martedì 3 aprile 2012

L'uomo che parlava con gli Angeli (Racconto) di Ezio Scaramuzzino

Il 31 ottobre 1966 era un Lunedì e nelle prime ore del pomeriggio sostenni all’università, a Firenze, un esame di Letteratura greca, che andò bene.  Avevo ancora qualche giorno a disposizione, prima del ritorno a casa, e pensai bene di approfittarne per sbrigare personalmente qualche incombenza burocratica. Diedi uno sguardo all’orario dei corsi e vidi che quello di Storia delle religioni, una disciplina complementare prevista nel mio piano di studi, iniziava sempre alle otto del mattino. Dopo la festività di Ognissanti, al mattino di Mercoledì mi svegliai presto per essere puntuale e poter  prendere la cosiddetta “firma” del professore, un obbligo puramente formale. Nell’aula c’erano altri quattro studenti, tutti semiaddormentati come me.
Il professore arrivò con qualche minuto di ritardo e, prima di iniziare la lezione, disse: ” Immagino che qualcuno  di voi sia venuto solo per prendere la “firma”. Se è così, avverto questo qualcuno che deve venire  anche domani, perché oggi  ho fretta e non firmo nessun libretto”.  Allora i professori universitari erano considerati solo un gradino al di sotto di Dio Padre Onnipotente e la contestazione era di là da venire. Difatti nessuno dei presenti fiatò. Feci finta di seguire la lezione, che in realtà non mi interessava, e mi rassegnai all’idea di ritornare il giorno successivo. La cosa mi seccava, un po’ perché dovevo alzarmi presto, ma soprattutto perché da qualche giorno pioveva insistentemente su Firenze e non trovavo allettante l’idea di girare per la città in quelle condizioni.
Il giorno dopo, 3 Novembre, mi svegliai in tempo utile e mi diressi ancora una volta  verso Piazza San Marco, dove era la facoltà di Lettere. C’era stata qualche schiarita il pomeriggio del giorno prima, ma da molte ore era ripreso a  piovere con insistenza  e si circolava con grande difficoltà. Avevo un ombrello che mi riparava dalla pioggia e dal vento e  stavo attraversando a piedi  via Guelfa. Ma, alla confluenza su via Cavour, mi scontrai con un signore esile, minuto, bassino. Nello scontro quel signore aveva fatto cadere delle spesse lenti da miope, che mi affrettai a raccogliere per terra e che riconsegnai scusandomi per l’accaduto. Mentre riconsegnavo le lenti, ebbi la possibilità di osservare per un attimo quel volto ed ebbi l’impressione di averlo già visto da qualche parte. Ma avevo fretta e non persi tempo a riflettere, riprendendo la mia veloce andatura e lasciando indietro quell’omino miope, che con tutta evidenza andava nella mia stessa direzione.
Nell’aula dell’Università ritrovai gli stessi quattro studenti che già conoscevo. Dopo un po’ arrivò il professore, che però non era lo stesso del giorno prima: era proprio quell’omino con il quale mi ero scontrato alla confluenza tra via Guelfa e via Cavour.  Una ragazza bisbigliò il suo nome e allora ricordai tutto perfettamente. Quell’omino era Giorgio La Pira, l’ex sindaco di Firenze, “il sindaco santo”, come molti lo chiamavano. Il professore sistemò in un angolo il suo ombrello, appese l’impermeabile inzuppato d’acqua e dopo essersi sistemato, con una voce flebile e un po’ stridula, si rivolse ai suoi cinque ascoltatori: “Cari ragazzi, non vi spaventate. Starò con voi solo qualche giorno, il tempo di sostituire il professore titolare, assente per impegni improrogabili. Ho già preso accordi con lui e in questi pochi giorni tratterò un argomento  di comune interesse, l’enciclica  Rerum novarum di Leone XIII, della quale intendo dare un’interpretazione nuova e per nulla scontata”.
Il professor La Pira  tirò fuori da una borsa un bel pacco di documenti e parlò a lungo quel giorno, con intensità e passione, come se avesse avuto davanti  mille persone, non quei cinque che in realtà eravamo. Riassunse la genesi di quella prima enciclica sociale  della Chiesa, ne sottolineò la novità rivoluzionaria e concluse stilando su un foglio una scaletta di argomenti che si riservava di sviluppare nei giorni successivi. Alla fine della lezione si rivolse a me personalmente: ”A te, che mi hai fatto cadere gli occhiali, chiedo un favore personale. Siccome sta piovendo ed il tuo ombrello è molto più grande del mio, tanto che può comodamente riparare due persone, potresti accompagnarmi fino al vicino convento di San Marco?” Non gli dissi di no naturalmente e così quel giorno accompagnai e riparai con il mio ombrello  il famoso “sindaco santo” di Firenze. Il quale peraltro si dimostrò curiosissimo ed interessatissimo alla mia persona. Durante il tragitto, mentre la pioggia  continuava  a scrosciare intensamente, volle sapere come mi chiamavo, da dove venivo, se avevo bisogno di qualcosa. Gli accennai timidamente al problema della firma e lui mi suggerì di consegnare  il libretto al bidello di facoltà, che avrebbe provveduto alla bisogna.
Arrivati a destinazione  e  mentre attendevamo dietro il portone del convento, pretese che mi fermassi anche io, almeno finché la pioggia non fosse diminuita, e così varcai insieme con lui il portone di quel famosissimo convento.  Alcuni frati domenicani ci fecero accomodare in un refettorio semplice, sobrio e pulitissimo, dove poco dopo portarono latte, caffè e un vassoio con alcune fette di torta. Mi limitai a bere del caffè e intanto notai che  il professore beveva una tazza di latte, ma nel contempo non disdegnava di addentare una piccola  fetta di torta. Volle spiegarmi, sorridendo, che quella era la sua prima colazione del mattino, dal momento che egli  digiunava non solo prima della sua Comunione quotidiana, ma anche per qualche ora  dopo.  Il professore era chiaramente di casa in quel convento e mi invitò  con insistenza a mangiare qualcosa, ma io mi sentivo un po’ a disagio, come intimidito dalla sua presenza e dalla solennità di quei luoghi, mentre intanto la pioggia era aumentata di intensità e sconsigliava una mia immediata uscita dal convento.
