sabato 21 gennaio 2017

Era Trump, anno I°

Il 20 gennaio, con il giuramento alla Casa Bianca, è iniziata ufficialmente l’era Trump. Ovviamente è ancora presto per esprimere un giudizio, ma le sue prime mosse lasciano sperare bene. Mi limito, a mo’ di esempio, ad un solo fatto significativo. Trump prenderà lo stipendio simbolico di un dollaro all’anno, il che, nei tempi dell’antipolitica, è una mossa indovinata. Mi ricorda un po’ il nostro Mario Monti, il quale, per fare il Presidente del Consiglio, pretese e ottenne preliminarmente da Napolitano di essere nominato senatore a vita, in modo da farsi mantenere vita natural durante dal popolo italiano. E’ vero: Trump è già ricco di suo, ma non so quanti altri al posto suo avrebbero fatto la stessa cosa. Quanto ad un altro personaggio che per alcuni aspetti gli somiglia, Silvio Berlusconi, durante la sua lunga Presidenza non è mai stato chiaro che cosa abbia fatto in merito, ma ritengo che con la sua “discesa in campo” (come egli la definiva), alla fine egli ci abbia rimesso, tra sovvenzioni al partito, condanne e risarcimenti miliardari impostigli dal partito dei giudici e da quella che, solo per convenzione, siamo soliti chiamare la “giustizia italiana”.
Ovviamente un politico non si può giudicare solo da questo e nel caso di Trump staremo a vedere quel che saprà fare. Intanto la sua elezione può essere considerata una sorta di pernacchia (o pernacchio?, come diceva Eduardo De Filippo) al trombonismo e al paraculismo universali e questo è già qualcosa. Trump ha dimostrato che si può essere eletti Presidente degli Stati Uniti, facendo una pernacchia
- a George Soros, il miliardario americano di origini ungheresi e suo acerrimo nemico, che fa miliardi a palate speculando ogni giorno sui mercati finanziari, ma dicendo un giorno sì e l’altro pure che bisogna aiutare i diseredati del mondo;
- a Barack Hussein Obama, che ha avuto il premio Nobel per la pace sulla fiducia, ma che tra tutti i Presidenti americani è quello che detiene il record per numero di bombe disseminate e lanciate in molte aree del mondo, mentre ogni giorno rivendica (anzi rivendicava) il suo anelito alla diffusione della libertà e della giustizia per tutti i popoli della terra;
- a Hillary Clinton, corrotta ed incapace ex Segretario di stato, che si atteggiava a paladina del politicamente corretto e dei diritti delle donne, sempre pronta a bacchettare Trump durante la campagna elettorale, ma incapace di vedere quel che accadeva a casa sua, quando suo marito Bill, da lei perdonato, passava il tempo alla Casa Bianca facendosi fare p…… da Monica Lewinsky;
- al bel mondo hollywoodiano magnificamente rappresentato da Robert De Niro e Madonna, i quali sostenevano che, in caso di vittoria di Trump, avrebbero cambiato nazione e invece sono sempre lì, ad imprecare ed a cercare di fare soldi, come prima, meglio di prima;
- al mondo dell’editoria e della TV, magnificamente rappresentato rispettivamente dalla grande stampa cosiddetta “progressista” (“liberal” negli USA, vedi Washington Post) e dalla Cnn, che consideravano Trump un impresentabile  e che non riuscivano a capire, nella loro cecità, che di impresentabile c’era solo la faziosità dei loro servizi;
- al tradizionale mondo politico americano, che vedeva accomunati, in un unico intento, democratici e repubblicani, senza più alcuna distinzione  sul piano pratico, per cui un Bush poteva disinvoltamente essere scambiato con un Clinton e viceversa;
- al mondo politico (poteva mancare? ) che gravita intorno all’UE, quello che fa riferimento a personaggi come Angela Merkel, François Hollande, al nostro caricaturale Matteo Renzi, quel mondo che fa i gargarismi ogni giorno con belle parole tipo “accoglienza diffusa, bontà, integrazione”,  che ancora non si è ripresa dal colpo della Brexit e che inorridisce quando Trump dice che vuole sterminare il terrorismo islamico.
 A questo gagliardo mondo si potrebbe ancora aggiungere molto altro, come il mondo della contestazione permanente, dei Black bloc, dell’LGBT(Lesbian, Gay, Bisexual, Transexual), del no a tutto, del femminismo arrabbiato e professionale. Ma di tutto questo si può anche non tener conto, trattandosi di un mondo folkloristico e sempre più prevedibile e scontato, che ormai fa quasi parte del paesaggio.
Ecco, l’elezione di Trump è stata quasi una pernacchia (o pernacchio?) a quel mondo sopra elencato. Solo per questo valeva e vale la pena di continuare a vivere per vedere come va a finire e per assistere al dilagare della bava che fuoriesce dai denti di tutti quelli che ancora non riescono a rassegnarsi. 
Bene. Per il futuro staremo a vedere, ma già tutto questo vi sembra poco?
P.S. Per chi volesse approfondire, nel film L'oro di Napoli Eduardo De Filippo spiega il pernacchio.  Vedi qui

