venerdì 21 aprile 2017

Il biglietto da visita (Racconto) di Achille Campanile

Ogni tanto fa bene ridere, o almeno sorridere. D'altra parte per indignarsi c'è sempre tempo, ammesso che nel nostro Paese, ormai allo sbando e nella fase terminale della sua esistenza, possa sopravvivere qualcosa per cui vale la pena indignarsi. Non restano che il disprezzo e la nobile arte dello scaracchio per chi ci ha ridotti in queste condizioni. Per intanto cinque minuti con il grande Achille Campanile.

Il viandante scalcagnato entrò col figlioletto nel vestibolo del sontuoso albergo, si diresse verso la cattedra del portiere e, dopo aver a lungo frugato nella rigonfia borsa spelacchiata che mai lo abbandonava, ne trasse un biglietto da visita e lo porse all'uomo gallonato.
«Mi annunzi al direttore» disse.
Il portiere, che intanto aveva squadrato dall'alto in basso lo strano personaggio, le sue scarpe malridotte e il nodoso bastone che a costui serviva per tener lontano i cani da pastore nelle sue lunghe peregrinazioni, dié un'occhiata al cartoncino. Di colpo, sbalordito, fece una riverenza al nuovo venuto e corse ad annunziarlo.
Sul biglietto si leggeva:
«S.E. prof. ing. avv. comm. Pasini».
Dopo poco dall'alto della scalea si precipitava giù il direttore dell'albergo in persona che, chiamato mentre stava per andare a letto, stava terminando di infilarsi il tight. Col biglietto in mano fece un profondo inchino al visitatore e: «In che posso servirla, eccellenza?» disse.
Il viandante scalcagnato si schermì.
«Non sono eccellenza» fece, modesto.
«Ma sul suo biglietto è stampato S.E.» osservò l'altro.
«Sono le iniziali del mio nome: Silvio Enea».
Il direttore era rimasto un po' smontato.
«Bene professore,» fece «dica pure».
Nuovamente l'altro ebbe un cortese gesto di protesta come chi non ambisca i titoli.
«Non sono professore» disse.
«Ma questo "prof."?»
«Abbreviazione di profugo» spiegò il nuovo venuto. «Sono profugo d'un campo di concentramento».
«Mi dispiace molto ingegnere» fece il direttore, dopo aver data un'altra occhiata al biglietto da visita.
«Non sono ingegnere» mormorò il visitatore.
«Eppure,» disse l'altro «qui c'è un "ing.". Non vorrà dirmi» aggiunse in tono rispettosamente scherzoso «ch'ella sia un ingenuo o un ingiusto, e tanto meno un ingeneroso».
«Ingegnoso,» precisò il viandante «nient'altro che ingegnoso. E gliela prova fra l'altro il fatto d'indicare questa mia virtù con un'abbreviazione che talvolta mi procura dei vantaggi».
«Ah,» fece il direttore, con una certa freddezza «allora la chiamerò soltanto col suo titolo di avvocato».
Il nuovo venuto fece spallucce.
«Quale titolo?» esclamò tra stupito e divertito per l'equivoco. «Quale avvocato? Quando feci fare i biglietti da visita non ero in pianta stabile nel posto che occupavo. Ciò le spiega quell'"avv." che tanto l'ha impressionato e che sta per avventizio».
«E qual era questo posto, commendatore?» domandò l'uomo in tight con deferenza; ché anche il titolo di commendatore, per quanto svalutato, merita qualche considerazione.
L'altro si fece serio.
«Non sono commendatore» precisò. «Non mi piace attribuirmi titoli che non ho. E ai quali non tengo».
«Eppure qui dice "comm."» scattò il direttore. «Oh, perdio santissimo, non sono mica cieco. Leggete anche voi». E sventolava il biglietto sotto gli occhi del portiere ammutolito.
Il viandante scalcagnato non si scompose.
«Abbreviazione di "commissionario"» disse con cortese fermezza. «Ero commissionario d'albergo».
S'udì un tonfo.
Il portiere gallonato, che aveva assistito alla scena, cadde lungo disteso. Il fatto che colui ch'egli aveva ritenuto, non soltanto commendatore, ma addirittura eccellenza, fosse invece un semplice commissionario fu per il brav'uomo il crollo di un'illusione. Tanto più che, tratto in inganno da quella sfilza di presunti titoli, egli aveva elargito al personaggio parecchi rispettosi inchini. Non si risollevò più dal colpo. Colto da un febbrone, in breve volger di tempo morì. Ma per fortuna la catastrofe avvenne dopo la fine della scena che è oggetto del presente racconto.
Quindi non saremo tenuti a rattristare i lettori con la descrizione d'una degenza complicata da un doloroso delirio.
Per il direttore dell'albergo, intanto, la notizia che il presunto commendatore altri non fosse che un commissionario fu una doccia fredda sul suo entusiasmo di poc'anzi.
«Dica, Pasini» mormorò seccamente.
L'altro scosse il capo.
«Che?» urlò il direttore. «Scuote il capo? Non sarebbe per caso nemmeno Pasini? Questo è troppo».
Ma l'altro lo tranquillizzò.
«Scuoto il capo per passatempo» disse.
«Bene, brav'uomo» borbottò il direttore; e dovette far forza a se stesso, ché non gli era facile dar del brav'uomo a uno che pochi istanti prima egli aveva creduto un commendatore. «Che cosa desidera?»
«Vorrei essere assunto come facchino».
«E mi fa anche alzare dal letto?» urlò il direttore. «Siamo al completo!»
Gli voltò le spalle piantandolo in asso.
Il viandante scalcagnato affondò il biglietto nella borsa e col figlioletto per mano si allontanò nella notte.

