venerdì 10 febbraio 2017

Requiem per una nazione


La tabella che segue indica in percentuale sul PIL la classifica (aggiornata a Gennaio 2016) delle nazioni con il più alto debito pubblico in ambito UE. L’Italia ha il debito più alto subito dopo la Grecia, già tecnicamente fallita ed attualmente sorretta unicamente dalla carità, non disinteressata, della Germania, della BCE e del FMI. L’Italia è la prossima destinataria della carità internazionale.
1-Grecia 196,95   2-Italia  133,11  3-Portogallo 127,80  4- Belgio 106,75
5-Cipro 106,37    6-Irlanda 100,63  7-Spagna 98,60     8-Francia 97,09
9-Austria 86,71  10-Slovenia 81,67  11-Ungheria 75,27  12-Germania 70,75.
Ricordo, ero giovane ed appena laureato, un collega di Diritto che arrivava a scuola immancabilmente con il giornale sotto il braccio e spesso con il volto corrucciato. Una volta gli chiesi:"Ti vedo preoccupato. Che hai?" E lui: "E’ aumentato il debito pubblico". Pensavo fosse un po’ tocco e mi chiedevo che gliene fregava a lui del debito pubblico.
Non voglio annoiare con altre tabelle, ma, a volerle consultare in qualunque sito WEB specializzato, sarebbe agevole vedere come il nostro debito, mantenutosi stabile e relativamente basso fino agli anni 80 del 1900, da allora ha iniziato regolarmente a salire, anno dopo anno, inesorabilmente, con tutti i governi, sia di destra, sia di sinistra. Ora la situazione è diventata chiaramente insostenibile e la conseguenza più immediata e più grave è il fatto che l'Italia in ambito UE è chiaramente diventata marginale o, a voler essere generosi, un Paese a sovranità limitata, come una volta avveniva per i Paesi del Patto di Varsavia all’epoca dell’Unione Sovietica.
E’ cronaca dei nostri giorni e basta seguire un po’ le vicende politiche per capire che ormai l’Italia è una sorta di zimbello, nei cui confronti a tutti è consentito di alzare la voce, infierire e fare la predica. Per non parlare poi degli organismi UE, che, un giorno sì e l’altro pure, ci inviano ora una nota, ora un avvertimento, ora una minaccia, ora un memorandum, invitandoci a fare tutto quello che viene deciso dalle parti di Bruxelles.
Il nostro bilancio sfora di un centesimo di punto? Subito arriva la nota di Bruxelles. Abbiamo bisogno di finanziare la ricostruzione del dopo terremoto? Allora dobbiamo timidamente chiedere all’UE la possibilità di fare qualche debito fuori bilancio, o, come normalmente si dice, chiedere una maggiore flessibilità. Che poi, per chi non l’avesse capito, flessibilità significa semplicemente la licenza di fare altri debiti da cumulare sul debito pubblico complessivo, che, come è risaputo, è semplicemente la somma dei deficit pubblici annuali creati nel corso del tempo.
Ma come siamo arrivati a questo punto? Che cosa abbiamo fatto di male noi Italiani per ridurci in queste condizioni e meritarci questo destino? Non ci vuole molto a capirlo e qui è sufficiente fare solo qualche esempio, perché non basterebbe un’enciclopedia a spiegare tutto di tutti gli anni della nostra follia. Chi ha un po’ di anni sulle spalle non può dimenticare che negli anni 80 del secolo scorso, all’epoca dei governi Craxi, all’epoca cioè delle prime impennate del debito, si andava in farmacia a fare la spesa gratis. Si compravano spazzolini, dentifrici, Il Fernet Branca, tutto rigorosamente gratis. Incominciava allora l’allegra scampagnata di tutti gli Italiani a spese dell’Erario. Incominciava allora la lotta mortale a chi riusciva a conquistarsi l’elettorato e questa gara la vinceva chi concedeva di più. Erano i tempi di quando si poteva andare in pensione a 40 anni, di quando la presenza fisica negli uffici statali era un optional, di quando un posto in un qualunque ufficio pubblico non si negava quasi a nessuno.
Non che negli anni le cose siano cambiate di molto, a seguire le cronache dei giorni nostri. E anche qui è sufficiente, come per il passato, fare solo degli esempi. Ancora oggi, come per il passato, la nostra Presidenza della Repubblica è la più costosa al mondo, dopo il Sultanato del Brunei, più costosa della Presidenza americana, più della Monarchia inglese; ancora oggi, come per il passato, un personaggio politico come Giuliano Amato continua ad incassare varie pensioni, per un totale di oltre 32 mila euro al mese; ancora oggi, come per il passato, la Regione Sicilia ha uno stuolo di oltre 28 mila forestali (più forestali che alberi forse); ancora oggi un figuro come Mario Monti continua a percepire lo stipendio di senatore a vita, da quando, incaricato dal presidente Napolitano di formare un governo tecnico per risanare l'Italia, pretese ed ottenne lo scranno senatoriale per farsi mantenere a vita da coloro che avrebbe dovuto salvare.
La vergogna, si sa, non ha mai fine e costituisce ormai un dato di fatto ineliminabile della nostra vita politica. Nel nostro Paese però, questa vergogna ha un qualcosa di grottesco e di luciferino che le conferisce a volte un tono allucinato e surreale. Solo nel nostro Paese scalcagnato e sgangherato una torma di uomini politici, parassiti e super privilegiati, tormenta con balzelli odiosi e vessatori gente che ormai non riesce ad arrivare alla fine del mese. Solo nel nostro Paese, dove ormai tutte le famiglie sono costrette a rivedere al ribasso i loro bilanci, si assiste alla esaltata celebrazione dei nuovi matrimoni che consentono di convolare a giuste nozze anche con il proprio frigorifero, il quale frigorifero maturerà il diritto alla pensione di reversibilità. Solo nel nostro Paese, ormai ridotto con le pezze al culo, si assiste all’orgia di arrivi di clandestini dell’universo mondo, i quali arrivano da noi con la legittima speranza e la sicura convinzione di migliorare la loro esistenza a spese nostre.
E intanto l’Italia scende sempre più in basso, diventa sempre più insignificante e, come un uccello impigliato nelle reti, si aggroviglia sempre di più nei lacciuoli che la soffocheranno fino alla morte. L’Italia si sta uccidendo, da sola, e si sta uccidendo lentamente ed allegramente, con tranquilla spensieratezza. E, cosa ancora più dolorosa, essa sta perdendo gli ultimi barlumi di una libertà di azione, che almeno una volta le consentiva di scegliere di che morte morire. Adesso non possiamo più nemmeno decidere, come nella favola di Bertoldo, a quale ramo impiccarci. Qualcuno manifesta la timida intenzione di anticipare le elezioni? Arriva subito il nein della Germania, la quale ce lo fa sapere in un modo molto semplice: incomincia a vendere i nostri titoli di stato, fa aumentare lo spread e ci fa capire che, certo, se vogliamo, noi Italiani mandolinari possiamo fare quel che vogliamo, ma il giorno dopo saremo ridotti sul lastrico. Sia ben chiaro: l’Europa non ha sempre ragione, ma nemmeno ha sempre torto, perché, per arrivare a questo, noi ci abbiamo messo molto del nostro e ci abbiamo messo anche un bel po’ di impegno.
Ed in queste condizioni non c’è più niente che regga. Non c’è più Destra, né Sinistra, c’è soltanto una pletora di pezzenti, intenti solo alla tutela dei propri interessi e ridotti ad invocare la clemenza della Merkel e di Yuncker. In queste condizioni l’Euro e l’EU non sono più una scelta, sono soltanto una maledizione, una gabbia, un laccio al collo che ci porterà all’asfissia e ad una condizione di miserabili. E tutto, non dimentichiamolo, per questo benedetto/maledetto debito pubblico. 
Ezio Scaramuzzino