Ezio Scaramuzzino

mercoledì 18 gennaio 2017

Jendu vinendu9: Attianese-Fedeli-Tajani-Minniti


Pasquale Attianese
Notizia  boom a Crotone: Pasquale Attianese tratto in arresto perché considerato, addirittura, il capo di una banda di tombaroli che  trafficavano nella vendita clandestina di reperti archeologici.
Con  Pasquale Attianese ho avuto una certa frequentazione professionale, che nel corso di tanti anni mi ha consentito di conoscerlo bene. Pasquale Attianese era, ed è, il massimo esperto di archeologia magno-greca dell’Italia meridionale, perito del Tribunale di Crotone, docente di Latino e Greco, autore di vari testi sulla numismatica magno-greca e sull’archeologia nella provincia di Crotone. Sono convinto che riuscirà a dimostrare la sua estraneità ai fatti contestatigli. 
Gli inquirenti parlano di intercettazioni telefoniche. Pasquale era, ed è, un estroverso, solo un po’ spensierato ed incline a prendere sotto gamba certe situazioni. Immagino che, se qualcuno per telefono gli chiedeva un consiglio, lui non si tirava indietro e magari gli poteva anche capitare di parlare a ruota libera. Ma da questo a passare per capo di una banda di malfattori ce ne corre.
E poi conosco Pasquale anche sotto altri aspetti. Siamo stati colleghi per tanti anni e ricordo bene le sue difficoltà, quando aveva qualche spesa imprevista o quando doveva cambiare gli pneumatici dell’auto. Insomma: cerco di stare con i piedi per terra e mi è difficile pensare al capo di una banda che ha problemi quando deve andare dal gommista.
Caro Pasquale, ti aspettiamo, non per una cena, ma per una pizza, che è uno dei pochi lussi che ancora possiamo permetterci con le nostre pensioni. Ciao, a presto.

Valeria Fedeli
Di Valeria Fedeli ormai sappiamo tutto o quasi. Al momento della sua nomina a Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, il grosso pubblico sapeva poco di lei, ma tutti erano convinti che, chiunque essa fosse, non poteva certo far peggio dell’accoppiata Giannini-Faraone che l’aveva preceduta. E invece lei c’è riuscita; probabilmente ci ha dovuto mettere un po’ di impegno, ma c’è riuscita: con i falsi curriculum, le sue mielose giustificazioni e la sua falsa laurea. Ora però, passata la tempesta, ci ha preso gusto e, approfittando della  delega prevista dalla “Buona scuola”, vuole riformare gli Esami di stato. Alla Maturità niente più minimo sei in tutte le materie, basterà la media del sei, che è cosa ben diversa; niente più quizzone, le prove scritte saranno due; niente più tesina, basterà aver fatto l’alternanza scuola-lavoro (una vera perdita di tempo) ed aver partecipato (non superato, partecipato) alle prove Invalsi, finora facoltative. Alla terza Media abolizione della prova Invalsi e riduzione degli scritti.
Quando scoppiò il caso della laurea inesistente, sui social si disse che nel nostro Paese, per fare il Ministro dell’Istruzione, bastavano la Licenza Media e l’iscrizione al PD. Non è che per caso, per superare la Maturità, si arriverà allo stesso punto?!

Antonio Tajani
Antonio Tajani è stato eletto Presidente del Parlamento europeo. Siamo contenti per lui e siamo contenti anche per l’Italia, che così raggiunge un trittico di presenze importanti dalle parti di Bruxelles (Tajani, Mogherini, Draghi). La stampa di riferimento ha salutato l’elezione con toni commossi e trionfalistici, considerandola l’inizio di una ripresa continentale delle istanze moderate. Ci andrei un po’ cauto. Tajani, a quel che se ne sa, è una brava persona. Tra i fondatori di Forza Italia, è sempre rimasto vicino a Berlusconi, il che costituisce un titolo di merito se solo si pensa a quel che è avvenuto negli ultimi venti anni intorno al Cavaliere, e quindi, solo per questo, bisognerebbe dare un premio alla sua lealtà. Ma, a parte questa lealtà, non risultano altre particolari benemerenze dell’uomo politico. Staremo a vedere, ma da questa elezione esce confermata una tendenza, che sembra consolidarsi nel corso degli anni. Quella di assegnare all’Italia, in ambito europeo, incarichi di facciata, più che di sostanza. A parte il caso di Mario Draghi, che dirige la BCE, Federica Mogherini, alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza (mai definizione fu più altisonante e più vuota), si ritrova a dirigere una politica estera che in realtà non esiste ed Antonio Tajani avrà il compito di moderare i dibattiti di un Parlamento che non conta nulla, o quasi. Del resto tutto si tiene. I nostri rappresentanti sono l’espressione di un’Italia che, con il suo mostruoso debito pubblico, ormai conta poco o niente e che viene trattata come e per quello che conta.