Da Gli asparagi e l'immortalità dell'anima




mercoledì 12 aprile 2017

Il gioco dei quattro cantoni

Ci avete capito qualcosa della guerra in Siria? Cerchiamo di venirne a capo e ricapitoliamo. Dunque, la guerra inizia nel 2011 sulla scia delle Primavere arabe che avevano portato a cambi di regime in Tunisia, Libia, Egitto. Solo che questa volta il presidente Bashar al-Assad riesce a resistere alle manifestazioni di piazza sobillate dall’Occidente, in particolare dagli USA di Barack Obama ed Hillary Clinton, e riesce anche a passare al contrattacco. La guerra dura da sei anni, non se ne intravede la fine e Assad appare ancora abbastanza saldamente in sella.
 I protagonisti della guerra sono numerosi e, contrariamente a quello che normalmente avviene nelle guerre classiche dove si combatte da una parte o dall'altra, i loro ruoli non sono sempre chiari e talvolta sono anche interscambiabili. Può capitare, ad esempio, che due combattano entrambi contro un nemico comune, ma non per questo sono alleati tra di loro. Esempio: i Curdi ed i Turchi combattono entrambi contro Assad, ma sono anche acerrimi nemici tra di loro. Conseguenza: se un soldato turco incontra un soldato siriano ed un miliziano curdo, prima spara al Curdo e poi, ma solo poi, al soldato siriano. Per converso può capitare che due schieramenti siano alleati tra di loro, ma non necessariamente hanno un comune nemico. Esempio: Turchi e Russi sono alleati, o almeno si considerano ufficialmente tali, ma i Turchi combattono contro Assad, mentre i Russi difendono Assad.
Insomma chi ci capisce è bravo e solo per cercare di fare un po’ di chiarezza in questo guazzabuglio simile ad una scacchiera dove ognuno si posiziona come vuole, si fornisce di seguito un quadro, necessariamente sommario, degli schieramenti. 
Siria - E’ la protagonista principale della guerra con il suo presidente Assad che resiste grazie soprattutto all’aiuto della Russia di Vladimir Putin. Assad appartiene alla minoranza musulmana degli Alawiti, vicini agli Sciiti e nemici dei Sunniti, cui appartengono l’ISIS e quasi tutte le altre sigle combattenti.
Russia - E’ la principale ed indispensabile alleata di Assad. Senza il suo aiuto la Siria sarebbe già crollata.
ISIS ( o DAESH in arabo) – Con l’emiro Abu Bakr al-Baghdadi  occupa buona parte del territorio in mano ai ribelli, il cosiddetto Califfato con capitale Raqqa, e costituisce il principale avversario del regime siriano.
Al-Nusra – E’ la reincarnazione, o quel che ne resta, della vecchia Al-Qaeda di Osama Bin Laden. Fa concorrenza ad ISIS in estremismo terroristico.
Turchia – Con il presidente Erdogan, è contro il regime siriano di Assad, ma,  dopo un primo periodo di ostilità, è attualmente alleata della Russia, che aiuta Assad. E’ anche nemica dell’ISIS, che combatte contro Assad.
Curdi - Costituiscono una forte minoranza in vari stati della regione, sono contro il regime di Assad e contro la Turchia che combatte i Curdi di casa propria e Assad. Tendono fondamentalmente alla creazione di uno stato curdo.
Qatar – E’ contro Assad, ma anche contro ISIS (almeno ufficialmente). Ricchissimo, si limita a finanziare la guerra.
Arabia Saudita – vedi Qatar.
IRAN – Costituisce, come è noto, uno stato teocratico sciita. Ufficialmente alleato di Assad.
Hezbollah – Gruppo sciita libanese, finanziato dall’IRAN ed ufficialmente alleato di Assad.
USA – Contro Assad e contro ISIS, appoggia ufficialmente i cosiddetti “ribelli moderati”. Di costoro però si ignora l’esistenza e la zona di attività, anche perché, probabilmente, esistevano solo nella fantasia di Barack Obama ed oggi esistono solo sulla carta.
Unione Europea – Non conta nulla, almeno qui in Siria, e si limita di tanto in tanto ad emettere qualche comunicato stampa. Chiedere per informazioni a Flavia Mogherini, Italiana ed Alto rappresentante per la politica estera dell’UE (mai nome così altisonante fu più sprecato in rapporto alla pochezza del personaggio che lo rappresenta). La Mogherini, per chi lo avesse dimenticato, è quella dalla lacrima facile e che, quando viene a sapere di un atto terroristico, invece di dare indicazioni sul da farsi, si mette a piangere.
Israele – Ufficialmente neutrale, alleato degli USA, semialleato della Russia di Putin, in cerca di un accomodamento con la Turchia di Erdogan, è un tradizionale nemico di Assad, di Hezbollah, dell’Iran e in dosi minori di tutti i paesi arabo-musulmani della regione. Vigila ed interviene di tanto in tanto allo scopo di eliminare soprattutto il pericolo sciita e far durare la guerra il più a lungo possibile, perché più i vicini si scannano tra di loro, meglio è. 
L’elenco non è finito, ma a me è venuto il mal di testa e mi fermo qui. Se anche a voi, come penso, è venuto il mal di testa e comunque avete voglia di capirne di più, provate a chiedere ad Angelino Alfano, nostro Ministro degli Esteri ed ex Ministro degli Interni, quello che “gli immigrati e i clandestini sono una risorsa”. Probabilmente, anzi quasi certamente, non ci ha capito niente nemmeno lui, anche perché, visti i suoi precedenti agli Interni, è da presumere che il suo Q.I. non gli consenta di volare alto. Comunque, siccome fa parte del governo, si farà spiegare qualcosa dalla Fedeli (Il Ministro alla P.I. con la Licenza media), o dalla Boschi ( il Ministro che si intende di banche e per questo è anche meglio conosciuta con il nome di Maria Elena Etruria Boschi), o dalla Madia (il Ministro che ha scopiazzato la tesi di laurea) e vi farà sapere.
Un'ultima breve annotazione. La menzogna quotidiana, continua, assillante, quasi universale, che ormai ci avvolge tutti come in una spirale di nebbia, considera, senza uno straccio di prova, Assad colpevole  dei recenti morti in Siria provocati dal gas. Bene. Dico chiaramente che la menzogna universale potrà anche inondarci e sommergerci, ma potrà farlo senza il mio pur modesto contributo, perché resta sempre menzogna. Ce l'ha insegnato Alexandr Solzenicyn, premio Nobel per la letteratura (quando il premio Nobel era ancora una cosa seria) nel suo famoso Vivere senza menzogna. Ed io, in tutta onestà, se debbo scegliere tra Alfano e Solzenicyn, non ho esitazioni: sto dalla parte di Solzenicyn. 
Ezio Scaramuzzino
P.S. I migliori e più fervidi auguri pasquali ai miei 25 lettori, che ringrazio ed abbraccio affettuosamente, uno per uno.