Ad un certo punto egli mi chiese se avevo paura di quella pioggia torrenziale, che sembrava non voler finire mai, e, quando gli dissi che sì, certo, io avevo paura,  mi replicò che non bisognava aver paura, perché ognuno di noi era protetto dal suo Angelo custode. Gli obiettai che, a dire il vero, io non ero poi  tanto convinto dell’esistenza  di questi Angeli e lui mi assicurò che mi sbagliavo, che gli Angeli esistevano e che anzi lui, con il suo Angelo custode, faceva delle lunghe conversazioni. “Vedi, mi diceva, gli Angeli esistono, stanno dietro di noi, ci proteggono e ci guidano nei sentieri  della vita. Noi non li vediamo, certo, ma un giorno li vedremo, in Paradiso. Io, continuava, sono legato al mio Angelo, ne seguo i consigli, lo ascolto. Se un giorno anche tu imparerai a riconoscere la voce del tuo Angelo, farai cosa buona e ne otterrai il meglio.” Mi vide scuotere la testa e sorridendo mi mise una mano tra i capelli, scompigliandoli tutti. Poi chiamò un giovane frate domenicano e lo pregò di farmi visitare il convento.
Vidi le logge, le celle dei frati, i luoghi della preghiera comune, della meditazione e  dello studio e non potei fare a meno di pensare a ciò che tra quelle mura era avvenuto circa cinque secoli prima.  Proprio in quel convento, negli ultimi anni del Quattrocento, un giovane frate ferrarese, di nome Gerolamo Savonarola, aveva meditato e preparato quelle prediche violente e visionarie, che avevano sconvolto la vita della città e che alla fine gli sarebbero valse la morte sul rogo il 23 Maggio del 1498. Il giovane frate era vissuto in quelle celle, aveva pregato in quei luoghi, forse aveva preparato una  predica proprio su quello scrittoio che adesso era sotto i miei occhi. Mi destò dalle mie riflessioni la voce del professor La Pira, il quale mi venne incontro e mi disse che, se volevo, potevo restare per un giorno ospite del convento e che, se non gradivo, potevo approfittare  di una schiarita per fare ritorno a casa.
Ringraziai dell’ospitalità e dissi che preferivo ritornare. Col professore rimasi d’accordo che ci saremmo rivisti il giorno dopo in Facoltà, aperta solo  per mezza giornata a causa della ricorrenza  della Vittoria, considerata allora semifestiva. Durante il tragitto in autobus, notai che i Fiorentini parlavano tutti del brutto tempo, ma nessuno dimostrava una vera preoccupazione, giacché anche un’eventuale piena dell’Arno era considerata solo un “classico d’autunno”. I negozi erano tutti aperti e per il giorno successivo, 4 Novembre, molti manifesti preannunziavano una parata militare in Piazza della Signoria. Per parte mia la sera andai pure al cinema e vidi La Bibbia di John Huston, che aveva il suo pezzo forte nelle scene del diluvio universale, girate, a quel che si diceva, con  macchine speciali.
Continuò a piovere per tutta la notte, le strade erano fangose e scivolose, la circolazione ridotta al minimo, ma riuscii a prendere uno dei pochi autobus  ancora in circolazione e al mattino arrivai puntuale in Facoltà. Nell’aula ritrovai solo due studenti e ritrovai anche  il professor La Pira, che ci aveva preceduti tutti, arrivando dal vicino convento dei frati domenicani di San Marco. Il professore non perse tempo: tirò fuori i suoi appunti e, seguendo la scaletta approntata il giorno prima, ci intrattenne sull’economia sociale di mercato e sulla funzione della Chiesa nella tutela del lavoro. Più o meno negli stessi minuti le acque dell’Arno, che avevano già inondato gli scantinati della Biblioteca Nazionale,  si apprestavano ad allagare Piazza della Signoria  e Piazza di  Santa Croce. Sentivamo provenire da lontano un rumore sordo e cupo e, quando questo rumore divenne tanto vicino da risultare quasi insopportabile, ci alzammo velocemente dai banchi e aprimmo la porta dell’aula. Ci si presentò uno spettacolo impressionante: il corridoio era già  in parte allagato  e da un finestrone  in alto veniva giù un fiume di acqua.
Non perdemmo tempo: abbandonammo tutto il resto  e sollevammo letteralmente in aria il professor La Pira, che per altro pesava pochissimo, salendo poi  le scale e mettendoci in salvo al primo piano dell’edificio. Qui ci ritrovammo in circa venti persone e, quando il livello dell’acqua incominciò paurosamente a salire, ci spostammo tutti su una loggia parzialmente coperta. Un bidello riuscì a procurarsi un bastone, vi legò un drappo bianco e incominciò a sventolarlo , nella speranza che qualcuno notasse la nostra presenza e pensasse a soccorrerci.
Nel frattempo il professor La Pira, con il suo eterno sorriso, cercava di infondere coraggio a tutti. Ci abbracciava  e ci accarezzava, quasi volesse trasmetterci la sua incrollabile fiducia. Notai che teneva stretta in mano una coroncina del Rosario. Dopo circa un’ora vedemmo volteggiare sulle nostre teste un elicottero, su cui si leggeva chiaramente la sigla E.I. e che con larghe e lente ruote venne a fermarsi sopra di noi. Fu calata una corda e ne discese un militare che ci chiese se tra di noi c’erano dei feriti, giacché  quell’elicottero era adibito solo a tale scopo . Gli rispondemmo di no, ma gli facemmo notare la presenza  del professor La Pira, avanti con gli anni,  malconcio e tutto inzuppato d’acqua, che incominciava a manifestare suo malgrado qualche segno di cedimento e che quindi bisognava assolutamente porre in salvo .
Il professore si schermì e manifestò la sua ferma intenzione di non lasciarci soli. Ma il militare si rese subito conto della drammatica situazione in cui egli versava  e, comunicando per radio, fece scendere dall’elicottero  una sorta di sediolino attaccato ad una corda. In una situazione che stava diventando sempre più convulsa e caotica, il professore fu legato saldamente e imbracato a quel sediolino, mentre il militare ci comunicava che sarebbe rimasto con noi in attesa di un successivo mezzo di salvataggio. Infine l’elicottero partì , diretto verso un centro di raccolta sulle colline di Fiesole, ancor prima che il sediolino fosse issato a bordo con il suo carico.
Per un centinaio di metri vidi il professor La Pira volare e volteggiare nell’aria grigia  di Firenze, mentre tutt’intorno sembravano riversarsi sulla terra le cateratte aperte del diluvio. Ebbi l’impressione che egli fosse diretto in cielo, a trovare quegli Angeli con i quali aveva tanta dimestichezza e tanta voglia di  completare un dialogo appena interrotto. O forse era diventato anche lui un Angelo e per un attimo quasi mi aspettai di vedergli spuntare le  ali, con le quali avrebbe continuato il suo volo verso l’eternità. La cosa del resto non era né difficile, né impossibile. Giorgio La Pira era vissuto da persona astratta e quasi eterea, sempre in volo nei regni dello spirito e sempre lontana dalle miserie  della vita terrena.
Ezio Scaramuzzino