P.S.
Mi sono imbattuto sul sito del Messaggero Veneto nella lettera di Michele, giovane udinese che si è tolto la vita il 31 gennaio 2017. La  pubblico in coda al mio post, come testimonianza e simbolo di una gioventù morente in un’Italia morente. E’ una lettera commovente e dignitosa, che vale la pena leggere nella sua interezza.
Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi. Ho cercato di essere una brava persona, ho commesso molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.
Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.
Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.
Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.
A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.
Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.
Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.
Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.
Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.
Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.
Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, il modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.
Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.
Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.
Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.
P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.
Ho resistito finché ho potuto.
MICHELE 31.01.2017


giovedì 9 febbraio 2017

Il tempo di un respiro (finale) di Lucia Romani(4)



Ancora un appuntamento, l'ultimo per ora, con Lucia Romani. Quello che segue è il finale del suo libro di memorie Il tempo di un respiro. 
        Sono ormai passati alcuni anni dalla scomparsa della sorella Grazietta. La vita continua, ma il passato non svanisce. In un'occasione importante soffia un vento impetuoso e in esso si avverte lo spirito della vita che trionfa sul dolore e sulla morte. E il vento non si disperde perché, come diceva Vladimir Bukovskij, Il vento va e poi ritorna.

E noi qua, a raccogliere i brandelli delle nostre anime, cercando di darci una vita normale, perché nonostante tutto la vita,  come è capace di riservarci grandi dolori, così ci sorprende al tempo stesso  per le gioie che elargisce a piene mani.

In questi sette anni sono successe tante cose che ci hanno fatto soffrire ancor di più l’assenza tua e di mamma: la laurea dei tuoi ragazzi, il matrimonio di Claudio, la notizia dell’imminente arrivo dei due bimbi di Claudio e di Davide.

Il giorno del matrimonio di Claudio eravamo tutti con il fiato sospeso, quando lui si è presentato al portone della chiesetta vicino Firenze, al braccio di sua sorella Laura. Allora una fetta della nostra felicità è stata offuscata dalla tua mancanza, dal vuoto immenso che sentivamo dentro noi stessi e che aveva trapassato il nostro cuore; ma solo per poco, perché sapevamo che tu non lo avresti voluto e perché  agli sposi era dovuta una giornata di piena felicità.

Soffiava un vento impetuoso che sollevava le vesti e scompigliava i capelli ed a me è piaciuto pensare che in quel vento ci fossi tu che, con la tua irruenza ancora intatta, sublimata in un’altra dimensione, volevi essere presente ad un evento che ti pretendeva, se non in corpo, certo nella purezza del tuo spirito.

Sono ancora convinta che quel vento, quando siamo venuti via, è venuto via con noi, lasciandosi alle spalle la collinetta  argentata di olivi e concedendosi pure una puntatina su Firenze, per una carezza all’Arno, prima di sparire; con la tacita promessa di ripresentarsi ancora, alla prossima occasione, quando ci saremmo ritrovati  tutti assieme.
Lucia Romani










