattino con i giudici, che però avevano il coltello dalla parte del manico e costituivano un ostacolo spietato ed insormontabile.
E’ andata come è andata ed è inutile ora rifare processi virtuali. Ma una cosa almeno voglio dire, già da me ribadita in precedenti occasioni. SB ha fatto tanti errori negli ultimi anni, ma forse il suo errore più grande egli l’ha fatto alla fine della sua carriera politica. Quando è stato costretto alle dimissioni da Presidente del consiglio, egli addirittura, in una sorta di sindrome di Stoccolma, ha favorito i suoi carnefici appoggiando i governi  Monti e  Letta, anche se poi, con una resipiscenza tardiva, si è tirato indietro. Senso di responsabilità? Non direi. SB appariva debole, confuso, incerto e dava l’impressione di voler raccattare e conservare le briciole del suo passato politico. Quando poi in un processo farsa è stato condannato per evasione fiscale e successivamente espulso dal Senato, è apparso ancora una volta remissivo, quasi a voler mendicare pietà. Chiaramente non era più lui. Avrebbe dovuto fare ben altro. Io penso che nella vita si possa anche cadere, ma bisogna saper cadere e soprattutto cadere in piedi.
SB avrebbe dovuto rivolgersi direttamente agli Italiani, anche a reti unificate (i mezzi e le tribune non gli mancavano), e denunziare pubblicamente prima la congiura ai suoi danni e poi la persecuzione giudiziaria di cui era stato fatto oggetto, senza esitazioni, senza timidezze, cercando anzi di creare un caso clamoroso a livello mondiale. Poi si sarebbe dovuto dirigere al carcere più vicino, pretendendo di essere messo in cella con i detenuti comuni e senza chiedere per sé alcun privilegio. E invece no. Lui, persona stritolata dal sistema ma incapace di opporsi validamente al sistema, ha fatto regolare richiesta ai giudici di essere impiegato nei servizi sociali; ha regolarmente scontato la sua pena, magari ricevendo pure un attestato di buona condotta, e poi ha fatto ricorso alla corte di Strasburgo. Campa cavallo! Ma per fare altro sarebbe forse stato necessario, dico forse, che SB non fosse tanto ricco, che non fosse il primo contribuente d’Italia, che non avesse interessi economici diffusi e variegati. Le aziende forse erano in pericolo insieme a lui e lui, da buon padre di famiglia, ha riflettuto e si è offerto come agnello sacrificale. Non voglio infierire contro il Cavaliere, al quale in ogni caso bisogna rendere l’onore delle armi, ma Longanesi diceva che sulla bandiera italiana in controluce è leggibile il motto “Tengo famiglia” e SB la famiglia l’aveva e pure numerosa.
Ora la storia sembra volersi ripetere con DT e davanti ai nostri occhi scorrono, in una impressionante sequenza, i fotogrammi di un film già visto. Gli USA non sono l’Italia, ma l'amministrazione della giustizia comincia a muoversi anche lì e qualche nube comincia ad addensarsi. Finora DT si è dimostrato coraggioso e sicuro, incline a combattere contro i suoi nemici, non ad implorarne la collaborazione. Speriamo che duri.
Ezio Scaramuzzino