venerdì 7 aprile 2017

Forza ISIS!


Venerdì 7 aprile 2017, ore 16 circa. Sto leggendo un libro, mentre la TV continua a gracchiare inascoltata. Improvvisamente la mia attenzione viene attratta da un’edizione straordinaria del TG5. La giornalista annunzia che a Stoccolma un camion ha investito la folla causando un numero imprecisato di morti e feriti, come a Nizza, come a Berlino, come a Londra, come in tante altre parti del mondo, dove il terrorismo islamico ormai imperversa. Ascolto con attenzione, ma senza il coinvolgimento emotivo che una volta mi attanagliava profondamente quando ascoltavo notizie di questo genere.
Mi chiedo il perché di questa mia reazione e mi rispondo che forse siamo ormai abituati a queste notizie e che, per quanto ci si sforzi, non si riesce ad essere perennemente indignati e soprattutto indignati a comando. Già due giorni fa mi sono indignato per la strage nella metropolitana di San Pietroburgo; ieri mi sono indignato per i 70 morti causati in Siria dal gas nervino; stamattina mi sono indignato per la rappresaglia di Trump contro il presidente Assad, presunto colpevole della strage del giorno prima; ora mi tocca indignarmi per i morti di Stoccolma. Non ce la faccio più, non posso essere un indignato permanente, perché a tutto c’è un limite, anche all’indignazione, soprattutto quando poi tocca sorbirti il blablà inconcludente, ai limiti della follia, dei commenti e dei dibattiti televisivi. Ti tocca sentire che “forse”, sì “forse”, si tratta di un attentato, che l’attentatore probabilmente era un “depresso”, che probabilmente aveva problemi familiari, che era di religione islamica ma che l’Islam non c’entra nulla. Ma soprattutto si raggiungono livelli di sublime, tragica e schizofrenica comicità, quando il politico di turno se ne esce con le ultime parole famose: “Noi non ci faremo intimidire”. Mi ricorda tanto la buonanima di Totò (anzi del dott. Totò dopo che gli è stata conferita la laurea honoris causa alla memoria), che in uno sketch famoso raccontava di come, pure ricevendo un sacco di legnate da uno sconosciuto, non reagiva perché, diceva, “voglio vedere ‘sto scemo dove vuole arrivare”.
Ma, a parte il problema dell’indignazione, mi accorgo che c’è un altro sintomo piuttosto inquietante nel mio atteggiamento. Mi vergogno quasi a dirlo, ma, siccome la nausea mi spinge ad essere spietato con me stesso prima che con gli altri, sento che debbo dirlo: mi accorgo che nel mio subcosciente, nonostante io cerchi di eliminarlo o almeno di velarlo, incomincia a farsi strada un sentimento che mi fa stare dalla parte dei terroristi, dell’Islam, dell’ISIS (o DAESH, come lo chiamano i raffinati). Mi allarmo, chiudo definitivamente il libro che stavo leggendo, mi pongo delle domande, mi chiedo il perché di questo mio sentimento che sulle prime mi appare così assurdo, così lacerante.
Mi viene in mente Adolf Hitler. Quando egli divenne cancelliere nel 1933, tutti sapevano chi era, perché egli ci aveva scritto un libro sul suo programma, il famoso Mein kampf. Quando nel 1934 egli instaurò la dittatura, il resto del mondo non si preoccupò, perché erano cose che riguardavano solo i Tedeschi. Quando nello stesso 1934 egli sterminò le SA, il resto del mondo non si preoccupò, perché i Tedeschi si scannavano tra di loro. Quando nel 1938 occupò l’Austria, il resto del mondo non si preoccupò, perché la cosa riguardava solo l’Austria. Quando nel 1939 occupò la Cecoslovacchia, il resto del mondo non si preoccupò, perché la cosa riguardava solo la Cecoslovacchia. E lo stesso avvenne nello stesso 1939 con La notte dei cristalli, perché la cosa riguardava solo gli Ebrei. L’eterna viltà della diplomazia e dell’agire politico trovava sempre qualche giustificazione che servisse a privilegiare il quieto vivere ed il miserabile benessere del mondo occidentale. Hitler sarebbe stato infine costretto al suicidio, dopo milioni di morti ed un terribile lavacro di sangue e di orrori che avrebbe coinvolto il mondo intero.
Oggi si ha l’impressione di rivivere quei giorni. Il terrorismo islamico è all’attacco ovunque. Eppure il miserabile quieto vivere dell’Occidente si rifiuta persino di nominarlo l’Islam. Sicché ti tocca sentir dire che la colpa forse è nostra, forse è delle Crociate del Medioevo, forse è dello sfruttamento coloniale dei secoli scorsi, forse è del cambiamento meteorologico e della siccità che colpisce l’Africa, forse è di tutti, ma mai dell’Islam. Ritengo che l’Occidente si muoverà solo dopo una sfida decisiva, forse solo dopo un lavacro di sangue, che costringerà ad aprire gli occhi ed a non consentire altre mistificazioni e miserabili giustificazioni. Forse allora sarà pure troppo tardi, ma mi viene da pensare che è meglio tardi che mai.