lunedì 6 febbraio 2017

Viaggio al termine dell'Italia di Ippolito Emanuele Pingitore

Per una metafisica del Sud 
Se c’è qualcosa che conserva ancora un certo fascino, lì nelle lande desolate del Sud, arse dalla calura estiva e accarezzate dalla brezza marina, è la superba concessione che il Padreterno dona, quasi per farsi perdonare per la sua malcelata presenza, a chi vuole scappare da una vita artefatta, condotta nella tristezza di una metropolitana milanese o nella sudata quotidiana replicata per acchiappare il primo autobus servibile, un topaio. Dimenticate le corse affannate e le bestemmie pendenti sulla bocca, qua si campa d’aria! È una vita a rilento, una proiezione all’indietro, il passato che risorge e si fa presente: il Profondo Sud è una condizione ontologica. 
Il viaggio per arrivare alla punta dello stivale, partendo da Milano, dal lato opposto della Penisola, non conosce disponibilità di mezzi: l’alta velocità termina a Salerno per chi scende dalla Tirrenica, e, al massimo, il Profondo Sud consente una media velocità, con un Frecciabianca diretto a Lamezia Terme. Chiama a sé, il Profondo Sud: non col treno, ma con l’autobus, viatico per un viaggio metafisico, intessuto di sedici interminabili ore e due fermate in oasi dal gusto metropolitano: Autogrill, falsa pizza napoletana, prezzi nordici: il viaggio è ancora lungo! 
«Cu ta fici fari?» - domanda il Profondo Sud. «’A spiranza mi fici partiri, ma jeu non vojjiu cchjiù restari!», è la risposta che ognuno dà, che ognuno si dà. Perché il Profondo Sud è la coscienza ascondita dei suoi figli, che domanda per quanto il distacco sarà ancora lasciato a maturare, è la voce interiore che mai reclama la resa. Una voce che non parla italiano, che chiede e risponde nella parlata rude dell’Aspromonte o del Palermitano, in quella serena della Sila o del Salento, in quella musicale del Napoletano o dell’Arbëreshë. Il Profondo Sud è la resilienza di una donna di Curinga che raggiunge in Svizzera il marito emigrato senza mai disfare la valigia, pensando che presto, annavota, ritornerà. Non ritornerà più – eterno fascino dell’oblio. 
Così, il viaggio verso Sud si configura come un viaggio nel tempo: più ci si distacca dai grandi centri urbani, più si sprofonda in un’umanità radicata nelle proprie tradizioni e nei propri costumi, che si arrabatta tra un prete e un farmacista, un trattore e un motocarro, mezzi che, da qualche tempo, hanno sostituito le fatiche del mulo o dell’asino, compagni di vita di generazioni di contadini. Il Profondo Sud si fa vivo imboccando la Jonica, la Statale 106, nota nelle cronache dei giornali come la strada della morte. Preludio all’Inferno, la tratta che collega Taranto a Reggio Calabria, a parte qualche eccezione, vede, nel tratto calabrese, rimasto fedele all’arretratezza religiosa dell’intera regione, la presenza di una sola carreggiata a due corsie. Quattrocentoquindici chilometri d’asfalto che fendono, grosso modo, i centri urbani della Calabria. Terra di sacrificio e terra di dolore, non si dimentica dei suoi figli. Martoriata, sì, ma benevola, li saluta dal Castello di Roseto Capo Spulico, tra i primi paesi che inaugurano il tratto calabrese della Statale 106. Il Castrum, che scende a picco sul mare, fu ricostruito per volontà di Federico II di Svevia. Quando i raggi del sole trafiggono le acque dello Jonio, il Castello, a ridosso della strada, si impone all’occhio umano in tutto il suo fascino. L’azzurro profondo dell’acqua fa da contrasto con le pareti pietrose del Castello e richiama alla mente i fasti dei tempi antichi. 
«Visto dall’alto l’inferno degli italiani è bellissimo. Dalla rocca di Erice, dall’aereo che scende sul mare verde e franto di Punta Raisi, dalle radure del Pollino su cui trascorrono nubi leggere fra i due mari esso sembra disegnato per gli dèi – scriveva Giorgio Bocca ne L’Inferno -. Alle porte di questo inferno, dentro questo inferno ti avvolgono i profumi forti dei mirti, della macchia, degli aranceti, del salso che arriva dall’isola delle Femmine sulla strada di Palermo, dentro i calori della terra calda. Questo inferno degli italiani pieno di linfe sulfuree, di sorgenti fumanti, di lave scorrenti senza il quale noi del settentrione che ci portiamo addosso gli odori scialbi delle marcite, i gusti tenui dei pesci del lago, non ci sentiremmo mediterranei, non ci sentiremmo anche noi figli della terra “in cui fioriscono i limoni”». 
Nell’inferno degli italiani, laddove ancora la vita sembra essere scandita da un personale codice d’onore, resistente a qualsiasi forma di scandinava civiltà, il Progresso conduce la sua eterna lotta contro riti e tradizioni, rischiando di rimetterci la pelle. Rischia, ma non demorde. Camminando tra le ruve desolate dei borghi calabresi, ove ancora si respira l’odore solenne del pino e della quercia, si vedono ancora flotte di teste fresche tirare calci ad un Super Santos, giocare alla vecchia zoppa, bussare alle porte degli anziani e scappare, beccarsi poi qualche insulto e attendere le scazzottate dei genitori. Il chiacchiericcio alacre degli anziani riuniti in gruppo nella quotidiana passeggiata, anima la vita paesana. Non è raro vederli seduti in piazza, sul sagrato della chiesa matrice, a passare l’acqua e ricordare, come un mantra, quello che c’era e si faceva un tempo: portano sulle spalle il peso della memoria cittadina.  