martedì 31 gennaio 2017

Le trombe di Trump

Donald Trump è all’ordine del giorno: ogni sua mossa, ogni sua decisione, ogni sua legge suscita un vespaio di polemiche  e di rimostranze a livello planetario. Il fatto è che finora avevamo sempre conosciuto uomini politici che in campagna elettorale sostenevano una tesi e poi facevano tutto il contrario di quel che avevano detto o, nella migliore delle ipotesi, annacquavano, fino a renderlo irriconoscibile, il loro programma elettorale. Così si è sempre fatto e così eravamo abituati. Con Trump è diverso: lui sta attuando il suo programma, quello che aveva sempre esposto, e lo sta attuando anche  senza ritardi e senza ripensamenti.
Ah, ma così non si fa, dicono le anime belle; e questo decisionismo di Trump suscita sconcerto. Né vale dire che in fondo le decisioni di Trump ricalcano o sono il compimento di leggi già avviate dai suoi predecessori. Ad esempio, il famoso muro al confine col Messico: Trump l’ha sbandierato, ma il muro l’ha già costruito Bill Clinton nel 1994 e lui intende solo completarlo. O il blocco di ingressi per quattro mesi per i cittadini di sette paesi musulmani in odore di terrorismo: Trump non ha fatto altro che riprendere un’iniziativa già attuata da Obama che nel 2011 bloccò l’ingresso negli USA a tutti gli Iracheni per sei mesi, non per quattro. E Bill Clinton, quando era Presidente, faceva contro i clandestini discorsi e dichiarazioni che al confronto Trump sembra un dirigente della Caritas.
Allora nessuno protestò, invece quelli che allora approvarono quelle norme oggi protestano. Perché? Già, perché? Bella domanda. Comunque la risposta è semplice: perché le leggi, le direttive, le decisioni, nei tempi calamitosi che stiamo vivendo, non hanno un valore assoluto, ma hanno valore e sono più o meno accettabili a seconda dei tempi, dei luoghi in cui vedono la luce e soprattutto a seconda di chi le attua. Le fanno Clinton ed Obama? Vanno bene. Le fa Trump? Vanno male, a prescindere, anche senza entrare nel merito, anche senza discutere, e vanno male già prima che vengano attuate. Così va il mondo, oggi, anno di grazia 2017 dopo la nascita di Cristo.
Ma vogliamo entrare un po’ nel merito di questi provvedimenti contestati? E’ vero o non è vero che le ondate migratorie stanno costando molto all’Occidente, non solo per la spesa che comportano, ma anche, e soprattutto, per il decadimento della qualità della vita che esse provocano? Basta guardarsi un po’ attorno e stare attenti a quello che succede, anche là dove meno te lo aspetteresti. Lascio da parte la prostituzione dilagante e sfacciata, i furti, gli scippi, le rapine, le occupazioni abusive, il commercio abusivo, i posteggiatori abusivi, gli elemosinanti infiniti, gli appartamenti svaligiati, lo spaccio di droga all’aria aperta, le isole di completa illegalità, la ferocia bestiale delle bande di immigrati nei confronti di quelli che cercano di difendersi, l’assenza di freni inibitori,  le molestie e gli stupri o tentati stupri, l’impotenza delle forze dell’ordine: tutte cose che ormai fanno del nostro povero, sfortunato e sgangherato paese anche un paese allo sbando e, io penso, irrecuperabile ad un ordinato vivere civile. Ma, a voler fare solo un esempio, avete mai provato ad entrare in un Pronto soccorso di un qualunque ospedale italiano? Già la Sanità italiana era uno schifo per mancanza di risorse, ma con l’immigrazione clandestina ormai è del tutto fuori controllo. In qualunque Pronto Soccorso parcheggiano tanti immigrati, facilmente identificabili anche perché spesso hanno come accompagnatore  un incaricato di una delle coop che li hanno in gestione. Curiosi poi questi accompagnatori che spesso hanno un atteggiamento dimesso e sembrano voler dire: scusateci, lo facciamo solo per guadagnarci da vivere. Bene. Questi immigrati sono spesso insofferenti, pronti alla protesta e al tumulto, hanno atteggiamenti intimidatori nei confronti di tutti e rendono invivibili le sale d’attesa sempre più simili a delle bolge dantesche. E si può criticare un uomo politico che cerca di porre un freno al dilagare di questa sconcia barbarie e cerca di controllare, di regolamentare, se non di bloccare l’ingresso dei clandestini?
E poi c’è il blocco degli ingressi per qualche mese. Ma fa tanto schifo una decisione del genere? A me fanno schifo le proteste, non il blocco. Vogliamo  convincerci che ormai è in atto una guerra, a volte strisciante, a volte aperta, tra l’Islam e l’Occidente e che in guerra bisogna essere pronti a prendere  decisioni drastiche, anche se spiacevoli? Certo che non tutti i musulmani sono terroristi! Ma nel 1941, quando dopo Pearl Harbor gli Usa entrarono in guerra contro Germania, Italia e Giappone, l’allora presidente Roosevelt creò campi di concentramento in cui furono rinchiusi moltissimi americani originari di quei paesi. Erano tutti nazisti, fascisti e militaristi? No di certo, ma bisognò fare così e gli USA vinsero la guerra, perché vollero vincerla e non esitarono di fronte a niente. Trump vuole vincere la guerra contro il terrorismo islamico e fa quello che deve fare. E spero che la vinca questa guerra, non solo per gli USA, ma anche per noi e per tutto l’Occidente, dal momento che i nostri uomini politici al massimo possono essere considerati delle macchiette.
Io non guardo a Trump con particolare entusiasmo e so bene che il suo compito è molto difficile, ma voglio almeno accordargli il beneficio dell’inventario e stare a vedere quello che farà e come andrà a finire. Il fatto è che non tutti sono disposti ad accordargli questo beneficio e sono contro di lui per partito preso ed a prescindere, sol perché è Trump e non si concilia con la loro visione del mondo.
E’ una storia ormai vecchia. Oggi le divisioni in politica non corrispondono più alle vecchie contrapposizioni ideologiche. Oggi in Occidente esistono due blocchi: uno è formato dai potenti, dalla borghesia danarosa, dalla gente che si potrebbe definire fortunata, dalle persone in vista, che hanno successo, insomma da quelli che contano e sono tutti contro Trump (ed erano per Hillary Clinton); l’altro è formato dalla classe operaia, dalla borghesia impoverita, dai disoccupati, dalle famiglie modeste, da quelli che vivono in difficoltà, dai nuovi poveri, in una parola da quelli che non contano un tubo e sono tutti dalla parte di Trump.
E’ una lotta decisiva, drammatica e per alcuni aspetti all’ultimo sangue. Io spero che vincano i secondi, non solo per motivi di appartenenza, ma anche per un altro motivo. Perché questi ultimi una volta almeno potevano sperare in un compenso nell’altra vita, ma, da quando Jorge Bergoglio ha lasciato chiaramente intendere che quella della vita eterna è una bufala e che tutto si gioca in questa vita, beh, che almeno essi possano giocare e vincere la partita, o almeno possano tentare di vincerla.
Staremo a vedere.
Ezio Scaramuzzino