Un giorno nella vita





mercoledì 1 febbraio 2012

Vari post sul blog di Paolo Guzzanti


Ezio Scaramuzzino scrive: 
1 gennaio 2012 alle 15:50
Non ho ascoltato il discorso di fine anno di Napolitano e quel poco che ne so, l’ho saputo “de relato”. Ho visto però che gli incensamenti sono infiniti e fanno riferimento ad un “discorso alto e solenne, condivisibile, giusto”.
Di fronte a tanto smodato uso di saliva, non riesco a dimenticare che Napolitano resta pur sempre quello che inneggiò alla strage dei patrioti ungheresi del ‘56 e ancora oggi in fondo è il supremo garante di un ordine di cose che garantisce una casta di parassiti e di privilegiati e che ci ha portati all’attuale stato di profonda crisi economica.
In tale contesto il commento di Calderoli, che parla di Napolitano come di un Cetto Laqualunque, è probabilmente esagerato, ma costituisce una sano richiamo alla realtà delle cose. Come un pernacchio (non una pernacchia, che è cosa diversa) rivolto a chi si ritiene ed è ritenuto intoccabile e infallibile.

Ezio Scaramuzzino scrive: 
7 gennaio 2012 alle 15:48
Riposto
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Casta, caste, anticasta, forconi, vergogna. Che dire di più? Ormai tutto lo scibile è stato tirato in ballo per discutere del problema. Si è raschiato il fondo del vocabolario per definire l’atteggiamento dei parassiti che ammorbano l’aria circostante. Risultati? Zero. Anzi i parassiti di cui sopra, quelli che oltretutto sono i responsabili dell’attuale, drammatico stato di cose, diventano anche più arroganti e impuniti.
A me ormai viene la nausea perfino a parlarne. L’unica conclusione che riesco a trarne è che, al punto in cui siamo, ormai l’Italia merita solo di finire in malora e di scomparire. Sì, certo.
Un popolo, in cui circa 5 milioni di persone, circa il 15% del totale, campa di politica o di parapolitica, è un popolo che merita di scomparire.
Un popolo, in cui il presidente della provincia di Bolzano prende più del Presidente degli Stati Uniti, merita di scomparire.
Un popolo, in cui la presidenza della Repubblica costa il doppio della Monarchia inglese e nel mondo è seconda per spese solo al Sultanato del Brunei, merita di scomparire.
Un popolo, che assiste inerte allo scempio che i politici fanno della sua dignità, merita di scomparire.
Un popolo, che non riesce a ribellarsi concretamente a tale stato di cose e si limita solo ai mugugni, merita di vivere nel disonore e nella vergogna, oppure merita di scomparire.
E mi fermo qui.
Amici, c’è qualcuno di voi che ancora si fa delle illusioni? Lo invidio. Io sono rassegnato. Mi limito ad osservare il verminaio che ci circonda e mi preparo al peggio.
Ah!Dimenticavo…Auguri per l’anno nuovo…


Ezio Scaramuzzino scrive: 
13 gennaio 2012 alle 13:56
Non vedo cosa c’entri Cosentino con il problema della casta o delle caste. Cosentino è semplicemente un poveruomo, non so se innocente o colpevole perché non ho approfondito l’argomento e non ho letto gli atti, il quale nella sua vita forse ha commesso varie cazzate e forse anche qualche reato, ma il cui reato più grave è quello di trovarsi politicamente dalla parte sbagliata. Si fosse trovato dalla parte giusta, nessun giudice si sarebbe accanito contro di lui e i suoi misfatti sarebbero passati sotto silenzio.
Caro Guzzanti, tu dovresti saperle certe cose, perché anche tu, in un certo periodo della tua vita, ti sei trovato ad ad avere a che fare con i giudici, combattendo dalla trincea sbagliata. Poi sei stato lasciato in pace quando, per un certo periodo, ti sei riposizionato su un’altra trincea.
Quanto al problema delle caste, so bene come la pensi e so altrettanto bene che nessuno ti farà cambiare idea. D’altra parte mica ce lo ha ordinato il medico che bisogna sempre essere d’accordo sui tutto: gli uomini possono vivere decentemente bene anche avendo opinioni diverse.
Mi preme solo ribadire un paio di concetti. Nessuno mette in dubbio i valori e i fondamenti della democrazia. Senza la necessità di rifarsi a Cromwell, un famoso statista del Novecento sosteneva che, pur con tutti i suoi difetti, non si trova niente di meglio in giro.
Ma in Italia oggi abbiamo ancora una democrazia, dove i governanti hanno il senso della dignità e dell’onore, il senso dello Stato, la coscienza di essere al servizio della collettività?
Oppure, senza scomodare Polibio e la sua teoria delle degenerazioni dello Stato, abbiamo una caricatura, una degenerazione demagogica, oclocratica e parassitaria della democrazia?
 Ezio Scaramuzzino scrive: 
15 gennaio 2012 alle 14:39
Per il sig. Gianluca
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“Ventennio di Berlusconismo”?
Perché lei è cosi riduttivo? Il Berlusconismo, come insegna il sommo Umberto Eco, è un modo di pensare prima che un’idea politica e come tale appartiene alla categoria dell’eterno, prima di essere correlato ad un atteggiamento effimero e transeunte.
D’altra parte Cornelio Nepote ci fa sapere, nelle “Vite degli uomini illustri”, che un generale di Annibale si chiamava “Bersca”, chiaramente una contrazione di “Berlusca”. Si può del tutto escludere quindi che un antenato del Cavaliere abbia avuto una qualche responsabilità nello scoppio delle Guerre Puniche e che quindi anche lui non possa impunemente dichiararsene estraneo?
Ezio Scaramuzzino scrive: 
26 gennaio 2012 alle 14:38
Riconosco di essermi sbagliato e sono pronto a fare ammenda. Pensavo che lo Stato italiano fosse debole con i prepotenti e invece non è così. Basta pensare che proprio in queste ore le forze dell’ordine stanno procedendo in tutta Italia al fermo di una trentina di delinquenti coinvolti nei disordini No TAV in Val di Susa.
A scorrere l’elenco si viene a sapere che si tratta per lo più di persone con molti precedenti, ex terroristi e affini, ma è lecito sperare che questa volta per loro sarà difficile sfuggire alla giusta punizione. I capi di imputazione sono di quelli che non lasciano scampo. Si va dal danneggiamento di cosa pubblica ( per i varchi nelle reti di protezione), alla resistenza a pubblico ufficiale (per gli scontri con le forze dell’ordine), al deterioramento ed imbrattamento di materiale dello stato( per la vernice lanciata contro le divise dei carabinieri).
Insomma la vedo brutta per loro. Finalmente! Si può ben dire che con il governo dei tecnici la musica è cambiata.