lunedì 3 aprile 2017

Italia 2050

Io no so se Matteo Renzi  ed il laicismo in genere continueranno a contare molto nella politica italiana. Spero di no, ma temo di sì e dico questo in previsione di quello che probabilmente racconteranno gli storici e le generazioni future, non tra qualche secolo, ma molto prima, forse tra qualche decennio soltanto, quando presumibilmente l’Italia non esisterà più, almeno per come la conosciamo e per come essa è nata, si è costituita e si è evoluta nel corso dei secoli.
Qualche tempo fa, il premier turco Erdogan, l’aspirante dittatore al quale noi Europei abbiamo dato e continuiamo a dare miliardi di euro perché bloccasse il flusso dei migranti, ha ripreso ad inveire. Nonostante i miliardi già ricevuti, ha minacciato di sbloccare il flusso e di farci invadere dai migranti, più di quanto già non avvenga. Poi ha rivolto un appello ai milioni di Turchi che già vivono in Europa, invitandoli a fare più figli, almeno cinque a famiglia, perché solo così, diceva, essi sarebbero diventati i padroni dell’Europa.
      Interessante anche quello che di recente ha fatto il neo Ministro degli Interni, Marco Minniti, Calabrese. Non nascondo che il Minniti  mi sta simpatico e non solo perché siamo corregionali. A differenza di quel che sosteneva Alfano, secondo il quale i clandestini sono una risorsa, egli dice che invece l'invasione è un grosso problema. E' già un passo avanti. Convinto di questo, egli ha stipulato con le autorità libiche un patto, molto oneroso per l'Italia, per bloccare l'invasione. Nulla di male, ci mancherebbe, ma c'è un problema: Minniti il patto l'ha stipulato con le autorità di Tripoli, che non contano niente, invece che con quelle di Bengasi che sono i veri padroni della Libia. Cose che capitano, certo, e difatti nell'ultimo mese gli arrivi dalla Libia sono raddoppiati. 
Comunque, sulla base di quello che l’Islam ci minaccia, di quello che noi Europei ed Italiani facciamo, di quello che avviene ogni giorno, proviamo a pensare a quello che sarà l’Italia dell’anno 2050. Immaginiamo un professore di Storia che racconterà ai suoi alunni le vicende di questi nostri giorni.
Saremo in un Liceo di una qualunque città italiana, le classi saranno rigorosamente divise in maschili e femminili, i pochi Italiani autoctoni e superstiti saranno equamente divisi tra le varie classi, per non appesantire con la loro presenza il normale svolgimento delle lezioni. Il docente, probabilmente con il turbante e la barba, così si rivolgerà agli alunni:
In nome di Allah, clemente e misericordioso, e del suo Profeta Maometto, che Allah lo benedica, esaminiamo le vicende dei vari governi succedutisi negli anni 2011-2020. Erano quelli gli anni in cui imperava la cultura della dissoluzione e della morte, già ampiamente diffusa nella società italiana e in quegli anni favorita da vari governi e in particolare da quelli presieduti da Matteo Renzi, cattolico praticante ed ispirato dalla Chiesa del Papa che veniva dalle pampas argentine.
Ricordiamo le leggi più importanti in materia emanate durante i suoi governi, leggi considerate allora progressiste e liberali, ma in realtà ispirate ad una concezione della vita di tipo funerario ed oppressivo-mortuario: la liberalizzazione della droga, che porta a morire, non a vivere; le unioni civili tra sodomiti, che hanno un tasso di fertilità uguale a zero; l’eutanasia, che aiuta ad anticipare la morte, non ad allungare la vita; il suicidio assistito, che fa il paio con l'eutanasia; infine, nel 2020, la legalizzazione della pedofilia e dell’incesto tra adulti consenzienti, che portano alla dissoluzione della specie; senza dimenticare il massiccio ricorso alla contraccezione ed all’aborto, già legalizzati e largamente praticati da qualche decennio. L’edonismo e l’individualismo, impliciti in queste leggi, stavano portando, anzi avevano quasi già portato all’estinzione del popolo italiano.
Ma, per fortuna, siamo arrivati noi e, grazie a noi, il popolo italiano è rifiorito ed ha ripreso a crescere. Oggi, sempre grazie a noi, l’Italia è in piena espansione demografica ed economica e, quel che più conta, in piena espansione culturale. Basta guardarsi attorno: ogni città, ogni paese, ha la sua moschea, il suo bazar, il suo centro culturale islamico; ogni giovane italiano ed islamico studia con amore il Corano ed è pronto al martirio per la  fede; ogni giovane italiana ed islamica è sottomessa al padre, o ai fratelli, o al marito, considera il pudore la sua più grande virtù e rispetta tutte le altre leggi di Allah, clemente e misericordioso.
Certo il nostro compito non è stato facile. Abbiamo dovuto combattere contro gli infedeli, che mal tolleravano la nostra supremazia; abbiamo dovuto moralizzare la vita pubblica e privata, distruggendo soprattutto la mala pianta dell’omosessualità e di tutte le altre devianze sessuali; abbiamo dovuto combattere contro la corruzione e la depravazione della moribonda società occidentale; abbiamo dovuto uccidere, frustare, infliggere punizioni esemplari, sempre per convincere i riottosi.
Abbiamo dovuto anche ripulire le biblioteche, le cineteche, i musei, perfino le chiese, perché ognuno di questi luoghi era pieno di arte depravata e blasfema. Era opportuno e doveroso farlo, perché queste presunte opere d’arte, o contraddicevano il Corano e quindi erano peccaminose e contrarie all’Islam, o erano conciliabili con il Corano, nel qual caso erano superflue. Non capiterà più che in un libro vergognoso come “La Divina Commedia” un certo Dante Alighieri possa raccontare del nostro Profeta Maometto, che Dio lo benedica, sprofondato nell’Inferno tra gli scismatici. E non capiterà più che in una Chiesa, come quella che una volta esisteva a Bologna, si possa vedere un affresco con il nostro Profeta sempre all’Inferno. Abbiamo infine distrutto e raso al suolo le poche sinagoghe esistenti, costringendo gli Ebrei, i perfidi Ebrei, ad una nuova diaspora.
Ma possiamo essere soddisfatti di quel che abbiamo fatto e possono ritenersi soddisfatti anche gli Italiani della minoranza cristiana. Dopo un primo periodo di torbidi prolungati, nessuno ha più loro torto un capello e nessuno lo torcerà, sempre che essi accettino la loro condizione di Dhimmi,* cioè di minoranza cristiana, e paghino la tassa relativa a questa condizione. Noi musulmani saremo la nuova avanguardia di una società rinata e destinata a grandi imprese e ognuno di noi sarà lo scudo e la spada dell’Islam. Grazie ad Allah, clemente e misericordioso, ed al suo Profeta Maometto, che Allah lo benedica.
Ezio Scaramuzzino
* La dhimmitudine nei paesi musulmani  riguarda la condizione dei Cristiani, i quali sono tenuti a pagare una tassa secondo un curioso principio giuridico. Il discorso che i Musulmani fanno è questo. I Cristiani, in quanto tali, non meritano di vivere. Noi però siamo magnanimi, consentiamo loro di vivere e anzi li proteggiamo pure, solo che essi per questa protezione ci debbono ringraziare e pagare pure una tassa. L'alternativa al pagamento è la conversione all'Islàm.  La terza alternativa è la morte.  