Marco Minniti 
Marco Minniti è il nuovo Ministro dell’ Interno e, da quando è stato nominato, si respira un’aria nuova al Viminale. Si ritorna a parlare di CIE, Centri di identificazione ed espulsione,  una volta innominabili a Sinistra,  e di maggiore celerità ed efficienza nell’iter di attribuzione del diritto d’asilo e nelle espulsioni dei non aventi diritto. Parole? Vedremo. Minniti è Calabrese ed ha la testa dura, per cui penso che non si rassegnerà facilmente e non getterà la spugna, prima di aver tentato tutto il possibile. Oltre tutto è  abituato ad agire in modo riservato e parla poco, a differenza di Renzi  e di Alfano che l’ha preceduto, per cui in genere non promette ciò che poi ritiene di non poter mantenere. Se una cosa gli manca, a mio modesto parere, è una visione complessiva dei problemi e del contesto in cui si trova ad operare. Lo sa Minniti quello che lo attende? Conosce le incrostazioni, gli interessi, gli intrallazzi contro cui gli toccherà muoversi?
Perché c’è qualcosa di pateticamente tragico in questo nostro sgangherato Paese. L’Italia ha milioni di cittadini che vivono sotto la soglia di povertà, eppure…eppure questo nostro sgangherato ed amato Paese si è messo in testa di risolvere i problemi di assistenza dell’universo mondo. Cerca clandestini dappertutto, li trasporta, li accoglie, li paga anche, perché stiano buoni. Per ora si limita all’Africa ed al Medioriente. Ma perché limitarsi? Ammesso che ci riesca, perché non andare a raccogliere quelli dell’Asia, dell’America latina, del pianeta Marte pure, se ce ne sono? Perché i primi sì e gli altri no? La bontà o è totale o non è.
Capito Minniti? Bastera un CIE per ogni Regione? O ce ne vorrà uno  per ogni Comune? Auguri, Minniti, ne hai bisogno.
Ezio Scaramuzzino

martedì 17 gennaio 2017

Principali linee guida di didattica del Latino di Franco Federico

      