Colloquio con Paolo Guzzanti


Ezio Scaramuzzino scrive: 
23 dicembre 2011 alle 21:22
Caro Guzz, ritorno nel tuo blog dopo due o tre anni, quando, pur di parlar male del Cavaliere, inventavi improbabili moralismi antiputin. Ero, te lo confesso, disgustato dal tuo comportamento. Ma adesso mi ritrovo a passare per caso dal tuo blog e vi trovo un articolo su Havel, bello e convincente. E’ questo il Guzz che ricordo e che ho sempre letto con piacere.
Ti ritrovo efficace e intenso come un tempo, ma, ti prego, tieni presente che ad una certa età le capriole non sono più consentite o almeno non sono più esteticamente ammissibili. Riprenderò a leggerti e a frequentarti, se me lo consenti, con l’ammirazione di una volta, ma tu non cambiare da quello che sei ritornato ad essere da qualche tempo.
Sia ben chiaro:il Cavaliere ci ha messo molto di suo nell’affrettare il suo declino politico, ma la campagna denigratoria, alla quale è stato sottoposto, è una delle pagine più vergognose e nauseanti della storia politica italiana. Ti saluto con affetto.

GUZZ – IL CAVALIERE CON LE SUE SCIAGURATE SCEMPIAGGINI HA DISTRUTTO UNA PROSPETTIVA CHE NON GLI APPARTENEVA, che era nostra e che aveva giurato di portare a compimento. Tutto quel che ho scritto su di lui è confermato, anche se gli riconosco un fegato da combattente eccezionale e oggi tutti vedono che non era l’uomo nero che faceva salire lo spread. Riconfermo con disgusto tutto ciò che ho documentato nei libri, libri mai smentiti, non chiacchiere, sui rapporti fra P e B e non ho nulla di cui fare ammenda. Non faccio capriole: le capriole le fa chi non vede la stella polare davanti al naso e la barra del timone sotto il polso. L’età, contrariamente a quel che pensa, è un elemento di enorme libertà, di sana sfrontatezza, di bruciante sincerità. E se ho da fare capriole, perdio, le farò. Comunque grazie e resti con noi, vecchio Scaramuzzino.