lunedì 27 marzo 2017

I nuovi padroni: Beppe Grillo ed il M5S

Premetto subito che non ho alcuna simpatia per Beppe Grillo ed il suo M5S. Nonostante la loro rivendicata apoliticità, ho sempre avuto l’impressione, in base a quel che dicono, a quel che fanno e a come si muovono nel variegato mondo della politica, che in realtà si tratti di un movimento ben radicato nella tradizione della Sinistra e dell’Ultrasinistra e che tutto sommato sia la stessa cosa del PD, solo un po’ peggio. La riprova? All’inizio dell’attuale legislatura, appena insediatisi in gran numero nel nuovo Parlamento, la prima cosa, che i Grillini hanno preteso ed ottenuto in combutta col PD, è stata l’abolizione del reato di immigrazione clandestina. La giustificazione? Il reato andava abolito perché non era servito a bloccare l’afflusso di clandestini. Classico discorso a pera, caro ad una certa sinistra, per cui allora, solo per fare un esempio, anche il reato di rapina andrebbe abolito, dal momento che non è servito a bloccare le rapine, che anzi continuano allegramente a crescere in questa nostra Italia, che ormai sarebbe più appropriato chiamare “Paese  dei balocchi”.
In particolare dei Grillini non mi piace il giacobinismo a corrente alternata, clemente con gli amici e implacabile e manettaro nei confronti di nemici ed avversari politici. E questo è tanto più sorprendente, quanto più si rifletta sulla loro origine e sui loro riferimenti. Non dimentichiamolo: i Grillini non sono i figli di una tradizione culturale o filosofica, non derivano da Platone, da Kant o da Popper, essi sono semplicemente gli eredi e beneficiari del “Vaffanculo day”. E’ in questa nobile tradizione, di origine tipicamente italiana, che essi si riconoscono e ritrovano la matrice culturale che tutti li accomuna e li affratella. Eppure, provate a mandare vaffanculo un esponente grillino: mica ci ridono sopra, perché si incazzano subito e, se ti va bene, ti buschi una querela anche per una virgola sbagliata.
Debbo però aggiungere che ci sono un paio di qualità dei Grillini che mi sono gradite. Una è la loro propensione alla riduzione del costo della politica, comunque largamente insufficiente, anche per quanto li riguarda,  rispetto a quanto sarebbe effettivamente possibile e necessario. Ma è apprezzabile la loro buona volontà, destinata a scontrarsi con la cecità di molti altri partiti, tenacemente ed odiosamente abbarbicati alla difesa dei privilegi ed incapaci di vedere che, così facendo, consentiranno ai Grillini di stravincere senza sforzi le prossime elezioni politiche.
E’ di pochi giorni fa la proposta grillina di eliminare i famosi e stramaledetti vitalizi, ricalcolandoli con il metodo contributivo e considerandoli alla stregua di tutti gli altri contributi previdenziali validi per tutti i cittadini italiani. Discussa in Parlamento ed appoggiata solo da Lega e FdI, la proposta è stata osteggiata da tutti gli altri partiti, i quali hanno approvato una risibile riforma che in realtà non cambia quasi niente. Io non escludo nemmeno che nella proposta grillina ci fosse una punta di demagogia, ma evidentemente ci sanno fare, perché intanto sull’intera vicenda hanno guadagnato un bel po’ di credibilità: loro sono passati e passano per quelli che risparmiano, mentre gli altri passano per parassiti che campano sulle spalle degli Italiani.
L’altra qualità è il loro riferimento al WEB, come sede ideale di tutta la vita del movimento. Fateci caso: i Grillini non hanno sedi, non hanno sezioni o circoli di partito, che oltre tutto costano, hanno soltanto un sito web, dal quale tutto dipende. Questo fa sì che tutti gli iscritti, amici e simpatizzanti hanno l’impressione di essere parte attiva nella vita del Movimento, perché lì, in quel sito, si prendono le decisioni più importanti, si decidono le candidature, si partecipa direttamente all’attività politica, senza nemmeno essere costretti a spostarsi da casa, anzi dalla propria scrivania. E questo non è poco, perché, come avveniva per l’ultimo  soldato dell’esercito di Napoleone, l’ultimo iscritto del M5S ha, o crede di avere, nello zaino il bastone di maresciallo. A ragione del resto, perché solo così tanti illustri sconosciuti , da un giorno all’altro, sono diventati importanti (Di Maio, Di Battista, ecc.).
Sia ben chiaro: il fatto di decidere con trasparenza su un sito web non esclude di per sé la manipolazione e la truffa, come del resto avviene quando le decisioni si prendono in un’assemblea o in un congresso. Ma si tratta comunque di un grande passo avanti rispetto ai partiti strutturati in maniera tradizionale, dove le decisioni vengono per lo più prese tra pochi intimi e tra pochi addetti ai lavori, senza nemmeno ricorrere talvolta alla soluzione elementare  e democratica delle primarie.
Dico anzi di più. L’attuale successo del M5S, sempre più sulla cresta dell’onda e sempre più favorito dai sondaggi, nonostante numerosi passi falsi, è anche secondo me conseguenza di questo originale sistema di partecipazione politica. Ed aggiungo che gli altri partiti potranno fare tutto quel che vorranno, potranno trasformare anche il piombo in oro, potranno anche fare miracoli, ma, se non si adegueranno ai tempi e non sapranno trovare un modo convincente  di far partecipare la base alle decisioni ed alla determinazione della linea politica, saranno fatalmente destinati a restare indietro.
I Grillini diventeranno i nuovi padroni dell’Italia? Spero di no, ma, vista l’insipienza e la cecità degli altri, un’eventualità del genere non è da escludere. Dico anzi che essa è altamente probabile, a meno di qualche nuova legge elettorale, tipo proporzionale pura, concepita ed eventualmente portata avanti al solo scopo di danneggiarli, almeno per il momento. Avremo un prossimo governo Di Maio o Di Battista? Perché no? Per questo io non me ne andrò dall’Italia, anche perché non avrei dove andare. Resterò ad osservare con curiosità quello che i Grillini sapranno fare e dopo qualche tempo, annoiato, distoglierò lo sguardo da loro.
In Un Marziano a Roma Ennio Flaiano racconta appunto di un Marziano che sbarca con la sua astronave nei pressi di Villa Borghese. La città impazzisce dalla voglia di conoscerlo, ma, una volta cessato l’effetto sorpresa, prende ad ignorarlo ed il Marziano, abbandonato da tutti, si aggira solitario per le strade della capitale ed alla fine decide di ripartire. Succederà lo stesso con Beppe Grillo?
Ezio Scaramuzzino