      E’ nel periodo ginnasiale e durante il biennio del Liceo Scientifico che si costruisce l’abilità del tradurre. Questi primi passi dello studio risultano decisivi non solo per favorire l’insorgere nello studente di un giusto atteggiamento nei confronti del Latino, ma anche per orientare in un senso o nell’altro l’andamento del profitto. E’ dalle modalità del primo approccio con la lingua latina che discendono l’interesse, la motivazione e la sensazione di agiatezza dello studente. Nel caso contrario, viene a determinarsi il cosiddetto blocco psicologico che, nella maggior parte dei casi, abbassando nettamente il senso di autostima provato dallo studente nei confronti della disciplina, finisce di fatto con l’inibire ogni suo futuro miglioramento.
       Seguire pedissequamente l’impianto del libro di testo, se, da una parte, può risultare rassicurante e deresponsabilizzante, dall’altra, finisce a lungo andare col distogliere l’attenzione e l’interesse dello studente, facendo nel contempo apparire agli occhi di questi il docente come privo di alcuna rilevanza sotto il profilo didattico. Il libro, quand’anche sia provvisto di ogni pregio, non risulta certamente in grado, come invece può e deve fare il docente, di adattarsi al ritmo di apprendimento e alle necessità proprie di questo o di quel discente. Al docente spetta, altresì, procedere a quel lavoro di dosaggio e di essenzializzazione delle regole e delle nozioni grammaticali, che è assolutamente indispensabile nello studio di una lingua così complessa, come quella latina. Ove la molteplicità delle nozioni venga, infatti, a riversarsi sulla mente del povero discente, senza che le stesse siano state preliminarmente selezionate ed organizzate in base a ben precisi criteri di efficienza didattica, ciò inevitabilmente determina nel ragazzo l’effetto di un rigetto, ovvero di un rifiuto bell’e buono delle medesime. I docenti che vantano una lunga esperienza sanno bene quanto sia importante mettere su un percorso di lavoro ben studiato, fortemente coerente e dalla struttura quanto più semplificata. 
      Nel “fare Latino” con i ragazzi che si siano impratichiti già dell’antica lingua, invece, la cosa più importante di tutte è cercare di suscitare in essi interesse per l’opera della quale vengono letti in classe i brani più rappresentativi. Un ruolo decisivo il docente lo svolge, nel momento in cui è alle prese con la scelta dei brani da far leggere ai propri discenti e delle modalità secondo cui presentare gli stessi. Se i brani sono stati scelti in modo da adeguarli bene alla sensibilità degli studenti a cui sono destinati, non si può non suscitare negli stessi grande meraviglia nel constatare quanto attuali siano i temi affrontati in opere così antiche e quanto risultino profonde le verità espresse da Autori di epoche così lontane dalla loro. E tra l’attenzione indirizzata al piano critico-ideologico di un testo e quella che è opportuno rivolgere agli aspetti stilistico-formali di fatto non viene a determinarsi alcuna opposizione; anche se da parte delle ultime generazioni sembra manifestarsi una maggiore propensione per gli aspetti di contenuto.
         Quanto ai cosiddetti “compiti in classe”, va detto che non sempre allo studente è dato cogliere la logica attraverso la quale gli stessi si colleghino alle restanti attività della stessa disciplina. Quel che si riesce facilmente a comprendere è che i compiti si devono fare, perché così è prescritto da una qualche norma. Nella scelta dei brani idonei ad una prova scritta di Latino, due sono i criteri attraverso i quali detti compiti possono trovare una loro legittima collocazione, ovvero concatenarsi a tutto il resto. I brani per lo svolgimento del compito si possono trarre dall’opera che si sta già procedendo a leggere e ad analizzare in classe; oppure i brani possono riferirsi alla struttura grammaticale o all’insieme di strutture grammaticali il cui esame sia stato da poco ultimato. Non ha senso provvedere a questa così delicata scelta in modo illogico e disordinato, ovvero del tutto casualmente.
        Nel tentativo di adattare il grado di difficoltà propria del brano alle abilità traduttive dello studente, bisogna considerare non tanto la complessità linguistico-grammaticale del brano, quanto in particolar modo la semplicità o meno dell’argomento in esso affrontato. Insomma, a facilitare la traduzione di un brano è, molte volte, più il suo contenuto che la sua forma. E certamente è per il docente un compito alquanto arduo quello di scegliere i brani di una prova di verifica: in più di un caso, il diffuso esito negativo di una prova è da ascriversi al docente che non è riuscito ad adattare le difficoltà del brano assegnato al livello abilitativo dello studente, nel senso che è venuta a crearsi una netta sproporzione tra l’una e l’altra cosa. Ma può capitare anche il contrario: che cioè il brano o i brani risultino troppo al di sotto delle capacità di traduzione dello studente, per cui si viene a compromettere a priori la funzione accertativa della prova.
      Le verifiche orali di Latino, alla pari di quelle di qualunque altra disciplina, dovrebbero essere tali, da far conoscere in anticipo agli studenti le modalità di svolgimento delle stesse. Tanto più ampia e particolareggiata è la verifica orale, quanto più si amplia l’orizzonte dell’accertamento che è operato attraverso la medesima. Oggi, si va, purtroppo, diffondendo la verifica-questionario che, piuttosto che affiancarsi a quella orale, esclude tanto ineluttabilmente quanto sbrigativamente quest’ultima. Che dire, poi, di quei docenti che basano tutta la valutazione sull’esito dell’ultimo compito scritto o su qualche “domandina dal banco” che bisogna avere la “fortuna” di riuscire ad intercettare. Il fatto che di queste dolenti ed alquanto detestabili situazioni i dirigenti rimangano, in molti casi, completamente all’oscuro non fa che legittimare la sempre maggiore diffusione di dette detestabili pratiche, specie in realtà come le nostre in cui le famiglie o non sanno come difendersi o temono omertosamente di aggravare le cose a rivendicarne da sole l’abolizione. Sta di fatto che non pochi sono i ragazzi che a fine anno si buscano il debito proprio in questo modo. 
       Riguardo ai “Corsi di Recupero” - sia quelli tenuti durante l’anno scolastico, che quelli del periodo estivo -, contrariamente a quanto sarebbe stato naturale aspettarsi, in pochissimi istituti è stata fino ad oggi realizzata alcuna seria iniziativa, volta a sviluppare un minimo di ricerca sui modi più efficienti di organizzarli. Per cui, nella maggior parte dei casi, accade che agli studenti col debito sia propinata la stessa pappardella e che a propinargliela siano proprio i docenti che si possono oggettivamente considerare, se non del tutto responsabili, quanto meno corresponsabili di detto debito. Tant’è che le famiglie, preso contezza di questa triste contraddizione, si trovano, loro malgrado, costretti a provvedere a proprie spese alla soluzione del debito del figlio. Quel che è certo è che sarebbe opportuno disegnare itinerari ben calibrati sotto ogni punto di vista, in modo da rispondere a ciascuna situazione di bisogno nella quale venga a trovarsi lo studente di una classe e dell’altra.
Franco Federico

    