domenica 29 gennaio 2017

Il tempo di un respiro, cap.I°, di Lucia Romani (3)


Il tempo di un respiro è un libro di memorie (Editore L'Espresso, 2012), in cui l'autrice Lucia Romani ricorda, come nel diario di un dolore, la scomparsa della sorella Grazietta. Per gentile concessione, se ne pubblica il cap.I°.
1

Un anno e sedici giorni. Tanto, e così poco, il tempo che separa la tua nascita dalla mia, così che spesso ci scambiavano per gemelle.
Una vita vissuta tenendoci per mano, come mi aveva sempre chiesto mamma, quella stessa mano che hai potuto stringere, negli attimi della morte, dopo avermi attesa per poter compiere, seguendo la raccomandazione di mamma, l’ultimo grande passo. Non so se è più il dolore o la tenerezza a struggermi, nel ricordare l’immagine delle due sorelle che, tenendosi per mano, si salutano sul limitare della vita.
Dicono che i lutti si debbano “elaborare” per poterne superare o comunque accettare il dolore lacerante ed io, ad oltre sette anni dalla tua morte, mi decido ad approfondire ed indagare quello che, lo so già, mi porterà più lacrime che consolazione.
Eravamo così diverse tu ed io! Tu con la testa fra le nuvole, così presa da tutto quello che stava per aria, sempre rivolta al cielo, tua aspirazione e tuo destino. Io con i piedi per terra. E proprio per questo ci compensavamo.
Eri appena nata e già  il cielo ti pretendeva, forse perché tu non appartenevi a questa terra. Il Creatore in genere suddivide le virtù in modo abbastanza equanime, per cui chi non ne ha una, ne ha un’altra. Con te si era tolto la soddisfazione di vederne un bel po’ tutte insieme: dalla bellezza folgorante, della quale sei sempre stata inconsapevole, alla passione per l’arte e per la musica, al carisma che incantava chiunque ti incontrasse.
Dove sei passata, hai lasciato una traccia indelebile, tanto che ancora oggi ti piangono e ti rimpiangono le persone che ti hanno conosciuta. E mille lacrime non bastano a riempire il vuoto. Eri caparbia: la tua condizione di giovane mamma non ti ha impedito di portare a termine tutti i progetti che avevi in testa, di fretta e a volte in modo frenetico, quasi con la consapevolezza del poco tempo che ti era concesso.
Eri positiva ed ottimista anche quando tutto urlava il contrario. Ti ho salutata mentre entravi in sala operatoria con il sorriso sulle labbra, quasi tu volessi tranquillizzarci: non era ostentazione la tua, era proprio serenità d’animo. Ricordo che ti tracciai sulla fronte il segno della Croce perché in quel momento proprio non potevo fare nulla per te e ti affidavo alla Sua volontà, affinché ti tenesse Lui per mano, mentre io me ne stavo fuori, nel corridoio di fronte alla sala operatoria, buttata lì per un tempo infinito, impotente, ad attendere notizie.
Qualche giorno fa, ho ritrovato dentro una scatolina a forma di gufo che mi avevi regalata un biglietto scritto al computer, quando già la malattia ti aveva rubato la capacità di farlo a mano: “Alla mia sorella “preferita”, compagna di tante mie avventure e disavventure. Ciao, Gra”.
Con quel “ciao” già mi anticipavi il distacco. Le avventure e le disavventure si sono distribuite lungo l’arco di tutta una vita, concentrandosi in modo ostinato proprio nel periodo della tua malattia, quando era divenuta una vera missione la mia: accompagnarti per mano verso la guarigione.
Non avevo assolutamente messo in conto che tu invece potessi morire e, quando è successo, me ne sono fatta una colpa, perché, pur avendoci creduto fino in fondo, non ero riuscita a salvarti. Come se non lo avessi voluto abbastanza o non fossero stati sufficienti la determinazione, la rabbia, l’impegno. Stavi morendo e io non ci volevo credere, non ci pensavo proprio e me ne andavo in giro per mezza Italia con i risultati delle tue analisi che parlavano chiaro, anzi gridavano che stavi morendo, mentre io non lo avevo capito, forse perché non lo volevo capire.
Me lo disse Rossana, in un pomeriggio di Agosto. Anche a lei avevo chiesto di far vedere i risultati ad un luminare di sua conoscenza. Avuta la risposta, mi venne a prendere e mi portò in montagna, senza che durante il viaggio avessimo il coraggio di scambiare una parola. Poi, in un silenzio assordante e mentre il mio cuore era in tumulto, lei fermò la macchina in una radura e mi disse: “Lu’… Grazietta muore!”. Piangemmo insieme, a lungo, ma io non mi fermai.
A Milano, dove per anni a cadenze regolari ti avevo accompagnata a fare le visite di controllo, andai da sola, perché tu non potevi più muoverti, solo per ricevere come risposta uno sguardo compassionevole e rassegnato.
Ci aveva fatto bene sperare la cura dell’I.E.O. di Milano ed ostinatamente prendevamo quel vagone letto delle 24,20 a Chiusi: io e te, sole alla stazione, ad un’ora così insolita, cercando riparo dal vento dietro la colonna del binario numero due. E, quando arrivava il treno, avrei voluto sollevarti con tutte le mie forze, vedendo quanto difficoltoso fosse per te salire quei tre gradini  ed avendo timore che nel ripartire gli scossoni ti potessero far cadere nel tratto per raggiungere le nostre cuccette.
Ogni tanto mi chiamavi al telefono e mi dicevi: “Lu’…sono caduta!” ed a me, lontana quei pochi chilometri che diventavano una distanza siderale, non restava altro che farmi la consueta scazzottata con il destino e rimanere con l’amaro in bocca e la morte nel cuore.
E intanto la malattia ti depredava via via delle virtù più belle: dei capelli corvini, della voce che sapevi così ben modulare nel canto, delle mani che adoperavi con destrezza ed arte, delle gambe che ti avevano fatto correre per essere presente ovunque ci fosse bisogno di te, fino ad arrivare a rubare i tuoi splendidi quarantaquattro anni.
Mi domando se approveresti ciò che sto facendo, ossia andare a rimuginare tutto questo solo per ricavarne dolore. Mi accorgo che di te mi sono rimasti quasi soltanto i ricordi più terribili e devo fare un grande sforzo per ricordare altro. Ma questo sforzo merita di essere affrontato, perché non posso certo ignorare i momenti belli del nostro viaggio lungo la vita.

