mercoledì 28 giugno 2017

L'Asino di Buridano

Giovanni Buridano, filosofo francese del Medioevo, creò la famosa teoria-paradosso che da lui prese il nome di Asino di Buridano. Secondo la teoria “Un asino affamato è accovacciato esattamente tra due mucchi di fieno, ma non c'è niente che lo determini ad andare da una parte piuttosto che dall'altra. Perciò resta fermo e muore”. A questo paradosso allude Dante Alighieri nel canto IV del Paradiso:
Intra due cibi, distanti e moventi
d’un modo, prima si morria di fame,
che liber’omo l’un recasse ai denti.                               
A titolo personale aggiungo che ad un esame di maturità mi capitò di chiedere ad uno studente se conosceva L’Asino di Buridano. Al che lo studente ebbe gioco facile nel rispondere che lo aveva sempre trascurato, trattandosi di un filosofo che era universalmente considerato per l’appunto un asino.
Cose che succedono, certo, nella scuola disastrata dei giorni nostri, ma non si pensi che l’Asino di Buridano sopravviva soltanto nelle scuole, perché, già da qualche tempo, esso conosce una inaspettata fioritura anche nel variegato mondo della politica. C’è solo da precisare che quella teoria ha cambiato nome, perché adesso si chiama Teoria dei due forni, anche se in sostanza non c’è differenza nel risultato finale: muore l’Asino di Buridano e muoiono, o almeno finiscono male, gli assertori della Teoria dei due forni.
Il primo significativo esponente della teoria fu Bettino Craxi, buonanima, che, al momento dei suoi maggiori successi politici con l’allora Partito Socialista, si alleava ora con il partito Comunista, ora con la Democrazia Cristiana, a seconda di come più gli conveniva. A prescindere dalle sue notevoli capacità politiche e al netto della vergognosa persecuzione giudiziaria alla quale fu sottoposto, si sa come è finito Bettino. E’ morto in esilio, ad Hammamet in Tunisia, e, nel momento del bisogno, a nulla gli valsero i doppi e tripli forni con cui aveva alimentato i suoi successi politici, perché si ritrovò abbandonato da tutti, anche dai suoi fedelissimi.
Il secondo significativo esponente fu Giulio Andreotti, il Divo Giulio, il quale aveva fatto della Teoria dei due forni l’essenza della sua attività politica. Del resto lui stesso, con estremo candore, era solito ripetere: ”Perché limitarsi a comprare il pane sempre allo stesso forno, quando ce ne sono due a disposizione?” E lui non esitò a sfruttare tale possibilità, formando governi ora con il Partito Socialista, ora con il Partito Liberale, finché alla fine non si decise ad imbarcarli tutti e due nella maggioranza, formando i famosi Governi Pentapartito. Il Divo Giulio, come è risaputo, subì anche lui una ventennale persecuzione giudiziaria per concorso esterno in associazione mafiosa: persecuzione che amareggiò grandemente gli ultimi anni della sua vita e da cui riuscì a venir fuori solo con una arzigogolata sentenza assolutoria, tirata fuori dalla nostra Magistratura creativa.
Roba del passato, certo, ma negli ultimi tempi la teoria ha conosciuto un’inaspettata reviviscenza, grazie al cavalier Silvio Berlusconi, il quale, con una certa disinvoltura, sembra aver dimenticato i suoi venti anni di precedente attività politica. Lui che era per il sistema elettorale maggioritario, ora fa il tifo per il proporzionale, lui che era per la designazione secca del premier, ora propende per la trattativa post elezioni, lui che era per il principio dell’o di qua o di là, ora sembra dire e non dire, appare disponibile alla trattativa, al compromesso, con un ritorno pericoloso alle peggiori tradizioni della politica italiana. E’ vero che egli cerca anche di giustificare le sue giravolte, ma poi finisce che “pezo el tacon del buso”, peggio la toppa del buco, come dicono a Padova.
Ora, sia ben chiaro, non è che improvvisamente il Cavaliere sia impazzito o rimbambito, anche se va per la veneranda età degli ottanta. Io l’ho votato tante volte, ma le sue posizioni degli ultimi tempi suscitano negli elettori di centrodestra una certa perplessità, per non dire altro.
Che qualcosa sia cambiato negli ultimi tempi lo si deduce anche da quello che sta avvenendo nella stampa e nella Tv di sua proprietà. Solo a voler fare qualche esempio, su Rete4 hanno snaturato la trasmissione I fatti vostri, licenziando Maurizio Belpietro e trasformando la trasmissione in qualcosa di insulso. Pare poi che abbiano intenzione di abolire Quinta Colonna. Anche il TG5, il famoso TG5, negli ultimi tempi sembra diventato la brutta copia del TG1 e risulta emotivamente coinvolgente quanto la lettura della Gazzetta Ufficiale. Sul Giornale ci vuole infine tutta l’abilità di Alessandro Sallusti per cercare di star dietro alle frequenti giravolte del Cavaliere.
Alle ultime elezioni amministrative il travolgente successo del Centrodestra unito non sembra avere scalfito più di tanto la nebulosità del Cavaliere, il quale una volta sembra pendere dalla parte di Matteo Salvini, un’altra volta dalla parte di Matteo Renzi. A quale dei due Mattei vadano le sue reali preferenze è un dilemma ancor tutto da chiarire.
Personalmente ritengo che le attuali incertezze di Berlusconi siano anche una conseguenza della lunga persecuzione giudiziaria alla quale egli è stato sottoposto e che per molti versi lo hanno segnato e forse anche terrorizzato, a parte alcuni suoi errori personali e tutto sommato veniali. Bisogna dargli atto di tutto quello che egli ha fatto per l’Italia e per il rinnovamento della politica, ma la sua ricchezza, che una volta costituiva il suo punto di forza e la base della sua indipendenza e del suo libero sentire, alla lunga si è rivelata il suo tallone d’Achille e lo ha reso, ritengo, ricattabile.
Comunque il Cavaliere è adulto, fin troppo, vaccinato, battezzato, cresimato ed è libero di fare quello che vuole. Una sola cosa non gli è consentita: prendere in giro gli elettori. Parli chiaro e dica quello che vuole fare da grande. Gli elettori si regoleranno di conseguenza, anche se non ci vuole il mago di Arcella per capire che, nel caso di alleanza con Renzi, il suo partito diventerà insignificante e la stragrande maggioranza degli elettori lo abbandonerà. Ed io sarò tra questi.
Per ritornare al discorso iniziale, non vorrei che il Cavaliere finisse male come l’Asino di Buridano. Quello morì d’inedia, per la sua indecisione su quale mucchio di fieno scegliere. Al Cavaliere auguro di cuore altri cento anni di vita, ma non vorrei che egli morisse politicamente per la sua indecisione su quale Matteo scegliere.
Ezio Scaramuzzino