giovedì 23 marzo 2017

Decalogo del bravo docente di Franco Federico



Vi sono attività lavorative, nello svolgimento delle quali la professionalità non può essere simulata, né basta dichiararla a parole perché ne sia riconosciuto il possesso, ma va posseduta effettivamente. L’insegnamento è una di queste. E certamente è difficile capire come possa insegnare chi ha proprio tanto da imparare. Ciascun docente non insegna che quel che sa.
Ma è anche vero che si può conoscere una disciplina ed essere incapaci, sia di farla conoscere ai propri allievi, sia di misurare con esattezza fino a quale livello essa sia concretamente dagli stessi posseduta. Non ci sono discipline facili e discipline difficili; ci sono docenti capaci e docenti incapaci di rendere facile la propria disciplina. E, d’altra parte, quello che il ragazzo capisce bene, lo dimentica piuttosto difficilmente. Scorda subito ciò che invece non ha compreso del tutto chiaramente.
Aggiornamento non è leggere il libro di testo tutti i giorni prima della lezione. Occorre tenere sempre presente che il libro di testo rappresenta, nella generalità dei casi, la condensazione, ovvero l’essenzializzazione del sapere disciplinare e, come tale, è un sussidio dello studente con il cui contenuto questi confronterà, giorno dopo giorno, gli appunti delle varie lezioni. Il libro di testo va esaminato attentamente (leggendone possibilmente più capitoli), prima di decidere sulla sua adozione o meno. Del resto, nei vari Corsi di Aggiornamento si favorisce la conoscenza di ciò che occorre imparare attraverso la lettura meditata e attenta di libri e/o articoli di valide riviste scolastiche.
Non cessare mai di leggere i classici, perché non basta, forse, una vita per poterli leggere tutti. Non limitarsi a leggere di un classico solo quello che “passa” l’antologia scolastica. E leggere il classico in una buona edizione, possibilmente in quella che mette a disposizione il relativo testo critico. Fare ciò sia col classico italiano che con quello latino. Tante opere latine sono, oltretutto, di così breve respiro che la loro lettura non richiede molto tempo.
La prima formazione è più importante che mai, non solo perché, nel caso migliore, fornisce i fondamenti epistemologici delle discipline e l'impostazione metodologica di uno studio che va proseguito nel tempo, ma anche in considerazione del fatto che, da giovane, si dispone di più tempo e di maggiori energie e si è normalmente più motivati.  Si dovrebbe sentire come un dovere quello di seguire le più importanti novità librarie che riguardano le proprie discipline. A che serve riempirsi la casa solo dei cosiddetti “saggi” di libri scolastici? Di tante novità si viene a conoscenza tramite la buona Rivista scolastica, talvolta attraverso il quotidiano o il settimanale di diffusione nazionale, o la visita in una ben fornita libreria.
Data la vastità quasi infinita dei documenti storico-letterari e degli studi che li riguardano, è quasi impossibile che il sapere di un docente coincida con quello dei suoi colleghi. Per questo è opportuno individuare quelli che possono ritenersi i contenuti fondamentali delle proprie discipline, per il quale scopo si può essere aiutati dai colleghi che vantano il merito, oltre che della lunga esperienza, della grande passione scolastica e del sempre vivo interesse culturale.
Fare sempre il proprio dovere fino in fondo, anche se non mancano le ragioni per non farlo: lo stipendio inadeguato all’impegno e alla bravura professionale; l’appiattimento assoluto da ogni punto di vista; la mancanza di una prospettiva di carriera e di ogni forma di gratificazione diversa da quella che deriva dal successo del proprio lavoro. Il proprio dovere va fatto per i ragazzi e per le loro famiglie, non per il dirigente (che, in tanti casi, non si accorge di nulla, o è interessato solo a ciò che gli ruota intorno).