martedì 31 gennaio 2012

Violetta spensierata(Racconto) di Ezio Scaramuzzino


Ogni domenica a mezzogiorno, al paese, la famiglia Bersi andava a Messa in fila indiana. I paesani, raccolti davanti al bar, potevano così assistere ad una strana processione: c’era lei, Violetta, una ragazza bellissima; poi  Radamès, il fratello, di professione venditore ambulante di frutta e verdura; chiudeva la fila l’anziana madre, Dorotea, una donna minuta e quasi insignificante, sempre vestita di nero. Mancava il padre, morto qualche anno prima, appassionato melomane, che si era compiaciuto di dare  ai due figli quei nomi così insoliti dalle nostre parti.
 Era voce comune che nel sangue di quella famiglia scorresse un filo sottile di follia e la cosa sembrava confermata da alcuni atteggiamenti, che allora apparivano stravaganti. Il fratello andava in giro a vendere la sua merce, sempre un po’ alticcio, e le donne si consentivano con lui delle strane confidenze, alle quali egli replicava con fare apparentemente risentito, che muoveva al riso e allo scherno.
La ragazza era  nel pieno del suo splendore giovanile. Alta, slanciata, con dei neri capelli corvini, sembrava  un fiore venuto da chissà dove ed approdato misteriosamente, attraverso strani incroci di razze e di generazioni, in una landa  desolata, dove splendeva nella sua solitaria bellezza. Era in età da marito ormai e  non si rassegnava a restare zitella. Ogni domenica, durante la sfilata in piazza, lanciava ai giovanotti  delle occhiate furtive e audaci nello stesso tempo, che erano degli espliciti inviti a farsi avanti, a osare, a cogliere quel fiore. Ma quel fiore sembrava destinato a rimanere incolto. Nonostante la sua bellezza, Violetta non riusciva a trovare un cane che si interessasse a lei. I paesani la guardavano sfilare, pensavano a quel che si diceva in giro su quella maledetta tabe familiare, a volte la commiseravano, a volte sorridevano alle sue occhiate provocatorie.
I mesi e gli anni passavano, Violetta era  ormai quasi una donna, Radamès continuava a vendere la sua frutta tra gli sberleffi delle comari, la madre sembrava rimpicciolirsi sempre di più, i paesani continuavano ad assistere, come ad  un rito preparatorio della Messa, alla sfilata domenicale. Ma non succedeva niente. Eppure, un giorno di maggio, una notizia incredibile si sparse per il paese: Violetta aveva trovato il suo uomo. C’era chi diceva che era un vecchio, chi diceva che proveniva da Cerenzia, chi diceva che si trattava solo di un poveruomo in cerca  di una sistemazione. Una cosa era certa: la domenica successiva, alla sfilata domenicale, tutti avrebbero potuto vedere e toccare con mano.
E, la domenica successiva, l’attesa non fu delusa. A mezzogiorno in punto, la famiglia Bersi affrontò la curiosità popolare e sfilò in processione, aperta questa volta da Violetta che aveva al suo fianco il nuovo arrivato. C’ero anch’io quel giorno, giovane di quindici anni, ad assistere alla parata. Ricordo che la curiosità era altissima: chi era in strada faceva ala al passaggio del corteo, chi era in casa accorreva all’uscio e dietro molte persiane socchiuse tante altre persone  osservavano senza essere viste. Del fidanzato di Violetta si scoprì e si seppe  tutto: si chiamava Alfredo, quasi che il  destino avesse voluto rinverdire le vicende della Traviata verdiana, era di Caccuri, un paese vicino Cerenzia, era un contadino a giornata, d’età  chiaramente molto più grande  di Violetta, ma in compenso  molto più basso di lei, tanto che riusciva appena a sfiorarle la spalla.
Le nozze furono celebrate in sordina di lì a qualche mese. Poi le sfilate domenicali si diradarono  fino a sparire del tutto e anche di Violetta e di suo marito a un certo punto non si parlò più. Figli non ne venivano e la famiglia viveva nella modestia, come in fondo era sempre vissuta. Alfredo ogni tanto faceva qualche lavoro a giornata, Radamès continuava a vendere la sua frutta in giro, la vecchia madre godeva forse di una modestissima pensione. Violetta, da parte sua, era andata incontro ad una incredibile trasformazione: il matrimonio le aveva dato una certa tranquillità, che si rifletteva nelle rotondità del suo viso soddisfatto e del suo corpo appagato.
Ma i tempi erano difficili e tanti incominciavano a partire per la Germania. Dopo le prime partenze isolate, fu la volta di intere famiglie che si spostavano un po’ dovunque al Nord. Un bel giorno partì anche Alfredo, per Milano. I primi tempi ritornò abbastanza di frequente, poi incominciò a diradare i suoi ritorni, alla fine non tornò quasi più, mettendo in ambasce Violetta.
Una notte di giugno dei primi anni sessanta, alle primissime luci dell’alba, stavo ritornando a casa, reduce da qualcuna delle mie scorribande notturne con gli amici, e mi trovavo a passare proprio davanti alla porta di casa  della famiglia Bersi. Ne uscì una persona che conoscevo fin troppo bene, il macellaio del paese, un energumeno, che prima si allontanò di fretta, credendo di non essere stato visto, poi tornò sui suoi passi e mi venne decisamente incontro. Non disse una parola, solo mi appoggiò una mano sulla spalla, poi la spostò verso il collo e strinse dolcemente, mentre sollevava l’altra mano verso la sua bocca e metteva il  dito indice di traverso sulle  labbra, invitandomi con quel gesto eloquente a tenere la bocca chiusa.
Non c’era bisogno che me lo imponesse lui: non dissi una parola. Ma parlò qualcun altro, evidentemente, perché di lì a qualche giorno tutto il paese riprese a parlare di Violetta. La quale,  una volta assaporate le gioie del matrimonio, non era più disposta a rinunziarvi. E non vi rinunziò, allietando le notti non del solo  macellaio, ma anche di  altri dopo di lui. Il tutto con grande scandalo del paese, dove ormai non si parlava d’altro e dove ci si chiedeva quale ruolo giocassero in queste tresche la madre ed il fratello di Violetta, considerati poco meno che  una maîtresse e  un paraninfo.
Dopo il macellaio, fu la volta del vecchio daziere, che probabilmente, in un rigurgito di giovinezza, assaporò con Violetta gli ultimi piaceri proibiti della sua vita. Il vecchio, vedovo da tanti anni e con i figli emigrati,  avrebbe continuato a lungo la sua tresca, se solo fosse stato più giovane. Ma una notte, proprio mentre si intratteneva con Violetta, fu colpito da un ictus e ci rimase secco. Qualcuno, per evitare lo scandalo, lo portò fino a casa sua e lo adagiò sul letto, chiamando  il medico che si limitò a constatarne il decesso.
Poi arrivò il turno del sagrestano, un uomo tutto casa e chiesa, sposato e con otto figli. Aveva costui un andamento molle e rilassato, un volto vagamente malaticcio e in tanti si chiedevano  dove  trovasse l’energia per tenere a bada la moglie ormai disfatta dagli anni e dalle numerose gravidanze, oltre a Violetta, la quale evidentemente non andava troppo per il sottile nelle sue scelte. Ogni mattina  il sagrestano andava in chiesa a pulire e a preparare la prima Messa del parroco. Chi, anche da lontano, l’avesse osservato in queste sue incombenze, avrebbe potuto notare che, prima del rito, quasi sempre egli confabulava con il parroco, il quale alla fine gli faceva il segno della Croce e gli dava evidentemente l’assoluzione dal peccato commesso qualche ora prima.
E poi arrivò il turno di Demetrio Barbuto, giovane carabiniere, originario di San Mauro Marchesato. Demetrio, mandato in forze presso la locale stazione dei carabinieri, appena arrivato, per prima cosa  si diede uno sguardo attorno per trovare qualche preda da destinare alle sue insaziabili velleità amatorie. Non si sa come, finì col cadere nelle reti di Violetta, ma con una differenza fondamentale rispetto ai precedenti spasimanti: egli pretendeva l’esclusiva. Era ossessionato dall’idea che la donna potesse tradirlo e questa ossessione lo indusse a sorvegliarla.
Comunicò falsamente  a Violetta che per tre giorni sarebbe stato in missione e invece, una notte di Settembre, si appostò dietro la casa. Attese a lungo nel buio, mentre poco lontano dei cani ululavano alla luna piena, ma verso le due vide muovere  un’ombra. Si impose di aspettare un po’, poi si avvicinò all’uscio, aprì dolcemente con le chiavi di cui era già fornito e si diresse decisamente verso la stanza da letto. Con una mano estrasse la pistola e con l’altra accese improvvisamente la luce. Quello che si presentò davanti ai suoi occhi sembrò la scena di un film d’altri tempi, in un fotogramma bloccato: Violetta era in piedi sul letto, con il lenzuolo tirato alla meglio per coprirsi, con la bocca aperta ma incapace di emettere un grido,  mentre nell’altra metà del letto c’era il sagrestano, rannicchiato su se stesso e nudo come un verme. Il carabiniere, calmo e quasi in una sorta di trance, impose al sagrestano di rivestirsi e di andarsene, poi rivolse lentamente l’arma contro Violetta, mirò alla fronte ed esplose un unico colpo, mortale. Infine si diresse quasi di corsa  alla caserma, come per liberarsi del peso che l’opprimeva, confessò tutto e fu arrestato dai  colleghi.
Il pretore di Santa Severina, giunto di lì a  qualche ora, effettuò un minuzioso sopralluogo sulla scena del delitto, poi interrogò la madre ed il fratello di Violetta, accorsi subito dopo lo sparo, e fece sequestrare quanto ritenuto utile per il processo.
Alfredo, come marito della vittima, fu convocato dal giudice ed arrivò  velocemente un pomeriggio, giusto in tempo per il funerale, che si svolse sotto una pioggerellina fastidiosa e incessante. Alla fine passò dalla stazione dei carabinieri, ove era stato invitato per la restituzione di alcuni beni personali della moglie.  Tra tali beni erano compresi  un libretto bancario al portatore, con circa ventimila lire ed  un sacchettino con circa dieci monete di  cinquecento lire d’argento. Ma l’attenzione di Alfredo fu attratta soprattutto da  uno strano oggetto, che egli non aveva mai visto, di cui non riusciva ad indovinare l’uso e che era descritto, nel linguaggio burocratico del tempo, come “oggetto in  avorio, ad uso delle cortigiane”. Chiese timidamente qualche delucidazione al maresciallo, ma non ottenne risposta. Poi firmò velocemente la ricevuta di consegna e si risolse a pensare subito alla partenza. A Milano aveva messo su una piccola impresa di pulizie e da qualche giorno  aveva preso in appalto un lavoro, che non poteva assolutamente rinviare.
Ezio Scaramuzzino