venerdì 23 giugno 2017

L'amico cinese


Nel mio footing mattutino, che con l’approssimarsi dell’estate sta diventando quasi antelucano, mi è capitato tempo fa di imbattermi in un signore cinese. La prima volta l’ho osservato con curiosità, perché ho notato che portava un paio di sandali, che comunque non gli impedivano di camminare a passo abbastanza veloce, diversamente da noi occidentali, che non facciamo un passo senza scarpe adatte, comode e confortevoli. Mi veniva incontro, all’altezza più o meno del Lido degli Scogli, e mi faceva un largo sorriso, con gli angoli della bocca che gli arrivavano quasi alle orecchie ed in primo piano un paio di denti d’oro, vistosi e lucidissimi. Mi ha salutato in Cinese ed io mi son sentito in dovere di salutare con un sorriso a mia volta.
L’ho rivisto dopo un paio di giorni, sempre in direzione di marcia opposta alla mia. Si è scansato in anticipo, ha detto un paio di parole in Cinese ed ha anche accennato un inchino. Questa volta ho risposto con un sorriso più ampio e con un ciao, che mi è parso non abbia capito.
Il giorno successivo l’ho rivisto davanti a me, questa volta nella stessa direzione di marcia. L’ho raggiunto facilmente e, nell’accostarmi a lui, ho fatto un cenno con le mani ed ho aggiunto il solito ciao.
Lui mi fatto segno di fermarmi e poi si è messo a parlare, in Cinese, come le altre volte, come sempre. Gli ho chiesto se sapeva parlare Italiano, se almeno conosceva qualche parola d’Italiano, ma lui rispondeva in Cinese, solo in Cinese. Ad un certo punto ha estratto un pacchetto di sigarette e mi ha indicato di prenderne una, amichevolmente, come per stabilire un rapporto. Gli ho fatto capire che non ero fumatore e lui ha riposto le sigarette. Poi l’ho salutato ed ho ripreso il mio passo veloce.
L’ho rivisto dopo un paio di giorni ancora. Già da lontano mi mostrava un cellulare e solo da vicino mi ha fatto capire che voleva fare un selfie con me. L’ho accontentato ovviamente e da parte mia mi sono limitato a fargli una foto con il mio cellulare, quella che si vede in alto. Dopo le foto, mi ha fatto capire che voleva accompagnarsi a me per un tratto, invertendo la sua direzione di marcia. L’ho lasciato fare, ma mi sono accorto che con i suoi sandali faticava a tenere il mio passo e rimaneva indietro. Mi voltavo continuamente e notavo che la distanza tra me e lui aumentava progressivamente. Dopo una curva l’ho perso di vista.
Dopo quel giorno non l’ho più rivisto e ad oggi sono più di quindici giorni che non lo vedo e non so niente di lui: non so come si chiama, dove abita, quanti anni ha, che cosa fa in Italia. Ogni tanto, arrivato nella zona dove eravamo soliti incontrarci, mi guardo con curiosità tutt’intorno, ma non lo vedo. Mi capita allora di pensare al mio sconosciuto amico cinese. Forse è malato, forse è partito, forse è ritornato in Cina. Non so niente di lui ed in fondo è giusto ed è bene che sia così.
Io e lui eravamo due monadi, disperse nell’Universo, venute in contatto casualmente per chissà quale fortuito gioco del destino ed incapaci di stabilire un rapporto comprensibile, proprio come succede alle monadi di leibniziana memoria. L’unica cosa che poteva stabilire un legame tra di noi era ed è quel sottile filo di simpatia, di cordialità, di umanità, che da sempre ha legato l’Italia e la Cina. Non c’è bisogno di scomodare Marco Polo e Matteo Ricci: i Cinesi, da qualche anno, stanno rafforzando quegli antichi legami stabilendosi sempre più numerosi nel nostro Paese e, solo a voler fare un esempio, nell’elenco telefonico di Milano il cognome più diffuso è Hu.
I Cinesi sono un popolo gentile e generoso, che nel corso dei secoli ha resistito a calamità, guerre, epidemie e tirannie oscene e sanguinarie, come quella di Mao Tse Tung. Sono tanti i Cinesi, sono quasi un miliardo e mezzo di formichine dedite al lavoro e sono già diventati una potenza a livello mondiale. C’è da scommettere che diventeranno sempre più potenti e decisivi.
Ovviamente hanno qualche difettuccio: sono in genere un po’ chiusi e riservati, se questo è un difetto, stabiliscono legami quasi sempre solo tra di loro ed hanno spesso un’aria misteriosa ed enigmatica, che induce noi altri a qualche sospetto e a qualche diceria nei loro confronti. Si dice che abbiano anche poca dimestichezza con l’igiene e con il pagamento delle tasse. Sarà!
Ma bisogna riconoscere anche che lavorano sodo, che anzi hanno una vera e propria religione del lavoro e che qui da noi in genere non creano problemi di ordine pubblico. Quando commettono dei reati, quasi sempre le vittime sono altri Cinesi, raramente degli Italiani. Non sono venuti con l’intenzione di convertirci al loro modello di vita, non ci minacciano, non hanno intenzione di tagliarci la gola. Nei tempi gaglioffi della prepotenza e del terrorismo islamico, dell’invasione dei clandestini raccolti nel Mediterraneo e sulle coste della Libia, delle prostitute nigeriane e degli spacciatori nordafricani, dell’invasione rom, che sta svuotando i Balcani e sta riempiendo l’Italia, la disponibilità dei Cinesi è apprezzabile ed è già tanto.
Amico mio cinese, sconosciuto Ciang, Cing, Dong,Tse, Shek, o comunque ti chiami, dove sei?
 Ezio Scaramuzzino