Lucia Romani*


*Lucia Romani vive e lavora ad Abbadia San Salvatore (SI). Con questo post inizia la sua collaborazione al blog. La ringrazio. 







venerdì 27 gennaio 2017

Jendu vinendu10: Trump-Provolo-Amato

Donald Trump
Diabolico Trump! Si è insediato solo da pochi giorni ed ha già costruito il muro di separazione con il Messico! La cosa è venuta fuori quando un gruppo di dimostranti, con tanto di bandiere al vento e cartelloni di protesta, si è diretto dalla California verso il confine per manifestare, protestare e scassare tutto secondo le migliori tradizioni della sinistra-gauche-left-izquierda, e, toh!, ha trovato il muro già costruito. Sconcerto, incredulità, rabbia e infine una rapida ricerca su Wikipedia per sapere come stavano effettivamente le cose. E’ saltato fuori che il muro esisteva già dal 1994, che l’aveva costruito Bill Clinton e che Trump voleva e vuole solo ultimarlo.
Allora con chi se la prendeva il gesuita-peronista-sinistrista Jorge Bergoglio quando, alla vigilia delle presidenziali americane, si opponeva a chi aveva intenzione di costruire muri invece di costruire ponti? Nel 1996 lo scrittore sudamericano Alvaro Vargas Llosa scrisse un famoso pamphlet, Manuale del perfetto idiota di sinistra latino americano. Per caso aveva conosciuto Bergoglio e si ispirava a lui?

Francesco Provolo
Non so se sapete chi è Francesco Provolo (mai nome fu più azzeccato). Bene. Trattasi di Sua Eccellenza (così vengono ancora chiamati i prefetti nell’Italia repubblicana) l’illustrissimo Signor Prefetto di Pescara Francesco Provolo, ovvero il diretto superiore della funzionaria improvvisatasi centralinista-modello, che ha ritenuto una bufala le disperate richieste di soccorso per l’Hotel Rigopiano, arrivando perfino a deriderle.
Prima di Pescara era in carica a Rovigo. Qui (riprendo i dati dal sito Imola oggi) i suoi meriti sono stati quelli di aver inaugurato la strategia dei centri d’accoglienza piazzati a macchia di leopardo in minuscoli paesini del Polesine e di aver ordinato la requisizione del famoso hotel di Ficarolo, con susseguenti proteste della popolazione. Poi, purtroppo, lo hanno mandato a far danni a Pescara.
Ponete un po’ mente alla filiera di comando. La signora X, funzionaria di cui ignoriamo il nome perché è protetta dai superiori, ha sopra di sé il prefetto Francesco Provolo (bisogna ricordarselo questo nome), che certamente ha fatto carriera sotto il ministro Angelino Alfano, che aveva come capo del governo Matteo Renzi, che a sua volta aveva come punto di riferimento il Presidente Sergio Mattarella. Con questi genî politici e amministrativi del nostro sgangherato e sfortunato Paese i risultati non potevano che essere i 29 morti dell’Hotel Rigopiano.
Un’ultima annotazione. I responsabili dell’attuale tragedia gridano che  dobbiamo essere uniti nei momenti di difficoltà. Bisogna ricordare che, all’epoca del terremoto dell’Aquila nel 2009, l’opposizione PD delirava e sbavava contro Bertolaso, capo della Protezione Civile, ed organizzava i “carriolanti”, che fingevano di raccogliere con le carriole le macerie del terremoto, creando non pochi problemi ed inveendo contro Berlusconi, che invece (secondo loro) pensava solo a ricostruire le case. Orbene quell’invito va rispedito al mittente per un solo motivo: perché è semplicemente stomachevole.