Folle di braccianti verso il nord/ come uliveti fuggenti/ incrocianti i treni del sud. È la metafora di Gino Scalise, poeta calabrese, morto in odore di santità. Sta in questi versi ermetici la descrizione di settanta anni di sofferenza, vissuta sulla pelle di nonni e padri, partiti verso le terre del Canada, dell'Argentina su navi cariche di speranze. Oltre l'oceano portarono i loro cuori e i loro affetti. Da lì mai fecero ritorno. I più fortunati trovarono impiego a Nord, a Torino e a Milano, a prestare lavoro a gloria della Patria. "La speranza che conduce i braccianti verso il nord, uomini sensitivi e vivi, come sensitivi e vivi sono gli uliveti di una arcana sensibilità e vita, come gli uliveti, in realtà, restano bloccati al loro stato: corrono le illusioni e le speranze in un incontro che è scontro; gli uomini e gli alberi restano abbarbicati al loro stato iniziale, anche se corrono verso una nuova sede, un nuovo lavoro che molto raramente li riscatta. I sogni di coloro che vanno non valgono di più della parvenza di fuga degli alberi incrocianti i treni del sud" (Angela Cortese in Sui fiumi di Babilonia, Gino Scalise - Fasano editore, Cosenza). Uliveti fuggenti: quelli che si vedono stagliarsi dai finestrini dei treni. Compaiono e scompaiono, in un gioco quasi shakespeariano, tra i treni della jonica. Chi non è nato in questi luoghi dilaniati dall’emigrazione, vittime di uno spaesamento continuo e di un abbandono istituzionale che alimenta il senso di estranea diversità tra questa e quella Italia, non può capire quale segreto riposi nello spirito del Profondo Sud. Il Sud è una categoria dello spirito, non adatto per chi trova la sua triste realizzazione in una non ben definita emancipazione umana, livellatrice e dimentica delle proprie origini e fondamenta. È il luogo in cui il sacro ed il profano coabitano nella Madonna portata a spalla e nelle bancarelle delle feste cittadine, nei Santi portati nelle viuzze del paese ai quali la pietà paesana confida speranze e paure. È il luogo in cui, mentre la Madonna, Gesù Cristo, Sante e Santini, passano per benedire case, vicoli, sani e malati, le questue dei chierichetti si riempiono di oro e di sordi. Scontroso, riottoso, a tratti bestiale e testardo, questo spirito è il primo nemico della civiltà dei consumi. Qui, dove Dio ha cessato di porre la sua mano santa, comparendo di tanto in tanto a soddisfare le richieste di vecchierelle affrante, impegnate a sgranare rosari con la mano, si nasconde l'avanguardia per gli anni a venire. Nei contadini affaccendati, con le mani grezze e le spalle gonfie, giace la speranza del domani. 
Eppure, tra le meraviglie di questa terra, tra i suoi anfratti depressi e stagliati, metafora esteriorizzata del carattere aspro e fiero del calabrese, si nascondono le sue più piaghe più purulenti. Non sbagliava Leonida Répaci nell’intitolare il suo libro inchiesta Calabria grande e amara. Grande come la storia di questa terra, cui la cultura occidentale, almeno fino al XVI secolo, deve rendere elogi e grazie, amara come la sua miseria e la sua condizione sociale. Gli anni sono passati, le condizioni di vita – per fortuna o purtroppo – sono migliorate, e la miseria che Répaci ravvisava nei suoi scritti, non esiste più. Non almeno in quelle proporzioni. Ha subito però un mutamento, o forse un riciclaggio. Si è ripresentata in abbandono istituzionale da una parte e in senso di passiva accettazione dall’altro, quasi che il destino avesse regalato questa e non altra realtà alla Calabria. O, forse, più semplicemente, ci sbagliamo, perché è sempre stato così. Appartiene alla linfa vitale di questa terra. Sono pagine bellissime quelle dello scrittore di Palmi, il quale, quasi per rivendicare l’orgoglio di appartenere ad una terra dalla scintilla divina, immagina il vigore creativo di Dio nella creazione di un’opera «più bella della California e delle Hawaii, più bella della Costa Azzurra e degli arcipelaghi giapponesi» Ma non era detta l’ultima parola e la bellezza, dolce Venere rubiconda, reca i segni dello strabismo: «[…] Operate tutte queste cose nel presente e nel futuro il Signore fu preso da una dolce sonnolenza, in cui entrava il compiacimento del creatore verso il capolavoro raggiunto. Del breve sonno divino approfittò il diavolo per assegnare alla Calabria le calamità: le dominazioni, il terremoto, la malaria, il latifondo, le fiumare, le alluvioni, la peronospora, la siccità, la mosca olearia, l’analfabetismo, il punto d’onore, la gelosia, l’Onorata Società, la vendetta, l’omertà, la violenza, la falsa testimonianza, la miseria, l’emigrazione. Dopo le calamità, le necessità: la casa, la scuola, la strada, l’acqua, la luce, l’ospedale, il cimitero. Ad esse aggiunse il bisogno della giustizia, il bisogno della libertà, il bisogno della grandezza, il bisogno del nuovo, il bisogno del meglio. E, a questo punto, il diavolo si ritenne soddisfatto del suo lavoro, toccò a lui prender sonno mentre si svegliava il Signore». 
Solo che lo strabismo è diventato trascuratezza, la bellezza, per chi ne sa cogliere il profumo, riposa tra le foglie del fico e del bergamotto. Il paradiso perduto è qui. Se tale è, forse, il prezzo da pagare per raggiungerlo ed abitarvi è l’arretratezza, la desolazione, l’emigrazione, il sacrificio. Allora, la metafisica del Profondo Sud, di questo Profondo Sud, non può che risiedere negli orizzonti dello spirito. Allo spirito puro, forse, è dato scorgervi non un inferno, ma un meraviglioso giardino edenico, cui approdarvi dopo infinite peripezie. La meta si fa lunga e faticosa. Questa fu la Parola del Signore: «questi mali e questi bisogni sono ormai scatenati e debbono seguire la loro parabola. Ma essi non impediranno alla Calabria di essere come io l’ho voluta. La sua felicità sarà raggiunta con più sudore, ecco tutto. Utta a fa juorni c’a notti è fatta. Una notte che già contiene l’albore del giorno». 
Intanto, al calar della sera, negli autobus che a rilento risalgono la Jonica, la Calabria saluta i suoi figli per il prossimo arrivederci. Da lì, sempre dal Castello di Roseto, perché il rito è tradizionale e alla Calabria non piace cambiarlo. Non piace neanche al Profondo Sud. Ma, in fondo, chi siamo noi per operare distinzioni metafisiche? Faccia ognuno come crede, venga qui o sui Colli del Cilento, o nella Valle dei Templi; respiri, e se il Profondo Sud lo riterrà degno, uscirà dai meandri rocciosi di Chianalea di Scilla o dalle acque solenni del golfo di Squillace a regalare estatiche contemplazioni paradisiache.