sabato 14 gennaio 2017

La post-verità: da Ponzio Pilato a Bello Figo

Il  Vangelo (Giovanni 18,38) ci fa sapere che Ponzio Pilato concluse il suo dialogo con Gesù chiedendogli: “Quid est veritas?”, “Che cos’è la verità?” e che, senza dargli il tempo di rispondere, si rivolse alla folla. Pilato è in quel momento il simbolo dell’uomo che, pur ricercando la verità, dispera di trovarla, perché sa che la verità non esiste e che, se anche esiste, egli non può conoscerla.
La ricerca della verità aveva già in precedenza affascinato la mente dei filosofi greci. I Sofisti avevano detto che la verità non esiste, perché l’uomo è la misura di tutte le cose, e quindi esistono tante verità per quanti uomini respirano sotto la volta celeste. Sulla loro scia anche Socrate aveva fatto della ricerca della verità il fulcro della sua ricerca filosofica, mentre Platone era l’unico che si diceva convinto di essere in possesso della verità, la sua verità, talché Aristotele, pur dichiarandosi suo amico, ne prendeva le distanze (Amicus Plato, sed magis amica veritas).
Così in seguito nel corso dei secoli, da Tommaso d’Aquino a Cartesio, da Locke a Popper, da Einstein a Pirandello, è stato tutto un susseguirsi di ricerche e di effimere conclusioni sulla ricerca della verità e sulla possibilità di conoscerla.
Ed oggi come siamo messi? Nel mese di Novembre  2016 l’Oxford English Dictionary ha deciso di eleggere “post-truth” (post-verità) come parola dell’anno e da allora è tutto un tripudio di discussioni e  polemiche su questa magica parola.
La post-verità è diventata di moda, sui social, nella carta stampata e nel mondo variegato che gravita intorno alla politica, soprattutto dopo la Brexit, la vittoria di Trump e la vittoria del NO nel referendum in Italia. Il suo significato ha una connotazione chiaramente negativa e, nelle intenzioni di coloro che l’hanno lanciata e la usano continuamente, ha ormai assunto il significato di falsa notizia, bufala (fake news).
Sostengono infatti quelli della compagnia di giro che certe vittorie politiche, certi risultati referendari sono talmente inconcepibili ed assurdi da potersi spiegare solo con una sorta di obnubilamento generale che avrebbe offuscato la coscienza e la mente degli elettori, in seguito alla diffusione massiccia ed incontrollata di false notizie, ritenute vere.
Sono disperati quelli della compagnia di giro. Una volta bastava diffondere le loro notizie sul Guardian, su Le Monde, su Repubblica, sul Corriere, sul Financial Times, su qualche canale televisivo (e la RAI si distingueva per zelo); bastava ogni tanto l’esternazione di qualche attore o di qualche cantante, quasi tutti con il cuore a sinistra ed il portafoglio a destra; bastava qualche esternazione di Papa Bergoglio e dell’ormai ex Presidente Hussein Obama; bastava l’esternazione di qualche ambasciatore o di alcuni di coloro che piacciono alla gente che piace: il gioco era fatto e la partita era chiusa.
Negli ultimi tempi però si è verificato un fatto forse inaspettato, il boom della Rete, di Internet, dei Social Network, che hanno consentito di far conoscere una verità parallela a quella diffusa dalla compagnia di giro e che ha consentito il realizzarsi di una famosa frase di Antonio Gramsci, seppur formulata allora con altri intenti, e cioè che la verità è sempre un fatto rivoluzionario, talché nel mondo dell’informazione sta nascendo una vera e propria rivoluzione.
Sono disperati quelli della compagnia di giro, perché non riescono più a controllare pienamente il flusso delle notizie, perché si accorgono che il controllo delle coscienze sta loro sfuggendo di mano. La realtà non è più quella che essi sostengono? Peggio per la realtà, perché essi sono nel vero. La gente non crede più alle loro scemenze? Peggio per la gente, perché sarà portata alla rovina.
Ma non si rassegnano quelli della compagnia, non si danno pace e da un po’ di tempo  incominciano a dare segni evidenti di delirio. Ogni tanto se ne escono con commissioni che dovrebbero controllare le notizie, con organismi che dovrebbero sorvegliare i grandi social network, per ammonire, per consigliare, e infine per reprimere. Con le loro proposte fanno venire in mente quello che George Orwell raccontava nel suo famoso romanzo 1984. Lì lo scrittore inglese prevedeva l’avvento di un regime che avrebbe istituito il Ministero della Verità, un Ministero che quotidianamente avrebbe informato i cittadini su ciò che era vero e ciò che era falso, su ciò che si poteva o non si poteva dire, sulle parole che si potevano o non si potevano usare.
Ma quello che comunque squalifica gli esponenti della compagnia di giro non sono tanto le farneticazioni su ipotetiche proposte e realizzazioni da attuarsi in futuro, li squalifica già abbondantemente quello che hanno già detto, fatto e realizzato nel passato.
Loro sono quelli che una volta sostenevano che il Socialismo avrebbe portato il Paradiso in terra. Ed ancora oggi sono quelli che dicono in giro che in Italia non esistono clandestini, perché gli immigrati sono tutti profughi che scappano dalla guerra; che i clandestini sono il futuro dell’Italia, perché fanno i lavori che gli Italiani non vogliono più fare e quindi ci pagano e ci pagheranno le pensioni; che l’Islam è una religione di pace e che il terrorismo islamico non esiste; che Bello Figo rappresenta il futuro dell’arte e della musica italiana (vedi Gad Lerner); sono quelli che sognano sindaci africani (vedi Roberto Saviano).
C’è bisogno di aggiungere altro?
Ezio Scaramuzzino