domenica 18 giugno 2017

Niente e così sia


Quando, nel 1989, crollò l’Unione Sovietica, il politologo nippo-americano Francis Fukuyama proclamò solennemente, scrivendoci anche un famosissimo libro, La fine della storia. Rivista col senno di poi, si può dire che mai una simile affermazione risultò essere più fallace. E' vero che in precedenza c'era la contesa fra i due blocchi, ma l’equilibrio del terrore aveva ingessato la vita politica dell’Occidente ed aveva finito col bloccare ogni forma di evoluzione: si conviveva con un po’ di terrorismo, con gli scioperi a getto continuo, con gli autunni caldi che duravano un’intero anno, ma in fondo si continuava a vivere decentemente e dignitosamente. Anche l’allora Partito Comunista Italiano, che in teoria doveva costituire l’alternativa di regime ed in realtà agiva da Quinta colonna per conto dell’URSS, aveva finito con l’imborghesirsi e non rappresentava più una reale minaccia per la democrazia.
Dopo il 1989 invece niente è stato più come prima e l’evoluzione storico-politica ha assunto un andamento febbrile, a volte tumultuoso. Dopo il 1989 c’è stata la nascita del terrorismo islamico, che ha impresso una svolta drammatica alla politica del mondo intero; c’è stato il risveglio più o meno legittimo dell’Islam, che non riesce a convivere con le altre religioni ed anzi si pone spesso in alternativa esistenziale a tutte le altre confessioni religiose; c’è stato il dilagare dell’immigrazione clandestina, che sta sconvolgendo in maniera convulsa gli equilibri politici e demografici in tutto il mondo.
Qualcuno sostiene che si tratta di fenomeni epocali, ai quali sarebbe inutile opporsi: tesi discutibile e che non ritengo possa giustificare l’atteggiamento dell’Occidente, sempre incline ad assecondare e subire i fenomeni, oltre che incapace di un seppur minimo controllo e rinunciatario fino all’autolesionismo.
Fatto è che un tale atteggiamento rinunciatario è particolarmente grave nel nostro Paese, dove ormai l’azione del nostro Governo e dei maggiori responsabili politici ha chiaramente assunto le caratteristiche dell’autolesionismo e del masochismo sublimato fino a diventare filosofia di vita.
Le vicende relative all’approvazione dello Ius soli sono soltanto l’ultimo capitolo di una barbarie politica che può trovare una spiegazione solo nei condizionamenti determinati dalla follia. Si vuole regalare la cittadinanza italiana a folle sterminate di clandestini solo per averne un compenso elettorale, nella speranza che questi clandestini siano poi riconoscenti a chi questa cittadinanza ha regalato; si vuole trasformare l’Italia in una enorme clinica ostetrica, galleggiante nel Mediterraneo, in attesa delle partorienti in arrivo da tutto il mondo. Senza considerare che le nazioni, che in tempi normali hanno concesso lo jus soli, stanno affannosamente cercando di porre delle limitazioni e in molti casi stanno facendo una precipitosa marcia indietro; senza considerare ancora che la concessione della cittadinanza è un premio da dare alla fine di un impegno personale all’integrazione e non un regalo da fare in maniera preventiva ed indiscriminata all’inizio di un eventuale e del tutto aleatorio, improbabile percorso.
Detto questo, visto che i nostri governanti sono tutt’altro che disponibili a prestare ascolto alle critiche, anzi ostentano un’impermeabilità che rasenta il cinismo, che cosa resta da fare? Onestamente penso che, al punto in cui ci troviamo, ci sia da fare ben poco e che questo poco al massimo possa consistere in una difesa patetica e ormai disperata di quel che resta del nostro modo di vivere comune e soprattutto della nostra vita privata. Bisognava pensarci prima, probabilmente, ma non è stato fatto anche perché gli Italiani sono stati in un certo senso anestetizzati: uno sbarco qua, uno sbarco là, una cooperativa qua, una là, una leggina al giorno ed a poco a poco la situazione è diventata irreversibile, giusto come volevano coloro che a questo risultato miravano.
E poi non bisogna dimenticare che a tanti Italiani pare che questo andazzo sia gradito e d’altra parte non si possono spiegare diversamente i successi elettorali del Pd, primo responsabile di quel che sta avvenendo, e dei suoi alleati minori. Bisogna pur dirlo. Tanta gente in Italia vuole che l’Italia sia sommersa dalle ondate migratorie e dai nuovi Italiani acquisiti, perché, nonostante tutto, ora che la situazione è chiaramente delineata e nessuno può dire di non sapere, ancora nel nostro Paese c’è tanta gente che vota PD. E’ noto che circa un mese fa a Milano c’è stata addirittura una manifestazione in cui si invocava l’arrivo di un maggior numero di profughi e alla testa di questo corteo c’erano i massimi esponenti del Pd e alcune tra le massime autorità dello stato.
E allora, se a tanti Italiani tutto questo sta bene, rassegniamoci. Continueremo a vivere, peggio di prima certamente, ammesso che tanti Italiani possano vivere peggio di come già stanno vivendo adesso, ma continueremo a vivere. Probabilmente vivremo con un senso di stupita rassegnazione, di fronte allo sfacelo dell’Italia ormai ridotta ad una fogna, vivremo con dipinta sul volto la malinconia per un’Italia che sta scomparendo e che per molti aspetti è già scomparsa, ma continueremo a vivere.
 Dagli altri: dai nostri governanti che pensano solo al loro "particulare"; dall’Europa, anzi dalla Germania, che pensa solo a metterci con le spalle al muro; dalla Stampa e dalla TV ormai quasi tutta ridotta, tranne pochissime e proprio per questo lodevoli eccezioni, a fare da stampella e da menestrello del Potere; da quella che una volta era la Chiesa cattolica e dall’ineffabile Bergoglio, sempre prontamente schierato a difesa dell’Islam e dei clandestini, mai una volta a difesa dei Cristiani massacrati per il mondo; ecco, da tutti costoro, anche per ricordare un famoso libro di Oriana Fallaci  e come omaggio ad una indimenticabile scrittrice, che tutto questo aveva previsto in tempo, noi ci attendiamo una sola cosa: NIENTE E COSI’ SIA.
Ezio Scaramuzzino