Giuliano Amato
Il nome di Giuliano Amato forse dice poco ai giovani di oggi,  ma per coloro che hanno molti ricordi (come me, purtroppo) quel nome evoca molte sensazioni. Giuliano Amato fu tra gli esponenti di spicco del Partito Socialista all’epoca di Bettino Craxi ed in tale veste egli ricoprì molti incarichi: fu suo uomo di fiducia, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Ministro del Tesoro e, quando Craxi fu costretto a riparare in Tunisia a causa delle note vicende giudiziarie, fu il suo naturale successore, ricoprendo per ben due volte la carica di Presidente del Consiglio. Questo comunque non gli impedì di disconoscere il suo capo, talché, quando Craxi morì “in esilio” nel 2000, egli ritenne opportuno  e conveniente (per lui) non partecipare ai funerali ad Hammamet. In seguito egli ha abbandonato la politica attiva, ma non l’esigenza di cumulare cariche, per cui negli ultimi tempi è stato Presidente dell’Istituto Treccani ed attualmente è giudice costituzionale, non disdegnando, presumo, futuri incarichi, nel caso gli dovessero essere offerti.
Attualmente è ufficialmente in pensione e, in tale veste, ha un triste primato: l’INPS gli corrisponde varie pensioni, per un ammontare complessivo di circa 32 mila Euro mensili, suscettibili di aumento, man mano che gli incarichi e gli emolumenti si accumulano.
Pare che nei giorni scorsi sia stato decisivo un suo intervento come giudice costituzionale, per dirimere i problemi relativi al “Consultellum”, come in gergo è chiamato l’ultimo sistema elettorale partorito dai nostri legislatori. Inutile dire che il “Consultellum” fa acqua da tutte le parti e quasi certamente avrà bisogno di ulteriori ritocchi.
Diceva Bertolt Brecht: “Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”. Io, più modestamente, dico: “Beati i popoli che non hanno bisogno di personaggi come Giuliano Amato”.
Ezio Scaramuzzino