domenica 1 gennaio 2012

La chiave (Racconto) di Ezio Scaramuzzino

In quei primi giorni di un tiepido ottobre del ’55 Enzino era contento di essere venuto nel collegio dei preti salesiani di Siberene. Si era già procurato tanti nuovi amici, si divertiva, studiava ed imparava con regolarità, insomma si accorgeva di non rimpiangere la vita libera e selvaggia che fino ad allora aveva condotto al suo paese.
Certo non erano tutte rose e fiori. Il cibo era abbondante, ma non di eccelsa qualità o almeno non sempre di suo gradimento, le camerate e le varie stanze del collegio erano molto fredde, ma niente sembrava procurargli particolari problemi. Tutto gli sembrava un gioco e a questa atmosfera giocosa egli si adeguò con l’entusiasmo dei suoi anni di ragazzo che si affacciava alla vita.
Gli sembrò un gioco divertente e curioso anche una strana consuetudine che i preti avevano imposto ai collegiali, per disabituarli a parlare in dialetto. Esprimersi in Italiano era allora considerato indice di perbenismo, quasi una promozione sociale, anche se pochi tra i ragazzi sapevano farlo decentemente e molti anzi sbandavano paurosamente nell’uso dei congiuntivi e delle proposizioni subordinate. In conseguenza di tutto ciò ogni mattina il prefetto incaricato della disciplina, in genere un prete molto giovane, consegnava una certa chiave a chi per primo fosse stato sorpreso a parlare in dialetto. Chi riceveva la chiave aveva la possibilità di passarla a sua volta ad un altro, in una sequenza di trasferimenti che si esaurivano la sera all’ora di cena. Chi si ritrovava con la chiave veniva inesorabilmente punito.
Il primo giorno il prefetto di disciplina si premurò di avvisare i convittori, ma, nonostante l’avviso, non ebbe alcuna difficoltà dopo qualche minuto a piazzare la chiave. La quale passò di mano in mano parecchie volte e verso mezzogiorno andò a finire nelle mani di Enzino. Un amico del suo stesso paese, Guglielmo, gli si era rivolto con molta naturalezza facendogli una domanda in dialetto e lui, senza nemmeno pensarci, aveva istintivamente risposto in dialetto. Avrebbe potuto protestare per l’evidente tranello che gli era stato teso, ma non protestò e non si preoccupò più di tanto. Era convinto che alla fin fine si trattava di un gioco, con una punizione simbolica, quindi accettò in consegna la chiave e la conservò diligentemente in tasca, ripromettendosi di trovare una vittima in seguito.
Non ci pensò più. Quel pomeriggio studiò, preparò i compiti per l’indomani, recitò le preghiere comuni con gli altri convittori e, verso sera, si ritrovò con tutti nell’ampio giardino interno, dove si faceva una breve sosta prima della cena.
Improvvisamente avvertì la sensazione indistinta di qualcosa da fare, di cui non riusciva ad avere piena consapevolezza. Certo, la giornata era trascorsa colma di impegni vari e a lui sembrava di non aver trascurato nulla, eppure continuava ad avere quella strana sensazione. Come un lampo gli tornò in mente la chiave che era rimasta nella sua tasca, il che significava che per lui poco più tardi ci sarebbe stata la punizione.
Più di ogni altra cosa, a bruciargli fu il pensiero dell’umiliazione che avrebbe patito di fronte ai suoi compagni per quella che era considerata quasi un’onta. Ma ormai era tardi e non avrebbe trovato il modo di lasciare il “fardello” che, forse troppo leggermente, aveva immaginato di potere scaricare presto su qualcun altro.
La mano, infilata in tasca, continuava a rigirare quel piccolo oggetto che sembrava scottare. Si chiese perché fosse stata scelta proprio una chiave per un gioco all’apparenza banale ma che, a quel che aveva appreso in giro, era da tempo immemorabile una tradizione di quel collegio. Che cosa poteva significare quella chiave? C’era una spiegazione logica a tutto ciò o si trattava di una fatto casuale e senza importanza?
Pensò che una chiave serve per aprire qualcosa. Forse doveva aprire la sua mente ai tesori della conoscenza ? O era il caso di ricordare che una chiave serve semplicemente ad aprire una serratura? Era possibile, certo…una serratura…ma quale?
Si accorse che era solo nella sala da studio, né riusciva a ricordare come ci fosse finito, mentre i suoi compagni si erano diretti al refettorio per la cena. Si guardò attorno, come per cercare qualcosa, ma dovette ammettere che nemmeno lui sapeva che cosa cercare.
Il collegio faceva parte di un antico monastero e quella sala era ricca di stucchi e decorazioni. Le pareti erano divise in riquadri di pannelli di legno, ognuno dei quali riproduceva una scena di vita dei santi. La sua attenzione fu attratta dall’immagine di San Giuseppe da Copertino, in basso a destra, sulla quale campeggiava la scritta Scientiae Ianuam Apĕri .
Guardò con attenzione quella figura sulla quale il suo occhio era già passato tante volte in modo distratto e notò un foro nel rilievo della cornice. Un’idea gli attraversò la mente e quasi istintivamente inserì nel foro la chiave che aveva in mano. In modo naturale questa si adattò e scivolò verso l’interno , andando a cercare l’incastro giusto con un movimento rotatorio che fece scattare un meccanismo. Il pannello si allontanò di qualche centimetro dalla sua sede e bastò una leggera spinta perché, con un cigolio lamentoso, esso si aprisse come una porta su un ambiente polveroso e buio.
I suoi occhi si adattarono presto all’oscurità rischiarata appena dalla luce che entrava dalla sala da studio e scoprirono quello che forse per secoli era rimasto nascosto: una biblioteca. Entrò con qualche precauzione e si guardò attorno. In ogni scaffale, identificato da una targhetta posta al centro in alto, erano diligentemente riposti antichi codici, incunaboli, papiri, pergamene. Si avvicinò alla targhetta fin quasi a toccarla e lesse Homeri opera omnia . Su un’ altra lesse Vergilii opera omnia. Fu preso dall’entusiasmo per queste scoperte e sentì la smania di guardare gli altri scaffali, affrettandosi, mettendosi quasi a correre. Attraversò stanze, corridoi, non sapeva più dove si trovasse di preciso e pensò che forse avrebbe avuto qualche difficoltà a ritornare indietro. Si sentiva come Teseo nel labirinto di Minosse a Creta, ma avvertiva altresì con angoscia che nessuna Arianna lo avrebbe aiutato.
Ad un certo punto si accorse che stava ansimando e fu preso dal panico. Cercò di trovare una via d’uscita, ma , dopo aver girato a lungo, si ritrovò al punto di partenza. Nella penombra intravide che da uno scaffale pendeva il capo di un gomitolo e pensò che gli sarebbe stato utile per orientarsi. Allungò una mano per afferrarlo, ma non ci riuscì. Quel capo oscillava mollemente e, ogni volta che egli si accostava con la mano, sembrava sfuggirgli come per un influsso malefico. Decise di appoggiarsi ad uno stipite, per sollevarsi ancora un po’, e ne afferrò il pomello. Ma con terrore si accorse che lo stipite gli stava crollando addosso e allora emise un grido lungo, disperato, straziante.
Dopo un po’ aprì gli occhi e vide altri occhi, che lo guardavano preoccupati dall’alto in basso. Riconobbe il volto di Guglielmo, del prefetto di disciplina e di tanti altri. Quest’ultimo gli chiedeva se per caso non si sentisse bene e allora Enzino capì che era stato solo un brutto sogno, un incubo.
Si sentì risollevato, tranquillizzò tutti, spiegò che non era successo niente e tutti ritornarono ai loro lettini. Solo il prefetto si soffermò ancora un po’, scrollò la testa e gli disse:"Enzino, domani ne riparleremo!".
Ezio Scaramuzzino