mercoledì 14 giugno 2017

Le mie radici (poesia inedita) di Alfredo Giglio


Quando la mente tra ricordi arranca
Come l’onda che viene alla tornata
Sento ancor più che l’anima mi manca
Perché risorge una figura amata
Ch’al petto m’ha tenuto con diletto.
Il cor si stringe ed i pensieri avvince
Andando ai dì di quella fanciullezza
Che trasportato m’ha nei primi sogni
Ch’erano fatti sol di tenerezza.
Sento il profumo della primavera
Che più sbocciare ha visto il mio sorriso
E vedo quella mano delicata
Che terso m’ha le lacrime dal viso.
Una donna sempre esile e modesta
Che ricca ha reso l’esistenza mia
Con la fatica sua penosa e gretta
In quella casa misera e ristretta,
Priva di mezzi e ricca sol d’amici
Ove attecchite son le mie radici.
Ora che la mia pianta è più matura,
Piena di rami e con la scorza dura
Mi sento solo e sono inaridito,
Vieppiù piangente e sempre più smarrito.

Alfredo Giglio

venerdì 9 giugno 2017

Autostop per Milano di Tommaso Corda


Ho avuto il piacere, circa un mese fa, di partecipare  ad Isola di Capo Rizzuto alla presentazione del libro Autostop per Milano e ritorno con Laurea di Tommaso Corda. Il libro è il secondo dell'autore, dopo il precedente Il popolo protagonista a Isola di Capo Rizzuto. Lotte e rivolte dimenticate., ed è un'autobiografia. In esso vengono ricordati e narrati, in maniera suggestiva ed intensa, gli anni universitari al Politecnico di Milano, la laurea in Ingegneria ed il ritorno finale a casa, ad Isola di Capo Rizzuto. Per quello che racconta, il libro è anche un ritratto dell'Italia degli anni Settanta: gli anni delle Brigate Rosse, della contestazione giovanile, ma osservati e vissuti dal di dentro, seppure con spirito critico e senza lasciarsene coinvolgere più di tanto.
Di seguito è riportata la trascrizione  del mio intervento. Alla fine del post c'è anche il video gentilmente fornitomi dall’autore.

Quando si interviene per ultimi in circostanze del genere, si ha sempre qualche difficoltà in più rispetto agli altri: quella di cercare di essere concisi, per recuperare un po’ di tempo, e quella di dire qualcosa che gli altri non hanno detto. Io incomincio dal secondo punto e, per dire qualcosa che gli altri non hanno detto, dico come mi chiamo. Io mi chiamo…
Dal pubblico- L’aveva già detto Giovanni!
Ah! L’aveva già detto Giovanni? Non me n’ero accorto. Comunque repetita juvant. Stavo dicendo che mi chiamo Ezio Scaramuzzino,… ho avuto, purtroppo, il maledetto vizio di scrivere ogni tanto qualcosina,… quindi chi leggesse la locandina vedrà che io sono compreso nell’elenco di coloro che hanno scritto qualcosa. Ma ci tengo a dire che soprattutto sono stato professore d’Italiano per quasi 50 anni, il che mi pone in una condizione un po’ particolare: la condizione di leggere un libro e di giudicarlo con la deformazione professionale tipica del professore d’Italiano…Il quale sta a cercare il pelo nell’uovo e sta a vedere non soltanto chi l’ha scritto, ma anche a quale genere letterario maggiormente si avvicina,…poi sta a vedere se ci sono degli antecedenti, se ci sono dei paragoni da fare,… Tutte cose che io ho notato, quando ho letto il libro, soprattutto quando l’ho letto per la seconda volta. Perché io il libro l’ho letto due volte per una serie di circostanze. Io l’avevo già letto questo libro, circa un mese fa. L’amico Giovanni Pizzimenti, al quale va la mia eterna gratitudine perché ogni tanto mi dà qualcosa di interessante da leggere, me lo aveva già dato da leggere e io l’avevo già letto, anche se con un po’ di disattenzione. Poi mi ha richiamato per dirmi:- Vedi che devi dire qualcosa. Allora lo rileggo, mi sono detto, e quindi l’ho letto due volte. E questo averlo letto due volte  me lo ha fatto particolarmente apprezzare.
Intanto premetto una cosa. Io non conoscevo l’autore….non lo conoscevo fino ad un anno fa. Un anno fa, in occasione di una circostanza simile, ho avuto il piacere e l’onore di essere qui e di poter dire due cosette. In quella circostanza ho conosciuto per la prima volta l’autore, Tommaso Corda, e mi sono accorto che in fondo mi trovo sulla stessa lunghezza d’onda rispetto a lui. Ma l’ho conosciuto soprattutto con questo ultimo libro, perché la conoscenza superficiale, che può derivare da dieci minuti di rapporti umani, soccombe di fronte alla conoscenza più approfondita e riflessiva che si può fare quando si legge un’autobiografia. Quella di Tommaso è un’autobiografia.
Come genere letterario è un genere antichissimo. Basta dire (sono andato a controllare su Wikipedia, sia ben chiaro, e non sto dicendo cose dell’altro mondo) che la prima autobiografia della storia della letteratura è stata scritta circa tre mila anni fa da un Egiziano che si chiamava Sinuhe. Quindi siamo sempre su quella scia: il libro come autobiografia, come descrizione di se stessi e come voglia di raccontare se stessi e di farsi conoscere dagli altri. Cosa che mi ha consentito proprio di conoscere e di apprezzare Tommaso. L’ho apprezzato dal punto di vista umano chiaramente, ma l’ho apprezzato anche dal punto di vista letterario. Questo perché il suo libro mi ha richiamato tanti altri libri. Io l’ho detto all’inizio: per deformazione professionale io faccio sempre dei paragoni mentre leggo. E Tommaso l’ho rivisto un po’, nel Settecento, molto simile ad un ragazzo che, quando doveva studiare, si legava ad una sedia. Probabilmente molti di voi hanno capito a chi mi riferisco. Non voglio nemmeno dirne il nome, perché è talmente famoso questo scrittore…che scrisse un’incredibile Vita di se stesso, un’autobiografia, nella quale raccontava che era tanta e tale la sua voglia di studiare, per cui, per non farsi prendere da altre tentazioni, ogni tanto pregava il suo maggiordomo (perché era un conte questo scrittore, anche se continuo a non dirne il nome)…ogni tanto pregava il suo maggiordomo di legarlo alla sedia. E poi un’altra cosa che ho apprezzato moltissimo di questo libro è l’estrema sincerità. Un’estrema sincerità che porta quasi a fare una sorta di vivisezione dell’animo di Tommaso. Io raramente nella mia vita ho letto libri altrettanto sinceri. (audio incomprensibile)…L’estrema sincerità di questo libro me ne ricorda uno scritto nel Trecento (non dico chi è l’autore, dico solo il titolo) il Secretum, che è proprio un’apertura completa, totale, del proprio animo alla conoscenza del lettore. Ecco, io Tommaso l’ho apprezzato anche per questo e forse, forse, posso avvicinarlo anche ad un autore del V secolo (anche di questo non dico il nome), che scrisse un libro intitolato Confessiones.
Anche se c’è da dire che un’autobiografia, qualunque autobiografia, per quanto sincera, contiene sempre qualcosa d’inventato. E nessuno mi toglie dalla testa che in questo libro c’è almeno un episodio inventato. Quindi chiedo a Tommaso, ora che dirà qualcosina sul suo libro, di confermare o meno questo mio sospetto. In fondo è tollerabile che in un’autobiografia ci possa essere qualcosa d’inventato. Io mi rifiuto di credere che un Milanese di quaranta anni fa, un vecchietto milanese di quaranta anni fa, un pensionato, possa regalare, al primo venuto e al primo sconosciuto che incontra la mattina, cinquanta mila lire, che per quell’epoca erano circa 500 euro di oggi. Oddio, probabilmente è vero, ma io ho un dubbio e voglio che Tommaso me lo confermi. (Rivolto a Tommaso) Tommà’, io ho un dubbio…
E un ultimo consiglio mi permetto di dare a Tommaso…Già che ti ci sei messo a scrivere, voglio sperare e mi auguro, intanto di esserci la prossima volta, ma voglio sperare che tu non abbia finito di scrivere, di raccontare i tuoi ricordi, perché, vedi…probabilmente tu mi dirai:-Io sono solo un ingegnere…ma, immagino che tu lo saprai, esistono nella nostra Storia della letteratura molti scrittori ingegneri. Mi limito a citarne qualcuno. Probabilmente sai che Carlo Emilio Gadda era un ingegnere, Leonardo Sinisgalli, un grande poeta ermetico,  era un ingegnere, Luciano De Crescenzo, forse lo conoscete in po’ tutti, era un ingegnere. Adesso ne dico uno che forse pochissimi conoscono: era un ingegnere anche Fiodor Dostoievski, l’ autore di Delitto e castigo.
Quindi, Tommaso, il mio è non soltanto un invito, ma anche un augurio. Un augurio nel senso che, quando tra dieci anni ci ritroveremo ancora una volta qui, per fare una celebrazione di questo tipo, ecco…, nel rievocare l’elenco degli scrittori ingegneri, qualcuno possa dire:- Tra gli scrittori ingegneri c’è anche Tommaso Corda…
Ezio Scaramuzzino