mercoledì 25 gennaio 2017

Come è cambiata la TV di Franco Federico


      Papa Bergoglio ha affermato che le televisioni dei giorni nostri preferiscono orientarsi verso le cose brutte, perché queste non annoiano come le cose belle. Il che - a ben considerare - è dato riscontrare in non pochi degli odierni programmi televisivi, qualcuno dei quali come, per fare un esempio, “Undressed”, appare tanto bizzarro quanto assurdo: in ogni sua puntata un uomo e una donna, sconosciuti l’uno all’altra, si spogliano e si mettono a letto, per capire nell’arco di una mezz’ora se fra loro scocca l’amore. Nemmeno “Grande fratello” era riuscito a banalizzare in questi termini la delicatissima e complessa fase dell’innamoramento, riducendo il fattore-attrazione tutto alla mera sfera fisico-sessuale. È proprio il caso di ritenere che oggi si viva in un nuovo medioevo, in cui regna ormai sovrana la confusione e si è perso ogni riferimento etico.
       Ma la bruttezza di cui parla Papa Francesco è arrivata a diffondersi persino nei telegiornali, non pochi dei quali, pur di attrarre un quanto più elevato numero di spettatori, finiscono con l’assecondare la più becera forma di curiosità, mettendo in prima pagina, ovvero dandole come prime notizie, quelle che riguardano i fatti più efferati di cronaca nera. E, per sollecitare la morbosa curiosità di coloro che risultano più appassionati a tale genere di notizie, sono nati degli appositi programmi, in cui il fattaccio è setacciato da ogni punto di vista come in un’aula di tribunale. Proprio in questi giorni è intervenuto il notissimo personaggio dello spettacolo Fiorello, il quale molto giustamente si è lamentato di siffatte trasmissioni televisive che vanno a snocciolare i più gravi episodi di cronaca nera, oltretutto in orario pomeridiano. Detti programmi, indubbiamente, sono figli della selvaggia concorrenza che tra una rete televisiva e l’altra è venuta a scatenarsi dalla nascita delle tv commerciali in poi.
    Anche “Uomini e donne”, che va avanti ormai da 20 anni e che risulta devastante sotto il profilo (dis)educativo nei confronti delle nuove generazioni, non fosse per altro che per il fatto che inculca in esse l’idea che nel rapporto amoroso ciò che più conta sia la bellezza fisica, rigidamente intesa secondo i canoni impersonati dai protagonisti della trasmissione, quasi tutti palestrati e tatuati, va in onda in orario pomeridiano, così da intercettare soggetti molto giovani e, per lo più, di sesso femminile, notoriamente più sensibili a trasmissioni di questo tipo. Quanto possano importare gli effetti assolutamente negativi di questa trasmissione alla sua nota conduttrice, Maria De Filippi, il cui stare continuamente seduta su una scala in atteggiamento sornione bene simboleggia l’estrema pochezza del suo ruolo, o alla rete televisiva che da anni ormai la propone al pubblico dei giovanissimi, non si fa alcuna fatica a comprendere.
    Una sorte non migliore è toccata alla politica nel trattamento che della stessa è fatto dalle odierne televisioni, le quali, oltre che dedicarle uno spazio di gran lunga maggiore rispetto al più o meno lontano passato, ne offrono un’immagine non certo esaltante e tale da alimentare non poco il disinteresse già provato dai più verso la politica. Il format televisivo più in voga, per quanto riguarda la politica, è, come è noto, quello del talk show, presente in quasi ogni principale canale e la cui formula prevalente si basa non tanto sulla funzione informativa, ovvero sull’approfondimento analitico, quanto invece sulla spettacolarizzazione, nel senso che un politico, diciamo così di parte governativa, viene contrapposto ad un altro appartenente ad un partito di opposizione. Quanto più aspri nel corso della trasmissione si fanno i toni tra l’una e l’altra parte, tanto più si eleva il grado di spettacolarizzazione della trasmissione. Se si sconfina, poi, nella rissa vera e propria e volano parole forti e ingiuriose, vola anche lo share, ovvero l’indice di ascolto.