mercoledì 11 gennaio 2017

Israele e l'Occidente

Ancora morti e feriti in un attentato terroristico a Gerusalemme, l’ultimo l’8 Gennaio scorso, come a Berlino, come a Parigi, come ad Istanbul, in una sequenza di lutti e di sofferenze che sembra non aver mai fine. Certo, non è la prima volta che il terrorismo islamico colpisce e quelli di Gerusalemme non sono i primi morti e certamente non saranno gli ultimi di questa scia di sangue, che è sempre più intollerabile e che sembra voler diventare sempre più una parte ineliminabile del nostro vivere quotidiano.
Pare che l’attentato sia da attribuire all’ISIS, non ad Hamas, non ai Palestinesi, ma questo non cambia la sostanza delle cose. C’è un di più di angosciante, di straziante in queste notizie, quando esse arrivano dalla terra d’ Israele: angoscia e strazia l’ululato animalesco dei musulmani che festeggiano e che offrono pasticcini ai passanti nella striscia di Gaza. Le immagini del camion che si lancia sui soldati si alternano a quelle dei morti riversi sulla strada e a quelle degli attivisti di Hamas che alzano le dita in segno di vittoria.
E poi non ci si indigna più di tanto per questi atteggiamenti, o almeno non ci si indigna più di quanto si possa fare per il freddo dell’Inverno o per una calamità naturale che colpisca all’improvviso. La ferocia di queste persone fa ormai parte del paesaggio, è un dato della natura, come il sorgere del sole o il precipitare della pioggia. Bisogna rassegnarsi, prenderne atto, difendersi, contrattaccare senza esitazione, con la consapevolezza che, purtroppo, la lotta sarà lunga e di non facile soluzione.
E c’è ancora altro che sgomenta e che indigna e questo altro è rappresentato dal silenzio o al più dalle parole di circostanza dell’Occidente dinanzi a simili abominî. Ma perché l’Occidente tace e, invece di difendere Israele, favorisce il delirio antisemita all’Unesco, sostenendo che il Muro del Pianto non ha nulla a che vedere con l’Ebraismo, oppure condanna Israele sostenendo che gli insediamenti a Gerusalemme (a Gerusalemme, non in Cisgiordania) sono illegali? Perché l’Occidente tace anche di fronte alle stragi?
L’Occidente, purtroppo, non è nuovo a questi atteggiamenti vili e pilateschi. La memoria va al 1938, alla conferenza di Monaco, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. In quella circostanza Francia ed Inghilterra (l’Occidente di allora), impaurite, sacrificarono il destino della Cecoslovacchia alle voglie di Hitler. Lo fecero, così sostenevano, per salvare la pace, talché si può dire, con le parole di Winston Churchill, che esse potevano scegliere tra l’onore e la guerra da una parte e il disonore e la pace dall’altra: scelsero il disonore ed ebbero poi ugualmente la guerra. Ma esse, così sostenevano, l’avevano fatto per la pace.
Oggi Israele sembra diventata come la Cecoslovacchia del 1938 ed appare come l’agnello che l’Occidente impaurito è disposto a sacrificare per salvare i suoi rapporti con il mondo dell’Islam. Con una differenza fondamentale, però. Che nel 1938 l’Occidente si preoccupava di mantenere la pace, ritenendola, anche se a torto, un bene da salvaguardare ad ogni costo. Oggi il sacrificio di Israele è favorito, non per mantenere la pace, ma per mantenere il miserabile petrolio, i miserabili affari, il miserabile denaro, i miserabili rapporti con un mondo che ci sta sommergendo e che, con la nostra voluttà di autodistruzione, ci porterà all’estrema rovina. Ed in questo tragico ripetersi della Storia il nostro miserabile Paese, come nel 1938 con Mussolini, oggi con Renzi e Gentiloni ha tutta l’aria di voler recitare con diligenza il miserabile ruolo assegnatogli dai poteri finanziari e politici che ormai agiscono alla luce del sole, non avendo nemmeno più la preoccupazione di nascondere le loro intenzioni nei nostri confronti.
E con un’altra differenza importante rispetto al 1938. Che allora la Cecoslovacchia era un Paese inerme  e, di fronte al voltafaccia dell’Occidente, si rassegnò al suo destino di morte. Israele invece è un Paese che vuole vivere, a dispetto di tutto e di tutti, che non si lascia intimidire e che alla fine vincerà. Per due motivi semplicissimi. Primo perché l’Islam sarà pure una potenza religiosa, economica e finanziaria, ma militarmente è ancora al livello della ferocia belluina e quindi vale zero, secondo perché, come sosteneva Qualcuno, gli Arabo-Musulmani hanno spazî e territori immensi a disposizione, mentre il piccolo Stato di Israele, pur volendo, non avrebbe e non saprebbe dove spostarsi.
Detto questo, voglio anche mettermi nei panni dei Musulmani e di quel popolo creato per motivi politici comunemente chiamato “I Palestinesi”. C’è qualche buon motivo alla base del loro odio? Può darsi. E d’altra parte le ragioni non stanno mai tutte da una sola parte. A causa di questo odio essi sono ossessionati da Israele e ne sognano la fine? Padroni di farlo, ma non pretenderanno che in questo tentativo di distruzione Israele dia loro una mano.
Ezio Scaramuzzino