Ippolito Emanuele Pingitore
(Il Bestiario degli Italiani, n.4/2016)


Classe 1994, I.E. Pingitore* è redattore della sezione culturale de L’Intellettuale Dissidente. Collaboratore, in passato, de Il Quotidiano della Calabria, ha scritto per diverse testate online e riviste cartacee, tra le quali Antarès (Bietti edizioni) ed Il Bestiario degli Italiani. Dopo aver frequentato il Liceo Classico "D. Borrelli" di Santa Severina, ha lasciato Scandale per trasfersi a Milano, dove frequenta la Facoltà di Filosofia dell'Università Statale. Attualmente è responsabile del Circolo Proudhon Milano, con cui organizza                                                                                                    eventi e conferenze. 
* Con questo articolo Ippolito Emanuele Pingitore inizia la sua collaborazione al blog. Lo ringrazio.



venerdì 3 febbraio 2017

Ci sono più poeti che lettori di poesia di Franco Federico



                                                                                   
       Ad essere maggiormente penalizzata dalla crisi odierna della lettura è, senza dubbio, la poesia, il cui posto tra i consumi librari risulta come uno dei più bassi in assoluto. Quel poco di poesia che si legge, si legge a scuola. E molto raramente è accaduto che un libro di poesia abbia uguagliato il numero delle tirature di uno di narrativa.
     Pare che siano più le persone che scrivono poesia che quelle che la leggono. Il fatto paradossale è che la poesia non viene letta neppure da coloro che la “fanno”. Molti, infatti, di coloro che ai giorni nostri si fregiano indebitamente del titolo di poeta hanno letto le ultime poesie sui banchi di scuola.
       E’ semplicistico affermare che la disaffezione alla poesia nasca solo dalla difficoltosità della lettura del testo poetico. Essa è sicuramente la conseguenza di un insieme di fattori, il più influente dei quali è costituito dalla scuola, ovvero dalle prime ed - ahimè - spesso incancellabili impressioni scolastiche. Il primo (e, purtroppo, in più casi unico) approccio con la poesia, nel secolo dell’istruzione obbligatoria, avviene - come si sa -  tra le pareti scolastiche.
       Notoriamente, la scuola è giudicata come il principale imputato della scarsa diffusione della lettura nel nostro Paese. Si ritiene che la presentazione scolastica del prodotto letterario che, come è noto, si trova in posizione preminente rispetto ad ogni altro genere di lettura, sia tale da fare associare l’atto del leggere più ad un dovere che ad un piacere.  Per ovvie ragioni, a risentire dell’inadeguatezza delle modalità di trattamento del fatto letterario è principalmente la poesia, per il fatto che essa, più di ogni altro tipo di testo, risulta esposto a mistificazioni di varia natura. A queste si deve, in fondo, se la maggior parte dei “provetti” e, spesso, giovanissimi poeti odierni sono persuasi che una frase dal contenuto sentimental-melanconico, le cui parole siano disposte a mo’ di versi, rappresenti una bella poesia. Che va, comunque, definita, se non un’illusione bell’e buona, quanto meno un grossolano fraintendimento, del quale divengono complici i tanti Concorsi di poesia, che risultano organizzati da questa e da quella Associazione in diverse città del nostro Paese e che, in più di un caso, si avvalgono di “giurie” piuttosto improvvisate – a volerle definire con un aggettivo eufemistico.
       Nella scuola sovente accade che della poesia venga considerato solo l’aspetto contenutistico; che della stessa ci si serva per impiantare i discorsi più diversi, senza tuttavia sfiorare, neppure minimamente, la “fisicità” dell’oggetto poetico. Jacqueline Risset ha definito tale procedimento la “dissoluzione dell’oggetto letterario”: il docente, cioè, molto spesso racconta la vita dell’Autore di una poesia; parla dell’epoca in cui questi è vissuto; illustra la Corrente di cui lo stesso ha fatto parte; aggiunge qualche considerazione di sapore impressionistico o moralistico sul contenuto della poesia, per poi, puntualmente, tracciarne la parafrasi. Lo stesso itinerario è tenuto inevitabilmente a percorrere il discente. 
       Maurizio Cucchi, uno dei maggiori poeti contemporanei, rispondendo ad uno studente che gli aveva richiesto un parere sulle modalità di presentazione della poesia da parte della scuola, così si esprimeva: “La scuola, purtroppo, ci ha insegnato fin da quando eravamo piccolissimi a fare la prosa della poesia, a farne il riassunto per estrarre quello che il poeta voleva dire. Come se il poeta fosse un imbecille, un pazzo, oppure un originale che invece di dire le cose in maniera normale le dice in maniera arzigogolata e difficile. Allora capire una poesia vorrebbe dire riuscire a decifrarla, per estrarne una comunicazione pratica, un messaggio chiaro. Ma se si cerca una comunicazione chiara ed immediata, è meglio leggere il giornale piuttosto che una poesia”.
       Se la preoccupazione più diffusa tra docenti è quella di far conoscere la storia dell’oggetto letterario, lasciando nella quasi più completa incertezza la caratterizzazione dell’oggetto stesso, risulta allora inesatto voler definire quello realizzato a scuola uno studio letterario, trattandosi piuttosto di uno studio storico.  Quando uno dei più autorevoli poeti della seconda metà del Novecento, come Andrea Zanzotto, si scaglia contro l’operazione scolastica della “parafrasi”, se la prende in fondo con l’uso strumentale che del testo poetico viene fatto dagli insegnanti, che credono in questo modo d’insegnare a scrivere meglio e che poco preoccupati si mostrano del fatto che agli occhi dello studente la poesia possa riduttivamente  apparire  come una sorta di rebus da sciogliere appunto attraverso la parafrasi, ovvero come un testo che meglio avrebbe fatto il poeta a far nascere sotto forma di prosa.  Se alla poesia di Ungaretti ci si rivolge, dopo aver letto decine e decine di pagine di storia, di documenti e testimonianze, perché interessa conoscere il parere di un così importante poeta sugli effetti funesti dell’ultima guerra, si fa solo del sociologismo infarcito di moralismo, che poco o niente ha a che vedere con la poesia. La poesia - è vero - è anche documento storico, ideologico, ma non solo questo!
 Franco Federico