sabato 26 novembre 2011

La fine del mondo(Racconto) di Ezio Scaramuzzino




Nella società agricolo-patriarcale di una volta era sufficiente che un buontempone incominciasse a diffondere la voce su una prossima fine del mondo e, nell’arco di pochi giorni, almeno a livello locale, il più era fatto. Molti si preparavano, o facevano finta di prepararsi, ad ogni evenienza, perché tutti gli uomini, chi più chi meno, avevano ed hanno una paura atavica per i novissimi.

Ricordo che al mio paese una delle ricorrenti voci su una prossima fine del mondo aveva fissato tale data alla mezzanotte tra il 14 ed il 15 Novembre del 1952. Non ricordo e non so per quale motivo fosse stata scelta proprio quella data: ero un bambino allora, andavo alle scuole elementari e la mia cognizione dell’evento è legata soprattutto ai ricordi e alle impressioni che me ne derivarono dal mondo degli adulti.

Quella mattina, a scuola, il maestro D’Alfonso notò con rammarico che mancavano parecchi alunni: era un Venerdì e la classe era più che dimezzata. Facemmo poco a scuola e il maestro ci fece notare che era una bella giornata autunnale, con un sole tiepido che indorava e riscaldava le fredde aule. In effetti non si avvertiva nemmeno la necessità di utilizzare la stufa a carbonella, che già da qualche giorno accendevamo per riscaldare le nostre mani e cercare di prevenire la sofferenza dei geloni che allora colpivano e tormentavano indistintamente tutti i bambini.

Verso le dieci il sole si nascose dietro una nuvola solitaria, ma non ci si fece caso più di tanto. Qualcuno notò che improvvisamente si era alzato il vento, ma anche questo fu considerato un fatto normale. Dopo un po’ altre nuvole nere coprirono il cielo, che ne fu completamente oscurato. Sembrava che dovesse piovere da un momento all’altro, ma caddero soltanto alcune gocce. I bambini eravamo un po’ preoccupati, ma anche contenti all’idea che in quelle circostanze difficilmente il maestro potesse assegnarci dei compiti, o, peggio, farci svolgere uno dei temutissimi esercizi di Analisi logica o di Aritmetica. Verso le undici però, all’improvviso, una strana luce giallognola riempì la nostra aula a pianterreno, una delle tante aule disseminate per il paese, al posto dell’edificio scolastico unico ancora considerato un lusso in quei tempi di ristrettezze. Un oh di meraviglia uscì dalla bocca di tutti noi, che istintivamente ci precipitammo alla finestra per cercare di capire l’origine di quella strana luce, mentre il maestro cercava inutilmente di farci ritornare ai nostri posti.

Il maestro D’Alfonso, il mitico maestro D’Alfonso, terrore degli alunni e al quale va la mia riconoscenza, per le tante cose che ho imparato sotto la sua guida. Quel giorno si arrese anche lui: cercò di tenerci calmi, di farci capire che quella strana luce gialla non era né tanto strana, né tanto gialla, ma fu tutto inutile. Avevamo paura. Dai discorsi degli adulti avevamo anche noi percepito qualcosa sulla imminente fine del mondo ed avevamo paura. Dopo un po’ alcune mamme si presentarono in classe per prelevare i figli ed il maestro non si oppose, anzi verso mezzogiorno decise di mandare tutti a casa e raccomandò ai pochi che eravamo rimasti di affrettarci sulla via del ritorno. Presi la mia pesante cartella e di buona lena mi diressi verso casa. Abitavo all’altro capo del paese e fui costretto ad attraversarlo quasi per intero.

Ad un crocicchio, all’uscita di una cantina, vidi Ciccio Larino, il più famoso ubriacone del paese. Zigzagava paurosamente, mentre la moglie cercava di tenerlo in piedi e di riportarlo a casa. Quel giorno Ciccio, per ubriacarsi, non aveva aspettato la sera, come era solito fare: aveva anticipato i tempi, nella paura che l’imminente fine del mondo potesse impedirgli l’ultima grande bevuta della sua vita. Mentre la moglie lo risospingeva verso casa, egli protestava ad alta voce, blaterando frasi sconnesse nelle quali si potevano distinguere solo alcune parole, “fine del mondo…ultima…ultima volta…mai più”.