domenica 8 gennaio 2017

Sulla crisi odierna dell'insegnamento del Latino di Franco Federico

      Non c’è disciplina scolastica che meglio del Latino rifletta il radicale cambiamento intervenuto nei Licei negli ultimi decenni, nel senso che le varie vicissitudini a cui esso è andato incontro bene evidenziano lo stato di salute di questo tipo d’istituto scolastico. La prima più vistosa novità - se così si può definire - che è dato cogliere in rapporto a detta disciplina è costituita dalla quasi scomparsa del cosiddetto “classico” dall’insegnamento dell’antica lingua dei nostri progenitori. Viene portato a conoscenza degli studenti un numero alquanto limitato di brani di Autore, ovvero di brani ovviamente non finalizzati all’esercitazione grammaticale e, nella maggior parte dei casi, gli stessi vengono semplicemente assegnati: non si procede cioè, da parte del docente, ad alcuna analisi-commento né dal punto di vista storico-critico, né tanto meno da quello retorico-stilistico o linguistico-grammaticale.
      Quanto all’insegnamento della lingua latina, affidato - grosso modo -  ai primi due anni dell’uno e dell’altro liceo, va detto che esso viene per lo più praticato attraverso il libro di grammatica, che è sistematicamente letto in classe e del quale si segue l’impianto di svolgimento pagina per pagina, così che il docente non esprime alcuna forma di autonomia progettuale per quanto attiene all’impostazione didattica di tale studio. C’è poco da stupirsi, se proprio nel Latino siano fatte registrare le difficoltà più diffuse tra gli studenti liceali e se si sviluppi  un’ostilità sempre più netta o addirittura una paura preconcetta nei confronti dello studio di detta lingua. Lungi da noi l’idea che ciò sia da ascriversi a supposte incapacità proprie delle ultime generazioni.
        Indubbiamente sulla delicata e complessa questione qui presa in esame  agiscono vari fattori, primo fra tutti la forte differenziazione che da sempre è venuta a determinarsi nelle Università italiane tra un corso di laurea in Lettere e l’altro, per quanto riguarda sia la tipologia e la qualità degli esami affrontati, sia il numero e il grado di difficoltà degli esami di Latino.  Un altro fattore che ha influito non poco sull’abbassamento della qualità dell’insegnamento del Latino è rappresentato dall’infelicissima scelta  - ormai adottata in quasi tutti i Licei  - di verticalizzare sia l’insegnamento del Latino che quello dell’Italiano, col pretesto (o forse sarebbe meglio definire pia illusione) di prevenire sul nascere le lamentele e le critiche che i docenti della fascia superiore sono soliti rivolgere nei confronti di quelli della fascia inferiore riguardo all’insufficiente grado di preparazione manifestato dai discenti che si accostano al ciclo successivo.
   C’è stato, tuttavia, un tempo nel quale a ciascun docente era data facoltà di scegliere la fascia scolastica che meglio si adattasse alle proprie competenze, all’esperienza di lavoro già maturata e alle proprie capacità. Pertanto, i docenti di Lettere si dividevano in docenti di Italiano e Latino del biennio e docenti di Italiano e Latino del triennio. L’aver di fatto generalizzato la verticalizzazione si è tradotta in una sorta d’imposizione, nel senso che, piuttosto che subire l’umiliazione di un suo rifiuto, equivalente ad una vera e propria ammissione d’inadeguatezza personale agli occhi di colleghi e Capo d’Istituto, i più hanno preferito ipocritamente sobbarcarsi un compito al di sopra delle proprie capacità professionali e delle proprie conoscenze disciplinari.
         La verità è che, per formare un bravo docente di Latino o di Italiano, non è sufficiente aver affrontato un ottimo corso di laurea; questo va considerato solo un buon punto di partenza. E, del resto, una preparazione universitaria risulta tanto più efficace, quanto più la stessa si sia fondata sullo studio e sull’approfondimento dei Classici. Ma se il docente, dopo il conseguimento della laurea, ha interrotto ogni pratica di lettura del classico latino o nel tempo si è limitato a rileggere solo i brani di Classico via via proposti alle sue classi, ciò non può certo averlo condotto ad alcun considerevole arricchimento del proprio bagaglio culturale e professionale, né tantomeno ad una padronanza nel campo della traduzione e nell’analisi del testo latino. Per imparare a tradurre non c’è di meglio che leggere quasi quotidianamente le opere latine.   Serve a poco la grammatica; ciò che più conta è cogliere la “grammatica che è contenuta” nel testo degli Autori migliori. Leggere i classici, oltretutto, serve moltissimo per impossessarsi del lessico essenziale latino.         
Franco Federico*  