giovedì 2 febbraio 2017

Le vite parallele3: Donald Trump e Silvio Berlusconi

Donald Trump, nato a New York il 14 giugno 1946, è un imprenditore, politico e personaggio televisivo, 45° Presidente degli Stati Uniti d'America. Silvio Berlusconi, nato a Milano il 29 settembre 1936, è un politico e imprenditore italiano, più volte Presidente del Consiglio. DT si iscrive alla "Wharton School" dell'Università della Pennsylvania e qui si laurea nel 1968, specializzandosi in Economia e Finanza. Nel 1961 SB consegue la laurea in Giurisprudenza, alla Statale di Milano, voto 110 e lode.  Nel 1971 DT rileva in prima persona la gestione dell’azienda paterna e fa costruire torri di uffici e grattacieli (tra cui la famosa Trump Tower), numerosi hotel e casinò, oltre a diversi campi da golf e altro ancora in tutto il mondo. SB inizia la sua attività imprenditoriale nel campo dell'edilizia. Nel 1975 costituisce la società finanziaria Fininvest e nel 1993 la società di produzione multimediale Mediaset. Dopo aver concorso senza successo alle primarie del Partito Riformista per le elezioni presidenziali del 2000, DT aderisce dapprima al Partito Democratico e poi al Partito Repubblicano. Nell'ottobre del 1993 SB scende in politica fondando il partito politico di centro-destra Forza Italia, confluito nel 2008 ne Il Popolo della Libertà e poi rifondato nel 2013, segnando la vita politica italiana dalla metà degli anni novanta in poi. Nel 2016 DT prende parte alle elezioni presidenziali come candidato del Partito Repubblicano ed imposta la sua campagna elettorale su posizioni conservatrici, attirandosi la violenta opposizione di tutto l’establishment americano. Smentendo gran parte delle previsioni della vigilia, vince le elezioni. Nel 1994 SB vince le elezioni politiche e diventa Presidente del Consiglio con una maggioranza di centro-destra formata da Forza Italia, An, Lega Nord e altri gruppi minori. Entrato in carica il 20 gennaio 2017, già nei primi giorni del suo mandato DT subisce la violenta e rancorosa opposizione della magistratura e dei suoi avversari politici, che non si rassegnano alla sconfitta e non accettano le sue decisioni. Nello stesso anno 1994 SB, mentre a Napoli presiede una conferenza internazionale sulla criminalità organizzata, riceve un invito a comparire da parte della procura milanese, per il cosiddetto Caso Telepiù da cui in seguito sarà ampiamente prosciolto. E’ il primo degli infiniti procedimenti giudiziari che la magistratura di tutt’Italia gli riserva per gli anni successivi.
Il paragone finisce qui. DT è da qualche giorno presidente degli USA e non sappiamo ancora come andrà a finire, anche se l’opposizione che gli stanno facendo, violenta ed ossessiva, ricorda molto da vicino quella che a suo tempo la sinistra italiana ed il partito dei giudici, strettamente collegati, organizzarono contro SB. Di SB invece possiamo dire di sapere ormai tutto, o quasi. Da quando ha presieduto il suo primo governo nel 1994, SB, prima incensurato, ha subito circa 60 processi, il che costituisce un record mondiale, presumo, qualcosa da Guinness dei primati. E’ riuscito a superare indenne i primi 57-58, ma gli ultimi gli sono stati fatali. Col senno di poi si può dire che, almeno nei vari processi Ruby, alcuni nei quali è stato assolto ed altri ancora in corso, egli ci ha messo un po’ del suo, con qualche atteggiamento disinvolto, anche se non penalmente rilevante, che ha contribuito non poco a deteriorare la sua immagine. Il fatto è che SB con una congiura di palazzo, spudoratamente orchestrata dall’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, è stato costretto prima alle dimissioni da Presidente del Consiglio, e poi, a causa di una condanna definitiva per evasione fiscale, lui, che era ed è il primo contribuente d’Italia, è stato dichiarato decaduto da senatore. Il resto è cronaca recente: un anno ai servizi sociali, una lenta ripresa, un’attesa infinita per l’ultimo ricorso alla Corte Europea dei diritti umani a Strasburgo, qualche velleità politica.
In questa sede, ovviamente, non si ha la pretesa di entrare nel merito dei suoi processi. SB aveva a sua difesa grandi avvocati, che certamente da un punto di vista tecnico avranno operato per il meglio. Quello che non quadra e non convince è la gestione politica delle sue vicende giudiziarie. Sin dall’inizio egli ha cercato di difendere la sua immagine politica piuttosto debolmente, apparendo incerto, esitante e ricorrendo a mezzi piuttosto discutibili e maldestri. Le varie leggi ad personam, da lui fatte approvare, si sono dimostrate deboli ed inutili, perché erano facilmente aggirate dalla Magistratura o fatte decadere dalla Corte costituzionale. Sembrava un gioco a rimpiattino con i giudici, che però avevano il coltello dalla parte del manico e costituivano un ostacolo spietato ed insormontabile.
E’ andata come è andata ed è inutile ora rifare processi virtuali. Ma una cosa almeno voglio dire, già da me ribadita in precedenti occasioni. SB ha fatto tanti errori negli ultimi anni, ma forse il suo errore più grande egli l’ha fatto alla fine della sua carriera politica. Quando è stato costretto alle dimissioni da Presidente del consiglio, egli addirittura, in una sorta di sindrome di Stoccolma, ha favorito i suoi carnefici appoggiando i governi  Monti e  Letta, anche se poi, con una resipiscenza tardiva, si è tirato indietro. Senso di responsabilità? Non direi. SB appariva debole, confuso, incerto e dava l’impressione di voler raccattare e conservare le briciole del suo passato politico. Quando poi in un processo farsa è stato condannato per evasione fiscale e successivamente espulso dal Senato, è apparso ancora una volta remissivo, quasi a voler mendicare pietà. Chiaramente non era più lui. Avrebbe dovuto fare ben altro. Io penso che nella vita si possa anche cadere, ma bisogna saper cadere e soprattutto cadere in piedi.
SB avrebbe dovuto rivolgersi direttamente agli Italiani, anche a reti unificate (i mezzi e le tribune non gli mancavano), e denunziare pubblicamente prima la congiura ai suoi danni e poi la persecuzione giudiziaria di cui era stato fatto oggetto, senza esitazioni, senza timidezze, cercando anzi di creare un caso clamoroso a livello mondiale. Poi si sarebbe dovuto dirigere al carcere più vicino, pretendendo di essere messo in cella con i detenuti comuni e senza chiedere per sé alcun privilegio. E invece no. Lui, persona stritolata dal sistema ma incapace di opporsi validamente al sistema, ha fatto regolare richiesta ai giudici di essere impiegato nei servizi sociali; ha regolarmente scontato la sua pena, magari ricevendo pure un attestato di buona condotta, e poi ha fatto ricorso alla corte di Strasburgo. Campa cavallo! Ma per fare altro sarebbe forse stato necessario, dico forse, che SB non fosse tanto ricco, che non fosse il primo contribuente d’Italia, che non avesse interessi economici diffusi e variegati. Le aziende forse erano in pericolo insieme a lui e lui, da buon padre di famiglia, ha riflettuto e si è offerto come agnello sacrificale. Non voglio infierire contro il Cavaliere, al quale in ogni caso bisogna rendere l’onore delle armi, ma Longanesi diceva che sulla bandiera italiana in controluce è leggibile il motto “Tengo famiglia” e SB la famiglia l’aveva e pure numerosa.
Ora la storia sembra volersi ripetere con DT e davanti ai nostri occhi scorrono, in una impressionante sequenza, i fotogrammi di un film già visto. Gli USA non sono l’Italia, ma l'amministrazione della giustizia comincia a muoversi anche lì e qualche nube comincia ad addensarsi. Finora DT si è dimostrato coraggioso e sicuro, incline a combattere contro i suoi nemici, non ad implorarne la collaborazione. Speriamo che duri.
Ezio Scaramuzzino