       Le prime volte assistere ad una bella litigata, basata tutta su parolacce ed offese personali, può anche divertire un po’; a lungo andare, tuttavia, lo spettatore meno sprovveduto finisce con lo stancarsi, considerato oltretutto che gli ospiti, spostandosi da un talk show all’altro, sono quasi sempre i soliti e che, gira e rigira, ripetono sempre le stesse cose.  Forse non tutti sanno che prendere parte ad un talk show dà diritto ad un gettone di presenza che varia tra i 1000 e i 2000 euro, per cui, i giornalisti che vi partecipano intascano belle sommette, che vanno ad aggiungersi a quanto già guadagnano attraverso il lavoro ordinario. Nel caso dei politici, le ospitate tv consentono un guadagno in termini di visibilità e di consenso: il caso più emblematico in tal senso è quello di Meloni, Salvini, Di Maio, Di Battista, ecc. i quali devono la loro grande popolarità proprio alle fittissime e quasi quotidiane ospitate televisive, oltre che alle abilità comunicative, basate su un linguaggio dalle tinte forti, talvolta volgare, che si pone in perfetta sintonia con gli istinti e la pancia della gente meno pretenziosa e più semplice che mai. A qualcuno come Renzi, che ha davvero esagerato in fatto di presenzialismo televisivo, è capitato l’effetto contrario, nel senso che ha suscitato verso di sé ampia antipatia e una reazione di vero e proprio rifiuto.
      Va fatto, infine, un riferimento a “Dalla vostra parte”, che si può tranquillamente definire una vera e propria “macchina da guerra”, dal momento che il suo scopo principale sembra essere quello di diffondere paura, allarmismo, intolleranza religiosa, rabbia, sfiducia nelle istituzioni, razzismo e quant’altro. Nel corso della trasmissione ci si collega con quella che impropriamente è chiamata piazza, ma effettivamente trattasi più o meno di “quattro gatti”, tutti casualmente dello stesso orientamento politico e di pensiero; e tra i suoi ospiti quasi stabilmente presenti figurano alcuni degli esponenti più “duri” della Lega Nord, come Marcato, o di Forza Italia, come Santanchè. In un paese “normale” programmi simili verrebbero fatti chiudere già dopo poche puntate, ma il sistema televisivo italiano, che al suo interno ha ormai da più decenni un’anomalia grande quanto una casa, non consente purtroppo un provvedimento del genere.
Franco Federico
    

     

lunedì 23 gennaio 2017

Nell’aria umida, poesia di Alfredo Giglio


Mentre mucido verde
Come muschio,
La fredda pietra
Di muri annosi avvolge,
Nell’aria tetra
Che spande odor di pioggia,
S’ode soltanto
Un brontolar di roggia
Al par d’un mesto pianto.
Un raggio di sole,
Pallido e malato
Par che  si dolga
Tra  nubi furibonde
E dietro a queste
Più timido s’asconde.
Un vento umido e caldo
Spinge nei viali d’una città,
Ch’odora di vecchiume
Ogni sorta
Di resti di pattume.
M’aggiro
Come spettro solitario
Per vie deserte,
In attesa del gelo dell’inverno
Che la carne trafigge 
E l’ossa mi distrugge.
Così,  
I miei pensier seguendo,
Sento ch’il cor più non m’aita
Perché  su me già incombe
L’inverno della vita.
  
Alfredo Giglio*

*Alfredo Giglio, poeta e scrittore crotonese, con questa poesia inizia la sua collaborazione al blog. Lo ringrazio.