La predilezione degli insegnanti per la produzione di manifestazioni teatrali somiglia tanto alla predilezione provata dagli stessi per l'attività politica. Sia l'una che l'altra permettono quel riconoscimento pubblico delle proprie capacità, che manca all'ormai misero e piatto lavoro dell'insegnante di oggi.
Non porsi mai in atteggiamento di adulazione nei confronti del dirigente, chiunque esso sia. Se ci si accorge che appartiene a quella specie di vanitosi, oggi in così grande proliferazione, si fa bene ad ignorarlo completamente. Ad adularlo siano i “leccapiedi nati”, che non mancano mai in nessun settore e che, da che è mondo è mondo, ci sono sempre stati. Non si trovano parole per esprimere quale sdegno sia provocato dal riconoscimento automaticamente attribuito alle persone insignite di titoli, indipendentemente dal fatto che le stesse manchino di valore e di merito. A coloro che possiedono l'uno e l'altro, ma sono privi di un titolo di qualche rilievo, null'altro che l'isolamento o, nei casi migliori, quella che ci piace definire la "stima obbligatoria".
Occorre essere consapevoli che il disconoscimento sistematico dei valori professionali sul luogo di lavoro è sì un fenomeno tipico di tutto il settore pubblico, ma lo è in modo particolare della scuola. Esso, come sanno ormai tutti, rappresenta, oltre che un’enorme perdita dal punto di vista dell’efficienza, un palese affronto alla dignità della persona umana. Contro tale ingiustizia, non degna certo di un paese civile, non esistono purtroppo oppositori né tra i sindacalisti, né tra i partiti politici di destra o di sinistra.
Guai a giudicare con pressappochismo la propria opera di educatore. Si deve pur credere che, qualunque sia la disciplina che s’insegna, il proprio quotidiano esempio di rettitudine e il continuo dialogo con i ragazzi possano incidere sul loro effettivo miglioramento. E non si deve pensare che il lavoro del docente abbia a che fare solo con la sfera intellettiva. Anzi nell'educazione la relazione viene prima della didattica. Mai dimenticare che ogni ragazzo ha diritto ad essere rispettato, prima ancora che come studente, come persona; e, come tale, lo si deve considerare per ogni dimensione, oltre che per quella intellettiva. Bisogna rispettare sempre l'intimità del ragazzo e non essere con lui volgare né col comportamento, né col linguaggio e né con i ragionamenti. È rispettandolo che si riesce a meritare il suo rispetto. Spesso il ragazzo è costretto a "stare al cattivo gioco", perché posto nel ruolo più debole di studente.
Lasciare i problemi e i crucci personali dietro la porta dell'aula e mostrare una disponibilità continua e un umore non mutevole. Gli isterismi, le intemperanze, gli abusi di potere sono quanto di più odioso si possa perpetrare ai danni di un ragazzo. Quando una strigliata ci vuole, va fatta, ma senza mai eccedere. Bisogna, tuttavia, cercare di riconquistare subito il buon rapporto di prima. Niente "musoni" con i ragazzi.
Occorre sforzarsi di risultare più equo e più corretto che mai nell'esprimere le valutazioni intorno alle prove dei ragazzi, specie quando con le stesse - come solitamente accade - si stabiliscono differenziazioni e gerarchie tra loro. Gli studenti, anche i più "modesti", sanno essere giudici severi della capacità di valutazione dei propri docenti. Se si è giudicati ingiusti, parziali o pregiudizievoli, non basta la bella lezione per riuscire a riconquistare la loro stima e la loro fiducia. Ma equi e giusti bisogna esserlo con loro non solo nelle valutazioni, ma anche nel coinvolgimento nelle attività scolastiche e nell'attribuzione delle responsabilità.
Mai imitare il docente che, non sapendo farsi obbedire con la stima, si fa obbedire con il terrore. Ma essere amichevoli con i ragazzi non significa trasformarsi in un loro pari, perché essi si aspettano che il docente svolga la funzione del docente.
Dare, infine, grande valore al comportamento del ragazzo, quanto al suo profitto. Il che, nel concreto, deve tradursi nell'apprezzare che il suo comportamento sia improntato a civismo, correttezza, senso di amicizia, di lealtà e di solidarietà.
Franco Federico