martedì 31 gennaio 2017

Le trombe di Trump

Donald Trump è all’ordine del giorno: ogni sua mossa, ogni sua decisione, ogni sua legge suscita un vespaio di polemiche  e di rimostranze a livello planetario. Il fatto è che finora avevamo sempre conosciuto uomini politici che in campagna elettorale sostenevano una tesi e poi facevano tutto il contrario di quel che avevano detto o, nella migliore delle ipotesi, annacquavano, fino a renderlo irriconoscibile, il loro programma elettorale. Così si è sempre fatto e così eravamo abituati. Con Trump è diverso: lui sta attuando il suo programma, quello che aveva sempre esposto, e lo sta attuando anche  senza ritardi e senza ripensamenti.
Ah, ma così non si fa, dicono le anime belle; e questo decisionismo di Trump suscita sconcerto. Né vale dire che in fondo le decisioni di Trump ricalcano o sono il compimento di leggi già avviate dai suoi predecessori. Ad esempio, il famoso muro al confine col Messico: Trump l’ha sbandierato, ma il muro l’ha già costruito Bill Clinton nel 1994 e lui intende solo completarlo. O il blocco di ingressi per quattro mesi per i cittadini di sette paesi musulmani in odore di terrorismo: Trump non ha fatto altro che riprendere un’iniziativa già attuata da Obama che nel 2011 bloccò l’ingresso negli USA a tutti gli Iracheni per sei mesi, non per quattro. E Bill Clinton, quando era Presidente, faceva contro i clandestini discorsi e dichiarazioni che al confronto Trump sembra un dirigente della Caritas.
Allora nessuno protestò, invece quelli che allora approvarono quelle norme oggi protestano. Perché? Già, perché? Bella domanda. Comunque la risposta è semplice: perché le leggi, le direttive, le decisioni, nei tempi calamitosi che stiamo vivendo, non hanno un valore assoluto, ma hanno valore e sono più o meno accettabili a seconda dei tempi, dei luoghi in cui vedono la luce e soprattutto a seconda di chi le attua. Le fanno Clinton ed Obama? Vanno bene. Le fa Trump? Vanno male, a prescindere, anche senza entrare nel merito, anche senza discutere, e vanno male già prima che vengano attuate. Così va il mondo, oggi, anno di grazia 2017 dopo la nascita di Cristo.
Ma vogliamo entrare un po’ nel merito di questi provvedimenti contestati? E’ vero o non è vero che le ondate migratorie stanno costando molto all’Occidente, non solo per la spesa che comportano, ma anche, e soprattutto, per il decadimento della qualità della vita che esse provocano? Basta guardarsi un po’ attorno e stare attenti a quello che succede, anche là dove meno te lo aspetteresti. Lascio da parte la prostituzione dilagante e sfacciata, i furti, gli scippi, le rapine, le occupazioni abusive, il commercio abusivo, i posteggiatori abusivi, gli elemosinanti infiniti, gli appartamenti svaligiati, lo spaccio di droga all’aria aperta, le isole di completa illegalità, la ferocia bestiale delle bande di immigrati nei confronti di quelli che cercano di difendersi, l’assenza di freni inibitori,  le molestie e gli stupri o tentati stupri, l’impotenza delle forze dell’ordine: tutte cose che ormai fanno del nostro povero, sfortunato e sgangherato paese anche un paese allo sbando e, io penso, irrecuperabile ad un ordinato vivere civile. Ma, a voler fare solo un esempio, avete mai provato ad entrare in un Pronto soccorso di un qualunque ospedale italiano? Già la Sanità italiana era uno schifo per mancanza di risorse, ma con l’immigrazione clandestina ormai è del tutto fuori controllo. In qualunque Pronto Soccorso parcheggiano tanti immigrati, facilmente identificabili anche perché spesso hanno come accompagnatore  un incaricato di una delle coop che li hanno in gestione. Curiosi poi questi accompagnatori che spesso hanno un atteggiamento dimesso e sembrano voler dire: scusateci, lo facciamo solo per guadagnarci da vivere. Bene. Questi immigrati sono spesso insofferenti, pronti alla protesta e al tumulto, hanno atteggiamenti intimidatori nei confronti di tutti e rendono invivibili le sale d’attesa sempre più simili a delle bolge dantesche. E si può criticare un uomo politico che cerca di porre un freno al dilagare di questa sconcia barbarie e cerca di controllare, di regolamentare, se non di bloccare l’ingresso dei clandestini?
E poi c’è il blocco degli ingressi per qualche mese. Ma fa tanto schifo una decisione del genere? A me fanno schifo le proteste, non il blocco. Vogliamo  convincerci che ormai è in atto una guerra, a volte strisciante, a volte aperta, tra l’Islam e l’Occidente e che in guerra bisogna essere pronti a prendere  decisioni drastiche, anche se spiacevoli? Certo che non tutti i musulmani sono terroristi! Ma nel 1941, quando dopo Pearl Harbor gli Usa entrarono in guerra contro Germania, Italia e Giappone, l’allora presidente Roosevelt creò campi di concentramento in cui furono rinchiusi moltissimi americani originari di quei paesi. Erano tutti nazisti, fascisti e militaristi? No di certo, ma bisognò fare così e gli USA vinsero la guerra, perché vollero vincerla e non esitarono di fronte a niente. Trump vuole vincere la guerra contro il terrorismo islamico e fa quello che deve fare. E spero che la vinca questa guerra, non solo per gli USA, ma anche per noi e per tutto l’Occidente, dal momento che i nostri uomini politici al massimo possono essere considerati delle macchiette.
Io non guardo a Trump con particolare entusiasmo e so bene che il suo compito è molto difficile, ma voglio almeno accordargli il beneficio dell’inventario e stare a vedere quello che farà e come andrà a finire. Il fatto è che non tutti sono disposti ad accordargli questo beneficio e sono contro di lui per partito preso ed a prescindere, sol perché è Trump e non si concilia con la loro visione del mondo.
E’ una storia ormai vecchia. Oggi le divisioni in politica non corrispondono più alle vecchie contrapposizioni ideologiche. Oggi in Occidente esistono due blocchi: uno è formato dai potenti, dalla borghesia danarosa, dalla gente che si potrebbe definire fortunata, dalle persone in vista, che hanno successo, insomma da quelli che contano e sono tutti contro Trump (ed erano per Hillary Clinton); l’altro è formato dalla classe operaia, dalla borghesia impoverita, dai disoccupati, dalle famiglie modeste, da quelli che vivono in difficoltà, dai nuovi poveri, in una parola da quelli che non contano un tubo e sono tutti dalla parte di Trump.
E’ una lotta decisiva, drammatica e per alcuni aspetti all’ultimo sangue. Io spero che vincano i secondi, non solo per motivi di appartenenza, ma anche per un altro motivo. Perché questi ultimi una volta almeno potevano sperare in un compenso nell’altra vita, ma, da quando Jorge Bergoglio ha lasciato chiaramente intendere che quella della vita eterna è una bufala e che tutto si gioca in questa vita, beh, che almeno essi possano giocare e vincere la partita, o almeno possano tentare di vincerla.
Staremo a vedere.
Ezio Scaramuzzino

domenica 29 gennaio 2017

Il tempo di un respiro, cap.I°, di Lucia Romani (3)