Per il video cliccare QUI.

lunedì 5 giugno 2017

Un bacio rubato (poesia inedita) di Alfredo Giglio


Svegliasi pur la mente  dal torpore
E spinge com’un fiume la sua linfa
Tal ch’il fiato dell’anima più sbuffa
Al par di vaporiera dentro al core.
Sale così la voglia d’esser lieto
Come boccio che s’apre presto al giorno,
Solo quando mi sento al tuo cospetto
E i sensi si ribellano ai miei anni
Per la delicatezza del tuo viso,
Che da tempo alimenta solo un sogno.
Gioia rende le labbra più bramose
Allor che sfioran, per la mia letizia,
Le tue vergini mani più vogliose.
E quando nell’amplesso consueto
Le braccia mie ti cingono dappresso,
La bocca cerca sotto ai tuoi capelli
Di rubarti quel bacio frettoloso
Per risentir l’odor della tua pelle,
Perché in me rimanga quell’essenza
Che fa felice ancora il corso mio,
Che della vita ha solo la parvenza.
Questo il ricordo che mi porto dentro
Ad ogni istante della mia giornata
Finché ricorderò d’averti amata.

Alfredo Giglio



mercoledì 31 maggio 2017

La collezione di francobolli, parte II (racconto inedito) di Ezio Scaramuzzino

Parte I
Nel 1960 fu girato a Scandale il film Il brigante e molte scene ebbero come sfondo gli interni e gli esterni del palazzo dei baroni Drammis. Ho letto da qualche parte che in tali circostanze ebbe inizio la spoliazione del palazzo, perché furono saccheggiati molti reperti e, addirittura, il regista Renato Castellani trafugò due ritratti ottocenteschi di Giuseppe Garibaldi e di Vittorio Emanuele II, di cui si impossessò senza avvertire mai più l’esigenza di restituirli ai legittimi proprietari. Sarà così, non dico di no, ma, arrivato a tal punto della mia vita, ora che ho la spiacevole seccatura di avere qualche annetto di troppo, avverto l’esigenza di confessare che in realtà la spoliazione era incominciata già in precedenza, ad opera di chi scrive, e che, per capire come andarono le cose, bisogna fare un salto a ritroso, a circa dieci anni prima.
A me il gusto ed il piacere di collezionare qualcosa venne abbastanza presto, quando avevo non più di 8-9 anni. Erano gli anni 50 del secolo scorso e da qualche tempo frequentavo la sezione dell’Azione Cattolica di Scandale. A dire il vero andavo in sezione soprattutto perché lì c’era l’unico Calcio Balilla del paese e solo lì potevo dare sfogo alla mia insaziabile voglia di giocare e di divertirmi, talché, quando era l’ora di chiusura, interrompevo di mala voglia e non vedevo l’ora che arrivasse l’orario di apertura del giorno successivo.       All’ Azione Cattolica ci si divertiva molto allora, sotto l’amorevole guida di Gino Scalise,  “il Presidente” lo chiamavamo, il quale però, tra un divertimento e l’altro, non tralasciava di insegnarci i fondamenti della religione e soprattutto non tralasciava di trasmetterci alcuni interessi e comportamenti utili per la vita.
-Ehi tu, mi chiese, che cosa fai durante il giorno, quando non sei impegnato con la scuola o qui in sezione?
-Presidente, che vuoi che faccia? Non faccio nulla d’importante. Le uniche ore libere al pomeriggio le passo con mio cugino Franco. Con lui vado a caccia di lucertole e di uccelli. Lui è molto bravo con la fionda: è capace di colpire un passero a 100 metri di distanza, e anche io me la cavo.
-Ma, invece di andare a caccia, perché non ti impegni in qualcosa di più serio?
-Per esempio?
-Beh, potresti fare una collezione di francobolli, tanto per cominciare.
-Ma a casa mia non è che arrivino tante lettere. Giusto, ogni tanto, qualche lettera dai parenti dell’America.
Mi rimase in testa una specie di fruscio per quella collezione. Certo, non avevo idee precise su dove e come procurarmi dei francobolli interessanti, che non fossero quelli, comunissimi e conosciutissimi, attaccati alle solite lettere di corrispondenza ordinaria. Ma, intanto, si poteva tentare, vedere, cercare un po’. Chissà, poteva venirne qualcosa di utile e di interessante, tanto più che si diceva in giro che con i francobolli si poteva diventare pure ricchi, anche se io non mi ci vedevo proprio a diventare ricco in quel modo.
        Un giorno, mentre rimuginavo su quella benedetta collezione di francobolli, mi venne in mente che, grazie alla mia amicizia con Guglielmo, il primogenito di don Antonio, mi capitava spesso di frequentare il palazzo dei baroni Drammis. Ci andavo spesso, specie nei pomeriggi d’estate, a bighellonare, a giocare, a rovistare, perché tutto, in quel palazzo, suscitava la mia curiosità e la mia voglia di conoscere. Beh, in quel palazzo certamente avrei potuto trovare materiale interessante per la mia collezione.
Incominciai ad andarci più spesso, cercando di evitare lo sguardo perennemente serio e pensieroso del padre don Antonio, mentre mi faceva piacere imbattermi nel volto sorridente e aperto della madre donna Angelina. Poi con Guglielmo mi avviavo nel salone centrale, ampio e luminoso, dove a volte era possibile trovare qualcuno dei numerosi fratelli minori, in particolare Salvatore, che cercavo di sfuggire perché lo trovavo incazzoso e poco incline a stabilire rapporti con coloro che probabilmente egli riteneva soltanto degli intrusi.