*Con questo articolo Franco Federico, docente e autore di vari saggi sulla scuola, inizia la sua collaborazione al blog. Lo ringrazio.                                               



martedì 3 gennaio 2017

Le vite parallele2: Winston Churchill e Matteo Renzi

Non sono un lodatore del tempo antico, non ripeto ossessivamente che una volta tutto andava per il meglio e che oggi tutto va per il peggio; ma che molte cose siano cambiate in peggio mi sembra una verità difficilmente confutabile.
Nell’’800 Quintino Sella, Ministro delle Finanze, si paga il biglietto del treno di tasca sua, pur potendo viaggiare gratis. Il Ministro, che chiede sacrifici agli Italiani per arrivare al pareggio del bilancio, sa che per primo deve dare l'esempio. Lo stesso Mussolini, al quale si possono addebitare ben altre colpe, quando è catturato dai partigiani, ha con sé solo una borsa piena di documenti e, una volta  ucciso ed appeso a testa in giù a Piazzale Loreto, non  lascia cadere dalle sue tasche nemmeno una lira. Alcide De Gasperi, quando nel 1946 si reca a Parigi per partecipare alla Conferenza della Pace, indossa un cappotto rivoltato, non disponendo del denaro necessario per comprarne uno nuovo. Con lo stesso cappotto l'anno successivo si reca in visita ufficiale negli Stati Uniti.
In tempi recenti Claudio Scajola, Ministro per le Attività Produttive, compra una casa con vista sul Colosseo a Roma, in parte con soldi altrui, ma “a sua insaputa”. Semplicemente ha fatto un po' di confusione tra le Attività Produttive della Nazione e quelle di casa sua. Nel 2011, Mario Monti, incaricato di formare un nuovo governo con il compito di risanare la situazione economica, per prima cosa pretende ed ottiene di essere nominato senatore a vita: in tal modo ottiene pure di farsi mantenere dagli Italiani per il resto dei suoi giorni. Giuliano Amato, più volte ministro ed oggi giudice costituzionale, già riformatore al ribasso delle pensioni degli Italiani, percepisce oggi varie pensioni per un ammontare di circa 30.000 € al mese. Caratteristica tipicamente italiana: sono i politici, straricchi e destinati a percepire pensioni vergognosamente e scandalosamente alte, ad imporre sacrifici alla povera gente con pensioni da fame.
Sto leggendo da qualche tempo le memorie di Winston Churchill e vi ho trovato un episodio che ritengo significativo ai fini del nostro discorso.
Sabato 17 Febbraio 1945  Winston Churchill incontra a Il Cairo il monarca saudita Ibn Saud. E’ accompagnato dalla figlia Sarah e dal Ministro degli esteri Anthony Eden. Così egli racconta l'incontro nella sua Storia della Seconda Guerra Mondiale.
Sarah frattanto aprì la valigia che le aveva offerto Ibn Saud. Conteneva molti splendidi manti arabi e parecchi vasi di profumi rari e deliziosi. In fondo c’era mezza dozzina di scatole di cartone di varie dimensioni. Una di queste conteneva un diamante col cartello del prezzo: 1.220 sterline. C’era un certo numero di altre gemme e parecchie collane di perle del Mar Rosso. Anthony ebbe analoga serie di regali, sebbene nel suo caso il diamante fosse proporzionato al suo rango. Quando, al ritorno a Londra, riferii al Gabinetto su questi argomenti, avvertimmo che naturalmente non ci saremmo  tenuti nemmeno uno dei preziosi. Infatti il Tesoro, a cui furono dati, con essi quasi pagò l’automobile che mi ero impegnato a regalare a Ibn Saud.

Circa 70 anni dopo, Domenica 8 Novembre 2016, Matteo Renzi è in visita a Ryad presso la monarchia saudita. Così Il fatto quotidiano racconta la visita in un articolo dell’8 gennaio 2016.
Parapiglia …. per i Rolex elargiti dagli amici di Ryad. …., quelli che gli oltre 50 ospiti di Roma …. hanno adocchiato sui banchetti del salone per la cena con la famiglia al trono…..
Gli illustri dipendenti profanano le norme: gli impiegati pubblici di qualsiasi grado devono rifiutare gli omaggi che superano il valore di 150 euro oppure consegnarli subito agli uffici di competenza. Qui non si tratta di centinaia, ma di migliaia di euro. Perché i sovrani sauditi preparano per gli italiani dei pacchetti con orologi preziosi: avveniristici cronografi con il prezzo che oscilla dai 3.000 ai 4.000 euro e Rolex robusti, per polsi atletici, del valore di non meno di 20.000 €. A Renzi viene recapitato anche un cassettone imballato, trascinato con il carrello dagli inservienti….. Il momento è di gioia. Ma un furbastro lo rovina. Desidera il Rolex. Scambia la sua scatoletta contenente il pacchiano cronografo con quella dell’ambito orologio svizzero e provoca un diverbio che rimbomba nella residenza di re Salman. Tutti reclamano il Rolex. ….
….L’ambasciatore Armando Varricchio inorridisce di fronte a una scena da mercato di provincia per il chiasso che interrompe il sonno dei sauditi. Anche perché i generosi arabi sono disposti a reperire presto altri Rolex pur di calmare gli italiani. Non sarà un pezzo d’oro a sfaldare i rapporti tra Ryad e Roma: ballano miliardi di euro di appalti….. E che sarà mai una vagonata di Rolex? ….
Il racconto non finisce qui. Cos’è accaduto dopo la notte di Ryad? Chi non voleva restituire o non ha ancora restituito i Rolex?

Ogni commento è superfluo.

P.S. Invio ai miei lettori auguri di cuore per un felice e prospero 2017.