Il tempo di un respiro è un libro di memorie (Editore L'Espresso, 2012), in cui l'autrice Lucia Romani ricorda, come nel diario di un dolore, la scomparsa della sorella Grazietta. Per gentile concessione, se ne pubblica il cap.I°.
1

Un anno e sedici giorni. Tanto, e così poco, il tempo che separa la tua nascita dalla mia, così che spesso ci scambiavano per gemelle.
Una vita vissuta tenendoci per mano, come mi aveva sempre chiesto mamma, quella stessa mano che hai potuto stringere, negli attimi della morte, dopo avermi attesa per poter compiere, seguendo la raccomandazione di mamma, l’ultimo grande passo. Non so se è più il dolore o la tenerezza a struggermi, nel ricordare l’immagine delle due sorelle che, tenendosi per mano, si salutano sul limitare della vita.
Dicono che i lutti si debbano “elaborare” per poterne superare o comunque accettare il dolore lacerante ed io, ad oltre sette anni dalla tua morte, mi decido ad approfondire ed indagare quello che, lo so già, mi porterà più lacrime che consolazione.
Eravamo così diverse tu ed io! Tu con la testa fra le nuvole, così presa da tutto quello che stava per aria, sempre rivolta al cielo, tua aspirazione e tuo destino. Io con i piedi per terra. E proprio per questo ci compensavamo.
Eri appena nata e già  il cielo ti pretendeva, forse perché tu non appartenevi a questa terra. Il Creatore in genere suddivide le virtù in modo abbastanza equanime, per cui chi non ne ha una, ne ha un’altra. Con te si era tolto la soddisfazione di vederne un bel po’ tutte insieme: dalla bellezza folgorante, della quale sei sempre stata inconsapevole, alla passione per l’arte e per la musica, al carisma che incantava chiunque ti incontrasse.
Dove sei passata, hai lasciato una traccia indelebile, tanto che ancora oggi ti piangono e ti rimpiangono le persone che ti hanno conosciuta. E mille lacrime non bastano a riempire il vuoto. Eri caparbia: la tua condizione di giovane mamma non ti ha impedito di portare a termine tutti i progetti che avevi in testa, di fretta e a volte in modo frenetico, quasi con la consapevolezza del poco tempo che ti era concesso.
Eri positiva ed ottimista anche quando tutto urlava il contrario. Ti ho salutata mentre entravi in sala operatoria con il sorriso sulle labbra, quasi tu volessi tranquillizzarci: non era ostentazione la tua, era proprio serenità d’animo. Ricordo che ti tracciai sulla fronte il segno della Croce perché in quel momento proprio non potevo fare nulla per te e ti affidavo alla Sua volontà, affinché ti tenesse Lui per mano, mentre io me ne stavo fuori, nel corridoio di fronte alla sala operatoria, buttata lì per un tempo infinito, impotente, ad attendere notizie.
Qualche giorno fa, ho ritrovato dentro una scatolina a forma di gufo che mi avevi regalata un biglietto scritto al computer, quando già la malattia ti aveva rubato la capacità di farlo a mano: “Alla mia sorella “preferita”, compagna di tante mie avventure e disavventure. Ciao, Gra”.
Con quel “ciao” già mi anticipavi il distacco. Le avventure e le disavventure si sono distribuite lungo l’arco di tutta una vita, concentrandosi in modo ostinato proprio nel periodo della tua malattia, quando era divenuta una vera missione la mia: accompagnarti per mano verso la guarigione.
Non avevo assolutamente messo in conto che tu invece potessi morire e, quando è successo, me ne sono fatta una colpa, perché, pur avendoci creduto fino in fondo, non ero riuscita a salvarti. Come se non lo avessi voluto abbastanza o non fossero stati sufficienti la determinazione, la rabbia, l’impegno. Stavi morendo e io non ci volevo credere, non ci pensavo proprio e me ne andavo in giro per mezza Italia con i risultati delle tue analisi che parlavano chiaro, anzi gridavano che stavi morendo, mentre io non lo avevo capito, forse perché non lo volevo capire.
Me lo disse Rossana, in un pomeriggio di Agosto. Anche a lei avevo chiesto di far vedere i risultati ad un luminare di sua conoscenza. Avuta la risposta, mi venne a prendere e mi portò in montagna, senza che durante il viaggio avessimo il coraggio di scambiare una parola. Poi, in un silenzio assordante e mentre il mio cuore era in tumulto, lei fermò la macchina in una radura e mi disse: “Lu’… Grazietta muore!”. Piangemmo insieme, a lungo, ma io non mi fermai.
A Milano, dove per anni a cadenze regolari ti avevo accompagnata a fare le visite di controllo, andai da sola, perché tu non potevi più muoverti, solo per ricevere come risposta uno sguardo compassionevole e rassegnato.
Ci aveva fatto bene sperare la cura dell’I.E.O. di Milano ed ostinatamente prendevamo quel vagone letto delle 24,20 a Chiusi: io e te, sole alla stazione, ad un’ora così insolita, cercando riparo dal vento dietro la colonna del binario numero due. E, quando arrivava il treno, avrei voluto sollevarti con tutte le mie forze, vedendo quanto difficoltoso fosse per te salire quei tre gradini  ed avendo timore che nel ripartire gli scossoni ti potessero far cadere nel tratto per raggiungere le nostre cuccette.
Ogni tanto mi chiamavi al telefono e mi dicevi: “Lu’…sono caduta!” ed a me, lontana quei pochi chilometri che diventavano una distanza siderale, non restava altro che farmi la consueta scazzottata con il destino e rimanere con l’amaro in bocca e la morte nel cuore.
E intanto la malattia ti depredava via via delle virtù più belle: dei capelli corvini, della voce che sapevi così ben modulare nel canto, delle mani che adoperavi con destrezza ed arte, delle gambe che ti avevano fatto correre per essere presente ovunque ci fosse bisogno di te, fino ad arrivare a rubare i tuoi splendidi quarantaquattro anni.
Mi domando se approveresti ciò che sto facendo, ossia andare a rimuginare tutto questo solo per ricavarne dolore. Mi accorgo che di te mi sono rimasti quasi soltanto i ricordi più terribili e devo fare un grande sforzo per ricordare altro. Ma questo sforzo merita di essere affrontato, perché non posso certo ignorare i momenti belli del nostro viaggio lungo la vita.

Lucia Romani*


*Lucia Romani vive e lavora ad Abbadia San Salvatore (SI). Con questo post inizia la sua collaborazione al blog. La ringrazio.