Più in là incontrai Sandrino, un giovane buono e sempliciotto, con il quale ogni tanto mi intrattenevo, divertendomi anche a prenderlo in giro. Mi chiese dove fossi diretto così di fretta, perché tanto stava per arrivare la fine del mondo e saremmo morti tutti. Gli dissi che doveva cercare un riparo, che doveva mettersi in salvo. E lui, con il suo dire lento e strascicato, mi replicò:” Sì… sì, te la sai tu…vai, vai tu, che sei valente…Io non mi muovo. Se non c’è rimedio, perché preoccuparsi?... E se poi il rimedio c’è, perché preoccuparsi?”.

Il suo discorso forse non faceva una grinza, ma io avevo fretta di arrivare a casa e lo piantai in asso. Feci in tempo a vedere Mario Panza, tutto indaffarato a bussare alle porte dei vicini ed a chiedere notizie della figlia Luigina, che già allora aveva preso l’abitudine di sparire ogni tanto. Da lontano vidi mia madre che mi veniva incontro, mentre continue folate di vento le scompigliavano i capelli e lo scialle che teneva addosso. A casa trovai uno strano fermento. Franca, la donna di servizio che viveva con noi, mi abbracciò con trasporto e mi disse: “Zinnì,(così mi chiamava), non aver paura, ché ci sono io”. Ero il più piccolo di casa e forse proprio per questo ero trattato dagli altri con particolare affetto. I miei fratelli intanto guardavano all’insù attraverso i vetri della finestra e cercavano anche loro di capire il perché di quello strano chiarore giallastro.

Si pranzò di malavoglia quel giorno anche perché i nostri pensieri, se anche nessuno era disposto ad ammetterlo, erano tutti rivolti a quella benedetta o maledetta fine del mondo che sembrava preannunziarsi in modo cosi sinistro. Passarono le ore e solo dopo il tramonto quel chiarore giallastro si dissolse per lasciare il posto alle prime ombre della sera. Per le strade non si vedeva nessuno, perché tutti erano tappati in casa ad aspettare la mezzanotte. Anche gli animali erano partecipi della comune paura e sembravano spariti. Fritz, il nostro indimenticato e meraviglioso cane Fritz, se ne stava tutto mogio in un angolo, accanto al caminetto, e mugolava pietosamente. A sera mio padre, nel frattempo ritiratosi dalla campagna, cercò di risollevare inutilmente l’atmosfera triste che aleggiava intorno e durante la cena si consentì qualche battuta spiritosa, ma tutti i suoi tentativi caddero nel vuoto.

Si erano fatte le otto, poi le nove: mancavano solo tre ore alla fine del mondo. Tutt’intorno c’era un silenzio assoluto, interrotto soltanto dal sibilo del vento, che continuava a soffiare. Ad un certo punto si avvertì sulla strada un tramestio di passi, come di gente che si dirigesse in fretta da qualche parte. Mia madre si affacciò sulla porta per avere notizie, per capirci qualcosa, e delle donne in gruppo, con la corona del Rosario in mano, la invitarono ad andare con loro verso la piazza principale del paese, di fronte alla Chiesa madre. Quando mia madre ci comunicò la notizia, fu solo un attimo. Tutti, come se non aspettassimo altro, in fretta uscimmo di casa e, senza neppure richiudere l’uscio, ci accodammo. Man mano che avanzavamo, le file si ingrossavano e, quando arrivammo in piazza, ci si presentò davanti agli occhi uno spettacolo incredibile.

Centinaia di donne pregavano ad alta voce, imploravano la Madonna, piangevano. Uomini, che forse non avevano mai pregato in vita loro, in quelle ore si battevano il petto e recitavano il Rosario. Persone, che si erano sempre odiate nel corso della loro esistenza, stavano le une accanto alle altre, accomunate da un’unica paura e da un’unica speranza. Inimicizie secolari si erano improvvisamente dissolte. Ma non mancavano persone, per lo più uomini, che in un angolo della piazza pensavano a ben altre cose. Costoro avevano apparecchiato dei tavoli, ammonticchiandovi cibarie di ogni genere: vino, salsicce, soppressate, capicolli, formaggio pecorino, frutta. Molti, tra una preghiera e l’altra, andavano a rifocillarsi e tanti altri davano fondo alle loro capacità masticatorie per quella che, con tutta evidenza, consideravano l’ultima mangiata e l’ultima bevuta della loro vita.Verso le undici molti erano già avvinazzati e non mancavano di quelli che, ormai satolli ed incapaci di ingurgitare altro, si erano pure appisolati. La confusione, il tramestio, le voci biascicate, imploranti e preganti, le urla qualche volta, sembravano aver creato un’atmosfera da bolgia dantesca, ma, quando si appressò la mezzanotte, improvvisamente un silenzio spettrale ricoprì la piazza.

L’orologio della chiesa incominciò a battere i rintocchi. Uno, due, tre. Al sesto rintocco una voce solitaria implorò, gridando, il perdono di Dio. Sette, otto, nove, dieci, undici…dodici. Non era accaduto niente. Eravamo tutti lì a constatare che il mondo continuava come prima. Tutti piansero, gridarono, gioirono, si abbracciarono. Donne, che in vita loro non avevano mai baciato altro uomo, che non fosse il loro marito, si trovarono intrecciate e scambiarono baci con sconosciuti, con gente del popolo, con giovani invasati. Qualcun altro tirò fuori una fisarmonica e quelle stesse persone, che fino a poco prima si erano battute il petto ed avevano implorato la pietà divina, ora ballavano e si facevano trascinare dai ritmi giocosi di una tarantella.

Si ballò e si cantò a lungo quella notte, fino all’alba, mi pare di ricordare. Ricordo bene comunque, ed in maniera nitida, che il giorno successivo non si andò a scuola. Il mondo aveva rischiato di scomparire e, di fronte ad un fatto del genere, il maestro D’Alfonso poteva pure aspettare. La vita sarebbe continuata lo stesso ed avrebbe conservato il suo fascino, anche con qualche esercizio in meno di Analisi logica o di Aritmetica.

Ezio Scaramuzzino