Un giorno, come tante altre volte, mi ritrovai nel salone con Guglielmo, mentre in casa sembrava non esserci nessun altro. Provammo a strimpellare i tasti di un pianoforte, chiaramente bisognoso di qualche riparazione, ma lo avevamo già fatto altre volte e la cosa non ci allettava più di tanto. Poi ci affacciammo al balcone che dava sull’attuale piazza San Francesco, poi rientrammo e Guglielmo volle farmi vedere alcuni vecchi fucili. Aprì una rastrelliera, dove erano appesi alcuni archibugi di un tipo che io non avevo mai visto e ne afferrammo anche uno, mettendoci a simulare una fucilazione e premendo più volte il grilletto. Non erano carichi quei vecchi e polverosi archibugi, ma, se anche lo fossero stati, non so fino a che punto avrebbero potuto ammazzare qualcuno, nelle condizioni in cui si trovavano.
A quel punto Guglielmo si accorse che aveva una necessità impellente. –Mi assento un pochino, mi disse, penso di fare subito.
-Ma non avere fretta, fai con comodo; io non mi annoio di certo a rimanere solo. Con tutte le cose che ci sono da scoprire qui.
-Va bene, ma non combinare guai.
-Stai tranquillo! Vai, vai pure.
Rimasto completamente solo, mi guardai attorno e rimasi colpito da una grande vetrina in fondo con molti sportelli ed un’ampia scrivania, sul davanti, con un numero incredibile di cassetti e cassettini. Mi avvicinai con precauzione e cercando di fare il minor rumore possibile, appoggiai la mano su un pomello e delicatamente aprii uno sportello con i vetri affumicati. Mi si parò davanti agli occhi uno spettacolo incredibile: una montagna di carte, di documenti, di lettere di ogni tipo era distesa davanti a me. Afferrai a caso una busta e vidi che sul francobollo era raffigurato il volto inconfondibile di Vittorio Emanuele II, con i lunghi e arrotolati mustacchi: roba di almeno cento anni prima.
Forse avevo risolto il problema della mia collezione di francobolli: si trattava solo di convincere Guglielmo a lasciarmi fare quello che intendevo fare in un piano di azione fulmineamente elaborato.
Al suo ritorno Guglielmo mi trovò ancora imbambolato davanti alla vetrina.
-Ma che stai facendo lì? Ci sono solo carte vecchie dietro quegli sportelli.
-Saranno pure carte vecchie, ma ho dato pure uno sguardo e mi interessano molto. Anzi, sai che ti dico? Ho visto che ci sono molte lettere con dei francobolli. Ti dispiace se ne prendo qualcuno? Magari non oggi, che è già tardi. Verrò nei prossimi giorni, a ritagliarli con calma, per evitare di danneggiare le buste.
-Certo che puoi prenderli, li puoi prendere pure tutti. Ma che te ne fai? E’ tutta roba vecchia. E poi i francobolli sono pure timbrati, non è che li puoi usare un’altra volta.
- Guglie’, faccio collezione di francobolli: è una moda nuova e mi piace molto.
-Fa’ come vuoi. Sono tutti tuoi.
        Era fatta, ormai, e d'altra parte non avevo dubbi sulla generosità di Guglielmo. Nei giorni seguenti aumentai sensibilmente il numero delle mie visite al palazzo dei baroni Drammis. Portavo in tasca un paio di  forbici, andavo diritto e senza perdere tempo alla vetrina e alla scrivania e con calma prendevo le lettere ad una ad una, ritagliavo il francobollo con parte della busta sottostante e conservavo il tutto in una cartellina che mi ero portato appresso. Spesso Guglielmo mi aiutava nel lavoro ed arrivava anche a darmi qualche suggerimento, pur non tralasciando di sfottermi per quella strana mania, che mi era presa, di raccogliere francobolli vecchi.
Posso dire con certezza che tutte le lettere dell’antico palazzo Drammis furono raccolte, esaminate, ritagliate ed infine rimesse al loro posto senza i preziosi francobolli. Solo un giorno, uno degli ultimi giorni, per la fretta, anziché ritagliare il francobollo, portai via una lettera intera con l’intenzione di completare il lavoro, con calma, a casa mia.
 Tutti quei francobolli, una volta portati a casa, furono poi manipolati e qualche volta danneggiati dalle mie mani inesperte. I francobolli venivano da me immessi in una bacinella d’acqua, per essere staccati più facilmente dalla busta sottostante, e poi messi ad asciugare. Spesso, nell’asciugarsi, diventavano duri e legnosi e maggiormente soggetti a strappi e danneggiamenti vari. Infine preparavo la colla, l’unica che allora si conoscesse, quella formata da acqua e farina di grano. Mescolavo a lungo l’impasto per renderlo più omogeneo, ne spargevo un po’ sul retro di ogni francobollo ed infine attaccavo il tutto su un quadernone delle dimensioni di un registro. Inutile dire che con tutta quella colla il quadernone finì col pesare quanto un dizionario, e forse anche qualcosa di più.
Ma a me quella collezione, grezza, pesante e ruvida, sembrò comunque bellissima. La prendevo spesso, la sfogliavo, mi estasiavo soprattutto davanti ai volti conosciuti degli eroi del Risorgimento: Vittorio Emanuele II, Giuseppe Garibaldi, Camillo Cavour diventarono per me dei volti familiari e qualche volta mi ritrovai a sfiorarli con le dita, ad accarezzarli perfino.
Un giorno mi venne curiosità di leggere anche il contenuto di quella lettera, che in uno degli ultimi giorni avevo portato a casa mia e che, per una serie di strane e fortuite circostanze, a distanza di tanti anni ancora possiedo e qualche volta vado a riprendere e a rileggere con piacere. Ne riporto qui di seguito il contenuto, senza cambiare neppure una virgola.
Parte II
Regno d’Italia
Governo Italiano
Il ministro dell’Interno Ubaldino Peruzzi
Al Signor Barone Salvatore Drammis - Scandale