     


       









lunedì 20 marzo 2017

Jendu vinendu15: Handicap-Crotone-Razzi

Handicap

Il posteggio riservato ai portatori di handicap è sacro. Purtroppo non sempre è così, perché spesso i posti sono occupati dai cosiddetti “normali”, che poi tanto normali non sono nel momento in cui arrivano ad occuparli con le loro auto. Non ho intenzione di fare prediche di tipo moralistico, perché mi preme soltanto rilevare un comportamento scorretto che, almeno in teoria, incontra la riprovazione di tutti e dico “almeno in teoria”, perché poi, in pratica, scagli la prima pietra chi è senza peccato e talvolta non si è reso responsabile di un tale abuso.
Detto questo, e dato il doveroso riconoscimento ai nostri fratelli portatori di handicap, c’è da aggiungere però che tali comportamenti scorretti, secondo me, non vanno perseguiti con invettive e maledizioni. Immagino che tutti abbiano visto e letto avvisi come quello riportato in foto e che è possibile vedere un po’ dovunque nel nostro Paese. Non nascondo che tali invettive suscitano in me un certo sconcerto per il loro tono vagamente iettatorio, oltre che minaccioso e vagamente ricattatorio. Sento già l’obiezione, già ribadita in un famoso proverbio: dei villani contro il male gentilezza poco vale. Continuo a non essere d’accordo. Intanto non so quale genio della comunicazione abbia potuto concepire e poi deciso di utilizzare uno slogan del genere e immagino che tale genio non sia un portatore di handicap, ma un cosiddetto “normale”. Perché l’handicap è strettamente collegato all’idea della solidarietà e della fratellanza umana ed uno slogan del genere, nella sua crudezza, mal si concilia con tali idee. Sbaglio? Può darsi, ma io la penso così.

Crotone

Continuo da qualche tempo ogni mattina a fare footing lungo la strada che porta a Capocolonna e noto tante cose. Noto ad esempio che il forte vento di qualche giorno fa ha provocato dei danni, come può vedersi nella foto, e che esistono pericoli immediati ed evidenti per le auto in transito. Gli enti preposti alle riparazioni sono tanti (nel nostro caso ENEL e Comune), ma pare che nessuno abbia voglia di intervenire, anzi è probabile che nessuno abbia notato niente. Eppure ogni mattina incrocio un’auto di servizio dei Vigili Urbani (pardon, della Polizia Municipale, come si dice adesso), che probabilmente, oltre a controllare lo scarsissimo traffico, non ritiene di dover fare altro.
Quanto all’amministrazione Pugliese, ormai in carica da quasi un anno, è tempo di fare un primo bilancio. Crotone continua a vivere come è sempre vissuta: le strade sono dissestate come prima, i tombini dono dissestati e rumorosi come prima, l’aeroporto di S. Anna continua ad essere chiuso come prima, il commercio abusivo è sempre fiorente come prima, le finanze comunali sono sempre in crisi come prima, agli incroci i bambini Rom continuano a chiedere l’elemosina come prima, extracomunitari e clandestini continuano a fare i posteggiatori abusivi come prima. Note positive? Poche. Da qualche tempo, se vai in un ufficio comunale, noti che i dipendenti sono quasi tutti al loro posto. Ma questo, come si sa, non è merito degli amministratori, bensì delle inchieste che in tutta Italia hanno fatto nascere una maledetta paura di perdere il posto, in attesa che passi la burrasca. Si nota pure un modesto miglioramento nella raccolta dei rifiuti. In compenso di recente la Giunta Comunale ha ritenuto opportuno aumentare le proprie indennità, alla faccia delle difficoltà di bilancio. Dipenderà dal fatto che gli amministratori hanno stabilito gli orari di deposito dei rifiuti nei cassonetti e tale, unica,  decisione ha determinato un tale logorio fisico e psicologico che gli stessi hanno probabilmente ritenuto di meritare un premio. Amen.

Antonio Razzi

Abruzzese, ex Italia dei valori, è attualmente senatore di Forza Italia. E’ diventato famoso non per le sue qualità, non rilevabili, ma per la feroce presa in giro che ne fa Crozza nelle sue imitazioni. Unico suo merito è quello di essere pienamente consapevole della sua pochezza, per cui si mantiene basso e nel suo ingenuo candore ha ammesso in un fuori onda famoso che la sua unica aspirazione in politica è quella di procurarsi una meritata pensione per la vecchiaia. Imbarazzante!
Il cavalier Berlusconi deve capire che, se intende fare di Forza Italia un partito decente, i personaggi come Antonio Razzi non vanno più candidati. Non perché Razzi sia impresentabile (c’è di peggio in giro!), che anzi umanamente emana anche una certa simpatia, ma solo perché un partito si qualifica anche per come i candidati lo rappresentano e Razzi con la sua modestia e il suo quasi analfabetismo di ritorno rischia di diventare una pesante zavorra. Non dimentichiamo poi che ormai una bella pensione egli l'ha pure maturata, quindi potrà ritirarsi contento e, siccome gode di buona salute, è presumibile che potrà godersela a lungo, cosa che gli auguro di cuore.
       Nella prima Forza Italia militarono intellettuali come Saverio Vertone, Piero Melograni, Marcello Pera, Lucio Colletti ed altri ed anche oggi non mancano elementi di spicco. Lo so, gli intellettuali creano sempre qualche problema, perché hanno la brutta abitudine di pensare troppo e di essere quindi poco malleabili, ma il passaggio da Lucio Colletti ad Antonio Razzi è troppo brusco e deprimente. Cavaliere, datti una mossa!

Ezio Scaramuzzino