D’intesa con Sua Eccellenza il Presidente del Consiglio Onorevole Marco Minghetti, risulta grato e piacevole porgere alla Signoria Vostra a nome del governo tutto e mio personale le congratulazioni vivissime e ferventissime per l’esito dei fatti d’arme dell’11 aprile 1863.
In pari data, in contrada Galloppà di Scandale, il brigante Pietro Monaco, alias Bruttacera, osò assaltare la sua residenza e le sue proprietà. La S.V. fugò la masnada assassina con sommo sprezzo del pericolo e con minime perdite.
Il fatto è indice sicuro del suo amor di Patria e della sua intatta devozione a codesto Governo e alla Maestà del Re Vittorio Emanuele II.
Si coglie la fortunata occasione per far sapere con vivissimo e ferventissimo piacere che codesto Ministero ha gìà avviato opportuna pratica allo scopo di conferire onorificenze ufficiali e compensi materiali per coloro che si distinsero nella circostanza.
Roma, addì 15 giugno 1863
                                                     Il ministro dell’Interno
                                                         Ubaldino Peruzzi

Intanto la mia collezione di francobolli cresceva, con altri ritrovamenti occasionali, anche se meno pregiati, ed io riuscii ad alimentare la mia passione per qualche mese ancora, forse per un anno. Nel frattempo avevo bisogno di farmi bello con qualcuno e ne misi a parte una ragazzina mia vicina di casa, che informò il fratello, il quale a sua volta informò gli amici, finché la cosa non divenne di dominio pubblico e tante persone incominciarono a farmi domande. Poi incominciai ad annoiarmi un pochino e la collezione finì coll’essere posta in un cantuccio e con l’essere dimenticata ed abbandonata.
La dimenticai io, ma non la dimenticarono i miei amici e compagni di scuola, i quali spesso mi avevano chiesto della collezione e che, anzi, finirono con il ricordarsene, a mio danno, in una circostanza particolare.
Scandale era allora tutto sommato un piccolo paese, con circa duemila abitanti, ma questo non impediva agli scarsi abitanti di alimentare un fiero campanilismo rionale, che era avvertito soprattutto tra i ragazzi. I rioni principali del paese erano tre, il Chiano, la Piazza, la Colla, ed in tutti e tre si erano formate piccole bande di ragazzi, che avvertivano fieramente il senso dell’appartenenza e che erano disposti a qualunque cosa pur di difendere il loro territorio. Queste bande nascevano e si sviluppavano quasi naturalmente, conoscevano un periodo di effervescenza nel periodo dei fuochi (“luminari” li chiamavamo) di San Giuseppe, quando giorno e notte erano impegnate nel difendere o nel cercare di rubare agli altri la legna da ardere, poi languivano lentamente fino a scomparire, per riemergere improvvisamente nei momenti più impensati.
Ogni banda aveva un capo, che non veniva eletto per votazione, ma veniva scelto automaticamente per il coraggio dimostrato, per la stazza fisica e per qualche impresa precedente. Il capo della banda del Chiano era per tradizione Salvatore Drammis, il fratello minore di Guglielmo, coraggioso fino all’incredibile e disposto a difendere il suo territorio a qualunque costo. Nella banda della Piazza primeggiava Giovanni Cizza, ben piazzato fisicamente e disposto a menar le mani in ogni circostanza. Nella banda della Colla, la mia, il ruolo di capo era appannaggio, a seconda dei periodi, ora di Mario Cirillo, ora di Franco Scalise. Ne facevano parte anche Francesco Garieri, Vittorio Simbari, Francesco Esposito, posizionato quasi sempre nelle retrovie ed ai rifornimenti, e tanti altri di cui a tanta distanza di tempo ricordo bene i volti, ma ricordo con difficoltà i nomi. C’ero pure io, il più piccolo di tutti, sia fisicamente sia per età, che davo alla meglio il mio contributo, ma ogni tanto avevo necessità di ricorrere all’aiuto degli altri, che dovevano pensare a difendere me, invece di pensare a se stessi o di pensare ad attaccare i “nemici”.
Inutile dire che, in queste condizioni, diventava difficile anche attraversare il paese e capitava spesso che, per non attraversare il territorio controllato dalle altre bande, si fosse costretti a cambiare percorso.
Un giorno, a causa di un temporale improvviso e violento, uscii da scuola un po’ più tardi del solito. Frequentavo la quinta elementare e l’aula era ubicata nella zona Pietà, al confine quasi tra il rione Colla ed il rione Piazza, per cui, per ritornare a casa, ero costretto ad attraversare un tratto di competenza della banda del rione Piazza. Ero contento quel giorno per un bel voto riportato in un compito di grammatica, ma per altri versi mi sentivo un po’ in ansia, perché nel tratto di confine temevo di fare qualche brutto incontro. Era finito di piovere ormai e, una volta messa la testa fuori dall’aula, avevo per prima cosa dato uno sguardo a destra ed a sinistra: sembrava non ci fossero presenze sospette e la strada appariva sgombra.
Mi affrettai il più possibile, quasi mi misi a correre, con la cartella dei libri che oscillava  violentemente da una parte all’altra, quando improvvisamente, sbucando da una viuzza laterale, mi si pararono davanti Giovanni Cizza ed un suo sodale, che io non conoscevo molto bene, ma che sapevo chiamarsi Giuseppe Lucà.
-Dove vai così di fretta?, mi chiese Giovanni
-Dove vuoi che vada? Vado a casa, risposi.
-Ma se arrivi con un po’ di ritardo, non è la fine del mondo. Fermati un pochino!
- Ma come fermarmi? A casa mi aspettano. Lasciatemi perdere.
-Ah, ma il ragazzino dimostra di non capire, intervenne il Lucà.
-Vedi, riprese Giovanni, il mio amico Giuseppe è sempre un po’ nervoso e perde facilmente la pazienza. Non so se ti conviene non dargli ascolto. Io ti consiglio di fermarti un pochino.
-Ma insomma che volete?, dissi quasi gridando, nella speranza di attirare l’attenzione di qualche passante, anche se inutilmente, perché a quell’ora e con quel freddo la strada era completamente deserta.
-Beh, veramente è il mio amico che da te vuole soltanto una cosa, una cosa da nulla. Insomma, vuole la tua collezione di francobolli e gliela devi dare anche presto, anzi subito. Vai a casa, la prendi e la porti qua.
-Ma siete impazziti? La collezione è mia e ci ho lavorato per mesi!
-Vedi?, riprese Giuseppe Lucà, il ragazzino continua a non capire. Te lo avevo detto io che è duro di comprendonio.
E, dopo queste ultime parole, i due mi afferrarono per le braccia e mi trascinarono nella traversa da cui erano sbucati. Il Lucà tirò fuori un forbicione.
-La vedi ‘sta forbice?, disse. Se non vai subito a prendere la collezione, a questa forbice resterà attaccato qualcosa di tuo.
E, nel dire questo, mi tagliò con violenza due bottoni della giacca.
-Incominciamo con i bottoni, disse, poi passiamo a qualche altra cosa.
Ero terrorizzato, tanto più che il Lucà continuava ad inveire, con la complicità di Giovanni , che ogni tanto si ricordava di darmi una strattonata.
-Anzi, riprese il Lucà, invece di tagliargli tutti i bottoni, potremmo levargli tutto quello che ha addosso e mandarlo a casa nudo. Così con questo freddo si prende pure una bella bronchite. Ma, per convincerlo, possiamo anche non arrivare a tanto ed essere buoni. Lui ci lascia la cartella dei libri, va a casa, prende la collezione, ce la porta, noi gli restituiamo la cartella e non è successo niente. Amici come prima, anzi più di prima, sempre ammesso che lui non parla e la cosa resta tra di noi.
Ero solo contro due che mi sovrastavano in ogni senso e capii che non avevo scampo. Dovevo uscire da quella situazione.
-E va bene, dissi. Vi lascio la cartella e vado a prendervi la collezione.
Arrivato a casa, vidi che i miei erano già a tavola. Mia madre arrivò a sgridarmi per il ritardo, pensando che mi fossi fermato, come altre volte, a giocare per strada. Non diedi ascolto a nessuno, corsi a tirar fuori la collezione e, senza neppure troppi rimpianti, feci la strada a ritroso e la consegnai a quei due, ricevendo in cambio la cartella che avevo lasciato come pegno. Avevo l’impressione che della collezione non mi importasse poi più di tanto e, nel momento di consegnarla, avvertii quasi un senso di liberazione.
Oggi, a distanza di tanti anni, non so che fine abbia fatto la collezione, anzi non so nemmeno se esiste ancora quella collezione. Ovviamente non c’è più quell’obbligo del silenzio al quale mi ero impegnato al momento dello scambio ed il fatto di aver raccontato quelle lontane vicende mi provoca non un senso di liberazione, come allora, ma un sentimento di amarezza e talvolta un sorriso. Mi è già capitato altre volte e continua a capitarmi qualche volta di riandare col pensiero a quelle vicende e a quella collezione e non nascondo che, fatta salva l’ingenuità e l’inesperienza della mia fanciullezza, penso che mi sarebbe ancora piaciuto tenerla ancora tra le mani, sfogliarla ed accarezzare i volti dei personaggi, degli eroi raffigurati sui francobolli. Come allora, come sessanta anni fa.  
Ezio Scaramuzzino

N.B. Il racconto pubblicato in data odierna contiene sia la parte I, sia la parte II. Ho preferito tale soluzione per rendere più comprensibile il racconto a coloro che non avessero letto la parte I.